Le ragioni ignorate del pacifismo

di Giorgio Beretta

Ad oltre cinquanta giorni dall’invasione militare russa in Ucraina non accennano a placarsi le accuse nei confronti dei pacifisti. Una lunga lunga serie di epiteti è stata impiegata per etichettarli. Da quelli più volgari (“putiniani”, “filo-russi”, “pacifisti in poltrona”), a quelli più raffinati (“equidistanti”, “non interventisti”, “pacifisti passivi”) fino a quelli apparentemente più cordiali e, proprio per questo, più insidiosi (“utopisti”, “anime belle”, “pacifisti integrali”). Nonostante siano costantemente chiamati in causa nel “dibattito pubblico”, raramente sono stati invitati a presentare le proprie posizioni tanto che sorge spontanea una domanda: cosa hanno davvero detto i pacifisti? Proverò a rispondere richiamando alcuni interventi delle principali associazioni nazionali e di alcuni esponenti del pacifismo, tra cui alcuni dei miei.

Prevenire la guerra con la neutralità attiva

Un mese prima dell’aggressione militare della Russia all’Ucraina, con un comunicato stampa la Rete italiana pace e disarmo ha chiesto all’Italia e all’Europa di promuovere un’iniziativa di neutralità attiva per ridurre la tensione e favorire un accordo politico negoziato nel rispetto della sicurezza e dei diritti di tutte le popolazioni coinvolte, chiarendo la propria indisponibilità a sostenere avventure militari. In un successivo ampio documento, Rete italiana pace e disarmo ha spiegato cosa intende con “neutralità attiva” – che non è equidistanza – ma è ancorata al diritto internazionale con un effettivo impegno per una reale de-escalation militare, sostenendo la neutralità dell’Ucraina come parte del processo di distensione regionale e attivando un dialogo diretto tra le istituzioni europee, a partire dal Consiglio d’Europa, e la Federazione Russa, in una logica di sicurezza condivisa, di cooperazione e di promozione dei diritti umani e della democrazia. A partire da queste proposte, Rete italiana pace e disarmo insieme a numerose altre associazioni ha promosso la manifestazione del 3 marzo a Roma che ha preso il via esprimendo la chiara condanna dell’azione militare in Ucraina da parte della Federazione Russa, manifestando massima solidarietà alle popolazioni coinvolte e sostenendo tutti gli sforzi della società civile pacifista e dei lavoratori e lavoratrici in Ucraina e Russia che si oppongono alla guerra con la nonviolenza.

Le forniture militari italiane alla Russia

A chi accusa i pacifisti di essere “putiniani”, le associazioni pacifiste hanno ricordato che, a differenza di diversi rappresentanti politici italiani, hanno sempre denunciato le violazioni dei diritti umani e civili nella Russia di Putin. E che sono stati i primi – quando l’Italia nel 2011 con il governo Berlusconi ha cominciato a vendere armamenti alla Russia – a chiedere di revocare quelle vendite perché erano in palese contrasto con le norme della legge nazionale 185/1990 che vieta di esportare sistemi militari a regimi repressivi e che sono coinvolti in conflitti armati. Esportazioni che sono continuate anche dopo l’invasione russa in Crimea nonostante l’embargo di armi decretato nel luglio del 2014 dall’Unione Europea nei confronti della Russia. Con un’appendice che rivela la spregiudicatezza negli affari da parte del comparto militare-industriale: il tentativo di esportare in Ucraina i 94 blindati Lince che erano stati inizialmente destinati alla Russia ed erano bloccati per via dell’embargo. Un’iniziativa che fu prontamente denunciata da parte di Rete Disarmo e che portò il ministero della Difesa a smentire pubblicamente le notizie già diffuse dal governo ucraino.

No alle forniture di armi all’Ucraina

Rispondendo agli interventi di Luigi Manconi e di Gad Lerner, il presidente del Movimento Nonviolento, Mao Valpiana, ha esplicitato le motivazioni che hanno portato le associazioni pacifiste a contrastare la decisione del governo di inviare armi all’Ucraina. “L’invio delle armi non sposta nulla sul piano militare, ed è ipocrita perché configura una delega senza assunzione di responsabilità”, rispondeva Valpiana a Manconi. Valpiana, rispondendo a Gad Lerner, metteva in luce una serie di ragioni relative ai problemi della sicurezza e della possibile escalation del conflitto e concludeva: “Condannare l’aggressione e sostenere le giuste ragioni dell’Ucraina non significa automaticamente che si debba intervenire militarmente in quel contesto. Se così fosse, si dovrebbe fornire armi a tutti i popoli che lottano per la propria sovranità, come i palestinesi i cui territori sono illegalmente occupati da decenni da Israele. Non viene fatto perché inviare armi configura sempre una situazione di belligeranza”.

Etica della responsabilità e nonviolenza

Tutto questo va collocato nel contesto dell’etica della responsabilità e della nonviolenza che il filosofo del Movimento Nonviolento, Pasquale Pugliese spiegava in un ampio articolo per “Il Fatto Quotidiano” a cui ho dato il mio modesto contributo. Ricordando la regola aurea della nonviolenza (“Tra il mezzo e il fine c’è lo stesso inviolabile nesso che c’è tra il seme e l’albero”, Moandhas K. Gandhi) il principio responsabilità prescrive: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza di un’autentica vita umana sulla terra”. La quale, da Hiroshima in avanti, è sotto la spada di Damocle della minaccia atomica, colpevolmente rimossa dalla coscienza collettiva dopo l’abbattimento del muro di Berlino, seppur oggi presente più che mai. Dunque qualunque azione politica, soprattutto all’interno di una dimensione di conflitto internazionale, non può non tenere conto della situazione atomica così come definita dal filosofo Günther Anders: “La tesi apparentemente plausibile che nell’attuale situazione politica ci sarebbero (fra l’altro) anche armi atomiche è un inganno. Poiché la situazione attuale è determinata esclusivamente dall’esistenza di armi atomiche, è vero il contrario: che le cosiddette azioni politiche hanno luogo entro la situazione atomica”. E’ responsabile e realistico tenerne conto ed agire di conseguenza a cominciare dalla gestione dei conflitti internazionali.

Le vie della pace dentro il conflitto

Alle critiche al movimento pacifista ha riposto anche Francesco Vignarca, coordinatore campagne di Rete italiana pace e disarmo. In un saggio per la rivista “Il Mulino”, Vignarca evidenziava che “l’avvento di una guerra porta sempre a una estremizzazione e a una polarizzazione nel pensiero e nelle azioni, anche in coloro che ne sono distanti. La reazione emotiva rischia però di essere pericolosa e controproducente”. “I percorsi di nonviolenza – aggiunge Vignarca – richiedono tempo, pazienza, passi concreti, mentre ora in poche settimane i riferimenti costruiti in interi decenni di lavoro sono stati spazzati via. Un punto di partenza però rimane: quando c’è la guerra non si può preparare la pace. La pace può solo essere costruita preventivamente, e con “pace” indichiamo non solo l’assenza di conflitto, ma soprattutto la presenza di diritti per tutti: una pace positiva, come ci ha insegnato Johan Galtung”. Per questo il movimento pacifista ha scelto chiaramente, e non da oggi, di schierarsi a fianco delle popolazioni civili, che rappresentano le vittime principali in ogni conflitto armato. Persone da entrambi i lati del fronte: in questo caso, dunque, sia gli ucraini sia i russi. “In tal senso – spiega Vignarca – riteniamo che non ci sia alternativa praticabile ai negoziati e al dialogo, anche con i governi che sono visti come nemici”.

La Carovana della Pace

A dimostrare che quelle del movimento pacifista non sono affatto chiacchiere da salotto, ma solidarietà attiva ed operante va ricordata l’iniziativa promossa da numerose associazioni che ai primi di aprile hanno dato vita alla “Carovana della Pace” a cui hanno partecipato oltre 200 persone che hanno portato aiuti umanitari a Leopoli, in Ucraina, e hanno portato in Italia le persone più fragili e bisognose. “Crediamo fermamente in un’alternativa agli schieramenti bellici e nella possibilità di andare oltre la violenza” – ha spiegato Francesca Farruggia di Archivio Disarmo. “Essere lì, con i nostri corpi oltre che con le nostre voci, ha voluto essere una testimonianza concreta». Partecipare alla Carovana della pace, ha proseguito Farruggia, “è stata un’esperienza unica che ha risposto alla forte esigenza di non rimanere spettatori della tragedia immane che si sta consumando sotto i nostri occhi. La guerra è molto più drammatica di quello che possiamo percepire attraverso le immagini e le testimonianze raccolte dai media”.

Per chi non ha ancora capito

Se c’è qualcuno che non ha ancora capito che il movimento pacifista e le sue associazioni fanno tutt’altro che chiacchiere, ma avanzano da anni proposte concrete e sono promotori di istanze che mettono in pratica di persona, possono essere utili le parole di Mao Valpiana. “A tutti quelli che ci dicono che il nostro è un pacifismo da divano, ricordo che dal 1948 come obiettori di coscienza siamo andati in carcere con Pietro Pinna e che da allora in poi non abbiamo perso un giorno di lavoro per il disarmo, per la riduzione delle spese militari, per la smilitarizzazione della Nato, per la smilitarizzazione prima dell’Unione Sovietica (siamo andati anche lì a manifestare e farci arrestare) e poi della Russia chiedendo che l’Italia non gli vendesse le armi, e abbiamo lavorato quotidianamente per far crescere il movimento dei resistenti alla guerra. E in tutto questo siamo stati isolati e ignorati dalla gran parte delle forze politiche e dei giornali che oggi si scoprono bellicisti e vogliono più armi e più fondi per aumentare ancora i bilanci militari di tutti i paesi d’Europa, felici di correre verso il baratro. A tutti questi bellicisti da divano, chiedo: dove eravate fino a ieri?”.

Giorgio Beretta
giorgio.beretta@unimondo.org

P.S.: Come ha evidenziato Mao Valpiana in un articolo per Aggiornamenti Sociali. “in Ucraina non c’è una sola voce. Il Governo chiede “armi, armi, armi”; invece altre voci, come la Croce Rossa ucraina, chiedono “cibo, cibo, cibo”, e altre ancora, come i pacifisti di Kiev, chiedono “verità, verità, verità”. Dunque le richieste sono molte e non è vero che c’è identità totale tra il popolo ucraino e la sue forze armate, così come non c’è solo una resistenza armata, ma anche una resistenza civile che non vuole partecipare alla guerra, ma vuole difendersi ugualmente”.

L’articolo è stato pubblicato su Unimondo il 17 aprile 2022

BREVETTI SANITARI E RIVOLUZIONE

di Gianni Giovannelli
(Intervento al Seminario a cura di Effimera, tenutosi il 26 marzo 2022 presso la Casa della cultura di Milano)

Esiste a mio avviso un nesso causale che lega, ai giorni nostri, il brevetto di un medicamento – qualunque specie di medicamento – e la rivoluzione, intesa come mutamento dell’assetto sociale in un territorio. Esiste per la semplice ragione che, senza rivoluzione, nessun governo dell’Unione Europea accetterebbe di togliere alle imprese farmaceutiche multinazionali l’esclusiva nell’utilizzo di un prodotto sanitario. Non è stato sempre così, le regole attuali sono state anzi introdotte da non molto tempo, e la memoria di un passato relativamente recente è stata cancellata dalla macchina orwelliana dell’apparato di comando.
Quando ancora la lotta per l’indipendenza nazionale andava prendendo via via più forza ma ancora si trovava bel lontana dal traguardo nel Regno di Sardegna – ovvero nel primo embrione unitario – fu approvata dal parlamento di Torino la legge 18 marzo 1855 n. 782, compreso l’art. 6 che con concisa ma importante risoluzione affermava: non possono costituire argomento di privativa i medicamenti di qualunque specie. Estensore fu un giurista ed economista di fama, Antonio Scialoia, già ministro nel primo governo costituzionale italiano nel 1848, quello siciliano e per questo condannato all’esilio in Piemonte. Pur se esponente della destra storica e sostenitore del libero scambio, Scialoia era tuttavia molto attento ai temi di economia sociale. Riuscì, in quegli anni piuttosto turbolenti, a modificare il sistema delle Regie Patenti che lasciavano al sovrano assoluto pieni poteri, consentendo il brevetto (allora definito privativa) ma sottraendo ogni possibilità di proprietà esclusiva di ciò che per sua natura doveva essere invece un bene comune. Le scoperte e le invenzioni in materia sanitaria erano a disposizione di tutti, liberamente utilizzabili senza che nessuno potesse frapporre ostacoli. Basti mettere a confronto questo chiarissimo conciso non possono con i prolissi e incomprensibili decreti sanitari varati durante la pandemia per cogliere l’abisso tecnico, politico, morale, sociale e giuridico che separa un conservatore integerrimo come Antonio Scialoia dall’odierna squadra di governo, incapace di approvare un testo chiaro e sempre pronta al raggiro dei sudditi.
La legge piemontese fu estesa, senza modifiche, ai nuovi territori con il Regio Decreto 30 ottobre 1859 n. 3731, questa volta per iniziativa di un medico chirurgo romagnolo, Carlo Farini, esperto nella cura delle epidemie di colera o di contrasto delle malattie sociali quali la pellagra. In quel momento era dittatore nelle regioni annesse con il plebiscito.  Il Farini sarà poi a capo del nuovo regno, come presidente del consiglio e la legge sui brevetti rimase acquisita all’ordinamento italiano.
Numerosi furono i tentativi, tutti rintuzzati e falliti, di rimuovere il divieto di brevetto per i medicamenti di qualunque specie: l’ottimo Scialoia aveva costruito una barricata giuridica difficile da abbattere con semplici sotterfugi, le pressioni delle case farmaceutiche non riuscivano a raggiungere lo scopo anche se certo non desistevano. Con l’avvento del regime fascista le speranze delle Big Pharma si riaccesero, grazie ad una legge delega, la 2032 del 25 novembre 1926.; ma le resistenze alla modifica perduravano, per via di un certo qual carattere sociale che al fascismo serviva per mantenere consenso nel paese. Finalmente, senza passare neppure per quel poco di parlamento che rimaneva (la Camera dei fasci e delle corporazioni), fu emanato il Regio Decreto 13 settembre 1934 n. 1602, in esecuzione della vecchia legge delega. Lo strumento è simile a quello usato e abusato ai giorni nostri: legge delega e successivo decreto legislativo del governo, il meccanismo con cui vennero introdotti i famigerati Jobs Act da Matteo Renzi. L’articolo 16 consentiva la possibilità di brevettare prodotti sanitari, rimuovendo il divieto di Scialoia; ma l’estensore era molto meno abile, condizionando incautamente l’ingresso delle nuove norme all’approvazione di un regolamento (art. 134 del decreto). A questo punto si moltiplicarono le discussioni, ma il regolamento non fu mai scritto e la liberalizzazione non entrò mai in vigore; il genio giuridico di Scialoia aveva avuto ancora una volta la meglio.
Intanto il mondo correva verso il precipizio della seconda guerra mondiale, e il fascismo aveva quanto mai necessità di conservare il consenso in vista del conflitto; colpire la salute popolare proprio quando ci si apprestava a mettere a rischio le vite umane con le armi non poteva essere una strategia utile di comunicazione. Di nuovo con una legge delega fu varato il Regio Decreto 1127/1939; l’art. 14 non solo confermava il vecchio divieto, ma lo volle rafforzare adeguandolo al tempo della fabbrica fordista: non possono costituire oggetto di brevetto i medicamenti di qualsiasi genere e i processi per la loro produzione. Già. Le Case Farmaceutiche avevano cercato di tutelarsi brevettando formule e macchinari, così da potersi assicurare il monopolio sul campo, e ora questa correzione colpiva il potenziale stratagemma.
Dopo il conflitto il divieto di brevetto fu acquisito nel nuovo stato repubblicano, rimase in vigore; e naturalmente proseguirono anche gli attacchi da parte dell’intero sistema internazionale Big Pharma. Ma la collaborazione ostile dei due principali partiti popolari, DC e PCI, rimase ostacolo insuperabile che impedì alle due camere di approvare l’invocata liberalizzazione dei brevetti; DC e PCI non avevano vere ragioni di opposizione, ma i loro dirigenti avevano piena consapevolezza di quanto il loro elettorato fosse contrario a questo mutamento, a un nuovo assetto che avrebbe colpito la salute consentendo enormi profitti ai ricchi sulla pelle dei poveri. E non volevano assumersi una responsabilità politica di tale portata.
Solo nel 1956 cominciò a funzionare la Corte Costituzionale, dopo anni di dibattito; prima non esisteva la possibilità di cancellare una norma dell’ordinamento. La strada fu percorsa subito da alcune Big Pharma non italiane che si vedevano rigettate le domande di brevetto, per esempio Geigy, Ciba, American Cjanamid (la nonna della odierna Pfizer), Welcome Trust (oggi Glaxo per acquisizione del ramo sanitario). Il dato singolare è che importanti imprese italiane, come Carlo Erba e De Angeli, parteciparono al procedimento davanti alla Consulta ma per chiedere il mantenimento del divieto di brevetto e non per rimuoverlo come chiedevano le multinazionali del settore. Le ragioni di una simile scelta furono molteplici; di certo traspariva uno scontro interno al capitalismo sanitario, destinato a proseguire nel tempo. Con la sentenza n. 37 del 24 gennaio 1957 la Corte, presieduta da Enrico De Nicola (che era stato anche il primo presidente della Repubblica) ebbe a statuire la piena compatibilità del divieto di brevetto con la nostra carta costituzionale; di conseguenza il libero utilizzo industriale dei medicamenti continuò a dispiegare i suoi effetti negli anni del boom economico, anche con riferimento ai processi di produzione.
Fu il centrosinistra, per iniziativa del socialdemocratico Edgardo Lami Starnuti, a presentare il disegno di legge n. 1278 nel luglio del 1965, negli anni in cui si moltiplicavano progetti autoritari finanziati dagli Stati Uniti con l’appoggio di settori importanti delle forze armate; la scelta del tempo era un evidente tentativo di compromesso per disinnescare la fortissima pressione nordamericana volta a rimuovere la svolta politica italiana. Ancora una volta guerra di brevetti sanitari e conflitto sociale si incrociavano sul campo di battaglia. Si consideri che in quegli anni, a differenza di oggi, la comunità europea non aveva ancora assunto il carattere marcatamente neoliberista dei giorni nostri; il divieto di brevetto costituiva opzione nazionale legittima, compatibile con l’impegno nel mercato comune. Il disegno 1278 si presentava tuttavia come apripista. Leggiamo nella relazione al Senato: il ritmo molto veloce con il quale si succedono le scoperte e il necessario adeguamento di ciascun paese al progresso scientifico mondiale impongono la necessità di tutelare l’industria farmaceutica, l’unica capace di mettere a punto l’intero ciclo del procedimento industriale, dal prelievo dei campioni allo studio dei microorganismi, dalla separazione e dalla concentrazione del principio attivo fino alla realizzazione del prodotto, che siano in grado di consentirle i costi di produzione più bassi …..l’incentivo brevettuale è condizione indispensabile per ulteriore sviluppo non bastando più l’imitazione servile dei prodotti brevettati all’estero. Con questa sconsiderata decisione politica del centro sinistra si afferma il nucleo centrale del pensiero neocapitalista mercantile, fondato sulla privatizzazione e sull’esproprio di ciò che fino a quel momento era comune; è la base teorico-economica che conduce alla svendita del patrimonio statale, della cessione ai privati di ogni risorsa naturale (come l’acqua) o energetica. Il disegno di legge n. 1278 è un manifesto del liberismo, non a caso il relatore sarà più tardi nominato al vertice dell’azienda elettrica municipalizzata (AEM).
Tuttavia le resistenze delle correnti democristiane più legate ai ceti popolari e dello stesso partito comunista, per tacita alleanza operativa, impedirono la trasformazione del disegno in legge dello stato; il grande ciclo di lotte iniziato nel 1966-67, e proseguito per un decennio di intenso scontro sociale, costituì un impedimento decisivo. Le camere che avevano approvato lo statuto dei lavoratori e introdotto la reintegrazione nel posto di lavoro a fronte di un licenziamento illegittimo non erano in grado di votare la liberalizzazione dei brevetti sanitari senza provocare una sollevazione popolare di dimensioni assolutamente imprevedibili. Ancora una volta Scialoia, l’autore dei Principi di economia sociale l’aveva spuntata; il parlamento non era in grado di rimuovere il divieto, non aveva l’autorità e la forza di farlo.
Ci riuscirono le case farmaceutiche, italiane e multinazionali, questa volta alleate, con decisione della Corte Costituzionale n. 20 del 9 marzo 1978. Farmitalia e Carlo Erba, insieme a Ciba, Astra, Hoechst e all’intero settore (con intervento dell’associazione industriale, arruolarono gli avvocati più prestigiosi, decisi a spuntarla una volta per tutte. Una settimana dopo la trattazione della causa Aldo Moro fu sequestrato dalle Brigate Rosse per quasi due mesi e l’attenzione mediatica si concentrò su quel fatto, passando sotto silenzio che dopo 123 anni i medicamenti venivano sottratti alla disponibilità pubblica e consegnati in esclusiva protetta al profitto dei privati. Le Big Pharma erano rappresentate da un giurista assai vicino al partito radicale, il professor Arturo Carlo Jemolo, per dare una connotazione democratica a questo colpo di scure, inferto aggirando il parlamento. Con la coerenza tipica degli intellettuali liberaldemocratici l’illustre giurista sostenne il contrario di quanto aveva detto vent’anni prima, dimostrandosi capace di qualunque interpretazione della legge, purché su commissione retribuita della società Carlo Erba s.p.a. La sentenza n. 20 del 9 marzo 1978 è una delle pagine più vergognose scritte dalla nostra Corte Costituzionale. Da allora, e in modo incessante, la rapina sanitaria in danno dei meno abbienti prosegue consentendo alle imprese del settore profitti da capogiro.
Da allora la rete di protezione costruita intorno ai brevetti sanitari si è rafforzata, sempre evitando i passaggi parlamentari. Il Decreto presidenziale 338/1979 ha recepito l’istituzione del brevetto europeo e la convenzione di Monaco; a seguire sono stati approvati i regolamenti CE n. 469 del 6 maggio 2009 e n. 933 del 20 maggio 2019, entrambi vincolanti per l’Italia, con la conferma della brevettabilità in materia medico-sanitaria e con introduzione aggiuntiva della possibilità di ottenere il rilascio di certificazioni protettive complementari. Anche in Europa si è così affermato il principio liberista del vietato vietare, inteso tuttavia in senso diverso da quello dei manifestanti durante il maggio francese; qui si tratta vietare qualunque provvedimento legislativo capace di colpire, o anche solo ledere, e a maggior ragione di vietare, l’accumulazione di profitto utilizzando l’esclusiva. Si tratta ormai di un protezionismo liberistico, ossimoro forse, ma certamente redditizio. La durata dei brevetti si va estendendo temporalmente. L’Italia è passata dal divieto alla durata massima assoluta. Mentre in Europa si cumulano 15 anni di brevetto sanitario più 5 anni di certificazione complementare, in Italia si era arrivati a 38 anni complessivi di esclusiva (20 anni secondo l’art. 27 del TRIPS e 18 di integrazione). Essendoci contrasto con il regolamento europeo fu approvato un decreto, il 63 del 2002, che prevedeva adeguamento graduale al limite ventennale con abbattimento della differenza pari a 2 anni per anno; ma in sede di conversione la solita manina lobbistica ridusse il biennio a sei mesi, silenziosamente e nonostante la protesta del Garante per il danno alla salute connesso.
La vera e propria guerra dei vaccini esplosa durante la pandemia ha messo in luce la differenza fra la legislazione 1855-1978 e quella oggi in vigore.
Negli anni sessanta fu introdotta la vaccinazione obbligatoria di massa contro la poliomielite; l’alternativa era fra il rimedio elaborato da Albert Bruce Sabin (1906-1993) e quello di Jonas Edward Salk (1914-1995). Negli anni della guerra fredda gli americani preferirono Salk a Sabin, perché il secondo era nato in Polonia e il primo in America. I due non si amavano molto, polemizzavano in modo vivace. Salk usava virus morto, Sabin virus vivo attenuato. Visto che gli USA utilizzavano Salk l’URSS scelse subito Sabin. Per fortuna (e nonostante il grave incidente di Cutter nella fase sperimentale del Salk) funzionarono entrambi; in Italia la vecchia DC preferì lo zuccherino di Sabin alla puntura di Salk, nel 1963, con una scelta diversa da quella americana (oggi non sarebbe consentito, il dissenso è sempre meno tollerato, l’America ha sempre ragione!).
Quel che mi preme tuttavia sottolineare è che entrambi i virologi, Salk e Sabin, rinunziarono espressamente al brevetto. Certo esisteva il problema tecnico del Patent Act (1952) e della sentenza emessa dalla Corte Suprema (vincolante) che non consentiva di brevettare i prodotti della natura. C’era una grande differenza fra scoperta e invenzione; e in materia sanitaria individuare i criteri di separazione fra le due ipotesi di catalogazione non è semplice. E tuttavia i due medici rinunziarono entrambi. La ricerca di Salk, diretta dall’Università di Pittsburgh, coinvolse 20.000 medici e ufficiali sanitari, 64.000 impiegati scolastici, 220.000 volontari. Salk, alla domanda del giornalista che chiedeva chiarimenti sul brevetto, consapevole dello sforzo collettivo, rispose candidamente: non c’è brevetto, non si può brevettare il sole! E Sabin, a sua volta, ricordando Amy e Debora, le nipotine morte nei campi tedeschi di sterminio, disse che regalava il suo lavoro ai bambini di tutto il mondo, gli bastava lo stipendio di professore universitario. La poliomelite, proprio per la mancanza di brevetti e in ragione della libera produzione di vaccini, fu sconfitta al di qua e al di là della cortina di ferro, senza guerra pur se in piena guerra fredda.
Durante la pandemia le cose sono andate diversamente. A differenza di quanto fecero Salk e Sabin le Big Pharma del XXI secolo si sono guardate bene dal rinunciare ai diritti, mettendo subito le zampe sui soldi pubblici. Come noto Pfizer e Moderna hanno incamerato oltre otto miliardi di finanziamento pubblico, senza cedere un solo centimetro quanto all’esclusiva e ai diritti connessi all’uso del prodotto. Poi si sono adoperate in ogni modo per escludere la possibile concorrenza dei cubani (che non richiedono alcun brevetto), dei cinesi e dei russi. Gli stati nazionali legati all’alleanza occidentale si sono anzi adoperati in ogni maniera per proteggere l’esclusiva di Moderna, Astrazeneca e Pfizer, magari intervenendo con la comunicazione in favore dell’una o dell’altra, secondo regole o di convenienza politica o, peggio, di tradizionale corruzione. La gratuità della somministrazione non deve trarre in inganno; ogni dose inoculata non un costo direttamente addebitato al singolo cittadino obbligato a riceverla, ma rimane pur sempre a carico della parte pubblica, incide sul bilancio e sottrae risorse al welfare complessivo sottoposto ad attacco erosivo per assegnarle alla quota di profitto. L’accordo fra Unione Europea e Big Pharma contiene una clausola di segretezza (chiamata per pudore riservatezza) quanto ai costi; ma una fuga di notizie ha consentito di acquisire il dato relativo a Pfizer con una certa attendibilità. Dovrebbe essere pari a 15,50 $ per singola somministrazione. L’elaborazione del costo di produzione conduce ad una forbice assai divaricata, compresa comunque fra 1,79 e 4,21 $ per dose, ma presumibilmente non supera mai i 2,85 $, secondo i tempi e secondo le zone.
La pandemia si è rivelata dunque, a posteriori, un affare davvero colossale, grazie ai diritti di esclusiva, al controllo governativo, alle clausole di riservatezza; il costo dei cosiddetti richiami, secretato, è comunque ancora più alto, ovunque. Ovviamente la vaccinazione nei paesi più poveri rende meno e infatti procede a rilento; altri paesi, come Cina, Russia e Cuba, dopo aver elaborato un prodotto proprio, sono stati oggetto di attacco mediatico e additati quali nemici della democrazia. L’Uganda è il paese cui è stato applicato il prezzo minore per il vaccino approvato in occidente, ma si tratta pur sempre di 6,75 $ a dose, e ogni dose costa più di quanto lo stato spenda pro capite in un anno per la salute dei propri cittadini. Anche in Uganda il brevetto consente profitti straordinari, pur se la percentuale di inoculati rimane bassa. In Unione Europea si è calcolato che solo al luglio 2021 il profitto sia stato superiore a 31 miliardi.
Sara Albani di Oxfarm Italia e Rossella Miccio di Emergency hanno il merito di aver fornito i dati relativi alle operazioni economiche legate ai vaccini, individuando anche alcuni criteri che consento la tracciabilità delle imposte pagate da Pfizer e da Moderna. Importante è stato, sotto questo profilo, il contributo della ONG olandese SOMO.
Pfizer ha sede a New York, ma ha trovato la maniera (tollerata) di pagare le tasse nel paradiso fiscale americano del Delaware, quando non in Olanda; in passato venne bloccata una fusione societaria perché ritenuta strumento elusivo. BionTech è partner di Pfizer; il portale olandese Follow the Money ha segnalato il sistema di Holding che conduce i profitti europei di Pfizer verso Irlanda, Lussemburgo, Delaware.
Quanto a Moderna, società del Massachusset, ha aperto nel giugno 2020 una sussidiaria svizzera, Moderna Switerland GMBH, che riceve i pagamenti del vaccino destinato all’Unione Europea; paga le imposte o in territorio elvetico oppure nel solito Delaware. Il risultato è che Moderna ha pagato 322 milioni di imposta a fronte di un utile di circa 4,3 miliardi, ovvero il 7% del totale. Quando riceve lo stipendio un operaio italiano si vede trattenere alla fonte un minimo del 23%, paga in percentuale oltre il triplo di Moderna!
Lo stato italiano organizza il meccanismo di vaccinazione gratuito, ne sostiene i costi, versa alle tre Big Pharma un corrispettivo secretato dalla riservatezza che si colloca fra cinque e dieci volte l’onere di produzione, consente che i ricavi collocati nel territorio italiano non conducano ad alcun prelievo d’imposta, si traducano in una evasione, qui totale, all’estero evitata grazie ad una imposizione ridottissima. Ancora una volta il brevetto e l’esclusiva si rivelano strumento di rapina.
Il sistema instaurato dopo il 1978, attualmente in vigore, non limita i suoi effetti al solo vaccino in tempo di pandemia; è alla base della privatizzazione selvaggia del settore sanitario, incide sulla prevenzione e sulla cura. La terapia legata al settore oncologico, la diagnostica, la somministrazione di farmaci, i macchinari ospedalieri, sono ormai conquistati completamente dal vincolo di esclusiva. Lo stato non brevetta nulla, lascia la ricerca nelle mani di chi la usa come imprenditore privato. Il comune della conoscenza legata alla ricerca universitaria viene sistematicamente espropriato gratis dall’industria sanitaria. Qui in Italia esiste un gigantesco agglomerato medico-sanitario in territorio modenese, nella zona di Mirandola; è in continua espansione, in mani private e in costante relazione con il pubblico. Qui si annida la creazione di valore, la costruzione di profitto.
Oggi abbiamo un terreno scoperto nell’assistenza sanitaria. Tramontato il vecchio medico condotto, che doveva risiedere sul posto in cui abitavano gli assistiti ed era di necessità tuttologo, esiste ora il medico di famiglia, un soggetto travolto da operazioni burocratiche senza fine, non più residente ma con orario d’ufficio. Poi abbiamo le città-ospedale, moderne e gigantesche. In mezzo, fra il medico di famiglia e le città ospedaliere, non c’è nulla. E qui sta il problema. Non si tratta di abbattere le megastrutture, sarebbe una forma moderna e sanitaria di luddismo, sono ormai necessarie, sono utili. Ma vanno riconquistate, ricondotte all’assistenza effettiva. E per poterlo fare bisogna riempire il vuoto terribile fra i due estremi del segmento, de-privatizzare la sanità, riacciuffare il controllo del costo.
Dopo tanta devastazione non credo sia possibile farlo, senza che un simile obiettivo diventi programma politico ribelle. Proprio perché il profitto nel settore è enorme le imprese resisteranno con violenza inaudita, disposte a tutto. A corrompere, a comunicare contro, a colpire in ogni modo. Quando Sudafrica e India hanno chiesto una deroga all’esclusiva per poter vaccinare la popolazione la risposta delle Big Pharma è stata negativa e netta, hanno scatenato i loro lobbisti, arruolato ministri e parlamentari. Il governo Draghi, sempre in prima fila quando si tratta di tutelare il profitto, non ha avuto dubbi nel rispondere di no. Meglio un indiano o un sudafricano morto che un dollaro in meno a Pfizer. Questa è l’attuale situazione dei rapporti di forza. Per questo solo una rivoluzione di massa (non una reazione emotiva, sconsideratamente violenta) potrà consentire la necessaria introduzione del divieto di brevettare i medicamenti di qualsiasi genere e i processi per la loro produzione. La norma fu introdotta durante il processo rivoluzionario dell’indipendenza italiana; potrà essere ripristinata solo a furor di popolo.

Far East Film Festival 24

È stato presentato al Visionario di Udine e in diretta streaming il Far East Film Festival 24.
il festival si svolgerà a Udine dal 22 al 30 aprile.
Se negli ultimi due anni Far East Film è stato costretto a reinventarsi, questi ultimi mesi hanno generato un’accelerazione improvvisa: un’onda di nuova energia, una frenesia vitale da cui ha preso forma la ventiquattresima edizione. C’era, infatti, il ragionevole timore che i film da selezionare fossero pochi (molte lavorazioni sono state interrotte, set smantellati, date di uscita slittate per mesi) è stato spazzato via dalle tantissime richieste pervenute al Far East Film Festival: i produttori e i distributori asiatici hanno riconosciuto Udine come fondamentale trampolino di lancio in Occidente.

Il Far East Film Festival 24 sarà, ancora una volta, una celebrazione collettiva del cinema asiatico, della sua industria e dei suoi autori. Una celebrazione che si svolgerà in sala – perché il cinema è cinema quando raggiunge il grande schermo – ma che potrà contare anche sullo streaming, eredità felice di un lungo periodo complicato: la sezione online diventa una sezione stabile del Festival. 
Il Teatro Nuovo con i suoi 1200 posti riprenderà il suo ruolo di quartier generale e verrà affiancato dal Visionario, avamposto delle sezioni speciali e delle retrospettive.

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La guerra dei vaccini: brevetti, sanità, cura

Seminario a cura di Effimera
Tenutosi il 26 marzo 2022
Presso la Casa della cultura di Milano

Parte I – Vaccini, cure farmacologiche e bene comune

Interventi di: V. Agnoletto, L. Demontis, N. Dentico, M. Florio, G. Giovannelli

Durata 3:00:20

 

Parte II – La guerra dei vaccini: brevetti, sanità, cura

Interventi di: R. D’Ambrosio, R. Faure, A. Fiorencis, A. Trombetta

Durata 2:41:07

DIETRO LE QUINTE DI PALAZZO RASPONI