Quel che è accaduto nell’enclave spagnola in Marocco, a Ceuta, è certamente una trappola dei mercanti di morte e un evento scientemente organizzato e manovrato. Tuttavia, il suo valore simbolico è difficilmente sottovalutabile. È la dimostrazione lampante di un desiderio di libertà e di vita che giunge fino a noi dal Sud del mondo e che non può essere trattato solo come un problema di pubblica sicurezza.
Lasciare la propria terra, il proprio paese, non è cosa che nessuna donna e nessun uomo fa a cuor leggero. Partire significa andare verso l’ignoto, lasciare le sicurezze, abbandonare usi, costumi e tradizioni che hanno segnato la propria vita, rischiare l’incolumità di sé stessi e dei propri cari.
Quante persone sono morte nel tentativo di attraversare il mare? Le stiamo contando con freddezza, senza renderci conto che sono vite umane, volti, sogni e desideri annegati per la speranza di una nuova patria.
Al di là delle necessarie valutazioni politiche e dei provvedimenti legislativi, eventi come quelli di Ceuta rimangono la cartina di tornasole dello squilibrio enorme del mondo, della distribuzione iniqua delle ricchezze, del restringimento delle democrazie in tutto il pianeta (e dei relativi diritti sociali, civili, economici), della crisi climatica. Tutto condensato in quella disperata speranza di Europa dei migranti.
Si ripetono così senza fine fatti tragici, nei quali le speranze, i sorrisi, i corpi di tanti, in un attimo, vengono distrutti per decisioni di altri uomini, che si arrogano il diritto di togliere la vita altrui, cancellando come inutili i tanti amori che li hanno messi al mondo. Il rischio è proprio l’anestesia della coscienza, che rende banale il male.
Creare torpore, creare coscienze assopite è il progetto occulto dell’Occidente. Prova ne è il modo in cui Ceuta viene raccontata dai governi e dai media del Vecchio Continente (con la solita indefinibile propaggine americana). Una modalità, ai miei e ai nostri occhi, assolutamente terribile. Nessun rispetto, nessuna partecipazione, nessun dolore, nessun senso di umanità, nessuna spiegazione delle ragioni profonde.
Solo l’allarme, del tutto infondato dal punto di vista giuridico, di una invasione di fatto impossibile (c’è il mare, c’è Gibilterra tra Ceuta e l’Europa); solo la squalifica, assurda e in verità controintuitiva, di ogni politica di accoglienza e di inclusione. Sta qui il peccato originale dell’Europa odierna di fronte ai migranti: non voler ammettere che si tratta di un fenomeno mondiale, irreversibile, da affrontare e gestire con la politica e non con gli eserciti; che siamo di fronte a un esodo a cui non si può rispondere con accordi ignobili con i paesi terzi, come la Libia di Almasri.
Prima di cadere nel sonno che – come la Storia ci ha insegnato – non fa percepire la violenza, il suo scandalo, fino a farla accettare come normale o addirittura necessaria. A Ceuta l’Europa dimostra in maniera lampante la crisi profonda della sua civiltà e dei suoi valori. Rinnega sé stessa in quanto patria del diritto e del riconoscimento di ogni donna e di ogni uomo in quanto appartenenti a una comune umanità, a una fraternità universale che ci supera.
Non si rende conto che le soluzioni tipo ‘pannolini caldi’ tolgono il fastidio di un giorno ma preparano la tragedia di domani. E soprattutto, rifiutandosi di pensare e di agire secondo i propri principi e le proprie capacità, l’Europa rischia di condannarsi a morte. La storia ci insegna che i cosiddetti barbari, entrati nel territorio romano, hanno fondato, insieme ai cittadini dell’Impero, una nuova civiltà. Non precipitiamo nella notte della ragione, del cuore e della coscienza.
L’aricolo è stato pubblicato su Pressenza Redazione Palermo l’1-8-2026
Il 18 marzo 2026 la Commissione Europea ha ufficializzato (COM 0321-2026) la proposta di introdurre nell’ordinamento dell’Unione Europea una nuova forma di società denominata EU inc., assai semplificata nelle modalità di costituzione, gestione e scioglimento. La proposta, intitolata 28 regime, contiene anche uno schema di regolamento, attualmente all’esame dei 27 stati membri: in Italia tale esame è in corso presso la IV (politiche europee) e la IX (industria agricoltura turismo commercio) commissione del Senato; non è coinvolta invece la X sezione (lavoro) nonostante le oggettive ricadute della normativa sui salari e sul trattamento contrattuale dei dipendenti. L’intero piano di regolamento omette (con un significativo silenzio) ogni passaggio normativo che riguardi salari, contribuzioni, rappresentanza sindacale dei dipendenti; e tralascia altresì ogni questione connessa alle sanzioni (amministrative e soprattutto penali) connesse all’insolvenza delle nuove società introdotte nell’ordinamento.
Liberismo selvaggio nelle premesse della proposta
La proposta si riallaccia alla bussola per la competitività del 29 gennaio 2025, a sua volta redatta sulla base dei rapporti elaborati nel 2024 da Mario Draghi ed Enrico Letta su richiesta della Commissione; la radice neoliberista e filoamericana dei due lavori costituisce un dato oggettivo e, del resto, non ne hanno mai fatto mistero gli autori, avversari convinti di ogni forma di welfare o, più in generale, di limiti alle operazioni economico-finanziarie delle imprese multinazionali in Europa. Il 28 maggio 2025 si era aggiunto l’ulteriore documento che delineava la strategia UE in materia di start up. Bisogna tener presente che nei 27 paesi dell’UE è già diffuso il meccanismo delle c.d. Shelf Companies, società regolari e legittime secondo il diritto nazionale dei singoli paesi, lasciate inattive (dormienti) e pronte per essere utilizzate dagli acquirenti senza trafile burocratiche e con una almeno apparente anzianità di vita che consente di partecipare a concorsi o gare d’appalto. Le Shelf Companies sono state nel recente passato anche uno strumento di elusione fiscale e contributiva, oltre che di aggiramento delle regole in materia di sicurezza e di salario; l’applicazione in concreto di sanzioni nei confronti dei reali manovratori di queste strutture è sempre stata assai difficile, non solo per i lavoratori danneggiati, ma anche per le procure inquirenti e per la Guardia di Finanza. Individuare le esatte competenze dell’autorità preposta alla sanzione non è facile; la filiera a scatole cinesi dei prestanome è complicazione ulteriore. Ma evidentemente non bastava; mai sazi coloro che vogliono essere i padroni delle nostre vite vogliono di più.
La proposta del 18 marzo 2026, con un astuto colpo di mano, prepara il terreno alle future frodi mediante un espediente tecnico-giuridico. Come in altri interventi normativi del passato il punto di partenza rimane l’art. 50 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TfUE), sull’attuazione della libertà di stabilimento delle imprese e dei lavoratori nei 27 paesi; ma, con una modifica di enorme peso rispetto ai precedenti e anche rispetto ai lavori preliminari, l’art. 50 questa volta viene legato proceduralmente all’art. 114 TfUE e non più all’art. 352. La differenza fra le due procedure non è un semplice cavillo: l’art. 352 esige l’unanimità dei 27 membri, l’art. 114 no. La relazione del 29 giugno 2026, a firma di René Repasi, è un grimaldello per abbattere ogni forma di resistenza al progetto; il giurista tedesco è anche il capodelegazione socialista e viene considerato il pontiere dell’alleanza con i conservatori, comunque un sostenitore convinto della maggioranza Ursula e della sua linea politica.
L’allarme lanciato da European Trade Union Institut (ETUI)
Non dovete pensare che ETUI sia un covo di rivoluzionari decisi ad insorgere con le armi in pugno per costruire il comunismo. Più modestamente raccoglie, in un centro studi, i ricercatori segnalati dalle principali organizzazioni sindacali europee, con il finanziamento di ETUC, la Confederazione Europea di cui fanno parte (per l’Italia) CGIL-CISL-UIL. Attualmente l’unico italiano al vertice è Giulio Romani, moderatissimo esponente del settore bancario CISL (sono cariche a rotazione ovviamente). Non fanno parte di ETUC (e conseguentemente di ETUI) i sindacati di base nostrani, come CUB o COBAS o USB o altri simili.
Eppure il rapporto redatto da Marcus Meyer-Erdmann e Aline Hoffmann è un attacco durissimo alla proposta e alla relazione di René Repasi: Marcus è il ricercatore senior che più si è occupato degli aspetti societari per conto di Etui; Aline, storica funzionaria sindacale di IG Metal, gode di enorme prestigio nell’area della socialdemocrazia in Germania. Con la policy brief diffusa con la sigla ufficiale di ETUI viene aperto lo scontro all’interno della sinistra tedesca; non a caso entrambi i firmatari della critica hanno la medesima nazionalità del relatore, quella tedesca. La policy brief è facilmente reperibile in rete presso il sito di ETUI: chiarisce benissimo quanto sia subdola e pericolosa la forzatura procedurale utilizzata, posto che la Corte di Giustizia, nel caso analogo della SCEA (la società cooperativa europea) aveva già escluso che potesse ritenersi giuridicamente ammissibile l’uso della procedura eccezionale di cui all’art. 114 (per le ricadute su finanza e salario) in luogo dell’art. 352. Marcus e Aline hanno rotto il silenzio complice costruito nel parlamento europeo intorno all’iniziativa, spiegando quanto sia pericolosa e come spalanchi la porta ad ogni sorta di elusioni e di abusi in danno dei lavoratori, stimolando un liberismo selvaggio senza più regole e senza più freni. L’allarme è dovuto anche ai brevi tempi per il deposito di emendamenti correttivi, visto che la discussione in aula europea dovrebbe cadere non molti mesi dopo la pausa estiva.
Che cosa sono le EU inc e perché sono insidiose
Le nuove società semplificate che la Commissione Europea ha in animo di introdurre nell’ordinamento europeo svolgeranno, di fatto e con maggiore efficacia, le funzioni in precedenza assegnate alle Shelf Companies, con minore costo e soprattutto con minore controllo. Sono strutture agili e sostanzialmente anonime; non solo i soci sono liberati da ogni responsabilità patrimoniale propria (rispondono solo i beni delle Eu inc. non quelli di chi le controlla) ma possono, liberamente e rapidamente (48 ore), insediarsi a piacere in uno qualunque dei 27 paesi dell’Unione con la semplice iscrizione al Registro, valida senza limite territoriale e senza necessità di ulteriore esame. Basta un capitale minimo (cento Euro!) e (art. 3) per iniziativa di una o più persone (fisiche o giuridiche non importa), con uno statuto standard, per ottenere un codice fiscale (TIN) e una partita iva con cui operare, senza altre domande o verifiche. Le società possono (non debbono) aprire filiali nei territori dell’Unione Europea in cui si trovano ad operare in concreto; ma vige il generale principio di separazione fra sede legale, sede reale e luogo di attività. Basterà dunque insediarsi legalmente dove (secondo necessità e occasione) si pagano meno imposte o sono più convenienti le norme salariali-previdenziali per acquisire l’applicazione della legge più utile; con una filiera di società utilizzabili diventa semplicissimo aggirare i diritti e i doveri connessi ad una qualunque attività d’impresa. Il meccanismo apre poi la strada a legislazioni nazionali in concorrenza fra loro per attirare insediamenti: lo abbiamo già constatato in questi ultimi anni con il trasferimento delle sedi legali di grandi corporation anche italiane in paesi fiscalmente ospitali.
Gli amministratori delle EU inc. possono essere più di uno, ma almeno uno deve risiedere nei 27 paesi dell’Unione. Dunque basta costituire un terzetto di responsabili, un prestanome residente e due irraggiungibili collocati fuori portata, per sottrarre ad eventuali azioni giudiziarie tutti i responsabili delle società, tutti i loro soci (persone fisiche o giuridiche) e tutti i loro beni. Tutto avviene senza il corpo fisico, mediante i sistemi informatici: costituzione delle società, loro scioglimento, vendita delle azioni e controllo operativo. Esiste già ora il marchingegno delle quote cedute in bianco (ovvero con firme cartacee pronte per l’uso), ma non cancella i rischi in capo a chi mette in opera la frode. Ora diventa più facile: basta un tasto e la firma digitale legittima qualunque passaggio, organizzando tutto in località sicure, irraggiungibili, nell’aria.
Parcellizzando le singole attività (magari a mezzo di appalti, ma non solo) si evita l’apertura formale di una filiale (che sarebbe probabilmente, anche se non sicuramente, tenuta ad applicare la legge nazionale del luogo in cui si opera). La temporaneità (parente prossima della precarietà) consente di applicare ai contratti di lavoro la legge del luogo in cui ha sede l’impresa, aggirando le tutele, comprese quelle connesse al regolamento Roma 1 teso a salvaguardare il trattamento dei dipendenti utilizzati in un determinato ambito territoriale. E apre la via, con opportuni accorgimenti legali, ad imporre (come condizione preventiva per l’assunzione) normative capestro ai lavoratori, costringendoli, nella migliore delle ipotesi, a complicate e costose azioni legali per tutelare i propri diritti aggirati e violati. Ancora più a rischio e compromessa appare la contribuzione previdenziale connessa ai rapporti lavorativi, con intuibili future conseguenze sul trattamento pensionistico dei singoli addetti, per via di un intreccio inestricabile di diversi trattamenti in essere nei 27 paesi. Per non parlare poi dei vantaggi fiscali legati ad un uso spregiudicato di queste nuove società, atte per loro natura a favorire elusione e crimine.
Insolvenze e sanzioni
I promotori battono la grancassa sulla semplificazione delle procedure, che, di per sé appare sempre come cosa buona e ragionevole. Ma la semplificazione presuppone la fiducia e un apparato sanzionatorio tale da sconsigliare le frodi. E qui casca l’asino. Invece di affiancare alla nuova forma societaria idonei strumenti punitivi e di protezione delle parti deboli il regolamento lascia campo libero a qualunque comportamento spregiudicato e antisociale. L’insolvenza (art. da 88 a 102) viene considerata quasi un irrilevante incidente di percorso, anche in questo caso semplificato e senza conseguenze per chi l’ha provocata, magari intenzionalmente (l’ipotesi non viene presa neppure in considerazione). Quando gli amministratori delle EU inc. (pigiando un tasto dal loro rifugio chissà dove) annunciano di non avere soldi per far fronte agli impegni il regolamento prevede il blocco delle azioni giudiziarie esecutive nei loro confronti, li lascia a gestire i beni rimasti e affida loro la liquidazione (rapida) a mezzo di asta elettronica (senza controllo e dunque basta far acquistare tutto a prezzo stracciato da un’altra EU inc. preparata per l’occasione. Nessuna sanzione è prevista: penale, amministrativa, giudiziaria, salvo poche risibili conseguenze per la società (che comunque viene chiusa e dunque i soci non ne ricevono alcun danno).
Uno strumento come questo, accompagnato dalle criptovalute e dai sistemi bancari coperti, pare fatto apposta per le cosche criminali (presenti nel settore immobiliare e negli appalti, non solo in quello della droga e della prostituzione); ma anche per l’intera economia connessa ai beni immateriali, il cuore della ricchezza ai giorni nostri. Liberalizzare lo strumento societario senza controllo alcuno è perfettamente funzionale al programma di cancellazione del residuo welfare e di riduzione del salario complessivo in un quadro di esistenza messa a valore, senza diritti e senza garanzie, totalmente precarizzata.
L’esame della proposta giace al Senato
L’esame della proposta avviene in Commissione parlamentare ove sono presenti tutte le forze politiche, di maggioranza e di opposizione; non solo i partiti ma anche strutture associative interessate possono depositare osservazioni e avanzare rilievi. Ad oggi hanno provveduto alla redazione di note la CISL e la UIL: la prima con una sostanziale adesione al testo, la seconda limitandosi ad una prudentissima segnalazione di possibili rischi per i salari dei lavoratori, ma senza mettere in discussione l’impalcatura del testo. Non stupisce la scelta di CISL, da tempo schierata con il governo Meloni e di recente apertamente disponibile a firmare una normativa capestro nel settore rider rompendo l’unità sindacale in una fase delicata della trattativa; meno scontato il comportamento rinunciatario della UIL, per giunta nel pieno del congresso nazionale. L’Alleanza delle Cooperative, in pari data (15 giugno), è intervenuta con un pieno aperto sostegno, preparandosi ad un rinnovato inserimento negli appalti, senza più fastidiosi controlli, grazie alle nuove norme. Manca ancora (è allo stato di bozza) il parere della CGIL, che (da ottimisti) vogliamo sperare sia più in armonia con il sindacato europeo che con quello italiano, senza ascoltare le sirene del senatore PD Filippo Sensi, amico delle imprese più che dei lavoratori. E manca anche la presa di posizione, quella certamente critica, dei sindacati di base, in questo caso troppo lenti nell’aprire il contenzioso.
Una patente di corsa
Negli anni della prima era moderna gli stati nazionali, spesso in guerra fra loro, concedevano a privati (audaci e con pochi scrupoli) le cosiddette patenti di corsa. I corsari erano autorizzati, con un regolare contratto, ad assalire città, villaggi, imbarcazioni, saccheggiando e rubando i beni delle nazioni ostili a quella committente, totalmente impuniti; una quota del bottino (in genere il 20%) veniva consegnata al governo che aveva rilasciato la patente di corsa. A differenza dei pirati (che rubavano a tutti, in proprio, senza un rapporto di committenza) i corsari erano agenti statali; spesso ottenevano cariche pubbliche e titoli nobiliari (per esempio il celebre Francis Drake, 1540-1596, nominato cavaliere dalla regina d’Inghilterra). Non è solo materia del passato: può sembrare strano ma la Costituzione degli Stati Uniti, articolo 1, sezione VIII, capo 11 afferma il diritto del Congresso di concedere, ancora oggi, lettere di corsa. L’Unione Europea non intende essere da meno, si pone in concorrenza con Trump su chi sia più pronto ad affermare con la violenza legalizzata il diritto di abuso.
Ecco: il regolamento predisposto dalla Commissione e offerto alla discussione del parlamento (europeo ma anche delle singole nazioni UE) è una patente di corsa. Le nuove società EU inc. altro non sono che uno strumento legale offerto al liberismo selvaggio e al capitalismo finanziarizzato per depredare il comune, sfruttare senza intoppi la manodopera, frodare i creditori, eludere il fisco, sottrarre risorse a ciò che resta del welfare e dello stato sociale. Un saccheggio indifferente all’ecologia e alla sicurezza del lavoro, entrambi neppure presi in esame come limite dal Regolamento proprio perché considerati un ostacolo da rimuovere senza conseguenze laddove risultasse in contrasto con le esigenze del profitto.
Il vantaggio che ne ricaveranno anche i criminali di professione viene considerato un danno collaterale; peraltro le mafie sono abbastanza intelligenti da aver già messo in conto una trattativa, disposte a versare una quota del bottino ai funzionari di governo perché chiudano un occhio. A questo serve l’assenza di sanzioni: a salvare la trattativa e ad assicurare l’impunità. La mobilità societaria sottrae i corsari, legalmente, ai procuratori penali dei 27 paesi che non riusciranno ad uscire dal labirinto normativo costruito grazie a regime 28: un 28 stato in cui vige una sola libertà, quella dei predoni.
L’articolo è stato pubblicato su Effimerail 22 luglio 2026
Immagine: Edvard Munch, lavoratori sulla via verso casa, 1914
“Morte e distruzione dal cielo, tutto il giorno”. Non è la sceneggiatura di un film distopico. È Pete Hegseth, Segretario alla Difesa (o meglio, alla guerra) degli Stati Uniti, qualche giorno fa in una conferenza stampa al Pentagono. E Trump, in diretta televisiva: “Li riporteremo all’età della pietra, dove meritano di stare”. Non sono scivoloni. Sono la dottrina.
Dal 28 febbraio, giorno in cui l’aggressione è cominciata con il bombardamento di una scuola elementare femminile a Minab – 170 bambine morte sotto le macerie, tra i 7 e i 12 anni – gli Stati Uniti e Israele hanno sistematicamente demolito l’ossatura civile, culturale e scientifica dell’Iran.
Oltre 600 scuole e centri educativi colpiti. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano davanti al Consiglio ONU per i Diritti Umani a Ginevra. Lo ha confermato la relatrice speciale dell’ONU per l’istruzione: più di 230 bambini e insegnanti uccisi. Più di 30 università con attacchi diretti. L’Università di Scienze e Tecnologie di Teheran un intero edificio raso al suolo. La Facoltà di Farmacia di Shiraz. L’Università di Tecnologia di Isfahan. Shahid Beheshti, uno dei più prestigiosi atenei iraniani: il suo Istituto di Ricerca Laser e Plasma distrutto. L’Università Imam Hossein (Teheran) colpita, colpiti parti del campus di Scienze e Tecnologie e del campus dell’Ospedale veterinario specializzato dell’Università di Urmia, anche le università di Mashhad, Sanandaj e Ahvaz hanno subito ingenti danni. L’ultima, il 6 aprile, l’Università Sharif di Tecnologia di Teheran, la principale scuola di ingegneria in Iran.
Poi i centri di ricerca e le strutture sanitarie. L’Istituto Pasteur d’Iran, fondato nel 1920: raso al suolo. L’OMS lo ha confermato: “reso incapace di continuare a erogare servizi sanitari”. La fabbrica farmaceutica Tofigh Daru, distrutta. Esfandyar Batmanghelidj, ricercatore sulle sanzioni e fondatore del think tank Bourse & Bazaar Foundation, ha detto: “L’Iran produce il 90 per cento delle dosi di farmaci di cui ha bisogno. Aziende come Tofigh Daru producono ingredienti e precursori utilizzati per una vasta gamma di farmaci nazionali. L’unico motivo per colpire questo obiettivo è limitare la produzione di medicinali in Iran”. Il giorno dopo, un secondo stabilimento farmaceutico, Daro Bakhsh Pharmaceutical Factory (Teheran). In totale, secondo il viceministro della Salute iraniano, oltre 190 strutture sanitarie colpite. Il Gandhi Hospital nel nord di Teheran è stato danneggiato, l’ospedale Khatam al-Anbiya, l’ospedale Motahari (grandi ustionati), l’ospedale Valiasr (Teheran) colpiti, l’ospedale Delaram Sina (psichiatrico, Teheran) ha subito danni significativi, l’ospedale Imam Ali (Andimeshk, Khuzestan) danneggiato, l’ospedale Persian Gulf Martyrs (Bushehr) è stato messo fuori servizio. 21 centri di emergenza medica sono stati danneggiati in tutto il paese e un magazzino della Mezzaluna Rossa è stato direttamente preso di mira, con la distruzione di contenitori di soccorso, due autobus e altri veicoli di emergenza.
E poi il patrimonio dell’umanità. Oltre 131 siti storici e culturali colpiti. A Teheran: il Palazzo Golestan – la “Versailles persiana”, come l’ha definita l’UNESCO – con la sala degli specchi in frantumi. Il grande Bazaar è stato danneggiato negli attacchi. Si tratta di molto più di un centro commerciale: è una rete urbana vivente che intreccia commercio, vita religiosa e interazione sociale, con un ruolo storico cruciale. Palazzo del Marmo (Kakh-e Marmar), Casa Teymourtash, Complesso di Saadabad danneggiati. Isfahan: Piazza Naqsh-e Jahan (Patrimonio UNESCO, era Safavide), danneggiata dai bombardamenti, il Palazzo Chehel Sotoun (delle Quaranta Colonne), con un affresco di quattrocento anni spaccato a metà. Palazzo Ali Qapu (Patrimonio UNESCO, era Safavide), danneggiato, Masjed-e Jame (Moschea del Venerdì, Patrimonio UNESCO, la più antica moschea del venerdì d’Iran), un’onda d’urto ha fatto precipitare a terra le iconiche piastrelle turchesi, e i pannelli calligrafici sono stati spostati e distrutti, insieme a danni nell’area del minareto storico. Il Grande Bazaar (Patrimonio UNESCO, era Safavide), colpito nei raid. Masjid-e-Atiq (grande moschea congregazionale, VIII sec., era abbaside) una delle più grandi moschee congregazionali dell’Iran, la cui prima costruzione risale all’VIII secolo sotto il califfo abbaside Al-Mansur. Buyidi, Selgiuchidi, Safavidi e Qajar l’hanno ampliata e rifinita nei secoli, un palinsesto storico unico è stato danneggiato. Le grotte preistoriche della Valle di Khorramabad – testimonianze della presenza umana 63.000 anni fa – fratturate. L’UNESCO aveva comunicato le coordinate di tutti i siti prima degli attacchi. Non è servito a nulla. Poi: Castello di Falak-ol-Aflak a Khorramabad – Lorestan. Palazzo Asef Vaziri, Palazzo Salar Saeed, Palazzo Khosroabad a Sanandaj. Le aree storiche urbane di Qom, Tabriz, Shiraz hanno anch’esse subito danni. A queste si aggiunge che 48 musei in tutto il paese hanno subito danni, con collezioni e spazi espositivi colpiti.
Più di cento esperti di diritto internazionale statunitensi – professori di Yale, NYU, Harvard, ex consiglieri legali del governo e delle forze armate – hanno firmato una lettera: “L’attacco è una chiara violazione della Carta delle Nazioni Unite. La condotta della guerra solleva seri interrogativi su potenziali crimini di guerra”. La Missione indipendente dell’ONU parla già di atti che “possono configurare crimini contro l’umanità“.
Non è una guerra. È un programma di cancellazione. Colpire le scuole significa colpire la memoria futura. Colpire i laboratori significa colpire la capacità di guarire. Colpire i siti archeologici significa colpire le radici di un popolo. Colpire le università significa colpire la possibilità stessa di un paese di rialzarsi.
Trump lo ha detto esplicitamente. E lo sta facendo.
Il silenzio dell’Europa è complicità.
Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore)
L’articolo è stato pubblicato su Comune-infoil 7 aprile2026
Carcere Lorusso Cutugno – Torino (Foto di https://www.carceretorino.it/)
Il Tribunale di Torino – al termine del dibattimento – ha condannato una ventina di persone imputate, tutte agenti di polizia penitenziaria, riconoscendo la loro responsabilità per diverse ipotesi di reato e, per alcuni di essi, contestando il delitto di tortura.
I fatti riconosciuti oggi si sono svolti tra il 2018 e il 2019 nel carcere del capoluogo piemontese.
“Antigone, venuta a conoscenza nell’ottobre 2019 di una indagine in corso presso la Procura del Tribunale di Torino, aveva presentato un proprio esposto, costituendosi poi parte civile nel processo che era scaturito dalle indagini effettuate” sottolinea l’avvocato Simona Filippi, responsabile del contenzioso di Antigone. “Si è trattato di un processo molto lungo è faticoso, come lo sono sempre quelli per tortura, che devono fare i conti con difficoltà enormi per l’accertamento dei fatti, che avvengono in luoghi chiusi come le carceri, spesso in ambienti isolati, con pochi testimoni e con un clima di omertà che non sempre è facile scalfire”, spiega ancora l’avvocato Filippi.
Durante il processo erano emerse alcune condotte. In particolare una vittima era stata condotta in una stanza e colpita violentemente con schiaffi al volto e al collo e pugni sulla schiena. Poi costretto ad alta voce ad insultarsi e messo faccia al muro per circa 40 minuti, mentre a loro volta gli agenti lo insultavano.
“Si tratta della seconda sentenza di questo genere che arriva in pochi giorni, dopo quella decisa dal Tribunale di Firenze – sottolinea Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. Come già detto in quel caso, non siamo felici di fronte a queste condanne, perché in carcere non dovrebbe esserci posto per episodi di sopraffazione. Abbiamo però voluto con forza il delitto di tortura, perché crediamo che questo serva in particolar modo alle forze dell’ordine, per riconoscere e isolare chi abusa del proprio ruolo e della divisa che indossa, delegittimando una categoria di operatori che giorno dopo giorno, nonostante le difficoltà e le politiche governative, che scaricano su di loro approcci penal-populistici, provano a restituire alla pena il suo senso costituzionale”.
Liarticolo è stato pubblicato su Pressenza il 6 febbraio 2026
Il 15 gennaio, la Corte d’Appello di Lesbo, in Grecia, ha emesso un verdetto di assoluzione al termine del procedimento a carico di Seán Binder, volontario impegnato nelle operazioni di soccorso, e di altre 23 persone imputate insieme a lui.
Commentando la decisione della corte di assolvere Seán Binder, insieme agli altri imputati, da tutte le accuse, tra le quali presunta appartenenza a un’organizzazione criminale, frode, riciclaggio di denaro e favoreggiamento dell’ingresso irregolare, Eve Geddie, direttrice dell’Ufficio istituzioni europee di Amnesty International, ha dichiarato: “La sentenza di oggi è un sollievo che attendevamo da tempo per Seán, per i suoi amici, la sua famiglia e tutte le persone che lo hanno sostenuto, ma anche per la società civile in Grecia e altrove. Pur accogliendo con favore questo esito, Amnesty International ribadisce ancora una volta che queste accuse non avrebbero mai dovuto arrivare in tribunale.
I diritti umani di Seán sono stati violati e la sua vita è rimasta sospesa per molti anni. Ci auguriamo che la decisione di oggi invii un messaggio forte alla Grecia e agli altri Stati europei: la solidarietà, la vicinanza e la difesa dei diritti umani devono essere tutelate e valorizzate, non punite.
Anche l’Unione Europea deve prendere atto di questa sentenza e introdurre garanzie più solide contro la criminalizzazione dell’assistenza umanitaria nel proprio diritto. Nessuno dovrebbe essere punito per aver cercato di aiutare.”
Seán Binder ha dichiarato: “Oggi la corte ha preso l’unica decisione possibile, alla luce della debole base giuridica delle accuse e delle fragili prove presentate dall’accusa. È un enorme sollievo sapere che non trascorrerò i prossimi 20 anni in carcere, ma allo stesso tempo è profondamente preoccupante che questa sia stata anche solo una possibilità.
“Oggi è stato chiarito, come avrebbe sempre dovuto essere, che fornire assistenza umanitaria salvavita è un obbligo, non un reato; che usare WhatsApp è normale, non la prova di un reato; che acquistare lavatrici per un campo profughi non rende una persona responsabile di riciclaggio di denaro. Questa assoluzione deve costituire un precedente,” ha concluso Binder.
Ulteriori informazioni
Seán Binder era sotto processo davanti alla Corte d’Appello di Lesbo nell’ambito di un procedimento penale legato ad attività di soccorso alle persone migranti.
Rappresentanti di Amnesty International hanno assistito al processo.
L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 15 gennaio 2026