Dimenticare Draghi | Un’altra “Agenda”, un’altra onda

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di Effimera


A cavallo di quest’onda, sballottato da sponda a sponda
Inseguendo un’altra volta la grande onda che ritorna

(La grande onda, Piotta )

Il governo Draghi è arrivato al capolinea e il 25 settembre si andrà a votare. Quasi tutti si disperano, dai grandi giornali (in primis Corriere e Repubblica) alle varie componenti della cosiddetta società civile. I più disperati sembrano essere i dirigenti del Partito Democratico, insieme alle loro costole che affollano il centro politico delle due Camere; ma li affiancano nel pianto dirotto gli scissionisti a 5 stelle, gli orfani di Berlusconi, la pattuglia che funge da complemento nella sinistra parlamentare. Il motivo di tanta disperazione per la caduta di Draghi è sempre lo stesso: la conclusione anticipata della legislatura non consente (a loro dire anzi ostacola e impedisce) di realizzare gli obiettivi emergenziali che il governo di unità nazionale si era proposto già all’inizio dell’investitura, e tra questi la cd. “agenda sociale”.

La stessa Cgil, che pure rivendica di essere il paladino più radicale dell’interesse dei lavoratori, in una nota stampa dello scorso 15 luglio, auspicava la necessità che si mantenesse “un governo in grado di dare risposte nel pieno delle sue funzioni” e ricordava il proficuo incontro tra le organizzazioni sindacali e il presidente del Consiglio Draghi del 12 luglio per individuare “interventi strutturali” per far fronte alla “crisi energetica, per il superamento della precarietà, per strumenti fiscali idonei a tutelare i salari e le pensioni dall’aumento dell’inflazione (leggasi: riduzione del cuneo fiscale, ndr), per un salario minimo e per una nuova legge che risolva finalmente il problema della rappresentanza”. L’azione sindacale iniziava, e al tempo stesso si concludeva, con una richiesta generica di ammissione al tavolo delle trattative, ferma l’esclusione dei sindacati di base, senza accenni alla posizione della CISL, apertamente e incondizionatamente schierata con l’esecutivo.

Non può non insospettire tanta preoccupazione per le condizioni dei ceti popolari, per il segmento crescente di povertà e per il precariato da parte di forze politiche sempre pronte a recidere i diritti di chi lavora. Quando si parla di “agenda sociale”, a che cosa si fa effettivamente riferimento? Il governo di unità nazionale, in questi 18 mesi, ha eroso le già prudentissime norme del decreto dignità, introdotto ostacoli all’erogazione del reddito di cittadinanza, ripristinato durante la pandemia la liberalizzazione dei contratti precari sottopagati. Ma non c’è stato un solo intervento legislativo – uno! – volto a rimuovere (o almeno cominciare a rimuovere) la discriminazione salariale in danno delle lavoratrici o capace di incidere sulle sacche di povertà assoluta o magari espressamente punitivo, con adeguate sanzioni, di chi usa il sottosalario sfruttando i bisogni esistenziali del precariato. Niente! Per lo più si è trattato di una politica di annunci a cui sono seguiti pochi fatti e questi fatti hanno spesso peggiorato, e non migliorato, le condizioni dei più deboli.

È oramai da più di un anno che il Ministro Orlando ha promesso il varo di una vera e strutturale riforma strutturale degli ammortizzatori sociali (luglio 2021), riconoscendo anzi che la misura era presupposto indispensabile per la ripresa. Quella che doveva essere una delle riforme essenziali per far fronte alla crisi si è poi tramutata nel varo di alcune misure particolari all’interno della legge di bilancio per il 2022, entrate in vigore lo scorso 3 gennaio. La cassa integrazione prevede ora un massimale unico, pari 1129,72 euro lordi mensili. Il sito del governo afferma che ci sarà un aumento di 200,00 euro mensili per i lavoratori che percepiscono meno di 2.159,48 euro. Non è proprio così, peraltro; il ritocco ha applicazione per fascia retributiva (200 euro lordi, pari a 154 netti, come tetto massimo), riguarda essenzialmente la fascia bassa, e per il tempo parziale va poi riproporzionato, senza tener conto dell’orario di fatto, ma conteggiando sulla base di quello formale senza prestazioni supplementari o straordinarie. Inoltre il massimale unico comporta un danno per chi invece percepisce di più di duemila euro lordi mensili, con una redistribuzione fra chi ne usufruisce di fatto. Oltre al nuovo massimale unico la riforma Orlando introduce un ampliamento a vantaggio degli addetti delle imprese in difficoltà per il caro-energia e l’ampliamento dell’ambito di applicazione del FIS, il Fondo di Integrazione Salariale. La misura sarà estesa a tutti i datori di lavoro appartenenti a settori e tipologie non rientranti nell’ambito di applicazione della Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria e che non aderiscono a un Fondo di solidarietà bilaterale. La riforma prevede pure l’estensione del contratto di espansione alle imprese di minore dimensione, con proroga al 2023 e ampliamento del campo di applicazione anche alle imprese con almeno 50 addetti.

Di fatto le misure adottate finanziano le imprese, esonerandole dal versamento della retribuzione (a carico di INPS) e riducendo il costo dei contributi a loro carico; il beneficio dei lavoratori, che comunque vedono diminuire le entrate, è solo marginale, di contenimento del danno subito.  Nulla è stato fatto, nonostante dichiarazioni di segno opposto, per avviare una serie ristrutturazione degli stessi ammortizzatori sociali verso una loro semplificazione e armonizzazione, facendo passare il principio universalistico che deve essere tutelata la persona in quanto tale e non la sua condizione lavorativa. Si tratta di un principio, quest’ultimo, di carattere politico che inevitabilmente apre la strada verso un reddito minimo incondizionato quale unico strumento di sicurezza sociale. Per questo, l’agenda sociale di Draghi si fonda su presupposti completamente diversi, di stampo essenzialmente tradizional-liberista: indifferenza per l’allargamento della forbice fra ricchi e poveri, risorse destinate per la più larga parte alle imprese.

E infatti, anche con l’ultimo Decreto Aiuti che ha determinato la caduta dell’esecutivo, si è provveduto a irrigidire ulteriormente le condizionalità di accesso al reddito di cittadinanza, consentendo la chiamata nominativa dei percettori direttamente dai datori di lavoro (senza dover passare dai Centri per l’Impiego), con la conseguente abolizione del sussidio in caso di rifiuto non giustificato. Poiché la chiamata del datore non è sottoposta a regole inderogabili, ma si presenta in buona sostanza come una proposta unilaterale non trattabile, il destinatario si trova di fronte ad un vero e proprio ricatto: o accettare o perdere il beneficio.

Il Decreto Aiuti ha evitato di toccare il delicato crocevia di un trattamento retributivo non derogabile in basso e questo ha acuito il livello di scontro interno all’area governativa. Sul tema del salario minimo sono stati versati fiumi di inchiostro, soprattutto dopo la delibera europea che chiede la sua introduzione (pur se non la impone). Il Ministro Orlando ha promesso, con estrema prudenza e con una certa ipocrisia, un intervento al riguardo, ma dopo consultazioni con le parti sociali (esclusi naturalmente i sindacati di base). Ricordiamo che Cisl e padronato sono contrari all’idea di un salario minimo legale che prescinda dalle condizioni lavorative; la stessa CGIL nicchia temendo di essere superata nella capacità contrattuale dalla legge di tutela. Non dimentichiamo che una recente sentenza della Corte d’Appello di Milano ha ritenuto non congruo il minimo salariale di un contratto nazionale di settore sottoscritto da CGIL, CISL e UIL perché inferiore al minimo vitale garantito dall’art. 36 della Costituzione! Non sorprende quindi che la proposta governativa Orlando, appoggiata in pieno dalle associazioni datoriali, vada proprio in questa direzione, legando sul campo il salario minimo ai minimi tabellari dei contratti settoriali di riferimento, variabili e contrassegnati da rapporti di forza diversi.  Orlando, fra le altre cose, finge di non sapere che in Italia l’assenza di leggi attuative degli articoli 39 e 40 della Costituzione conferisce carattere privatistico alla scelta di un settore piuttosto che di un altro e soprattutto impedisce di estendere erga omnes la contrattazione collettiva. La Corte Costituzionale, con la sentenza 19.12.1962 n. 106 cancellò la c.d. legge Vigorelli che aveva concesso efficacia generale ai trattamenti dei CCNL di settore. E non indica limiti minimi di trattamento economico nella stesura dei contratti di categoria. Più che un miglioramento sembrerebbe, quello di Orlando, il tentativo, contro i lavoratori, di vanificare la portata dell’art. 36 della nostra Carta. Anche in questo caso, si vuole imporre una logica selettiva e non universalistica: la stessa degli  ammortizzatori sociali. Nell’attuale crisi della contrattazione collettiva e nella fase di perdurante perdita di potere d’acquisto, sino a far emergere una vera e propria questione salariale, solo l’instaurazione di un salario minimo legale per tutte e tutti, a prescindere dal tipo di prestazione effettuata, ad un livello minimo di euro 12 euro lordi, può creare quel pavimento che possa interrompere il dumping salariale verso il basso, conseguenza della precarietà dilagante e oggi fuori controllo e prima causa della crisi della contrattazione collettiva. Non sarà d’accordo il Giudice penale di Piacenza che qualifica come estorsione la lotta sindacale per ottenere trattamenti più favorevoli di quelli minimi nazionali; ma è invece prassi diffusa e ragionevole quella di fissare un limite minimo retributivo, lasciando al conflitto sociale trattamenti superiori. L’ordinanza del Giudice di Piacenza, in accoglimento delle istanze della Procura, è quella che ha disposto l’arresto di numerosi attivisti sindacali di USB e di SI COBAS nei giorni della crisi di governo e della discussione sul salario minimo.

Anche sul tema della rappresentanza sindacale e della contrattazione collettiva si sono spese molte parole, ma senza nessun fatto. È diventato usuale in Italia, unico paese in Europa, rinnovare i contratti collettivi con un ritardo medio di tre anni. Al punto, che la ragione principale dei pochi scioperi che vengono indetti non riguarda il merito del rinnovo ma la richiesta di avviare le trattative. Si tratta di una politica contrattuale scientemente utilizzata dal padronato per risparmiare ulteriormente sul costo del lavoro. Infatti, quando il contratto viene rinnovato, la “vacatio” contrattuale viene risarcita con somme miserevoli, di gran lunga inferiori a quelle che sarebbero spettate ai lavoratori e alle lavoratrici se il contratto fosse stanno rinnovato nei tempi previsti.

Nel frattempo, l’”agenda sociale” di Draghi si materializza concretamente nel DDL sulla concorrenza, la cui logica si fonda esclusivamente sulla filosofia del New Public Management (NPM). Esso detta nuove regole di gestione del settore pubblico, sull’esempio delle pubbliche amministrazioni anglo-sassoni, dove si è diffuso il sistema di workfare, integrando le gestioni tradizionali di un ente pubblico con una metodologia più orientata al risultato economico (o al limite ad annullare le possibili perdite). La finalità è decretare la scomparsa della sfera pubblica senza che scompaia del tutto la proprietà pubblica, immergendola nelle leggi del mercato, non più improntata al buon andamento della società, in funzione delle esigenze della collettività. È il trionfo dell’individualismo anche nella sfera pubblica. La sanità, così come il sistema d’istruzione e la pubblica amministrazione, vengono amministrate in base a criteri che non contemplano la qualità dei servizi, dal momento che per il NPM la qualità non è altro che una proprietà derivata dalla quantità – e della quantità contano solo gli aspetti economici, che vengono valutati attraverso il benchmarking: invece di fissare gli obiettivi di un’istituzione in base ai suoi scopi (tipo curare i malati per la sanità, istruire per la scuola), si stabilisce uno standard astratto – il benchmark – che dovrebbe consentire di mettere a confronto diverse istituzioni.

Se si deve favorire la logica del mercato, ovvero le sue gerarchie, l’azione governativa si fa sentire. Se si deve intervenire sul tema della sicurezza sociale, alle parole non seguono fatti. Anzi. L’incertezza normativa e l’insicurezza sociale marciano insieme e diventano parte integrante del programma, ovvero dell’agenda sociale, di un esecutivo che non accetta più neppure l’ingerenza o la critica parlamentare. Maggiore ascolto viene dato, eventualmente, alla pressione lobbistica, o perfino all’arroganza criminale (la cronaca giudiziaria di queste ore narra di un compenso fisso, rilevato dall’inquirente milanese dottoressa Cerreti, versato alla ndrangheta per velocizzare le pratiche amministrative!).

È il caso, ad esempio, che abbiamo già ricordato su Effimera del venir meno della responsabilità in solido per le grandi imprese committenti nella logistica (Tnt, Amazon, Leroy Merlin, ecc.) quando le imprese subappaltanti non pagano adeguatamente i propri dipendenti. Un duro colpo per le condizioni di lavoro in un comparto già caratterizzato da ampi livelli di sfruttamento e di non rispetto delle regole. Altro che salario minimo: l’agenda Draghi tende a costruire la riduzione di quello reale!

Ma tutto ciò non basta. L’esperienza del governo di unità nazionale, dell’agenda Draghi, è quella di varare un modello di governo tirannico e liberista insieme; e sia destra sia sinistra sono pronte a raccogliere i frutti della velenosa semina in questo ultimo scorcio di legislatura. Si aggiunge, mentre cade l’esecutivo e si annunciano le nuove elezioni, un nuovo capitolo, pesantemente repressivo, come testimoniano le inquietanti accuse formulate contro alcuni sindacalisti di base nel polo logistico di Piacenza. La dottoressa Sonia Caravelli, Giudice per le Indagini Preliminari presso il locale Tribunale, ritiene assolutamente normale l’uso di intercettazioni telefoniche fin dal 2016 (per oltre sei anni!) nei confronti di attivisti sindacali; la contestazione di un reato quale associazione per delinquere viene ricondotto ai tipici delitti con cui il codice Rocco colpiva lo sciopero: violenza privata, danneggiamento, resistenza a pubblico ufficiale, minaccia, blocco stradale, violazione del domicilio. L’ordinanza della dottoressa Caravelli che dispone l’arresto di una pattuglia di sindacalisti sotto inchiesta da oltre sei anni è a modo suo un capolavoro tecnico giuridico che ci riporta indietro negli anni; andrebbe letta nelle scuole, recitata a teatro, diffusa nei centri sociali, inserita in video con una platea di quei lavoratori immigrati che sono il bersaglio del Tribunale e che costituiscono la base del profitto ingiusto acquisito dalle multinazionali mediante inaccettabile sfruttamento della manodopera. Questa è l’agenda Draghi: una tenaglia di emendamenti inseriti da abili manine e di ordinanze decise a reprimere il dissenso ribelle nella logistica.

Si legge nell’ordinanza dei giudici: Le lotte della logistica sono finalizzate a ‘estorcere’ alle società condizioni di miglior favore per i lavoratori, che ovviamente prevedono un aumento dei costi per le aziende. Il Tribunale si erge a sociologo, a storico, a censore sociale, e non esita a sostenere che i due sindacati di base si erano trasformati, di fatto, da lecite strutture in associazioni per delinquere, poiché i loro dirigenti creavano ad arte od alimentavano situazioni di conflitto con la parte datoriale […] avviando attività di picchettaggio illegale all’esterno degli stabilimenti interessati, impedendo ai mezzi di entrare e uscire, anche occasionando scontri con le forze dell’ordine, occupando la sede stradale anche con oggetti oltre che con la persona dei lavoratori istigati allo scopo, ponendo in essere continue azioni di sabotaggio” (pag. 2). Per la verità il sabotaggio (articolo 508 del codice penale) disciplina casi un po’ diversi, non è il picchetto e neppure il blocco dell’ingresso, riguarda l’occupazione e l’invasione dello stabilimento, appropriandosi di macchinari e scorte; per giunta le aziende debbono essere agricole o industriali, non logistiche o di trasporto. Ma sono dettagli per la nostra giudicante.

Ricordiamo tutti che a Piacenza e a Biandrate (Novara), due lavoratori sono morti, travolti dagli autisti dei mezzi pesanti determinati a superare qualsiasi ostacolo; poco possono i corpi umani disarmati contro un bilico o un camion. Eppure, l’autista è stato prosciolto a Piacenza, da tutte le imputazioni, neppure tenuto a risarcire la vittima. Nel secondo e più recente caso, in Piemonte, il procedimento langue. Gli unici colpevoli sembrano al momento essere i compagni dei defunti.

Contro le medesime organizzazioni sindacali (Si Cobas e Usb) agisce invece la potente Assologistica; assistita dal prestigioso studio del giuslavorista Pietro Ichino ha chiesto i danni e l’udienza sarà chiamata presso la Sezione Lavoro del Tribunale di Milano, nel prossimo mese di settembre. La premessa di Assologistica, anche in sede civile, è la medesima: le forme di lotta nel settore logistico sono illecite, illegali e penalmente rilevanti. L’azione per danni ha lo scopo preciso di dissuadere, di creare difficoltà al sindacato di base, di piegarlo anche sul piano economico oltre che sul piano politico. Una manovra a tenaglia, che rientra pienamente nella filosofia del diritto che caratterizza i governi di unità nazionale.

Poiché questa è l’agenda sociale di Draghi, non ci strappiamo di certo i capelli per la sua caduta. Per “agenda  sociale”, noi intendiamo invece l’introduzione di un salario minimo orario a prescindere dalla condizione contrattuale, sanzioni ed esclusione dalle gare (pubbliche e private) per chi non lo applica, l’introduzione di una penale pagata delle imprese a favore dei lavoratori e del loro salario per ogni mese di ritardo del rinnovo contrattuale o nel pagamento, l’estensione del reddito di cittadinanza in forme sempre più incondizionate a favore di una armonizzazione degli ammortizzatori sociali che non sia legato allo status e condizione professionale, in senso universalistico, una riforma fiscale progressiva che contempli anche una tassazione dei grandi patrimoni e una web tax sui profitti delle grandi piattaforme della logistica e non solo. Nell’agenda sociale di Draghi fa capolino nuovamente il nucleare e neppure viene esclusa la privatizzazione dell’acqua, contro l’esito di ben tre referendum e contro la volontà popolare; nell’agenda sociale di chi a Draghi si oppone deve invece risaltare il NO netto e chiaro ad entrambe le restaurazioni, costringendo ogni forza politica alla chiarezza, per evitare l’ennesima frode.

Vogliamo anche ricordare che, nei profondi recessi della crisi infinita – che ha raggiunto l’apice con la spesa pubblica dirottata dai tanti bisogni sociali scoperchiati dalla pandemia verso gli armamenti e la guerra – la stagnazione e l’immobilità sociale hanno avuto ripercussioni particolarmente dure per le donne, la cui subalternità sul piano economico e decisionale viene svelata dalle statistiche sull’occupazione, sui salari, sulla assenza nei luoghi del potere. L’assenza di servizi sociali adeguati è ciò che ancora oggi, in Italia, vincola le scelte, i desideri, le libertà femminili. Cosicché delle donne italiane, nell’anno 2022, resta esclusivamente una malinconica e ingiusta rappresentazione in termini di marginalizzazione e inferiorizzazione. Che cosa dovrebbero rimpiangere, le donne di questo paese, di Mario Draghi e della sua azione politica?

Lo stesso ragionamento potrebbe essere condotto dalle generazioni più giovani, condannate alla più cruda povertà da una precarietà che si estende nelle maglie della vita: il lavoro ha perso ogni valore, economico, sociale, addirittura culturale mentre il capitale viene protetto e celebrato dalla politica. Lo diciamo da convinti non lavoristi: la precarizzazione estrema, e il dumping sociale che oggi caratterizzano e segnano l’attuale dinamica del mercato del lavoro, enfatizzata dal succedersi delle crisi dal 2008 fino ai precipizi odierni, ha svilito il significato della parola lavoro. Aumentano i casi di giusto e legittimo rifiuto di condizioni di lavoro, sottopagate e degradate. Tuttavia, il fenomeno rischia di assumere tendenze nichiliste se non accompagnato da strumenti di politica e sicurezza sociale che permettano lo sviluppo di processi di autodeterminazione della persona.

Riteniamo che siano questi i temi e le proposte che devono stare al centro dell’”agenda sociale”, così intesa, nell’imminente campagna elettorale che, al solito, sarà caratterizzata da promesse vane e da menzogne. Sperando dunque in una nuova grande onda che li faccia traballare e preoccupare: il nostro sguardo è rivolto là.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 28 luglio 2022

Palermo 30 anni dopo

ESTERNO NOTTE di Marco Bellocchio. Riflessioni

di Gianni Giovannelli

Tutta la molteplicità del mondo,
la sua illusionistica corposità,
è un intreccio di enigmi.
Ma l’enigma si formula
contraddittoriamente.
Ogni coppia di contrari
è un enigma,
il cui scioglimento è l’unità.

Giorgio Colli
(La nascita della filosofia)
Milano, Adelphi

Sei episodi divisi in due parti, circa cinque ore complessive, pochissimo pubblico in sala in entrambe le proiezioni da me scelte, per due volte nel primo pomeriggio festivo, senza mai annoiarmi, attento e coinvolto. Non so se sia stato così per il debito emotivo che mi lega a questo ultraottantenne giovanissimo regista, fin da quando, ragazzo, ero rimasto affascinato dalla rabbiosa intelligenza dei suoi pugni in tasca (1965); forse anche, ma di certo non solo.

Il fatto
Il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro hanno segnato profondamente un tempo, e contribuito a modificare il rapporto di forza fra operai e capitale, a preparare la transizione autoritaria; la vicenda complessiva si caratterizza per essere, contestualmente, un intreccio di enigmi e un fatto storico, nella sua materiale – ma a ben vedere solo apparente – semplicità. Le lunghe polemiche, mai sopite in 44 anni, ruotano intorno a due quesiti, posti dai contendenti in contraddizione fra loro: se le BR debbano ritenersi o meno un’organizzazione davvero genuina (qualunque sia il significato di un simile aggettivo) e se ci si trovi o meno di fronte ad un complotto di natura politico-militare. Un falso sillogismo mai rilevato come tale: l’adesione alle Brigate Rosse di 2 o 3 mila veterocomunisti non esclude affatto, almeno sul piano logico astratto, l’intervento autonomo di un apparato statale capace di cogliere l’occasione per propri fini. Eppure il falso sillogismo ha fino ad oggi dominato ogni discussione sul caso Moro.

Il film
Marco Bellocchio ci costringe ora a cambiare prospettiva, muove da un angolo di visuale diverso, inusuale, spiazzante. L’azione armata è solo un frammento della vicenda, il punto di partenza, il fatto che costituisce presupposto necessario degli eventi successivi. Ma solo l’esame dell’intero affaire Moro (per usare l’efficace titolo del volume di Leonardo Sciascia) consente di sciogliere l’intreccio degli enigmi, portandoli a unità. Con l’intuito e la formidabile potenza dell’opera d’arte il regista pone al centro della scena non gli autori materiali del sequestro ma l’apparato di potere: ministri, poliziotti, preti, agenti segreti, psichiatri, faccendieri, militari, massoni della P2. I colloqui fra l’agente americano Pieczenik, inviato sotto copertura a Roma per seguire gli sviluppi del sequestro, e il ministro Cossiga, in una meravigliosa terrazza romana, rendono l’atmosfera di quelle giornate. I due costruiscono una doppia strategia, con Moro vivo e con Moro morto, giusto per non lasciare nulla al caso; ma entrambi hanno ben chiaro che il destino del prigioniero è segnato in modo irreversibile. Paolo VI, amico di vecchia data dello statista democristiano, decide, con molte dubbiose perplessità, di chiedere il rilascio utilizzando lo sterco del diavolo; in poche ore raccoglie banconote pulite per oltre dieci miliardi, una somma mai pagata da nessuno in precedenza, accatastata su un tavolo nelle stanze del Vaticano, pronta per essere versata alle Brigate Rosse. Ma i vertici delle Forze Armate remano contro, i comunisti rilanciano la strategia della fermezza, Andreotti tesse abilmente il reticolo di un rifiuto. Ogni spiraglio di trattativa viene, dentro il palazzo del potere, immediatamente richiuso senza lasciare al sequestrato alcuna possibilità di scampo: con diverso scopo e con diverse finalità i più lo volevano ammazzato, con poche eccezioni dentro una minoranza ormai rassegnata all’inevitabile epilogo. Anche il Pontefice finisce con il rassegnarsi e rinunzia al sogno di pagare un riscatto; la famiglia Moro comprende di poter solo attendere la fine, decisa e sostanzialmente pianificata: una condanna a morte ratificata dalle istituzioni.

Protagonisti e comparse
I militanti delle Brigate Rosse appaiono comprimari quasi irrilevanti, espropriati del loro destino. In una piazza della capitale si svolge l’animata discussione fra due colombe (Morucci e Faranda) favorevoli alla liberazione e due falchi (Moretti e Braghetti) decisi ad uccidere. E mentre si svolge questo surreale alterco i quattro subiscono, senza versare nulla, impassibili, la pressante richiesta di monete da parte di un tossico che voleva raggranellare il necessario per la sua dose; come se non bastasse, poco dopo, una donna viene scippata da due ladri in moto che le rubano la borsa, grida, senza sapere di chiedere, inutilmente, aiuto alla direzione strategica del partito armato! Le immagini sono qui più forti di qualsiasi ricostruzione storica o critica: quella dei quattro brigatisti è una pazzia amletica in cui affiora un metodo, ma al tempo stesso rimane indifferente rispetto alla realtà della popolazione metropolitana, sganciata da rapporti sociali veri. Comunque lo ritengo un passaggio di bellissimo cinema.

L’epilogo
Un doppio funerale costituisce il grottesco epilogo. Una sepoltura strettamente privata, con la presenza dei pochi congiunti nella tomba di famiglia; una cerimonia pubblica con le autorità schierate, disertata dai congiunti, senza la salma, con il trionfo dell’ipocrisia di regime. Le esequie di stato senza il corpo segnano l’atto fondativo delle larghe intese, inizia il percorso di transizione che consentirà, cancellando le conquiste del movimento, di varare l’odierno stato autoritario e di imporre l’ordine nuovo del capitalismo finanziarizzato. Più per intuito artistico che non per ragionamento politico osservava, quasi nell’immediatezza dei fatti, Leonardo Sciascia (1978, Sellerio): ma se lo scopo delle Brigate Rosse è quello di interrompere il processo di attrazione, il movimento di congiunzione che si svolge fra Partito Comunista e Democrazia Cristiana come mai non si accorgono del sortire ad effetto opposto delle loro azioni, cioè che quel processo riceve dalle loro azioni parvenza di necessità e accelerazione? In una lettera dal carcere lo stesso Aldo Moro mostra di avere ben chiaro il quadro della fermezza, del fronte di chi lo vuole morto: il governo è in piedi e questa è la riconoscenza che mi viene tributata. Per un paradosso della storia l’artefice dell’ingresso comunista in maggioranza deve essere ucciso per consentire la riuscita del suo progetto, con la piena adesione del PCI anche alla Nato. Nei sei episodi, mentre si svolge il dramma, la popolazione di Roma vive la propria vita di tutti i giorni, andava maturando la rassegnata indifferenza che ora abbiamo tutti davanti agli occhi; tornano in mente i versi di Trilussa sul venir meno del credere: nun se fida più della campana perché conosce quello che la sona.

Il sugo della vicenda
Bellocchio rimuove dal centro della scena la ragione di mille inutili polemiche su cui si attardano in troppi, ovvero se già in Via Fani il nucleo delle Brigate Rosse abbia potuto contare su un appoggio esterno, o, ancora, se la struttura, politica e militare, dell’organizzazione armata possa considerarsi genuina. Nel film ciò che rileva è il fatto non le modalità tecniche che lo hanno reso possibile, quali che esse siano.
Ci sono state due commissioni d’inchiesta, si sono svolti molti processi e si è stampata una montagna di volumi. Esiste una verità di stato, affidata al memoriale costruito dalla leggendaria suor Teresilla Barillà, firmato dal pentito Morucci con editing del giornalista democristiano Remigio Cavedon, confermato quale versione corrispondente al vero da Moretti. Mancano all’esame i pizzini di polizia, numerosi rapporti degli informatori, le relazioni dei servizi segreti; questo rende difficile allo storico la ricostruzione dettagliata, esauriente, convincente.
Ove con il bizzarro aggettivo genuine si intenda affermare che le Brigate Rosse erano una struttura reale, con qualche migliaio di militanti, in gran parte formatisi durante le lotte di massa, allora non ci sono dubbi che sia così. Ove si intenda invece negare l’uso di infiltrati nel gruppo si va invece contro il buon senso e l’evidenza. D’altro canto dove mai i servizi segreti e l’apparato repressivo avrebbero dovuto piazzare i propri informatori, se non dentro formazioni armate? Alcuni sono noti, altri sono ancora coperti dal silenzio di stato. Ma i nomi noti abbracciano l’intera vita dell’organizzazione: Marco Pisetta risale al periodo 1970/72 (arresti a Milano in Via Delfico e in Via Boiardo), Frate Mitra Girotto agì nel 1974 consentendo la cattura di Curcio e Franceschini (ma non solo), nel 1979 furono le informazioni a segnare la sorte di Morucci e Faranda (troppo lungo sarebbe descrivere il come anche se interessante), e il 4 aprile 1981 cadde in trappola anche Mario Moretti, ingannato da Renato Longo che aveva ricevuto 60 milioni (a rate) dal capo della mobile di Pavia, Ettore Filippi, poi vicesindaco di centrosinistra. L’esistenza reale di una formazione armata non impedisce affatto che possano infilarsi fra i militanti spie di regime; questo avviene anzi sempre, quasi senza eccezioni. E non consente neppure di escludere condizionamenti, azioni di disturbo, abili provocazioni, interferenze in genere. Quel che conta nell’Affaire Moro non è l’azione militare, ma il dopo. E nel dopo il ruolo dei rapitori è stato secondario, la sequenza l’hanno imposta, come veri protagonisti, coloro che stavano a palazzo.

A volte il caso
Non c’è dubbio che, comunque siano andate le cose, l’agguato di Via Fani mostri nella preparazione molte falle. Eppure è riuscito. Che ciò sia dovuto a casuale buona sorte oppure al supporto di due professionisti a bordo di una moto (come ritengono alcuni) poco cambia nel risultato finale: bene ha fatto, io credo, il regista ad attenersi all’accaduto sostanziale, evitando digressioni inquinanti.
La prima guerra mondiale è legata all’attentato che nel 1914 costò la vita all’arciduca Ferdinando e alla moglie Sofia. Un assassinio riuscito nonostante una preparazione assai sgangherata. Dragutin Dimitrievic aveva assoldato e armato una pattuglia di nazionalisti socialisteggianti, che provenivano da due (genuine) strutture armate: Crna Ruka (mano nera) e Narodna Opbrana (difesa del popolo).
Il capo del governo, Nicola Pasic, fu avvisato da un informatore, tale Voijslavtankosi, ma ritenne di non adottare misure particolari in prevenzione; in guerra si schierò contro l’Austria Ungheria. L’attentato ebbe corso.
Per un errore di tiro, al passaggio dell’auto imperiale, fu ferito un attendente, il pilota accelerò portando l’arciduca salvo al municipio. Gavrilo Princip non riuscì ad intervenire come aveva in animo, rinunciò sconfortato al progetto e si diresse verso l’osteria. Ma il diavolo ci mise lo zampino. L’arciduca, dopo aver rimproverato i funzionari del municipio per la cattiva gestione della sicurezza, volle ad ogni costo risalire in macchina per andare a prendere il suo collaboratore ferito. C’era folla, la vettura procedeva lentamente, fermandosi ogni tanto; durante una di queste brevi soste Gavrilo Princip si trovò accanto l’arciduca. E, salito sul predellino, sparò con la sua Browning M 1910 calibro 7,65 uccidendo l’erede al trono insieme alla consorte: il progetto sgangherato di sette sprovveduti, per una serie di accadimenti imprevedibili, ebbe successo, per geometrica potenza del caso! Dopo le confessioni dei congiurati il governo imperiale chiese l’estradizione degli attentatori e il rifiuto serbo aprì la via alla grande guerra, come speravano i gestori del dopo cogliendo al volo una ghiotta occasione.
Paolo Mieli ha scritto: ritengo che in merito all’Affaire Moro si sappia sostanzialmente tutto quel che si deve sapere. Dal suo punto di vista ha ragione. E’ un affidabile funzionario di quello stesso apparato che ha determinato davvero, con lucida consapevolezza e con geometrica potenza, la sorte dell’esponente politico democristiano. Un regista geniale, Marco Bellocchio, ha sciolto l’intreccio di enigmi, con la semplicità dell’arte.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera l’11 luglio 2022

Il sistema razzismo

di Annamaria Rivera

Per definire e analizzare il razzismo è necessario anzitutto sbarazzarsi della categoria di “razza”, da cui pure deriva l’etimologia del termine. Questa categoria, con cui si pretende di descrivere e gerarchizzare i gruppi umani sulla base del biologico, è stata criticata e ormai abbandonata sia dalle scienze sociali, sia da quelle naturali.
I biologi hanno dimostrato, fra l’altro, che la distanza genetica media fra due individui è pressappoco pari a quella che separa due supposte razze. Tuttavia, la dimostrazione dell’infondatezza della “razza” non ha mai interdetto e tuttora non interdice che certe collettività siano percepite, categorizzate, trattate quasi fossero “razze”.
E le “razze” s’inventano. Come insegna la lunga e tragica storia dell’antisemitismo, qualunque gruppo umano può essere razzizzato, indipendentemente dalle sue peculiarità fenotipiche e perfino culturali e sociali. Lo stigma della razza è, infatti, l’esito di un processo sociale di etichettamento: in definitiva, tutte le “razze” sono inventate.
La differenza “di colore” non c’entra niente. Gli italiani emigrati negli Stati Uniti, in Germania, in Svizzera, in Francia ecc. erano considerati individui di razza diversa: disprezzati e trattati più o meno come oggi sono trattate le persone di origine immigrata. A New Orleans nel 1891 furono linciati undici italiani, quasi tutti siciliani, accusati di aver ucciso il capo della polizia urbana, cosa palesemente falsa. Ad Aigues-Mortes, in Francia, nell’agosto del 1893, furono uccise decine di lavoratori italiani che erano lì, nelle saline, per la raccolta stagionale del sale. E il razzismo anti-italiani si è perpetuato fino ad anni recenti.
Gli ebrei, che furono sterminati a milioni nei lager nazisti, non erano certo neri ed erano di nazionalità e culture analoghe a quelle del resto degli europei.
A dimostrare ciò che dico, basta pensare agli albanesi. A partire dai primi anni ’90 ci furono massicci esodi di albanesi verso l’Italia. E l’albanese diventò il bersaglio d’insulti e atti razzisti. Ogni volta che si verificava un fatto di cronaca nera, uno stupro, un omicidio, ecc., si additava come colpevole qualche albanese; al punto che “albanese” finì per diventare un insulto abituale che si scambiavano perfino i bambini.
L’8 agosto 1991, approdarono nel porto di Bari, sulla nave Vlora, 20mila profughi albanesi, che dapprima furono accolti dalla popolazione con una certa solidarietà. Ma intanto si era avviata la macchina della propaganda politica e mediatica contro di loro e l’orientamento del governo italiano si era assai indurito. Così che i profughi furono rinchiusi in massa nel vecchio Stadio della Vittoria e trattati come animali in gabbia, per essere poi rimpatriati con l’inganno.
Non solo. Gli albanesi sono stati anche vittime di una strage. Ricordo che nella notte fra il 28 e il 29 marzo del 1997, una carretta del mare, carica di profughi albanesi fu speronata e affondata da una corvetta della marina militare italiana, la Sibilla. Morirono annegate più cento persone, in maggioranza donne e bambini.
Ciò detto, come si potrebbe definire il razzismo? Io propongo questa definizione: è un sistema d’idee, discorsi, rappresentazioni e pratiche sociali, che attribuisce a gruppi umani e agli individui che ne fanno parte differenze essenziali, generalizzate, definitive, allo scopo di legittimare pratiche di stigmatizzazione, discriminazione, segregazione, esclusione, perfino sterminio.
Conviene aggiungere che alle collettività definite come radicalmente differenti di solito è negato il diritto di autodefinirsi.
Il razzismo, quindi, ha bersagli diversi secondo i periodi e le circostanze storiche. Per esempio, il fatto che l’Italia sia stata un paese fascista e colonialista conta molto nel razzismo attuale verso le persone immigrate o solo di origine immigrata. Si consideri, inoltre, che secondo sondaggi successivi, l’Italia s’illustra anche per antiziganismo: l’82% del campione intervistato esprime ostilità, odio o paura per la presenza di appena 180mila “zingari”.
Il razzismo è anche il risultato di un circolo vizioso. Diventa sistemico e abituale, quando è direttamente o indirettamente incoraggiato o perfino praticato dalle istituzioni e da mezzi di comunicazione. Quando l’intolleranza verso determinati gruppi o minoranze, diffusa nella società, è legittimata dalle istituzioni, anche europee, e dagli apparati dello Stato, nonché dalla propaganda e da una parte del sistema dell’informazione, è allora che s’innesca tale circolo vizioso.
È un circolo vizioso micidiale. Basta considerare lo stato di abbandono nel quale sono gettati numerosi richiedenti-asilo, che pure dovrebbero essere oggetto di protezione particolare: di fatto privati perfino del diritto di sfamarsi e di avere un tetto sulla testa, in molti casi vanno a raggiungere la schiera dei senza-dimora, cosa che a sua volta fa gridare allo scandalo i difensori del decoro urbano e diviene pretesto per leggi e ordinanze persecutorie e liberticide, e per campagne allarmistiche intorno al tema dell’insicurezza, uno dei più insistenti nel discorso pubblico.
Conviene aggiungere che il sistema-razzismo è sempre sorretto sia da un apparato di leggi, norme, procedure, che hanno per effetto di inferiorizzare, discriminare, segregare, escludere migranti, rifugiati e minoranze; sia da dispositivi simbolici, comunicativi, linguistici, che sono in grado di agire direttamente sul sociale, producendo e riproducendo discriminazioni e
ineguaglianze.
Parlare delle tante leggi che discriminano le persone immigrate e rifugiate sarebbe troppo lungo.
Perciò facciamo solo un esempio relativamente recente: la criminalizzazione da parte delle istituzioni italiane non solo delle ONG che praticano ricerca e soccorso in mare, ma pure di chiunque, anche individualmente, compia gesti di solidarietà verso i profughi. È indubbio che un tale luminoso esempio dall’alto non faccia che incoraggiare e legittimare intolleranza e razzismo “dal basso” (per così dire).
Pensate ai tanti episodi di barricate contro l’arrivo di richiedenti-asilo, ma anche alle sempre più numerose rivolte nei quartieri popolari, soprattutto romani, contro l’assegnazione di case popolari a famiglie non perfettamente “bianche”. In questi casi l’ingannevole formula della “guerra tra poveri” non potrebbe essere più assurda, visto che spesso, a istigare e guidare tali rivolte, sono militanti di Forza Nuova o CasaPound. Qui il circolo vizioso arriva fino al rafforzamento e legittimazione, pur implicita o involontaria, della destra neofascista.
La tendenza a costruire una comunità razzista (secondo l’espressione del filosofo Etienne Balibar) si accentua quando il senso civico è debole e le relazioni sociali basate sulla reciprocità e sulla solidarietà si sono inaridite, quando prevale la cultura dell’individualismo, dell’egoismo, del cinismo collettivi, quando le rivendicazioni sociali e i conflitti di classe (come si diceva un tempo) non hanno più lingua e forme in cui esprimersi.

L’articolo è stato pubblicato su Comune-info l’11 Luglio 2022