storia

L’arte di comunicare così nuova e così antica

Se vogliamo capire i complessi sviluppi che ha oggi la comunicazione, dobbiamo basarci su ciò che abbiamo imparato da tutta la storia dell’evoluzione umana.

di Giancarlo Livraghi

 

Communicare necesse est

È spesso ripetuta (non sempre a proposito) la frase navigare necesse est, vivere non necesse.

Secondo i repertori, fu citata la prima volta da Plutarco – detta (in greco) da Pompeo ai marinai che non volevano partire perché il mare era in tempesta. Divenne, mille anni dopo, il “motto” della Lega Anseatica (talvolta anche di altri, che non sempre lo usarono in modo sensato o civile).

L’intenzione è chiara, ma il concetto è discutibile. È vero che in ogni impresa umana occorre saper affrontare un rischio, ma un buon capitano deve saper governare in modo da portare a destinazione la nave, l’equipaggio e il carico – non solo di merci, ma anche di idee, identità e pensiero.

Quando si tratta di comunicazione, è abbastanza ovvio che vivere è necessario, ma per vivere occorre comunicare (e viceversa). I vocabolari ci dicono che in latino communicare vuol dire “mettere in comune, condividere, rendere partecipe”. Non è solo dire e ascoltare, è una necessità nell’esistenza delle persone e delle comunità umane.

Ciò che conta non è il latinorum, ma il fatto che la comunicazione è essenziale alla vita, in tutte le sue forme. Ed era così anche millenni prima di Socrate, di Platone e di tutti gli altri che si chiedevano (e ancora si chiedono) che cosa vuol dire “comunicare”.

Bulow

Ravenna, 23/01/2008

Oggi pomeriggio passavo per la Piazza del Popolo e mi sono ritrovata a salire le scale del Municipio, per rendere omaggio alla salma di Arrigo Boldrini . Mi sono sentita di farlo, non per un formale tributo di cittadina classe 1945 (l’annata della liberazione, l’annata della pace generosa di nascite!), ma quasi per il bisogno di trarre, attraverso la sua morte, attraverso la memoria storica, una rinnovata fiducia nella possibilità di una rigenerazione della classe politica italiana, in giorni in cui la nostra Repubblica scivola sempre di più verso uno stato di degrado che ci avvilisce e ci addolora.

Ma mi ha guidato all’ultimo saluto anche una sorta di legame affettivo, che negli ultimi anni avevo avuto modo di abbozzare. Avevo incontrato “il grande Italiano” nel corso delle ultime estati a Marina Romea, presso la Residenza per anziani Betania, dove mia madre, classe 1916, trascorreva i due mesi di villeggiatura. Il grande Bulow, mia madre e qualche altro/a coetaneo/a passavano ore ed ore a giocare a carte, scambiando qualche battuta, qualche ricordo. Mia madre, alle prime partite, mi diceva di sentirsi imbarazzata per l’onore di sedersi al tavolo “con Bulow !”, ma via via era stata conquistata dalla sua gentilezza (al termine dei “tornei”, baciava le mani alle signore e ringraziava) e aveva persino trovato il coraggio di raccontargli che sua figlia, io, aveva scritto un piccolo libro proprio sull’ Isola degli spinaroni, che lui doveva ben conoscere!

Mia madre è morta un anno fa, in pochi giorni, e a consolare il mio dolore è stata la considerazione che non poteva esserci morte più discreta e dignitosa, mentre mi aveva rattristato molto nelle ultime due, tre estati, constatare che il “grande Bulow” stava incominciando a combattere una nuova battaglia. Così, quando compì i novantanni e io lessi sulla stampa i tanti messaggi di auguri delle Autorità, mi venne spontaneo scrivere il mio sentimento.

Non so bene perché, ma mi sento di comunicarlo anche ad altri.

Ai novantanni di Bulow

Per una briscola pacata e assente, le diafane, esili mani del grande vecchio rimescolano carte sul tavolo.

Governava allora altre carte, con mani ferme e tenaci. Tracciava le mosse di una buia partita, con lucido disegno.

Ora, sul viso abbassato, un mite sorriso affiora smarrito dal silenzio di ore. Incerti i suoi passi, guidati dai passi di un altro.

Il lampo fiero dei vigili occhi penetrava la soglia dei canneti di valle, le nebbie melmose della pianura. La sua parola, un’azione compiuta.

Implacabile il contrattacco del tempo. Alla resa dei novantanni un fragile vigore, un fioco torpore di pensieri, il bandolo imbrogliato dei ricordi.

Caro Arrigo… Grazie Arrigo… La città onora il Comandante, che ora combatte per la sua dignità.

una cittadina

Bombardare Auschwitz?

13 gennaio 2008
13 gennaio 1898

“J’accuse” di Emile Zola su l’Aurore.

Riferendomi all’improvvida affermazione del presidente americano “dovevamo bombardare Auschwitz” vi rammento che:
Sono stati i nazisti, con molte complicità fra cui quella italiana, a sterminare ebrei, zingari, prigionieri russi, ecc. e non gli Alleati;
Nella primavera del 1942 l’80% delle future vittime della Shoah era ancora vivo, mentre un anno dopo le parti si erano invertite (Christopher Browning, “Uomini comuni”, Einaudi). Gli Alleati ebbero la possibilità di bombardare Auschwitz solo nell’estate del 1944, quando lo sterminio era ormai concluso (Martin Gilbert, “Auschwitz and the Allies”, Mandarin);
Difficilmente un bombardamento avrebbe distrutto le camere a gas (bombardare la linea ferroviaria sarebbe stato futile), ma avrebbe certamente ucciso migliaia di deportati e ora i revisionisti avrebbero buon gioco a “dimostrare” che gli ebrei sono morti sotto le bombe americane (David Horowitz, Jerusalem Report 12/01/1995). Inoltre, visto che il 40% degli ebrei è stato assassinato FUORI dei campi di sterminio (Raul Hilberg “La destruction des juifs d’Europe”, Fayard), la distruzione delle camere a gas non avrebbe cambiato nulla e gli ebrei rimasti sarebbero stati fucilati nei massacri (le marce della morte) che si svolsero da gennaio ad aprile 1945, DOPO la liberazione di Auschwitz;
Le famose foto aeree del campo di sterminio furono stampate e ingrandite solo nel 1978 (“The Bombing of Auschwitz”, St.Martin Press) e nessuno ha dimostrato che questo sia stato fatto nel 1944, come del resto nessuno si è curato di accertare se qualche analista, visionando le decine di migliaia di foto che gli aerei alleati scattavano ogni giorno, si sia preoccupato di scoprire cosa accadeva in uno delle centinaia di campi di concentramento che costellavano l’Europa occupata;
Infine non dobbiamo chiederci perché gli Alleati non bombardarono Auschwitz nel 1944, ma piuttosto perché noi non abbiamo reagito ai genocidi che ci sono passati sotto il naso (dalla Bosnia a Timor, dal Ruanda alla Cambogia, troppo lungo farne l’elenco). Noi sappiamo benissimo cos’è un genocidio mentre gli Alleati ne avevano un’idea estremamente vaga. Il giudice della Corte Suprema americana Frankfurter disse a Jan Karski che lo informava dello sterminio degli ebrei: “ Non posso crederlo. (…) Non ho detto che stia mentendo. Ho detto che non posso crederlo. C’è una differenza “ (Walter Laqueur, “Il terribile segreto”, Giuntina e “Shoah” di Claude Lanzmann, Einaudi