USA

Note al rapporto Censis 2025

Di Gianni Giovannelli


I sat upon the shore
Fisching, with the arid plain behind me
Shall I at least set my lands in order?

(Sedetti sulla riva
Pescando, con l’arida pianura alle spalle:
Riuscirò infine a mettere ordine nella mia terra?)

Thomas Stearns Eliot
(The Waste Land, 423-425)

Già da qualche anno la redazione, preparazione e pubblicazione del “Rapporto sulla situazione sociale del Paese” pubblicato dal CENSIS è affidata a Massimiliano Valerii, non ancora cinquantenne, formatosi (non in economia o sociologia ma) in ambito filosofico tradizionale, il che lascia traccia visibile anche nell’architettura del corposo volume (468 pagine): insieme alle numerose (necessarie, preziose) tabelle statistiche troviamo infatti considerazioni per nulla scontate, certamente discutibili, tuttavia meditate, propositive nell’intento, qualche volta perfino (garbatamente, prudentemente) polemiche. Del resto, fin dalla sua costituzione, il CENSIS si è sempre proposto l’ambizioso obiettivo di fondere i dati con gli umori per poter cogliere traiettorie potenziali e così tentare di intravedere il prossimo futuro. Gli analisti finanziari ci hanno da tempo insegnato come il sentiment (a modo suo un condensato di umori) sia un elemento non secondario da considerare nella preparazione dei progetti speculativi; nella odierna società della comunicazione e dello spettacolo acquistano spazio crescente le c.d. Fake News, ovvero la diffusione del falso con il deliberato intento di provocare, per un preciso interesse, fatti veri. Anche interagendo con i dati oggettivi reali per modificare il quadro complessivo e/o rovesciare una previsione attendibile, come tale attesa. A ben vedere il commercio fiorente delle Fake News (ormai una merce offerta nel gran bazar di un pianeta in cui nazionalismo e globalizzazione hanno imparato a convivere) si salda e si nutre dell’incertezza generalizzata e della condizione precaria imposta con la violenza durante l’attuale fase di sussunzione reale.

Il rapporto 2025 è diviso in quattro parti: la prima, breve, è dedicata alle considerazioni generali. Le altre tre, articolate in capitoli, esaminano la società italiana di oggi (composizione, debito, percezioni), settori e soggetti del sociale (istruzione, lavoro, welfare, territorio, reddito), mezzi e processi (comunicazione, sicurezza, migrazione, cittadinanza). L’esito della ricerca e dell’elaborazione statistica viene versato nelle numerose tabelle riassuntive che costituiscono uno strumento oggettivo anche alla parte non omologata del paese, alla componente critica, disobbediente, ribelle.

In questa sezione del  commento tratterò le prime due parti; successivamente, nella sezione successiva, le due rimanenti. La divisione si rende necessaria per comodità di stesura e di esposizione.

Considerazioni generali (prima parte)

Il continuo faccia a faccia con l’inatteso ha lasciato il segno: se per un verso (positivo) i ceti popolari hanno dimostrato una capacità di resilienza e resistenza, per altro verso (negativo) non sono riusciti a spezzare la trappola del declino di ogni desiderio di futuro (pag. XI). L’indagine sottolinea come sia tornata al centro dell’attenzione la parola pace; una percentuale altissima (80,6%) è ormai convinta che le scelte dei grandi leaders del mondo siano prive di una logica razionale (tabella 1, pagina 4). E’ un dato che non stupisce, ma che dovrebbe far riflettere il movimento di opposizione su quali obiettivi siano davvero capaci di mobilitare la protesta. La mobilitazione per la pace attrae, ricompone, unifica; pace e solidarietà, in questa età del fuoco che privilegia il conflitto e la sopraffazione, hanno un contenuto oggettivamente eversivo. Il dominio della forza viene colto dal sentiment collettivo nel crescente vento di guerra, nei dazi, nell’impoverimento del ceto medio, nella inarrestabile crisi (non solo) delle istituzioni pubbliche (ma anche) delle complessive strutture associative tradizionalmente fondate sulla solidarietà e parità dei diritti. La lettura dei dati evidenzia una tendenza a sottrarsi, a chiudersi, a uno stare nel mezzo valutato come pregio e al tempo stesso difetto (pagina XV), sfuggendo per cautela e per timore alle grandi sfide della transizione (intelligenza artificiale, cambiamento climatico) e modellando, con circospetta lentezza, gli argini, senza più miti ideologici o fiducia nelle alleanze fra segmenti di popolazione. Quella che viene definita la laguna della cetomedizzazione (pag. XXV) non ha prodotto una nuova classe sociale, ha piuttosto trasformato quella esistente: risparmia ma non rinunzia a consumare, alterna la soluzione economy a qualche puntata nel lusso, frequenta il mercato di seconda mano, in una parola tenta di resistere. Accanto alla necessità primaria di continuare ad accedere a ciò che rimane del welfare o del servizio sanitario occupa una posizione importante la convinzione che la sana dieta mediterranea sia un pilastro dell’esistenza, che vi sia un vero e proprio diritto al cibo locale, che va garantito e difeso dal cibo omologante universale (e qui emergono simpatie per le piccole imprese agricole e attriti verso l’invadenza liberista dell’Unione Europea). La mancanza da troppi anni di una politica e di una seria linea di attacco alla povertà (rilevata a pag. XXII) insieme al sostanziale congelamento dei salari si pone alla radice della sfiducia nelle istituzioni statali e del diffuso accrescersi del risentimento; l’invocazione della pace e il rifiuto della forza-violenza sono, insieme, un disperato grido di aiuto e un programma minimo di rivendicazione che prescinde da qualsiasi massimalismo (armato o disarmato). Non per caso la tabella 12 (pagina 25) l’unica figura pubblica che ottiene la maggioranza di consenso fiduciario (60,7%) è Leone XIV, superando di molto sia il progressista Sanchez (44,9%) sia il liberista tedesco Merz (33,5%). La fiducia nell’Unione Europea si colloca invece al minimo storico: per il 61,9% il suo ruolo in scena globale è di scarsa o nessuna rilevanza; in compenso il 66% degli italiani, a differenza di Ursula von der Leyen, ritiene che ove il riarmo comportasse un taglio della spesa sociale sia meglio non farlo proprio. I dati del rapporto fotografano il divario che si è creato fra la cabina europea di comando e la volontà dei sudditi.

L’età selvaggia (seconda parte articolata in capitoli)

La seconda parte affronta le spinose questioni della composizione sociale e della transizione, presentando un quadro che certamente non induce all’ottimismo. Accanto all’economia, intesa in senso tradizionale, si afferma la centralità della guerra, della violenza di stato; l’incertezza e la paura vengono sapientemente coltivate in ogni segmento delle comunità e utilizzate per insediare la nuova forma di esercizio del potere, percepita come assoluta e comunque inevitabile. Gli Stati Uniti non sono più un punto di riferimento (inteso come stile di vita e di consumo) per il 73,7% della popolazione complessiva e per 84,4% degli anziani (ma il 60,9% dei più giovani, va annotato anche questo). Nell’età selvaggia prevale l’idea che la forza l’aggressività siano gli elementi determinanti; per giunta le decisioni dei grandi leaders del mondo appaiono per 80,6% degli italiani prive di una logica razionale (tabella 1, pagina 4). Per conseguenza una porzione (non maggioritaria ma) inquietante, il 38,7%, è ormai convinta che la democrazia non sia più adeguata in un mondo che prescinde dal diritto, e il 29,7% che il più adatto sia invece il regime c.d. autocratico, ovvero tirannico, dispotico, assolutista (tabella 2, pagina 6). I dati statistici segnalano che il rapporto fra debito pubblico e PIL procede verso una sorta di identità nei paesi sviluppati in cui aumentano le spese militari e diminuiscono quelle destinate al welfare: nel periodo 2001-2024 mentre in Italia sale da 108 a 134 negli USA balza da 53 a 122 così abbattendo gran parte della distanza (tabella 4, pagina 9). L’abbattimento del welfare procede senza trovare ostacoli, in un quadro di regressione demografica; fra il 2004 e il 2024 i titolari d’impresa sotto i 30 anni di età sono diminuiti del 46,2%, 132.000 in meno. Il pilastro economico italiano, la piccola impresa, la fabbrica diffusa ha subito duri colpi, per l’aumento dei costi energetici superiore a quello degli altri paesi (anche UE) e per il costo occulto degli adempimenti fiscali. E l’altro pilastro, il lavoro, registra nel 2024 una perdita del potere d’acquisto in termini reali di almeno 8,7% rispetto al 2007. La crescente delusione rispetto alla capacità delle istituzioni di garantire protezione trova riscontro nella tabella 11 (pagina 24): il 72,1% della popolazione italiana non ha più alcuna fiducia nei partiti politici e nel parlamento. E, nel clima di sconforto, pare che la tendenza sia quella di buttarsi sul cibo e sul sesso!

Dentro la spirale di deindustralizzazione solo la componente alimentare, nel 2024, ha aumentato la produzione, mentre la manifattura e perfino il trasporto sono stati in calo (solo 8 gruppi mostrano crescita: locomotive, aeromobili, navi, veicoli spaziali). Ma l’incremento maggiore (32, 3%, e non ci stupisce per nulla) lo troviamo nella fabbricazione di armi e munizioni.

Il lavoro, nella diversa cornice delineata, si è senilizzato; e di fronte all’aumento del c.d. carrello della spesa i consumi si sono ovviamente orientati verso il discount, diminuendo per qualità e quantità, ma non per volume monetario. Anche questa è una ragione di sfiducia e rancore.

Dentro la massa precaria, vulnerabile e privata di orizzonti certi, si colloca il 10,5% di occupati stranieri (2.514.000): il 29,4% non è fissa a tempo pieno, contro il 17,2% degli italiani. La forbice, oltre che significativa, è in aumento costante. Inoltre il 55,4% dei lavoratori stranieri è overqualified, possiede cioè un livello di istruzione più elevato rispetto all’attività svolta (per gli italiani la percentuale corrispondente è del 18,7%). Si va via via sgretolando il modello italiano di integrazione, al tempo stesso il processo di ghettizzazione e di marginalizzazione non viene arginato con le misure che sarebbero necessarie per contrastarlo. Si è radicata una profonda contraddizione, logica, sociale, politica: per un verso, per giunta in piena crisi demografica, non è neppure immaginabile un vivere quotidiano nelle metropoli o nei paesi, senza la presenza attiva del popolo già migrato o in arrivo migrante; per altro verso il 62,8% degli indigeni italiani vorrebbe limitare il flusso migratorio e il 54,1% percepisce lo straniero come un pericolo (tabelle 24 e 25, pagina 54). Eppure la denatalità è proseguita anche nel 2025: nei primi sette mesi dell’anno sono 197.956 i nuovi nati, circa 13.000 in meno rispetto allo stesso periodo del 2024. Ma negli anni della regressione demografica Milano (+ 1,9) e Bologna (+ 1,9), in controtendenza, sono cresciute (tabella 17). Un dato confortante, nella palude della crisi in cui trovano nutrimento l’assolutismo e la corsa all’armamento, viene dall’aumentata partecipazione alle manifestazioni di piazza (anche nelle piazze virtuali) senza delega politica. La “narcolessia senza indignazione” aveva preso piede negli anni trascorsi; le proteste contro il genocidio in corso nel territorio palestinese sembrano aver invertito il ciclo. Ne abbiamo avuto recente conferma con l’aumentata affluenza alle urne in occasione del voto referendario, che ha costituito eccezione rispetto al calo costante che aveva caratterizzato le elezioni politiche e amministrative. Anche in questo caso si registra la volontaria sottrazione alla delega politica. Le tabelle ci dicono che un giovane su cinque (20,9%) è sceso almeno una volta in piazza per manifestare dissenso o aderire a una qualche causa ritenuta giusta. Le punte d’interesse (fra i giovani compresi nella fascia 18-34) toccano il 94% per la tutela della sanità pubblica e l’87% per la pace. E anche questo ci pare un dato che debba far riflettere nella scelta degli obiettivi.

Seconda sezione delle note. L’innovazione diseguale (terza e quarta parte del rapporto)

Dal luogo dove si trovava Winston

si potevano leggere, stampati in eleganti caratteri

sulla sua bianca facciata, i tre slogans del partito:

La guerra è pace

La libertà è schiavitù

L’ignoranza è forza

George Orwell (Eric Arthr Blair) (1984, pag. 3)

Un dato che compare nella terza parte del rapporto (pure divisa in capitoli), viene qui inserito nella trattazione del sistema scolastico, ma per certi versi e da esso autonomo, e giunge inatteso: negli ultimi anni è calata la percentuale dei c.d. NEET, i giovani che, per fatti concludenti, si sottraggono sia allo studio sia al lavoro. La tabella 8  della terza parte (pagina 110) indica, nel periodo 2019-2024, una riduzione percentuale non piccola (da 23% a 16,2%) nella fascia dei 18/24 anni che trova riscontro anche in quella 25/29 (da 29,6% a 21,5%). Questa tendenza non la ritroviamo solo in Italia (ove il fenomeno rimane comunque più marcato), è invece comune all’area dell’Unione Europea, ma con l’eccezione della Germania, ove nella fascia 18/24 anni cresce non poco, da 7,7% a 9,4%, e soprattutto della Lituania ove l’incremento è da 11,4% a 18,7%. In generale il malessere in forma NEET o permane o si estende in alcuni paesi ex sovietici (Romania, Baltici)  e al nord del continente (in Finlandia e in Svezia);  diminuisce invece, a ritmo italiano, anche in Spagna e in Irlanda.

La riduzione del tasso di abbandono scolastico non ha frenato tuttavia il costante peggioramento della qualità dell’istruzione, percepita anche da chi la frequenta (fascia da 16 a 19 anni): se il 18,4% la ritiene adeguata al futuro che li aspetta e i più (53,3%) la considerano almeno sufficiente esiste ormai un segmento significativo (28,3%) di radicalmente insoddisfatti (e sale al 32,7% nella fascia di fine studi: 18-19). Condivisa largamente risulta, per migliorare l’istruzione, l’esigenza di utilizzare gli strumenti informatici e di apprendere i meccanismi di interfaccia utili a ottenere un contratto di lavoro salvaguardando i propri diritti: la scuola appare ancora piuttosto arretrata e burocraticamente appesantita in entrambi questi settori.

L’intelligenza artificiale

Il decreto ministeriale Valditara del 9 agosto scorso (n.166/2025) ha posto (in forma oscura e pasticciata) le linee guida per introduzione dell’intelligenza artificiale nella scuola pubblica; lo scopo evidente è quello di mantenere il controllo pieno dello strumento, innanzitutto filtrando la fornitura a monte (e questo già assicura assai), poi limitando l’autonomia del suo utilizzo concreto, sia nella parte riservata al corpo docente (assimilato a una funzione simile a quella del vigile urbano) sia in quella assegnata all’utente-studente (da tenere sotto tutela, in quanto soggetto fragile, onde evitare intrusioni ritenute potenzialmente nocive). La tabella 5 (pagina 106) ci mostra il punto di vista di chi vive sulla propria pelle l’istruzione di secondo grado: il 72% vuole imparare ad utilizzarla con propria esperienza autonoma (e questo va insegnato) e il 74,8% sa che si corre il rischio di perdere padronanza delle nozioni basilari così che il 71,7% ritiene necessario (tentare di) controllare sempre il contenuto di quanto generato dall’IA, per capire se sia o meno corretto. In generale il grosso (92,3%) la vede come un utile attrezzo ma rimane guardingo, sospettoso, preferisce verificare di persona e non delegare a Valditara (e neppure ai docenti). Un modo di porsi che ricorda il noto proverbio popolare russo: doveryay, no proveryay, ovvero fidati, ma controlla.

L’università

Nell’anno accademico 2024-25 le immatricolazioni sono cresciute del 5,3%, ma in misura disuguale: di più al centro-sud e assai meno al nord (specie nel nord ovest in cui sono perfino diminuite: -0,9%). Il costo della vita e soprattutto dell’alloggio sono una delle principali ragioni del calo, e anche della minore mobilità territoriale studentesca, dentro la crisi le famiglie faticano a far fronte al costo dell’istruzione universitaria. La forbice di attrattività del nord rispetto al centro-sud permane, ma si è ridotta; ma cresce la disuguaglianza nella scelta in ragione del reddito, le sedi più appetibili sono sempre più caratterizzate dalla condizione economica degli immatricolati. E questo vale, naturalmente, per la fascia proveniente (direttamente o per famiglia) dall’estero. I laureati sono il 16,8% (18,6% donne, 14,9% uomini); negli anni a venire si dovrà tener conto che nella scuola primaria il segmento immigrato è già oggi al 14,1% degli iscritti, che è in salita l’opzione per i corsi di laurea non statali (21,4%) rispetto a quelli statali (78,6%),  che nell’ultimo biennio (tabella 25, pagina 138) l’opzione verso l’università telematica è salita dal 12,6% al 15,1%. Nel trovare una effettiva occupazione e soprattutto nella qualità del contratto siglato gioca un ruolo importante il giudizio dell’apparato comunicativo legato alle cabine economiche di comando; la disuguaglianza nell’ammissione alla frequenza nelle sedi più prestigiose e costose si concreta dopo gli studi in una più marcata disuguaglianza per reddito, posizione professionale, potere. Sempre a danno della fascia più debole.

Il lavoro: quello visibile e quello invisibile

Il numero dei corpi umani utilizzati per lavorare era calato nel quinquennio successivo alla crisi finanziaria del 2008: da oltre 23 milioni a meno di 22 milioni, con ulteriore riduzione durante il COVID. Poi c’è stata una risalita e nel luglio 2024 gli occupati hanno per la prima volta superato la soglia dei 24 milioni. Ma l’anomalia italiana non è svanita: il lavoro si è senilizzato, le retribuzioni di chi è in attività si sono costantemente ridotte, la pianificazione familiare è diventata molto incerta. In buona sostanza c’è stato un cambio di passo: il più salario meno lavoro che guidava le rivendicazioni sindacali del secolo scorso pare soppiantato nei fatti dal programma più lavoro meno salario che caratterizza l’azione di governo nel terzo decennio del XXI secolo. Leggiamo a pagina 158: il lavoro si rivela oggi drammaticamente incapace di garantire benessere interiore e serenità psicologica. Non è il comitato centrale bolscevico a scriverlo e neppure la segreteria soggettiva di Potere Operaio: è invece il pensatoio più accreditato del palazzo, la Fondazione Censis, a rilevare come la percezione di benessere veda l’Italia fanalino di coda (38%, contro il 64% in Danimarca o il 55% della Spagna). L’incertezza precaria è tale che, nonostante il crollo di credibilità delle istituzioni, il 46,4% degli italiani vorrebbe un pubblico impiego (quanto meno come male minore). Il capitalismo delle piattaforme invade ogni campo: l’indagine rileva un utilizzo sempre più ampio del lavoro dei detenuti (poco pagato, naturalmente); il risparmio incide infine sulla sicurezza del lavoro, con incremento del 5% degli infortuni (592.882 di cui 1202 mortali, 10 morti ogni tre giorni, una strage). La resistenza economica delle famiglie italiane, in questo clima di timore ansioso permanente, poggia sul lavoro invisibile, collocato al di fuori del lavoro retribuito (pagine 164-170). Il 54,7% delle donne (e 17,6% degli uomini) dedica tempo-lavoro alle faccende domestiche, per almeno due ore al giorno nel 37,4% dei casi (tabelle 5 e 6); a questo si aggiunge una mole crescente e significativa del lavoro di cura in buona parte connesso all’autunno demografico (ma non solo). Il 4% ha lasciato il lavoro per dedicarsi alla cura (in Germania il 4,7%); chi opera come caregiver è soggetto a stress di notevole impatto sulla salute, con possibile trasferimento dalla posizione assistente a quella assistito/a aggravando il problema. Anche quello sanitario nel suo complesso.

Welfare e sanità

Malattie professionali, infortuni, tagli alla spesa pubblica e conseguenti ricadute su quella di ogni singola famiglia sono gli elementi che hanno contribuito a far esplodere il problema della salute: ormai esiste una vera e propria crisi del sistema sanitario, crisi indotta e provocata per accelerare la cancellazione del welfare e privatizzare il comparto della salute: (pagina 199) quel che sta accadendo è paradigmaticamente sintetizzato dall’evidente trasformazione dei luoghi sanità da santuari inviolabili a luoghi di paura.

Le lunghe liste d’attesa e le strutture intasate generano disagio e il malessere emerge con progressione geometrica, specie nelle aree territoriali e nei segmenti sociali in cui l’incertezza e la povertà si trovano a contatto con strutture fatiscenti, strumentazione difettosa, carenza di personale, non di rado anche corruzione nel dispensare il servizio. Le 659 postazioni di Pronto Soccorso del 2003 sono diventate 433 nel 2023, con ulteriore taglio nell’ultimo triennio; nello stesso periodo i posti letto sono diminuiti da 233.576 a 174.633. Lavoro di cura, genitori, nonni non sono in grado da soli, nonostante l’impegno davvero straordinario dei singoli soggetti, di fare argine all’alluvione in corso. Le oltre 21.000 aggressioni subite dal personale sanitario sono il segnale di incattivimento del clima; il governo Meloni non ha risposto con un rilancio massiccio della spesa sanitaria pubblica, come le circostanze richiederebbero, ma sottraendo ancora risorse per destinarle alle armi, alla guerra. L’unica misura adottata dall’esecutivo in materia sanitaria è quella di un decreto, ancora in via di conversione, che si propone di fermare il fiume in piena delle aggressioni fisiche al personale sanitario ad opera di poveri poco assistiti arrestando tutti quanti e relegandoli in carcere con condanne severissime e multe stratosferiche: 5 anni per lesioni semplici, 10 per quelle gravi, 16 per quelle gravissime. Considerando che ad oggi si contano 63.928 detenuti a fronte di 46.348 posti teoricamente disponibili (sovraffollamento notevole) non si comprende dove Giorgia Meloni pensi di sistemare i 21.000 aggressori annuali da condannare a pene comprese fra 2 e 5 anni di galera, anche solo per un ceffone in corsia d’ospedale!

Non è solo il welfare sanitario a sentire il peso della crisi; è venuta meno la fiducia nell’intero sistema di assistenza sociale e pubblica. Per il 49,8% dei genitori la condizione dei figli sarà peggiore, il 52,7% pensa che andare all’estero sia meglio, il 71,1% della popolazione pensa che non sia possibile una protezione capace di coprire i rischi dell’esistenza: la tabella 8 (pagina 222) evidenzia la percezione ansiosa del crollo del welfare, ormai solo il 22% ci conta ancora. Si affaccia nel nostro paese, per autodifesa o per limitazione del danno, specie fra i più anziani, una cultura della misura che si traduce in spese oculate, nel monitoraggio attento di entrata e uscita, nella persistenza dell’attività lavorativa; questo comportamento dei longevi par essere, secondo la statistica, l’ultima diga sociale sopravvissuta al disastro.

Territorio e reti

La presenza dei data center -intesi come infrastrutture in grado di elaborare informazioni di assai elevate dimensioni- nel territorio è un segnale che consente di leggere le traiettorie di una crescita connessa all’innovazione, dunque è un criterio frequentemente utilizzato per misurare il potenziale economico di un paese o di una sua porzione territoriale. Su circa 10.000 data center attivi nel mondo gli USA ne hanno 4.072, il Regno Unito 490, la Cina 379, l’India 267, il Giappone 223, l’Italia 208 (tabella 3, pagina 275). Il fenomeno dei data center (con una richiesta crescente di utilizzarli) è emerso con il boom dell’Intelligenza Artificiale; anche in Italia si registra una crescita esponenziale della domanda di connessione dei data center alla rete elettrica, da 30 Gigawatt nel 2024 a 50 nei primi sei mesi del 2025, mentre nel 2023 erano 6 (tabella 4). Lo sviluppo in Italia si presenta territorialmente disuguale: su 208 centri ben 73 sono localizzati a Milano, 21 a Roma, 11 a Torino, la prima provincia del sud è Bari con 6 unità. Si ha conferma del forte (crescente) divario nord-sud localizzando le richieste di connessione alla rete elettrica, viste dal lato della potenza: 86,6% al nord, il resto nel centro sud. Questo influisce ovviamente anche sulle dinamiche migratorie (interne ed estere), ma Milano nel 2024 ha registrato un deficit di oltre 10 mila residenti (“ufficiali”, ma il flusso reale sfugge alla catalogazione). La disuguaglianza caratterizza anche il consumo di suolo, in incremento ininterrotto dal 2006 a oggi (oltre 1290 kmq, 17 ettari al giorno nel 2023); Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna il suolo consumato cresce in modo più marcato (tabella 4, pagina 283). Non è solo questione quantitativa; per il 36,1% la trasformazione appare irreversibile (aeroporti, ferrovie, strade, edifici, discariche) e per il 40,7% invece (sia pure con difficoltà) recuperabile (cave, parcheggi, impianti a terra). Il consumo di suolo produce disastro ambientale, sommandosi alla crisi climatica: il rapporto del CENSIS si sofferma sul caso emblematico di Ravenna con una ricerca svolta per la Cassa della città. L’aumento della temperatura e delle precipitazioni  ha creato, di fatto, una sorta di normalità dell’eccezione: la tabella 1 (pagina 286) indica come in meno di una settimana si sia dissolto l’equivalente di un anno di crescita. E, ancora una volta, la distribuzione di rischi e danni appare tutt’altro che uniforme. La parte di popolazione più colpita invece di essere aiutata viene emarginata, deve sbrigarsela da sola; il capitale si sposta dove costa meno ricavare profitto, ci sono a macchia di leopardo zone più ricche e zone impoverite, con allargamento ulteriore della forbice della diseguaglianza. Dentro il processo di sussunzione generalizzata nella condizione precaria e di acquisizione potenziale dell’intera esistenza connessa di ciascuno viene iniettata la normalità della diseguaglianza, equiparando realtà e profitto. La celebre massima di Hegel viene snaturata: tutto ciò che è fruttuoso è razionale, tutto ciò che è razionale è fruttuoso. Solo il profitto è razionale, il resto è inutile, non merita spenderci sopra denaro: welfare addio!

I soggetti dello sviluppo

Il rapporto propone, in apertura del quinto e ultimo capitolo della terza parte, tre elementi da osservare con attenzione per comprendere i processi in corso: il rapporto fra globalizzazione ed economie emergenti; l’accelerazione dell’innovazione digitale; il mutato quadro di comando, più informale che istituzionale, spesso sotterraneo (pagina 315).

Le guerre, asimmetriche e permanenti, e l’uso imprevedibile dei dazi in segmenti temporali variabili creano un effetto incertezza che si traduce in attese guardinghe o in reazioni violente, in assenza di regole rispettate. La pandemia ha accelerato questi atteggiamenti e comportamenti. Il TPU (indice di incertezza sulla politica commerciale globale: tabella 1-2, pagina 320) era sostanzialmente stabile fra il 2019 e il 2024, poi ha acquisito un andamento schizofrenico nei mesi in cui c’è stata la guerra dei dazi:  fra febbraio e agosto 2025 si registra un picco di 1933 punti, un crollo a 370, una continua oscillazione che ha inciso sulla volatilità delle esportazione/importazioni complessive. Il clima di incertezza ha determinato conseguenze sulle aspettative di reddito delle famiglie italiane; e non solo sulle aspettative, naturalmente. Vi è stato infatti un oggettivo impoverimento, ancora una volta disuguale, secondo fascia.

Il 50% delle famiglie più povere ha visto decrescere in termini reali il patrimonio del 23,2% negli ultimi 14 anni; la classe media del 35,3%; quella medio alta del 17,1%; al contrario al vertice della piramide si è avuta una crescita reale del 5,9%.Leggiamo a pagina 323: se nel 2011 il 10% delle famiglie deteneva il 52,1% della ricchezza, di cui il 40% in mano al 5%, all’inizio del 2025 2,6 milioni di famiglie del decimo decile sono arrivate a possedere il 60% della ricchezza (di cui il 48% in mano al 5%). In particolare si è concentrata verso l’alto la ricchezza d’impresa (il 10% ha l’86%). Quanto ai titoli di debito pubblico, tradizionale bene-guida in Italia, l’incidenza nel patrimonio dei meno abbienti è scesa dal 2,4% (2011) allo 0,6% (2025); nello stesso periodo è calata pure l’incidenza del mattone a fini abitativi, dal 70,9% al 66,3%. Per far fronte alla crisi, in questi anni, c’è stata, nella fascia debole, anche la dismissione di altri strumenti (le assicurazioni del ramo vita sono scese dal 4,6% a 1,9%). Non è il cambio di una strategia d’investimento, ma l’adattamento contabile a una situazione di oggettivo impoverimento; si allarga la forbice e i ricchi sono meno, sempre più ricchi, mentre si dissolve il ceto medio.

Automazione, salari, piccole imprese

In chiusura della terza parte il rapporto esamina i processi settoriali (pagine 318-338). Uno dei settori in passato trainanti in Italia, l’automotive (non solo veicoli, ma rimorchi e affini) mostra un calo degli occupati (da 207.000 del 1995 a 163.000 del 2022) mentre la produzione nel medesimo periodo è cresciuta del 61,4% con 17,2% di valore aggiunto. Dunque il valore aggiunto per singolo occupato è cresciuto del 48,8% mentre, sempre in quel periodo, il salario solo del 9,3% ; restringendo l’indagine alla fascia 2000/2022 il valore aggiunto cresce del 31% e il salario di 0,9%. Riemerge dunque, nel XXI secolo, in nuova veste, la caduta tendenziale del saggio di profitto? Il dato è, comunque, una cartina di tornasole che consente di capire uno dei criteri guida che caratterizzano il programma del capitalismo finanziarizzato nel tempo della piattaforma.

La centralizzazione del dominio la si coglie anche nella drastica diminuzione dei titolari d’impresa (piccola, l’ossatura dell’economia precedente): erano 3.428.000 nel 2004 e sono 2.844.000 vent’anni dopo, il 17% in meno (tabella 6, pagina 332). Non è solo effetto della crisi demografica: nella fascia fino a 29 anni il calo è ancora più netto (tabella 7), del 46,2%, 132.000 in meno rispetto al 2004 (erano 8,3% del totale, ora il 5,4%, pure qui si ha senilizzazione). Non basta a frenare l’andamento l’ingresso di 461.000 titolari d’impresa stranieri (16,2% del totale, il 20,8% al nord). La quasi totalità (94,8%) ha meno di 10 dipendenti, che sono però il 41,4% del totale contro il 23,1% di chi lavora nelle grandi imprese con oltre 250 addetti (tabella 20, pagina 350). Prevale ancora la struttura ridotta, il modello italiano, nonostante tutto.

Nella globalizzazione produttiva le multinazionali estere in Italia (18.434 con 1,7 milioni di addetti) sono presenza crescente, con una produttività più alta della media; quelle italiane all’estero sono di più (25.491), ma più piccole e con produttività inferiore.

4.La scena digitale (quarta parte del rapporto)

La chiusa del rapporto (quarta parte) è breve come l’apertura (prima parte), ma entrambe sono dense di contenuto. Tutto è comunicazione dichiara l’estensore delle considerazioni introduttive. I numeri lo confermano: 6,8 miliardi di persone (80%) usano il cellulare nel mondo e 5,3 miliardi (68%) anche Internet, anche chi muore di fame telefona, si connette, crepa in diretta. In Europa la percentuale è del 95% e 91%, in pochi sfuggono alla ragnatela reticolare. In Italia WhatsApp con 87,4% di utenza raccoglie quasi per intero la popolazione giovanile; Telegram il 42,9%; Instagram il 78,1%; You Tube il 77,6% e TiK Tok il 64,2%. Non si sfugge, anche a volersi impegnare, al sistema social network. Le famiglie italiane hanno speso nel 2024 ben 14,4 miliardi di Euro (valore quadruplicato rispetto al 2007); nel 2025 il 46,1% degli italiani fra i 16 e i 64 anni ha utilizzato i dispositivi (e non per lavoro) oltre 4 ore al giorno, come il 64,5% dei giovanissimi (16-17 anni) e più del 50% nella fascia 18/34.

Connettendosi ogni individuo fornisce informazioni che il data center elabora, trasformandole in merce che genera profitto mediante commercio; non solo le informazioni non vengono pagate a chi le ha inviate, ma spesso l’autore paga per riaverle dopo il trattamento, magari in veste di Intelligenza Artificiale. Siamo oltre il lavoro gratuito: il capitalismo delle piattaforme ha inventato un meccanismo perverso e geniale in cui si paga tre volte: per essere ammesso a lavorare (dare informazioni), per avere gli strumenti di lavoro (acquistandoli) e per utilizzare la merce prodotta (ricevere informazioni).

Le sei compagnie che “valgono” di più al mondo (le sei sorelle, 18.000 miliardi di dollari, quasi il PIL dell’UE) sono tutte americane, tutte private ma profondamente intrecciate con il pubblico, tutte nel settore dello sviluppo digitale. Il mondo è cambiato. Nel 1955 la General Motors tagliò per prima il traguardo di un miliardo di dollari: aveva circa 500.000 dipendenti. Oggi la prima in classifica produce chip logici, e fattura 10 volte tanto a prezzi raffrontati, con circa 30.000 unità complessive. Si produce, si compra, si vende, ci si impoverisce e ci si arricchisce on line. I sudditi debbono essere parcellizzati (nel senso di non solidali fra loro), connessi, fruttiferi.

La connessione costante è al tempo stesso percepita come una necessità dell’esistere e una condanna inflitta dal sovrano per mantenere il controllo sull’esistenza altrui. A fini di controllo dilagano i deepfake, manipolazione dei contenuti reali, spesso usando l’Intelligenza Artificiale (amica e nemica, utile e dannosa, intima ed estranea). Questo spiega perché per un verso sia diffusa e maggioritaria (oltre 80%, e quasi il 90% fra i più giovani) la consapevolezza della falsità dei contenuti trasmessi in rete e per altro verso la rete sia ugualmente il principale strumento di informazione e giudizio (circa le stesse percentuali). In una cornice così contraddittoria spicca il ruolo professionale dell’influencer, che gioca sull’empatia e sulla credibilità. Il 71,2% della popolazione italiana, oggi, afferma di non avere mai seguito alcun influencer; ma la fascia giovanile è più sensibile, più esposta e in ogni caso quasi un terzo di utenza teorica non è poca cosa.

Ma il dato forse più interessante si cela nelle pieghe dei dati raccolti dal rapporto 2025: il 65,6% degli italiani sente sulla propria pelle l’esigenza di doversi disconnettere più spesso; e la percentuale si innalza al 74,1% fra i 18/34 anni di età. Il che (pagina 367) fa emergere una constatazione per certi versi paradossale, ossia che le persone che passano più tempo nel metaverso sono anche quelle che vorrebbero passarcene di meno (tabella 3, pagina 368).

Vediamola da un altro punto di vista. Il desiderio di disconnessione è un desiderio di ribellione, di emancipazione, di liberazione. Dunque è una buona base di partenza, che va coltivata, compresa, sollecitata. Bisogna imparare come sia possibile combattere il lavoro (aggiornare il tradizionale Contro il lavoro del secolo scorso) nella forma organizzata dal capitale finanziarizzato, l’asservimento schiavizzato alla produzione di merce immateriale, il confinamento dei reclusi sociali nei campi in cui vengono espletati i servizi e preparati i manufatti. Le sei sorelle si sono impadronite della connessione e della rete, dello spazio e dell’ambiente, dell’aria e dell’acqua, dell’energia e del tempo; usano la guerra permanente e la paura, odiano la pace, la solidarietà e gli affetti. Il problema non è di spaccare il telaio (con buona pace di Ned Ludd) ma di riappropriazione del maltolto, di restituzione della cooperazione sociale sottratta, di vivere liberi in pace. La connessione o è senza tiranni o diventa un carcere.



L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 20 aprile 2026

Note al rapporto Censis 2025 Leggi tutto »

Le ragioni economico-politiche dell’attacco Usa-Israele contro l’Iran: una possibile interpretazione

di Andrea Fumagalli


L’attacco congiunto Usa-Israele contro l’Iran apre un nuovo scenario che va al di là dello scontro sul futuro dell’Iran e dell’attuale regime. L’ipocrisia del pensiero mainstream plaude all’iniziativa di Trump e Netanyahu come espressione del ripristino di elementi di democrazia e di “libertà delle donne”. Perché parlo di ipocrisia? Per vari motivi, come cercherò di spiegare in queste note.

1. L’attacco Usa-Israele non ha come obiettivo la liberazione dell’Iran dalla teocrazia. Le origini di questo attacco hanno ben altri obiettivi, di natura interna e internazionale. Le aspettative, sacrosante, per una situazione politica più libera e una migliore condizione delle donne, purtroppo, sono destinate a svanire e a non migliorare. È solo uno specchietto per le allodole, dietro il quale si nascondono altri obiettivi, soprattutto se a gestire questo attacco militare sono due paesi che non sono sicuramente esempi di tolleranza e libertà.

2. L’attacco Usa-Israele (ma soprattutto Usa) ha come obiettivo il condizionamento delle traiettorie di export dalle materie prime, in primis il petrolio, nei confronti della Cina. Non è un caso che gli interventi militari targati Trump, in spregio a qualsiasi rispetto del diritto internazionale, hanno colpito Venezuela e Iran, tra i principali esportatori di petrolio verso la Cina.

3. L’Iran non è il Venezuela ma come il Venezuela ha una Costituzione che garantisce il passaggio dei poteri. La morte di Khamenei (così come il sequestro di Maduro) non ha avuto come conseguenza un “regime change” (cambio di regime). Nel caso del Venezuela, ampiamente ricattabile se non ha più il controllo sulle riserve petrolifere, la nuova amministrazione Rodríguez ha dovuto sottomettersi al ricatto del grande capitale Usa (ne ha parlato Angelo Zaccaria su Effimera). Difficilmente ciò potrà avvenire con l’Iran, la cui teocrazia detiene saldamente il controllo statale delle riserve petrolifere. Anzi, il posizionamento geo-strategico dell’Iran potrebbe portare conseguenze negative per le stesse economie occidentali.

4. Ogni giorno attraverso lo stretto di Hormuz transitano circa 20 milioni di barili tra greggio e prodotti petroliferi. Oltre il 20% del consumo mondiale. Circa il 70% delle riserve produttive Opec+ si trova nei Paesi del Golf che sono a loro volta bloccati. Arabia Saudita, Iraq, Kuwait ed Emirati non riescono a esportare normalmente. Le uniche rotte alternative al momento esistenti – l’oleodotto Petroline saudita verso Yambu sul Mar Rosso e il gasdotto Hashban-Fuyjairah dagli Emirati – coprono insieme il 15%dei volumi normali: insufficienti tamponare lo shock. Il GNL – Gas Naturale Liquefatto – è il comparto in assoluto più a rischio. Il Qatar, terzo esportatore mondiale, non dispone di alcuna rotta alternativa. Occorre però dire che l’83% dei volumi è destinato ai mercasti asiatici. Cina, India, Giappone e Corea del Sud ricevono insieme il 69% di tutto il greggio in transito per Hormuz. Si spiega così che al momento le uniche navi che sono in circolazione sullo stretto sono solo quelle iraniane e cinesi. Per l’Europa il contraccolpo è elevato, dal momento che la dipendenza europea dal gas qatariota è aumentata significativamente nel contesto della strategia di diversificazione delle forniture energetiche, volta a ridurre la dipendenza dalla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022. Nel 2024-2025, l’esportazione dal Qatar ha raggiunto una quota sul fabbisogno totale compresa tra il 12-14%.

5. Vi sono poi interessi nazionali in Usa e Israele, sebbene fra loro contrapposti. Netanyahu spera in una guerra di lunga durata. In tal modo ha più probabilità di vincere le elezioni il prossimo ottobre. In caso negativo, rischia la prigione. Non a caso ha attaccato subito il sud del Libano, con la scusa del lancio di alcuni missili da parte di Hezbollah. Trump invece, vorrebbe chiudere il conflitto in breve tempo, per presentarsi alle elezioni di Mid Term (il prossimo novembre) da vincitore e con poche vittime americane. Si tratta di elezioni che al momento non vedono Trump in una buona posizione, dopo i fallimenti economici e il dispiegamento dell’ICE nella deportazione degli immigrati.

6. Nel frattempo, i prezzi di petrolio (che ha raggiunto gli 80$ al barile) e del gas (50 Euro al Kw) aumentano con i rischi inflazionistici che già abbiamo sperimentato, a danno del potere d’acquisto del lavoro. Le borse internazionali perdono terreno, la speculazione al ribasso si infiamma, in un contesto che già si presenta assai fragile e sempre più instabile, soprattutto per quanto riguarda la tenuta del dollaro. Ricordiamo che una parte rilevante del mercato finanziario, quella che fa riferimento ai fondi di private equity e private capital Usa  [1], si trova in una situazione di sofferenza per l’eccessiva esposizione sul settore del software, che si trova in crisi di profittabilità a causa della concorrenza dell’IA. I primi effetti si sono già fatti sentire: dall’inizio del 2026, solo 26 dollari ogni 100 investiti nei fondi azionari globali sono finiti negli Stati Uniti. Erano 73 dollari ogni 100 nel 2024 (qui la fonte). Tale riduzione dei movimenti di capitale verso le borse Usa può avere ripercussioni sulla solvibilità del debito estero e anche, indirettamente, se il dollaro accentua la svalutazione già in atto, sulla tenuta del debito interno. Si tratta di fatti poco noti e raramente riportati dai media (l’informazione si trova oggi in un buco nero di cui non si vede il fondo) ma tale situazione può essere uno dei fattori (tra altri), che hanno spinto all’azione militare l’Amministrazione Trump nel tentativo di recuperare quell’immagine di gendarme militare del mondo che negli ultimi anni, dopo l’Afghanistan e la Somalia, aveva cominciato a vacillare. Non stupisce quindi che il dollaro negli ultimi due giorni si sia rivalutato rispetto all’euro di quasi il 3% (dopo una svalutazione nell’ultimo anno di circa il 15%).

7. In questa fase di transizione dal vecchio ordine unipolare ad un nuovo ordine potenzialmente multipolare, un ruolo importante viene sempre più svolto dai paesi Brics+. Tuttavia tali paesi non sono ancora in grado di rappresentare un contro-potere agli Usa perché ancora troppo poco coesi e disomogenei, con interessi diversi e spesso fra loro competitivi. L’Europa conta sempre meno, presenta divisione tra chi è supino alla Nato (Francia e Germania in testa) e chi è supina agli Usa (Italia) e chi coltiva interessi corporativi nazionalistici (Ungheria). Tali discrepanze in Europa e nel Sud Globale sono ben evidenziate dai recenti incontri tra il cancelliere tedesco Merz e il leader cinese XI e tra il premier indiamo Modi e Netanyahu.

8. Il conflitto in corso con l’Iran è un conflitto tra due “crazie”. Da un lato, la “teocrazia” iraniana (che tuttavia non è molto dissimile dalla “teocrazia” israeliana, dove il fondamentalismo degli ebrei ortodossi detta legge, soprattutto in Cisgiordania), dall’altro la “tecnocrazia” americana. In entrambi i casi, si tratta della violazione delle più elementari regole democratiche e dei principi del diritto internazionale.

È tempo per un nuovo internazionalismo progressista, per la solidarietà e la pace dei popoli, contro ogni sovranismo sia esso laico o religioso! Per la riduzione delle diseguaglianze e il rispetto dei vincoli ecologici, contro le politiche di depredazione ambientale e sociale!

NOTE

[1] I fondi di private equity (ovvero, fondi azionari privati) sono uno strumento rilevante per sostenere le imprese, perché investono in aziende che di solito non sono quotate in Borsa acquisendo molto spesso la maggioranza (o anche una minoranza) del capitale. Dopo un po’ di anni, tendenzialmente cinque, rivendono la società a un altro fondo o la quotano in Borsa. Ormai si tratta di un mercato gigantesco, che negli Stati Uniti ha raggiunto un valore di4mila miliardi di dollari. I fondi di private credit (fondi di credito privato), invece, finanziano le imprese sostituendosi alle banche. Il problema è che questo mercato, negli Stati Uniti, negli ultimi anni è cresciuto molto sia perché spinto da un’elevata concorrenza, sia per costante aumento degli indici di borsa che hanno favorito laute plusvalenze per la speculazione. Circa un terzo degli investimenti di private equity e private capital è verso società di software il cui valore è crollato, per la concorrenza delle nuove tecnologie legate all’IA



L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 4 marzo 2026

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Minneapolis, ICE arresta i nativi nordamericani Navajo e Oglala Sioux come “clandestini”

di Lorenzo Poli


Nessuno mette in dubbio che l’immigrazione illegale sia un problema serio, ma lo è ovunque laddove la politica – tra demagogia, razzismo, senso comune reazionario, retorica e propaganda – preferisca gli slogan alle soluzioni. Negli USA, come in praticamente tutti i Paesi occidentali governati dalle destre più becere e violatrici dei diritti umani, il compito di reprimere spetta all’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale che dovrebbe controllare le frontiere.

Si tratta di agenti spesso addestrati più alla violenza che alla legge e ciò non stupisce se poi si avvera l’assurdo: ovvero, durante rastrellamenti anti-immigrazione, arrestare anche cittadini nativi nordamericani Navajo e Sioux Oglala perché sospettati di essere clandestini.

Questo è ciò che è avvenuto venerdì scorso a Minneapolis, durante le proteste anti-Trump.

La comunità degli Oglala Sioux, residente nel Dakota meridionale, denuncia che tre dei quattro membri arrestati dall’Immigration and Customs Enforcement (Ice), la polizia anti-immigrazione, sono stati trasferiti nei centri di detenzione per migranti irregolari.

L’emittente Abc riferisce che alcuni cittadini Navajo hanno dichiarato di essere stati fermati e trattenuti in Arizona e Nuovo Messico dagli agenti dell’Ice, così come accaduto a una donna della comunità Pima-Maricopa in Arizona, la cui deportazione è stata annullata all’ultimo minuto. Nei guai è finita anche l’attrice Elaine Miles – nota in Italia per il ruolo di Florence nella serie dell’Hbo ‘The last of Us’: ai media ha raccontato di essere stata fermata nello Stato di Washington e, una volta dato il documento di identità tribale agli agenti, si è sentita rispondere che sembrava “falso”.

A darne notizia ai media locali è stato il presidente di una delle oltre 500 nazioni tribali riconosciute, Frank Star Comes Out, secondo cui nella memoria inviata dai rappresentanti della comunità al Dipartimento per la sicurezza nazionale (Dhs), è stato ribadito: “I membri delle comunità native sono cittadini degli Stati Uniti e quindi sono categoricamente al di fuori della giurisdizione delle autorità federali per l’Immigrazione”.

Secondo le testate statunitensi, non sono emerse le circostanze dell’arresto ma è stato chiarito che i quattro risultano senza fissa dimora. Uno di loro è già stato rilasciato mentre degli altri tre non si conoscono le condizioni, pertanto nella loro memoria, gli Oglala Sioux esortano il dipartimento a fornire informazioni, oltre che a procedere al rilascio immediato.

Martedì il presidente della tribù Oglala Sioux del South Dakota ha chiesto l’immediato rilascio dei membri della tribù trattenuti la scorsa settimana dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement in un accampamento per senzatetto in Minnesota. Tre dei quattro membri della tribù Oglala Sioux arrestati venerdì a Minneapolis sono stati trasferiti in una struttura dell’ICE a Fort Snelling, ha affermato il presidente Frank Star Comes Out in una dichiarazione rilasciata insieme a un promemoria inviato alle autorità federali per l’immigrazione.

Fort Snelling ha una storia travagliata per le popolazioni indigene. Fu il primo avamposto militare della zona e i Dakota vi furono tenuti prigionieri durante la Guerra Dakota del 1862, un conflitto armato tra Stati Uniti e nativi americani, ha affermato Nick Estes, professore associato di Studi Indiani d’America presso l’Università del Minnesota e membro della tribù Sioux Lower Brule.

“Ha una storia anti-indigena davvero nota, in particolare anti-Dakota”, ha detto Estes. “È un po’ come la continuazione del monopolio della violenza dall’avamposto militare alla struttura dell’ICE”.

Non è la prima volta negli ultimi mesi che gli agenti dell’ICE arrestano membri della tribù.

L’anno scorso, i leader eletti della Nazione Navajo hanno dichiarato che i cittadini tribali in Arizona e Nuovo Messico hanno riferito di essere stati fermati e trattenuti dagli agenti dell’ICE. A novembre, un membro della comunità indiana Pima-Maricopa di Salt River in Arizona, che era stata arrestata in Iowa, è stato erroneamente programmato per essere espulso, prima che l’errore venisse scoperto e la donna venisse rilasciata.

Nello stesso mese, Elaine Miles, membro delle tribù confederate della riserva indiana di Umatilla in Oregon e attrice nota per i suoi ruoli in “Un agente segreto” e “The Last of Us”, ha dichiarato di essere stata fermata dagli agenti dell’ICE nello stato di Washington, che le hanno detto che il suo documento d’identità tribale sembrava falso.

“Il memorandum della tribù Oglala Sioux chiarisce che ‘i cittadini tribali non sono stranieri’ e sono ‘categoricamente al di fuori della giurisdizione sull’immigrazione’”, ha affermato Star Comes Out. “I membri tribali iscritti sono cittadini degli Stati Uniti per statuto e cittadini della nazione Oglala Sioux per trattato”. I dettagli sulle circostanze che hanno portato alla loro detenzione non sono chiari.

Nel memorandum inviato al Segretario del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Kristi Noem, Star Comes Out ha affermato che quando la tribù si è rivolta all’agenzia, le sono stati forniti solo i nomi di battesimo degli uomini. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna si è rifiutato di rilasciare ulteriori informazioni a meno che la tribù non “non avesse stipulato un accordo sull’immigrazione con l’ICE”.

Il DHS non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di martedì sera. Star Comes Out ha affermato che la tribù non ha intenzione di stipulare un accordo con l’ICE.

I gruppi per i diritti degli indigeni, così come la Red Lake Band of Chippewa Indians, hanno istituito a Minneapolis degli spazi in cui i cittadini tribali possono richiedere le carte d’identità tribali, nel caso in cui vengano contattati dall’ICE e abbiano bisogno di fornire un documento d’identità.

“Non avrei mai pensato di ritrovarmi con il mio documento d’identità tribale appeso al collo, ma è così”, ha detto Mary LaGarde, direttrice esecutiva del Minneapolis American Indian Center. “Quindi, è importante che abbiano con sé un documento d’identità valido e non farsi prendere dal panico”.


L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 17 gennaio 2026

La foto è di Edward Sheriff Curtis – Opera propria, Pubblico dominio, wikimedia commons.

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La NATO in guerra

di Gianni Giovannelli

Aut si inaniter timemus certe vel timor ipse malum est quo incassum stimulatur et excruciatur cor et tanto gravius malum quanto non est quod timeamus et timemus

(anche se abbiamo paura senza motivo il male è la paura stessa
che punge e disturba invano il cuore: un male tanto più grave in quanto ciò che temiamo non esiste davvero eppure ci spaventa lo stesso).

Agostino
(Confessioni, VII, 5.7)

Il generale Fabio Mini è nato nel 1942; quando, nel 1963, dopo l’Accademia Militare a Modena, è entrato stabilmente nelle file dell’esercito italiano, erano gli anni del c.d. boom economico e della guerra fredda fra i due blocchi. Il primo esperimento di un governo di destra (quello di Tambroni) era fallito dopo soli tre mesi di vita, travolto dalle manifestazioni popolari che avevano riempito le piazze di tutto il paese, da nord a sud; a Genova quasi ci fu un’insurrezione per impedire il congresso del MSI, a Reggio Emilia in cinque caddero il 7 luglio sotto i colpi della polizia di stato, entrando stabilmente nella leggenda. La resistenza di massa della classe operaia alla svolta reazionaria contribuì non poco a rafforzare la ripresa delle lotte in fabbrica, sempre più efficaci fino al celebre Autunno Caldo che modificò l’assetto sociale italiano e spinse l’apparato di governo al varo della strategia della tensione. La caduta di Tambroni aveva aperto le porte agli esecutivi di centro-sinistra, alla presidenza di Saragat e all’ingresso dei socialisti nell’apparato di governo.

Un soldato colto, sensibile e intelligente quale è (e certamente era) il generale Mini non poteva certo evitare la percezione del clima politico che lo circondava e dentro il quale andava costruendo una carriera prestigiosa, fino a diventare capo di stato maggiore del Comando NATO per il Sud Europa (nel 2001 al vertice militare nei Balcani e nel 2002/2003 alla testa della missione KFOR in Kossovo). Solo considerando appieno il percorso politico-militare complessivo dell’autore sarà possibile intendere l’ultimo volume dato alle stampe, di cui con queste note ci stiamo occupando: La NATO in guerra, dal patto di difesa alla frenesia bellica, Edizioni Dedalo, maggio 2025, pagine 174. Il testo è pubblicato nella collana Orwell diretta da Luciano Canfora, che vi ha inserito una breve gustosa prefazione nella quale si bolla la NATO come uno “sgangherato organismo atlantico che ci ha regalato la guerra in Ucraina”. E sulle ceneri della vecchia alleanza egli intravede la nascita (effetto imprevisto e tragicomico) di una para-NATO a trazione franco-inglese che “ha gettato rapidamente alle ortiche il fantoccio ormai afflosciato su sé stesso dell’Unione Europea. Il professor Canfora (solido intellettuale costantemente collocato in area democratico-progressista) e il generale Mini (per oltre 40 anni ufficiale dell’esercito con funzioni apicali) si presentano in perfetta sintonia e appaiono molto (ma molto) più lucidi dei leader politici alla guida di maggioranza e opposizione. L’esame spietato delle scelte, tattiche e strategiche, che accomunano oggi il Partito Democratico e Fratelli d’Italia sul tema della collocazione italiana nel quadro bellico è probabilmente più una critica preoccupata (al confine con un rassegnato timore del disastro che ci si para davanti) che un programma politico. D’altro canto se non riescono a costruire una credibile barricata, capace di frenare la frenesia bellica in crescita, le strutture politiche dei partiti presenti in Parlamento, non si può pretendere che provvedano in supplenza due pur lucidi ottantenni estromessi da ogni ruolo di comando e trattati come un peso fastidioso.

In chiusura del suo saggio, documentato preciso convincente, il generale Mini osserva (ed è difficile non convenire con questa oggettiva descrizione della realtà): si sono trovati mille pretesti falsi per fare la guerra, mai uno, vero o falso, per fare la pace. E aggiunge: in realtà la guerra è diventata l’idea prevalente nelle menti di molti responsabili di governo eletti nelle nazioni o di quei funzionari designati a gestire la NATO o l’Unione Europea. Uomini e donne che non sanno governare, che non conoscono gli strumenti di cui dispongono, che non si curano dei sacrifici che impongono, che non sanno stabilire le priorità dei propri fini e mezzi. Di questa ignoranza la guerra si pasce e compiace. Io aggiungo che le medesime considerazioni valgono per l’opposizione che non sa opporsi, che si dissocia costantemente da ogni ribellione o anche dal semplice dissenso, elogiando e sostenendo la repressione giudiziaria, poliziesca, politica, amministrativa delle voci fuori dal coro.

In questo quadro fosco l’autore inserisce quella che definisce “utopia”, ovvero la prospettiva di “ricondurre” la NATO alle regole del suo trattato fondativo, liberandosi mediante “espulsione” degli stati che minacciano la sicurezza di altri stati o comunità, membri o meno della NATO. L’autore riconosce che le possibilità realizzative sono “scarse”; a me pare che l’uso dell’aggettivo “scarse” pecchi di ottimismo, e la speranza sia piuttosto riconducibile alla nostalgia per gli anni giovanili di servizio durante la guerra fredda, quando non era ancora arrivata la guerra asimmetrica che seguì il venir meno del fronteggiarsi di due blocchi, entrambi a modo loro attenti agli equilibri del welfare acquisito dalle rispettive popolazioni.

Il generale Mini traccia la storia della NATO, dividendo il periodo 1949-1989 da quello successivo alla caduta del Muro. Sostiene che nel periodo successivo le regole del Trattato siano state stravolte, trasformando un’alleanza difensiva in uno strumento offensivo, aggressivo, in qualche modo neo-imperialista. A mio avviso qui l’autore tralascia qualche passaggio, offre una lettura in qualche modo pro domo sua. La NATO già nel momento della sua fondazione (4 aprile 1949, 12 paesi) fu estesa al Portogallo fascista di Salazar con aperta protezione della dittatura da ogni attacco interno o esterno; e quando la Grecia fu ammessa nel 1952 gli americani non persero l’occasione di preparare le basi per il colpo di stato dei colonnelli, che certo non trovò ostacoli in ambito militare. Dunque l’Alleanza non fu solo “difensiva”, ma decisamente anticomunista, ponendosi al tempo stesso quale argine rispetto al socialismo reale, all’URSS, e più in generale all’ala più radicale del movimento operaio dei paesi occidentali. Non a caso l’autore evita ogni riferimento a Stay-Behind (Gladio), che pur essendo organizzazione diversa e segreta (promossa da CIA e Servizi Segreti italiani) si affiancava alla NATO di fatto (vari paesi dell’Alleanza infatti ne fecero parte).

Bisogna pur tuttavia riconoscere che nei suoi primi 40 anni la NATO non mosse guerre, ebbe un ruolo importante nel risolvere la crisi cubana del 1962, evitò di includere la Spagna prima del 1982, ovvero prima che terminasse il franchismo (l’adesione arrivò, guarda caso, con il primo governo socialista, che in campagna elettorale si diceva contrario). In buona sostanza la “prima” NATO fu costantemente parte attiva dello schieramento “occidentale” contro quello “sovietico” a difesa del “blocco”; la dialettica era aspra, spesso molto aspra, ma alcune regole non vennero mai infrante. Questo aspetto, di non poco rilievo, il generale Mini lo descrive in modo chiaro, puntuale, storicamente ineccepibile. La trattazione costituisce l’ossatura della prima parte del volume, indispensabile per la seconda, attuale, utilissima per comprendere la crisi bellica che ci si para davanti, e che lascia intravedere terribili conseguenze.

I capitoli di grande interesse sono naturalmente quelli che affrontano, nei presupposti e nella successiva sequenza degli avvenimenti, la guerra in Ucraina. L’autore spiega, con citazioni testuali di accordi e di decisioni che reggono l’argomentazione in modo assai convincente, come dopo la fine dell’URSS i paesi aderenti al Trattato abbiano abbandonato le linee guida sulle cui basi venne costituito nel 1949, cambiando pelle all’Alleanza, trasformata in un apparato minaccioso piegato all’esclusivo interesse degli Stati Uniti e all’ingerenza per nulla difensiva nella vita sociale-politica-militare di altri paesi, nella ex Iugoslavia, nei territori ex socialisti dell’est europeo, fino alla Georgia o all’Ucraina. Il programma era e rimane quello di creare instabilità, incrementare l’industria bellica, drenare risorse, indebolire chiunque rifiuti il vassallaggio nordamericano. Mentre la tela tessuta dagli Stati Uniti, pur se si tratta di evidente prevaricazione aggressiva, ha una logica (perversa ma logica), del tutto idiote e autolesioniste appaiono tattica e strategia dell’Unione Europea e degli altri paesi NATO.

Citavo sopra gli anni in cui il militare-militante Fabio Mini si era formato e aveva raggiunto i vertici del comando; insieme agli studi nelle accademie (non solo italiane) e alla lettura dei testi migliori d’arte bellica l’aver vissuto quel periodo storico gli consente di leggere, dentro i segmenti di conflitto e le decisioni politiche, l’impatto che colpisce pesantemente la vita dei popoli europei, la lesione violentissima del tessuto sociale consolidato negli anni precedenti, l’incrinarsi dei diritti delle comunità. Lo scenario si presenta agli occhi dell’autore maledettamente chiaro. In Ucraina guidano il gioco USA e Russia: concordano su due punti fondamentali, entrambi devono vincere, l’Europa deve pagare per tutti, il resto è negoziabile. Mostrano di non averlo compreso Meloni e Schlein, dovrebbero leggere questo volume, comprendere la legge bronzea dei numeri (armi e armati), cambiare passo, allontanandosi dal burrone verso il quale si sono incamminate prima che sia troppo tardi. Le considerazioni tecniche versate nel volume, nella loro cruda oggettività, sorprendono. L’unica alternativa è il rifiuto della guerra. Inutile attardarsi in barocchi distinguo, fare radiografie critiche sul passato di chi ci invece ci chiarisce lo stato delle cose. Prendiamo esempio dal professor Canfora e dal generale Mini, dobbiamo fare tutto il possibile per fermare questo impazzimento simile a quello con cui si conclude la montagna incantata di Thomas Mann.


L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 15 luglio 2025

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L’infinita disputa sulla memoria

di Raúl Zibechi

Quando infuriava il nazismo, Walter Benjamin scrisse nelle sue famose Tesi sul concetto di storia: “Neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere”.

In questi giorni sta accadendo qualcosa di paradossale: la memoria di Salvador Allende viene adulterata, non dai suoi nemici pinochetisti, ma da coloro che si proclamano suoi seguaci. Il presidente Gabriel Boric è a capo di un’operazione ad ampio raggio per trasformare Allende in un’icona del consenso tra i partiti del sistema.
Lo scrittore cileno Dauno Totoro, in un’intervista a Telesur, mette a nudo questa operazione, attraverso la quale Boric cerca di reincarnare Allende, “riproducendo i suoi gesti, i suoi movimenti, cercando di diventare l’immagine di Salvador Allende […]. È il prolungamento di qualcosa di molto più serio che ha a che fare con la storia profonda di questo paese e con i gravi eventi che si sono verificati negli ultimi 50 anni” (https://goo.su/F9jG).

Totoro sostiene che è stato costruito un Allende simile a un’icona cristiana, che diventa l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo; che muore per noi e ci libera dalle colpe. Allende è stato tramutato in una sorta di redentore quasi soprannaturale, che trasforma il popolo in un soggetto passivo dei suoi miracoli.
Lo scrittore analizza il modo in cui le ultime parole di Allende sono state manipolate. Secondo la versione ufficiale, egli disse: “Quanto prima si apriranno le grandi strade dove cammina l’uomo libero…” Ma ciò che Allende disse agli operai, a cui si rivolgeva, è “…aprirete”, voi aprirete le strade” (“Salvador Allende: último discurso. 11 septiembre 1973”, minuto 5:45. [ndt: i sottotitoli in spagnolo dicono “se abrirán”, ma se si ascolta, si sente che il “se” non c’è]).

Nel primo caso, si tratta di qualcosa di magico. Si apriranno da sole? Nel secondo caso, è la lotta a determinare l’apertura delle strade.

Un piccolo trucco che modifica tutto, che pone al centro un essere mitico al posto della classe operaia. Ecco perché Totoro conclude: “Hanno trasformato Allende in un prodotto che scagiona l’intera classe politica”.
Un tassello essenziale di questa manovra storico-politica è Boric, colui che sostiene che Sebastián Piñera è un vero democratico (quel Piñera che ha dichiarato guerra al popolo, durante la rivolta del 2019).
Ma Allende non è stato un agnello di Dio, né una star del mondo dei media, ma il presidente impegnato che nella sua ultima apparizione portava un fucile mitragliatore e un elmetto per difendere il palazzo del governo. Quelle immagini sono state sostituite con altre, come l’esposizione delle sue scarpe in una teca perché la gente vada ad adorarle, aggiunge Totoro.

A differenza di quelli che ora lo spogliano del suo fucile mitragliatore, lo scrittore non passa sotto silenzio gli errori di Allende, che credeva in un paese che non esisteva e, in particolare, immaginava un esercito repubblicano rispettoso della legalità.

L’obiettivo finale di questa operazione è costruire un consenso storico senza profondità, un consenso vuoto, senza storia, senza futuro, che ci intontisce e che può essere spezzato solo fisicamente, cioè con la rivolta. Di questo si tratta: mostrare un Allende vuoto di contenuti, che serve agli scopi di una democrazia che non ha nulla a che vedere con quella per cui l’ex presidente ha dato la vita, e rimuovere l’idea della rivolta popolare dallo scenario e dall’immaginario politico.

L’immagine che presenta la sua morte come un suicidio va nella stessa direzione, intende demoralizzare i suoi seguaci. Gabriel García Márquez ha scritto della morte di Allende nel 2003, nel 30 ° anniversario del colpo di Stato, sottolineando che Allende morì in uno scontro a fuoco con una pattuglia di militari, con in mano il fucile mitragliatore che gli era stato regalato da Fidel (García Márquez, “La verdadera muerte de un Presidente”).

Tutta quella storia è stata cancellata perché, come ha detto lo stesso Allende, si trattava di impartire una lezione morale dando la propria vita. Un atteggiamento etico in contrasto con la politica attuale basata sul consenso, sull’unione. Contro che cosa o contro chi? Contro la rivolta e contro coloro che persistono nella loro ribellione, come settori del popolo Mapuche e come i giovani che sono stati repressi l’11 settembre per aver preso le distanze dalle celebrazioni ufficiali.

Ma le cose non finiscono qui. Questo montaggio fa parte della quotidianità del capitalismo e in particolare dei governi progressisti.

Lula ha messo una donna indigena a capo del Ministero dei Popoli Indigeni, ma i suoi alleati dell’agroindustria uccidono ogni giorno membri di quegli stessi popoli, come è successo questa settimana con le autorità spirituali Sebastiana e Rufino, nella più assoluta impunità (“Sebastiana y Rufino, autoridades espirituales Guaraní Kaiowá, asesinadas por defender su territorio en Brasil”).
Nella Colombia del progressista Gustavo Petro, il paramilitarismo continua ad essere la politica dello Stato nei territori (“El Paramilitarismo como política de Estado se mantiene en los territorios”). Nel 2022, sono stati uccisi 215 leader sociali e 60 ambientalisti.
In questo modo, le rivendicazioni e la memoria dei popoli vengono svuotate, mentre si afferma di difenderle. Nell’ambito di questo progetto di svuotamento della memoria per continuare a governare a favore del capitale, quale strategia sta elaborando il governo messicano nei confronti dei popoli originari, prima del 30° anniversario dell’insurrezione zapatista?

Fonte: “La interminable disputa por la memoria”, in La Jornada, 22/09/2023.
Traduzione a cura di Camminardomandando.

L’articolo è stato pubblicato il 28 settembre 2023 su Comune-info 

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