Il 4 giugno 1975 fu sequestrato dalle Brigate Rosse l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, morto poi nel 2022. Era rinchiuso in una cascina nei pressi di Aqui Terme, chiamata Spiotta, oggi ristrutturata dai nuovi proprietari, con un bel cancello all’ingresso.
Il Gancia fu liberato da quattro carabinieri; uno (D’Alfonso) morì durante la sparatoria; un altro (Rocca) fu ferito, venne decorato, divenne generale e venne a mancare nel 2023, vecchio e pensionato. Sono morti nel frattempo anche gli altri due: Cattafi (ferito) e Barberis (illeso, ebbe la croce di guerra). Quest’ultimo, l’unico in borghese durante l’azione, uccise Mara Cagol. Una morte oggetto di molte polemiche: nel combattimento dicono le istituzioni; un’esecuzione a freddo, quando già era ferita e disarmata, secondo i militanti delle Brigate Rosse. Non ci fu mai un processo sul punto. L’unico condannato fu all’epoca un giovane lodigiano, Massimo Maraschi, ancora vivo, oggi ha 73 anni. L’avevano preso il giorno prima del conflitto a fuoco, per via di un incidente d’auto del tutto casuale; stava in carcere quando ci furono gli spari e i morti, ma gli diedero ugualmente 26 anni per la morte del carabiniere D’Alfonso, un concorso anomalo secondo una sentenza che fece assai discutere i giuristi per la particolarità del caso (condanna per omicidio avvenuto quando già il preteso colpevole stava in galera). Il Maraschi si fece la sua galera, dal 1989 con lavoro esterno presso la Caritas, defilato, lontano dalla ribalta.
50 anni dopo arriva il processo
La corte d’assise di Alessandria, nel luglio 2026, ha condannato Lauro Azzolini a 6 anni di reclusione per lo scontro a fuoco di oltre 50 anni or sono, quando alla Cascina Spiotta morirono Margherita Cagol e Giovanni D’Alfonso.
Azzolini era stato prosciolto alcuni decenni prima, ma la decisione era sparita dagli archivi a causa di infiltrazioni (non di spie ma) d’acqua (alluvione del 1994). E ciò aveva consentito (con un artifizio giuridico di fondamento a dir poco dubbio) di revocare il provvedimento fantasma (la regola generale per la verità -ma qui non vale- non dovrebbe consentire vantaggi al responsabile del danno, le istituzioni).
Rimane Lauro Azzolini, classe 1943, oggi anni 83, iscritto al PCI nel 1960 (suggestione dei morti di Reggio Emilia, la sua città). Si era beccato già 4 ergastoli, da tempo vive in semilibertà (semi, non piena) e assiste i disabili (ma a 83 anni dovrebbero essere gli abili ad assistere lui). Non ha soldi, con la vita che ha fatto non stupisce che non abbia messo da parte un gruzzolo e neppure maturato una pensione sufficiente per vivere.
Quindi il risarcimento del danno rimane teorico e l’aggiunta di sei anni a quattro ergastoli (quattro vite: la fantasia dei giuristi criminali non conosce limiti, abbatte le leggi della natura) per fortuna non dovrebbe comportare conseguenze in capo al condannato.
Ma siamo certi che sarà interposto appello: il suo avvocato, che è simpatico e bravo, si chiama Davide Steccanella, è nato nel 1962, quando Azzolini era iscritto al PCI da 2 anni. Dunque la sentenza non sarà definitiva fino alla Cassazione e Steccanella non è tipo da mollare la presa senza averle tentate tutte.
Gli archeologi della repressione hanno ancora da lavorare alle loro vendette per gli anni a venire!
L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 9 luglio 2026 Immagine in apertura: Catacombe di Priscilla, II-V secolo, Roma
Oggi, 25 aprile 2025, celebrando gli 80 anni dalla liberazione dell’Italia dal giogo nazifascista, Effimera vuole soffermarsi sulla (millantata) storia raccontata da alcuni “giornalisti” che sono stati sdoganati a partire dai fasti berlusconiani. Pur volendo evitare nostalgie tipiche di certo “antifascismo militante”, è necessario riconoscere che la peste diffusa da codesti fascisti in maschera, buoni per tutte le occasioni e oggi più che mai impegnati, nella battaglia per “l’egemonia culturale”, sul fronte della strenua difesa del familismo tradizionale, non è di poco conto. Essi contribuiscono a creare l’attuale clima che sta istigando (si veda la cronaca quotidiana) squadracce di patrioti machisti omofobi, misogini e transfobici a svolgere pestaggi e intimidazioni da strada fino ai femminicidi. Bravi ragazzi, insomma. Preclari esempi di quel personale-politico e giornalistico delle varie destre, ringalluzzito da questi decenni tristi. Necessario, perciò, mantenere desta l’attenzione. Contro ogni riscrittura della storia, contro ogni revisionismo, ogni smemoratezza e ipocrisia, contro ogni parzialità faziosa, ricordiamo che il paese nel quale viviamo gode (ancora) di libertà e diritti conquistati da uomini e donne con la Resistenza.Buona festa della Liberazione a tutte e a tutti!
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Ieri, per caso, mi è capitato di leggere un settimanale, con l’intervista al giornalista Alessandro Sallusti, noto reazionario. Era, di fatto, una pubblicità del suo ultimo libro, conteneva una sorta di cronaca familiare. Sallusti sosteneva che suo nonno, il tenente colonnello della repubblica Sociale Biagio Sallusti, era stato fucilato “dai partigiani”, e questo benché fosse un brav’uomo, così bravo da morire invitando alla pace e alla fratellanza. Sallusti diceva poi di essere fiero del nonno. Ma la cronaca appariva alquanto reticente sul come, sul quando. Evocava invece il perché, ovvero la sentenza firmata dal nonno che sanciva la condanna a morte di Giancarlo Puecher, per rappresaglia. Ma ovviamente, afferma il nipote, non gli si poteva addebitare responsabilità, dunque quella dei partigiani era vendetta, il colonnello Biagio era un tipo mite e la famiglia Sallusti soffrì a torto. Per ripicca, scrive, rapinarono la casa di abitazione e perfino violentarono la nonna. Qui l’articolo accenna al peccato (senza offrire riscontri) ma non i peccatori; ma si lascia intendere che fossero sodali dei fucilatori, e senza ombra di dubbio da collocare nell’area dei partigiani o quanto meno degli antifascisti.
Io avevo un ricordo ben diverso. Ma stranamente dalla rete è ormai svanita la sequenza reale dei fatti. Ora la si rintraccia a fatica, e solo sapendo bene dove mettere le mani. Ne esce una verità ben diversa! Eccola.
Giancarlo Puecher era un cattolico di buona famiglia, il babbo aveva studio notarile. Prima fu per breve tempo aviatore volontario, come tale inserito nella generale milizia fascista. Poi, quando già era stata costituita la RSI, prese contatti nella zona di Como/Erba con l’antifascismo moderato. Certo non un comunista! Per rappresaglia contro un’azione partigiana, su ordine del prefetto di Como, tale Franco Scassellati Sforzolini, un macellaio criminale nazifascista, i collaborazionisti decisero di fucilare alcune persone. E misero su un processo farsa. Non si trovavano però, neppure fra i mussoliniani, persone disposte a presiedere una simile Corte. Il tenente colonnello Biagio Sallusti si offrì volontario e diresse il Collegio (composto anche da Domenico Pisani, Antonio Revel e Giuseppe Di Vita). Fu emessa sentenza di morte per 4 persone; poi fu convertita in una condanna per il solo Puecher, cui fu rifiutata la grazia (chiesta dalle autorità religiose) in quanto considerato traditore del fascismo . Puecher davanti al plotone di esecuzione volle perdonare i suoi assassini. Il caso ebbe risonanza notevole e per le modalità e e per la notorietà della famiglia e per la figura morale della vittima.
Dopo la fine della guerra, con decreto luogotenenziale del governo Bonomi, fu istituita il 22 aprile 1945 la Corte d’Assise Straordinaria in ogni provincia italiana. La Corte d’Assise di Como (composta da 5 membri, un magistrato e 4 giudici popolari), dopo un processo, con sentenza 31 luglio 1945, condannò a morte mediante fucilazione alla schiena non solo Biagio Sallusti, ma anche gli altri membri della giuria, concedendo le attenuanti solo al pubblico ministero di quel processo farsa. Il Sallusti si difese sostenendo di aver solo adempiuto a un ordine del prefetto Scassellati e dunque che si trattava, tecnicamente, di adempimento del dovere, invocando l’esimente penale. Ma questa difesa fu ritenuta dalla Corte d’Assise del tutto infondata: il Sallusti, oltretutto volontario nel compito, era comunque perfettamente in grado di cogliere la natura reale della decisione che era mera rappresaglia, in collaborazione con i nazisti.
Contro la decisione il colonnello Sallusti propose ricorso per Cassazione (Sezione Speciale provvisoria di Milano). Con sentenza 29 agosto 1945 n. 162 la Cassazione, esclusa nuovamente l’esimente di adempimento del dovere, confermò la condanna a morte. Presiedeva la Corte il dottor Toesca; relatore ed estensore della motivazione fu un giurista illustre, Vincenzo Chieppa, fondatore della associazione Nazionale Magistrati, messo forzatamente a riposo dal ministro fascista Rocco, reintegrato nelle funzioni dopo la liberazione (il figlio di Vincenzo, Riccardo Chieppa, pure lui magistrato, nel dopoguerra fu Presidente della Corte Costituzionale). Vincenzo Chieppa era una persona stimata, onesta, per bene, e certamente non un comunista. Il Sallusti chiese infine la grazia al Ministro Guardasigilli in carica, ma la domanda fu respinta: quel ministro era Palmiro Togliatti (primo governo De Gasperi). La sentenza è disponibile perché conservata presso l’archivio di stato.
Il giorno 8 febbraio 1946 (quando i partigiani di cui parla a vanvera Sallusti nipote avevano da tempo consegnato le armi) Biagio Sallusti nonno fu fucilato dal plotone regio di esecuzione nel poligono di Camerlata (Como). Solo il 2 giugno successivo sarebbe nata la Repubblica Italiana; a sparare furono i soldati del Re, non i “partigiani”.
La pena di morte fu abolita il 1 gennaio 1948, il divieto è ora sancito dalla Costituzione. Gli ultimi fucilati, a Forte Badia, nei pressi di La Spezia, in data 5 marzo 1947, furono Aurelio Gallo. Emilio Battisti e Aldo Morelli, pure loro nazifascisti.
Il più crudele fra i responsabili della morte di Giancarlo Puecher, pur condannato anche lui a morte con sentenza della Corte d’Assise 18 maggio 1946 (Giudice Raffaele Console), sfuggì all’arresto e riparò in Sudamerica. Nel 1951 ottenne la commutazione della pena capitale in ergastolo (mai scontato) e morì nel 1967. Il mandante Scassellati si salvò, l’esecutore Sallusti morì fucilato. Non è la prima volta che succede. Ma a Sallusti (Alessandro) questo non interessa. Lui continua ad essere fiero del nonno ucciso dai partigiani. D’altra parte Sallusti è alquanto disinvolto nelle sue narrazioni: condannato in via definitiva per diffamazione a 14 mesi di reclusione ha ottenuto dal (comunista :-)) re Giorgio Napolitano la grazia, il 21 dicembre 2012, senza carcere, con pena convertita in una multa di 15.522 euro.
È un tipo fatto così. Quanto alla nonna sostiene sia stata violentata (non si sa dove, quando e da chi, ma se lo dice lui, condannato per aver detto il falso e poi graziato, deve essere vero, tanto la nonna ormai non può intervenire); e lascia intuire che anche la violenza inflitta alla nonna sia opera dei partigiani. È un seriale!
L’aricolo è stato pubblicato su Effimera il 25 Aprile 2025
Dal 24 al 28 settembre 2025, Gubbio ospiterà l’undicesima edizione del Festival del Medioevo, dedicata al tema “Il viaggio. Pellegrini, viandanti, esploratori”. Un’occasione per sfatare l’idea di un Medioevo statico e raccontare le migrazioni, i pellegrinaggi, i commerci e gli incontri culturali che hanno segnato quell’epoca.
Per cinque giorni, storici, scrittori, scienziati, giornalisti e filosofi animeranno il festival con conferenze stimolanti, affiancate da mostre, mercati, spettacoli, rievocazioni storiche e laboratori didattici per i più giovani.
Tra gli appuntamenti irrinunciabili: la Fiera del Libro Medievale, lo spazio Scriptoria, dedicato alla miniatura e alla calligrafia, e il ciclo “Medievalismi”, che esplora l’influenza del Medioevo sulla cultura contemporanea.
Il festival è organizzato dall’Associazione Festival del Medioevo, in collaborazione con il Comune di Gubbio, con il sostegno di numerosi sponsor e istituzioni culturali.Inizio modulo
Ferite ancora aperte a 70 anni dal passaggio del fronte nei paesi della Bassa-Romagna.
Chissà se i frequentatori del Parco Piancastelli a Fusignano notano i segni delle granate dell’ultima guerra sul muro di cinta e se hanno mai pensato a coloro che il 27 dicembre del 44 erano lì. Alcuni liceali, ospiti di una trasmissione televisiva, forse confusi dai video-games, pensano che la guerra sia una soluzione inevitabile e risolutiva. I clienti del Bar Caio non danno importanza ai segni sui muri, loro la guerra la vedono ogni giorno nei telegiornali, poi è lontana dicono, non ci riguarda. Cicloamatori solitari procedono lenti e scrutano il territorio in ogni sua parte. Mi trovo di fronte alla casa ferita che uno di loro mi ha segnalato: è piena di ostacoli, poco propensa alle ragioni del fotografo, aspetto l’arrivo del sole nel labirinto, è un’attesa paziente e inutile. Da sempre i fotografi combattono con la luce, mentre scrittori e poeti lottano con le parole, io, poco avvezzo allo scrivere, in questo momento comprendo la loro fatica. Non ho alternative, le case ferite sono rare, devo assolutamente trovare un’inquadratura decente, è da ieri che combatto, tornerò domani a un’ora diversa.
A mio nonno Antonio, socialista, antifascista. A mia nonna Luigina Caporali, fascista per amore della famiglia.
1. Introduzione
Le note che seguono prendono spunto dalla lapide posta sulla facciata del listone di Fontanellato, ex palazzo comunale, poi sede della locale Camera del Lavoro.
Essa ricorda quattro nostri concittadini che fra il 1921 ed il 1924 persero la vita nell’arroventato e violento clima politico di quegli anni.
E’ un omaggio diretto.
Il lavoro si articola in tre sezioni, cercando di intrecciare quanto ricostruibile delle vicende personali delle vittime con gli eventi storici del periodo. Per questa parte si fa riferimento alla storiografia contemporanea, mentre per la cronaca si utilizzano i giornali di periodo e quanto disponibile presso gli archivi del Comune di Fontanellato.
Ne rendo disponibile il primo stralcio in occasione del centenario dell’uccisione di Egidio Manghi ed Eugenio Guareschi.
2. Manghi & Guareschi
a) Gli Arditi: dalla trincea al popolo
i) Le origini militari
Nel settembre del 1914, su quello che diverrà il fronte occidentale, la grande guerra europea e mondiale prende quella fisionomia che ne caratterizzerà tutto lo svolgimento. La prima battaglia della Marna che ferma la fulminea avanzata tedesca ed il contemporaneo attacco russo sul fronte orientale, deludono le speranze germaniche di una conclusione rapida e vittoriosa ed il conflitto degenera in una logorante lotta di trincea. Con l’intervento dell’Italia nel maggio del 1915 si apre il nuovo fronte sul confine meridionale dell’ impero Austro-Ungarico. La prima offensiva italiana lanciata sull’Isonzo a fine giugno si protrae per due settimane ma si infrange sulle linee difensive degli imperi centrali. Non ostante la superiorità numerica, il guadagno territoriale è irrisori mentre il prezzo in termini di vite umane è altissimo. Sarà così per le offensive lanciate a metà luglio, ottobre e novembre. Anche sul fronte sud-orientale, lo scenario bellico diviene quello di una lunga, estenuante guerra di postazioni trincerate.
I primi a rendersi conto dell’inutilità degli assalti alla baionetta, condotti contro le postazioni nemiche armate di mitragliatrici e fucili a tiro rapido, sono i tedeschi: durante la prima battaglia di Ypres (20 ottobre – 18 novembre 1914) a causa della scarsità di munizioni per l’artiglieria sono costretti ad affidare le sorti all’enorme ondata di fanti: 80.000 soldati tedeschi perdono la vita. I sostenitori dell’offensiva si sono sbagliati. Dopo i tedeschi se ne rendono conto i comandi dell’intesa, e infine gli italiani. Tutti i paesi belligeranti cercano di ovviare all’errore strategico con l’innovazione tecnica di gas e carri armati o con l’adozione di nuovi procedimenti tattici; ma niente riesce a rovesciare le sorti degli avvenimenti ed a mutare lo scenario.
Il fattore umano non sfugge alla revisione richiesta dalle circostanze. Questa viene affrontata in due modalità: la prima con la costituzione di unità specializzate all’interno dei corpi esistenti. Nascono così nel nostro esercito gli esploratori, i guastatori per la distruzione di reticolati, i militi arditi. La seconda trasformazione, più radicale, creando nuove unità indipendenti ed autonome. Sono i tedeschi ad introdurre per primi le unità di fanteria d’assalto in grado di risolvere la staticità della guerra di trincea, superando la terra di nessuno, sfondando in punti determinati le linee nemiche e utilizzando nuclei di soldati ben addestrati comandati da sottoufficiali con capacità decisionale autonoma. Costituite nel marzo del 1915 le “Stosstruppen”, troveranno in alcuni romanzi di Ernst Junger [1] la vivida descrizione del loro mondo operativo e valoriale. Junger fu infatti comandante di una compagnia d’assalto sul fronte occidentale.
Nel Regio Esercito viene creato nel 1914 un gruppo di esploratori, a cui seguiranno i guastatori per la distruzione di reticolati e nel 1916 i militi arditi ed i guastatori. Nel marzo 1917 il Comando supremo viene a conoscenza della costituzione di unità speciali nell’esercito austroungarico e nel giugno 1917 il Maresciallo Luigi Cadorna approva la creazione di una nuova specialità. La presentazione ufficiale del primo Reparto d’Assalto alla presenza del Re avviene nel campo di Sdricca di Manzano (UD) il 29 luglio di quell’anno. «Una data che, per caso fortuito, sembra anticipare il contraddittorio divenire della nuova specialità`, coincidendo infatti sia con l’anniversario dell’attentato dell’anarchico Bresci a Umberto I che con il compleanno di un certo Benito Mussolini».[2]