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ALLE CINQUE DELLA SERA

(Lamento per Giuliano De Seta)

Fonte della foto: www.infoaut.org

di Gianni Giovannelli

Son cussì disgrazià che pianzo tanto,
Né so se gò dirito ai sfoghi e al pianto.

Giacomo Ca’ Zorzi Noventa
(Versi e poesie, pag. 173)
Milano, Edizioni di Comunità, 1956

Alle cinque della sera, in un reparto della piccola fabbrica metalmeccanica BC Service, nel cuore del laborioso nord-est, a Noventa di Piave, è morto Giuliano De Seta, diciotto anni appena compiuti, ultimo anno all’Istituto Tecnico Leonardo Da Vinci (Portogruaro). Per poter conseguire il diploma il giovane studente doveva, necessariamente, documentare qualche centinaio di ore di prestazione gratuita nell’ambito del programma di alternanza scuola-lavoro; e così, alle cinque della sera, mentre stava eseguendo le tassative disposizioni ministeriali, Giuliano De Seta ha perso la vita, schiacciato da una lastra d’acciaio, solo, senza scampo. Lo demas era muerte y solo muerte a las cinco de la tarde.

La cosiddetta alternanza fu introdotta con una legge chiamata “buona scuola”, la 107/2015, commi da 33 a 45, quando ministro in carica era Stefania Giannini, in quota “tecnica” legata al gruppo parlamentare del senatore Monti, durante il governo Renzi. Il comma 36 escludeva qualsiasi onere per la finanza pubblica e assegnava al dirigente scolastico la responsabilità di individuare le imprese presso le quali il lavoro gratuito obbligatorio si sarebbe in concreto materializzato, anche con riferimento ai problemi della sicurezza.  Le linee guida attualmente in vigore sono quelle contenute nel decreto ministeriale n. 774 del 4.9.2019, a firma di Marco Bussetti, indipendente di area leghista, quando era in carica il governo gialloverde guidato da Conte e Salvini; si applica altresì la Carta dei diritti e dei doveri degli studenti varata con il decreto interministeriale 3.11.2017 n. 195. Non è stato reso noto, nell’immediatezza, con chiarezza e trasparenza, il testo della convenzione fra scuola e impresa che si riferisce all’assegnazione di Giuliano De Seta presso B.C. Service s.r.l.; sappiamo solo – lo ha riferito la dirigente scolastica Anna Maria Zago – che questa società collaborava da tempo con l’ITIS Leonardo Da Vinci. Ancora ignote sono invece le generalità del tutor interno e del tutor esterno, soggetti che secondo l’articolo 4 delle linee guida avrebbero dovuto interagire costantemente fra loro e tenere sotto controllo l’attività svolta. Ma alle cinque della sera, in quel drammatico venerdì 16 settembre, non c’erano, mentre la muerte puso huevos en la herida. Ci pare davvero difficile rinchiudere questo terribile accaduto nel recinto della fatalità, della semplice disgrazia imprevista e imprevedibile. Il quadro che caratterizza la vicenda è quello di responsabilità plurime, di comportamenti tollerati dalle istituzioni dello stato, concretando quella che con suggestiva immagine venne qualificata complicità ambientale. Da molti anni, troppi ormai, l’impunità sostanziale accompagna ogni morte sul lavoro, sia per esposizione all’amianto, sia per consapevole rimozione dei dispositivi di sicurezza, sia, come in questo caso, per una mal concepita, e mal eseguita, alternanza di studi e lavoro. Chi ha imposto l’alternanza come obbligatoria al fine di conseguire il diploma ha costruito una fitta ragnatela di regole ben difficilmente applicabili (anche, ma non solo, per mancanza di fondi), volutamente dimenticando un idoneo conseguente apparato di sanzioni. Non è questione di invocare un giustizialismo inutile e insensato, come presumibilmente suggerirà la critica interessata dei giuristi ingaggiati dalle associazioni datoriali o da pseudo-sindacalisti foraggiati; è piuttosto la constatazione di come si sia consolidata nel tempo una cultura giuridica e legislativa di appoggio a chi reprime le lotte dei precari nella logistica o le proteste contro il TAV in Val di Susa, ma al tempo stesso reticente nel contrasto di inquinamenti, omicidi sul lavoro, riciclaggi, bancarotte. Per i primi compare sempre più frequentemente l’addebito di associazione per delinquere, per gli altri la conclusione, per una ragione o per l’altra, è l’impunità.

Noventa di Piave è il borgo in cui nacque uno dei più importanti poeti dialettali del secolo scorso, Giacomo Ca’ Zorzi. Amava la sua terra e per questo volle firmarsi “Noventa”. Era un convinto cattolico liberale, antifascista nel ventennio, legato a Croce e a Gobetti; non certo un comunista, ma ugualmente sensibile e attento a quel che avveniva nei ceti popolari. Giuliano, nato in una famiglia di lavoratori emigrati dalla Calabria, viveva a Ceggia, un paese in cui negli anni Sessanta aveva messo radici Potere Operaio. Questa morte, alle cinque della sera, in un piccolo triangolo di territorio veneto capace di lotte sociali e sottomissioni, pronto sempre a lavorare senza risparmio nella speranza di migliorare il destino della collettività, ci deve far riflettere. Magari potrebbe diventare un grimaldello per superare questa bonaccia di apatica rassegnazione in cui siamo caduti, per riaprire una porta sul futuro.

Giovanni Cagnassi, cronista per La Nuova di Venezia e Mestre, il 17 settembre, commentando l’incidente ha così descritto B.C. Service s.r.l.: “una di quelle aziende specializzate e poco sindacalizzate che sono la spina dorsale dell’economia del territorio e di una zona industriale molto attiva”. L’articolo rende bene il contesto, ci fa comprendere le ragioni profonde della complicità ambientale in cui si radica il consenso e non trova ostacoli una organizzazione neoliberista che in poco conto tiene la vita umana. I genitori della vittima vanno rispettati, nella loro identità e nel loro dolore; e anche nel loro procedere prudentemente, senza proclami. Al tempo stesso vanno sostenuti, evitando ogni strumentalizzazione, quando dicono: “Non ce la sentiamo di esprimerci finché la magistratura non avrà accertato l’esatta dinamica dei fatti. Però, è ovvio, vogliamo sapere la verità su come sia stato possibile che la vita di nostro figlio finisse in questo modo”.

Non credo sia possibile condividere tanta fiducia negli accertamenti della magistratura, a fronte di una inaccettabile incapacità, nella gran parte dei casi, di pervenire rapidamente all’individuazione dei responsabili. E penso sia bene invece esprimersi subito, qui e ora, incalzando senza sosta, perché la “verità”, in casi come questo, è per sua natura ribelle, se non anche rivoluzionaria. E allora potremmo procedere alla redazione di un testo in cui si chiede, ora, che sia reso di pubblica conoscenza il testo della convenzione (deve farlo Anna Maria Zago che dirige l’ITIS Da Vinci di Portogruaro) e che diano subito la loro versione, previa identificazione, i due tutor. I genitori hanno riferito al giornalista del Corriere Andrea Priante (18 settembre, pagina 23) che Giuliano aveva lavorato come operaio presso la B.C. Service s.r.l. nei mesi di luglio e agosto con un regolare contratto di apprendistato. Lascia perplessi un contratto di apprendistato di due soli mesi, fra l’altro risolto proprio quando ebbe poi inizio lo stage di alternanza. Che senso abbia poi un breve stage di alternanza dopo due mesi di lavoro è un bel mistero; certamente va acquisita anche tutta la documentazione relativa a questo contratto (dall’aria assai poco regolare se la descrizione risultasse esatta) e la direttrice Anna Maria Zago (con i due tutor) dovrebbe sentirsi tenuta a spiegare come le due prestazioni siano state ritenute compatibili. L’assegnazione ad un’impresa metalmeccanica rientra fra quelle a rischio elevato secondo le norme che regolano l’alternanza; dunque era necessario un congruo periodo di formazione in presenza, con una idonea informazione sui rischi. Lo svolgimento dell’attività lavorativa gratuita prima dell’inizio dell’anno scolastico induce qualche dubbioso sospetto.

Vogliamo provare ad intervenire con appelli e proteste? Questo Lamento per Giuliano De Seta, archiviata la malinconica campagna elettorale, potrebbe essere un modo per ritrovarci.

TRIOLOGIA ESTETICA: Mario Lo Coco

di Aldo Gerbino

L’incipit è segnato dal vigore espressivo nell’insistito cammino del monrealese Mario Lo Coco, alimentato dalle sue decennali esperienze generosamente allacciate al valore armonioso del raku, vincolate alla molteplicità della succosa presenza delle argille, alle policromie degli smalti. È una esperienza connotata, attraverso la strenua fedeltà all’azione plastica della mano, di quel voler contagiare la materia fondante del nostro pianeta con quella della persona. Una tensione spirituale esposta al nodo dell’esistente che, proprio nell’oggetto, trasfonde e incarna l’ideale modello d’origine sempre più facente corpo con la scena naturalistica, con il fiato umano, con il catturare ogni accenno di parola, con il comprendere ogni percezione di forma.

La cultura percepita come energia vitalizzante

Un’espansione creativa, quella di Mario, la quale ha sempre posto attenzione hai sapere, alla fermentazione delle culture, a una inseminazione del privato con quella sensibile attenzione ai problemi sociali, al dinamismo delle morfologie, al suono, e, in particolare, alla considerazione della poesia, così come al pensiero filosofico il quale contiene in nuce ogni possibile sviluppo dell’agire. Un contribuire con la personale funzione modellatrice non soltanto con l’inerte mediazioni di oggetti, ma facendo in modo che tali manufatti siamo il terminale di una cultura percepita come energia vitalizzante.
Un navigatore della conoscenza, – così lo abbiamo caratterizzato nella recente personale alla Accademia delle Scienze presso l’Ateneo palermitano, – in cui la téchne si trovano, diluite e distillate, disparate esperienze. Ore le sue Sfere cellulari si animano con movimenti circolari nel taglio di un blu sprigionato in lame, in losanghe, oppure nel cobalto stesso sulla crudezza argillosa di un corpo felino.
Altri azzurri più metallici si dispongono su panciuti cuscini (esemplare il lavoro La dote, un “omaggio alle ricamatrici”), stoviglie, trucioli, su merletti. Oppure come quelli esposti in ambito veneziano (a complemento visivo nel tempo della Biennale), si accendono, quali folgoranti mappamondi, del grido gioioso del giallo, disegnando orbite, o volteggiando nel cupo manto di una notte inchiodata da stelle; oppure il tutto si scioglie al fuoco, ai suoni faticosamente messi in un continuo, sottile grido chiuso tra le dita.

Dimenticare Draghi | Un’altra “Agenda”, un’altra onda

Foto di Elias da Pixabay

di Effimera


A cavallo di quest’onda, sballottato da sponda a sponda
Inseguendo un’altra volta la grande onda che ritorna

(La grande onda, Piotta )

Il governo Draghi è arrivato al capolinea e il 25 settembre si andrà a votare. Quasi tutti si disperano, dai grandi giornali (in primis Corriere e Repubblica) alle varie componenti della cosiddetta società civile. I più disperati sembrano essere i dirigenti del Partito Democratico, insieme alle loro costole che affollano il centro politico delle due Camere; ma li affiancano nel pianto dirotto gli scissionisti a 5 stelle, gli orfani di Berlusconi, la pattuglia che funge da complemento nella sinistra parlamentare. Il motivo di tanta disperazione per la caduta di Draghi è sempre lo stesso: la conclusione anticipata della legislatura non consente (a loro dire anzi ostacola e impedisce) di realizzare gli obiettivi emergenziali che il governo di unità nazionale si era proposto già all’inizio dell’investitura, e tra questi la cd. “agenda sociale”.

La stessa Cgil, che pure rivendica di essere il paladino più radicale dell’interesse dei lavoratori, in una nota stampa dello scorso 15 luglio, auspicava la necessità che si mantenesse “un governo in grado di dare risposte nel pieno delle sue funzioni” e ricordava il proficuo incontro tra le organizzazioni sindacali e il presidente del Consiglio Draghi del 12 luglio per individuare “interventi strutturali” per far fronte alla “crisi energetica, per il superamento della precarietà, per strumenti fiscali idonei a tutelare i salari e le pensioni dall’aumento dell’inflazione (leggasi: riduzione del cuneo fiscale, ndr), per un salario minimo e per una nuova legge che risolva finalmente il problema della rappresentanza”. L’azione sindacale iniziava, e al tempo stesso si concludeva, con una richiesta generica di ammissione al tavolo delle trattative, ferma l’esclusione dei sindacati di base, senza accenni alla posizione della CISL, apertamente e incondizionatamente schierata con l’esecutivo.

Non può non insospettire tanta preoccupazione per le condizioni dei ceti popolari, per il segmento crescente di povertà e per il precariato da parte di forze politiche sempre pronte a recidere i diritti di chi lavora. Quando si parla di “agenda sociale”, a che cosa si fa effettivamente riferimento? Il governo di unità nazionale, in questi 18 mesi, ha eroso le già prudentissime norme del decreto dignità, introdotto ostacoli all’erogazione del reddito di cittadinanza, ripristinato durante la pandemia la liberalizzazione dei contratti precari sottopagati. Ma non c’è stato un solo intervento legislativo – uno! – volto a rimuovere (o almeno cominciare a rimuovere) la discriminazione salariale in danno delle lavoratrici o capace di incidere sulle sacche di povertà assoluta o magari espressamente punitivo, con adeguate sanzioni, di chi usa il sottosalario sfruttando i bisogni esistenziali del precariato. Niente! Per lo più si è trattato di una politica di annunci a cui sono seguiti pochi fatti e questi fatti hanno spesso peggiorato, e non migliorato, le condizioni dei più deboli.

È oramai da più di un anno che il Ministro Orlando ha promesso il varo di una vera e strutturale riforma strutturale degli ammortizzatori sociali (luglio 2021), riconoscendo anzi che la misura era presupposto indispensabile per la ripresa. Quella che doveva essere una delle riforme essenziali per far fronte alla crisi si è poi tramutata nel varo di alcune misure particolari all’interno della legge di bilancio per il 2022, entrate in vigore lo scorso 3 gennaio. La cassa integrazione prevede ora un massimale unico, pari 1129,72 euro lordi mensili. Il sito del governo afferma che ci sarà un aumento di 200,00 euro mensili per i lavoratori che percepiscono meno di 2.159,48 euro. Non è proprio così, peraltro; il ritocco ha applicazione per fascia retributiva (200 euro lordi, pari a 154 netti, come tetto massimo), riguarda essenzialmente la fascia bassa, e per il tempo parziale va poi riproporzionato, senza tener conto dell’orario di fatto, ma conteggiando sulla base di quello formale senza prestazioni supplementari o straordinarie. Inoltre il massimale unico comporta un danno per chi invece percepisce di più di duemila euro lordi mensili, con una redistribuzione fra chi ne usufruisce di fatto. Oltre al nuovo massimale unico la riforma Orlando introduce un ampliamento a vantaggio degli addetti delle imprese in difficoltà per il caro-energia e l’ampliamento dell’ambito di applicazione del FIS, il Fondo di Integrazione Salariale. La misura sarà estesa a tutti i datori di lavoro appartenenti a settori e tipologie non rientranti nell’ambito di applicazione della Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria e che non aderiscono a un Fondo di solidarietà bilaterale. La riforma prevede pure l’estensione del contratto di espansione alle imprese di minore dimensione, con proroga al 2023 e ampliamento del campo di applicazione anche alle imprese con almeno 50 addetti.

Di fatto le misure adottate finanziano le imprese, esonerandole dal versamento della retribuzione (a carico di INPS) e riducendo il costo dei contributi a loro carico; il beneficio dei lavoratori, che comunque vedono diminuire le entrate, è solo marginale, di contenimento del danno subito.  Nulla è stato fatto, nonostante dichiarazioni di segno opposto, per avviare una serie ristrutturazione degli stessi ammortizzatori sociali verso una loro semplificazione e armonizzazione, facendo passare il principio universalistico che deve essere tutelata la persona in quanto tale e non la sua condizione lavorativa. Si tratta di un principio, quest’ultimo, di carattere politico che inevitabilmente apre la strada verso un reddito minimo incondizionato quale unico strumento di sicurezza sociale. Per questo, l’agenda sociale di Draghi si fonda su presupposti completamente diversi, di stampo essenzialmente tradizional-liberista: indifferenza per l’allargamento della forbice fra ricchi e poveri, risorse destinate per la più larga parte alle imprese.

E infatti, anche con l’ultimo Decreto Aiuti che ha determinato la caduta dell’esecutivo, si è provveduto a irrigidire ulteriormente le condizionalità di accesso al reddito di cittadinanza, consentendo la chiamata nominativa dei percettori direttamente dai datori di lavoro (senza dover passare dai Centri per l’Impiego), con la conseguente abolizione del sussidio in caso di rifiuto non giustificato. Poiché la chiamata del datore non è sottoposta a regole inderogabili, ma si presenta in buona sostanza come una proposta unilaterale non trattabile, il destinatario si trova di fronte ad un vero e proprio ricatto: o accettare o perdere il beneficio.

Il Decreto Aiuti ha evitato di toccare il delicato crocevia di un trattamento retributivo non derogabile in basso e questo ha acuito il livello di scontro interno all’area governativa. Sul tema del salario minimo sono stati versati fiumi di inchiostro, soprattutto dopo la delibera europea che chiede la sua introduzione (pur se non la impone). Il Ministro Orlando ha promesso, con estrema prudenza e con una certa ipocrisia, un intervento al riguardo, ma dopo consultazioni con le parti sociali (esclusi naturalmente i sindacati di base). Ricordiamo che Cisl e padronato sono contrari all’idea di un salario minimo legale che prescinda dalle condizioni lavorative; la stessa CGIL nicchia temendo di essere superata nella capacità contrattuale dalla legge di tutela. Non dimentichiamo che una recente sentenza della Corte d’Appello di Milano ha ritenuto non congruo il minimo salariale di un contratto nazionale di settore sottoscritto da CGIL, CISL e UIL perché inferiore al minimo vitale garantito dall’art. 36 della Costituzione! Non sorprende quindi che la proposta governativa Orlando, appoggiata in pieno dalle associazioni datoriali, vada proprio in questa direzione, legando sul campo il salario minimo ai minimi tabellari dei contratti settoriali di riferimento, variabili e contrassegnati da rapporti di forza diversi.  Orlando, fra le altre cose, finge di non sapere che in Italia l’assenza di leggi attuative degli articoli 39 e 40 della Costituzione conferisce carattere privatistico alla scelta di un settore piuttosto che di un altro e soprattutto impedisce di estendere erga omnes la contrattazione collettiva. La Corte Costituzionale, con la sentenza 19.12.1962 n. 106 cancellò la c.d. legge Vigorelli che aveva concesso efficacia generale ai trattamenti dei CCNL di settore. E non indica limiti minimi di trattamento economico nella stesura dei contratti di categoria. Più che un miglioramento sembrerebbe, quello di Orlando, il tentativo, contro i lavoratori, di vanificare la portata dell’art. 36 della nostra Carta. Anche in questo caso, si vuole imporre una logica selettiva e non universalistica: la stessa degli  ammortizzatori sociali. Nell’attuale crisi della contrattazione collettiva e nella fase di perdurante perdita di potere d’acquisto, sino a far emergere una vera e propria questione salariale, solo l’instaurazione di un salario minimo legale per tutte e tutti, a prescindere dal tipo di prestazione effettuata, ad un livello minimo di euro 12 euro lordi, può creare quel pavimento che possa interrompere il dumping salariale verso il basso, conseguenza della precarietà dilagante e oggi fuori controllo e prima causa della crisi della contrattazione collettiva. Non sarà d’accordo il Giudice penale di Piacenza che qualifica come estorsione la lotta sindacale per ottenere trattamenti più favorevoli di quelli minimi nazionali; ma è invece prassi diffusa e ragionevole quella di fissare un limite minimo retributivo, lasciando al conflitto sociale trattamenti superiori. L’ordinanza del Giudice di Piacenza, in accoglimento delle istanze della Procura, è quella che ha disposto l’arresto di numerosi attivisti sindacali di USB e di SI COBAS nei giorni della crisi di governo e della discussione sul salario minimo.

Anche sul tema della rappresentanza sindacale e della contrattazione collettiva si sono spese molte parole, ma senza nessun fatto. È diventato usuale in Italia, unico paese in Europa, rinnovare i contratti collettivi con un ritardo medio di tre anni. Al punto, che la ragione principale dei pochi scioperi che vengono indetti non riguarda il merito del rinnovo ma la richiesta di avviare le trattative. Si tratta di una politica contrattuale scientemente utilizzata dal padronato per risparmiare ulteriormente sul costo del lavoro. Infatti, quando il contratto viene rinnovato, la “vacatio” contrattuale viene risarcita con somme miserevoli, di gran lunga inferiori a quelle che sarebbero spettate ai lavoratori e alle lavoratrici se il contratto fosse stanno rinnovato nei tempi previsti.

Nel frattempo, l’”agenda sociale” di Draghi si materializza concretamente nel DDL sulla concorrenza, la cui logica si fonda esclusivamente sulla filosofia del New Public Management (NPM). Esso detta nuove regole di gestione del settore pubblico, sull’esempio delle pubbliche amministrazioni anglo-sassoni, dove si è diffuso il sistema di workfare, integrando le gestioni tradizionali di un ente pubblico con una metodologia più orientata al risultato economico (o al limite ad annullare le possibili perdite). La finalità è decretare la scomparsa della sfera pubblica senza che scompaia del tutto la proprietà pubblica, immergendola nelle leggi del mercato, non più improntata al buon andamento della società, in funzione delle esigenze della collettività. È il trionfo dell’individualismo anche nella sfera pubblica. La sanità, così come il sistema d’istruzione e la pubblica amministrazione, vengono amministrate in base a criteri che non contemplano la qualità dei servizi, dal momento che per il NPM la qualità non è altro che una proprietà derivata dalla quantità – e della quantità contano solo gli aspetti economici, che vengono valutati attraverso il benchmarking: invece di fissare gli obiettivi di un’istituzione in base ai suoi scopi (tipo curare i malati per la sanità, istruire per la scuola), si stabilisce uno standard astratto – il benchmark – che dovrebbe consentire di mettere a confronto diverse istituzioni.

Se si deve favorire la logica del mercato, ovvero le sue gerarchie, l’azione governativa si fa sentire. Se si deve intervenire sul tema della sicurezza sociale, alle parole non seguono fatti. Anzi. L’incertezza normativa e l’insicurezza sociale marciano insieme e diventano parte integrante del programma, ovvero dell’agenda sociale, di un esecutivo che non accetta più neppure l’ingerenza o la critica parlamentare. Maggiore ascolto viene dato, eventualmente, alla pressione lobbistica, o perfino all’arroganza criminale (la cronaca giudiziaria di queste ore narra di un compenso fisso, rilevato dall’inquirente milanese dottoressa Cerreti, versato alla ndrangheta per velocizzare le pratiche amministrative!).

È il caso, ad esempio, che abbiamo già ricordato su Effimera del venir meno della responsabilità in solido per le grandi imprese committenti nella logistica (Tnt, Amazon, Leroy Merlin, ecc.) quando le imprese subappaltanti non pagano adeguatamente i propri dipendenti. Un duro colpo per le condizioni di lavoro in un comparto già caratterizzato da ampi livelli di sfruttamento e di non rispetto delle regole. Altro che salario minimo: l’agenda Draghi tende a costruire la riduzione di quello reale!

Ma tutto ciò non basta. L’esperienza del governo di unità nazionale, dell’agenda Draghi, è quella di varare un modello di governo tirannico e liberista insieme; e sia destra sia sinistra sono pronte a raccogliere i frutti della velenosa semina in questo ultimo scorcio di legislatura. Si aggiunge, mentre cade l’esecutivo e si annunciano le nuove elezioni, un nuovo capitolo, pesantemente repressivo, come testimoniano le inquietanti accuse formulate contro alcuni sindacalisti di base nel polo logistico di Piacenza. La dottoressa Sonia Caravelli, Giudice per le Indagini Preliminari presso il locale Tribunale, ritiene assolutamente normale l’uso di intercettazioni telefoniche fin dal 2016 (per oltre sei anni!) nei confronti di attivisti sindacali; la contestazione di un reato quale associazione per delinquere viene ricondotto ai tipici delitti con cui il codice Rocco colpiva lo sciopero: violenza privata, danneggiamento, resistenza a pubblico ufficiale, minaccia, blocco stradale, violazione del domicilio. L’ordinanza della dottoressa Caravelli che dispone l’arresto di una pattuglia di sindacalisti sotto inchiesta da oltre sei anni è a modo suo un capolavoro tecnico giuridico che ci riporta indietro negli anni; andrebbe letta nelle scuole, recitata a teatro, diffusa nei centri sociali, inserita in video con una platea di quei lavoratori immigrati che sono il bersaglio del Tribunale e che costituiscono la base del profitto ingiusto acquisito dalle multinazionali mediante inaccettabile sfruttamento della manodopera. Questa è l’agenda Draghi: una tenaglia di emendamenti inseriti da abili manine e di ordinanze decise a reprimere il dissenso ribelle nella logistica.

Si legge nell’ordinanza dei giudici: Le lotte della logistica sono finalizzate a ‘estorcere’ alle società condizioni di miglior favore per i lavoratori, che ovviamente prevedono un aumento dei costi per le aziende. Il Tribunale si erge a sociologo, a storico, a censore sociale, e non esita a sostenere che i due sindacati di base si erano trasformati, di fatto, da lecite strutture in associazioni per delinquere, poiché i loro dirigenti creavano ad arte od alimentavano situazioni di conflitto con la parte datoriale […] avviando attività di picchettaggio illegale all’esterno degli stabilimenti interessati, impedendo ai mezzi di entrare e uscire, anche occasionando scontri con le forze dell’ordine, occupando la sede stradale anche con oggetti oltre che con la persona dei lavoratori istigati allo scopo, ponendo in essere continue azioni di sabotaggio” (pag. 2). Per la verità il sabotaggio (articolo 508 del codice penale) disciplina casi un po’ diversi, non è il picchetto e neppure il blocco dell’ingresso, riguarda l’occupazione e l’invasione dello stabilimento, appropriandosi di macchinari e scorte; per giunta le aziende debbono essere agricole o industriali, non logistiche o di trasporto. Ma sono dettagli per la nostra giudicante.

Ricordiamo tutti che a Piacenza e a Biandrate (Novara), due lavoratori sono morti, travolti dagli autisti dei mezzi pesanti determinati a superare qualsiasi ostacolo; poco possono i corpi umani disarmati contro un bilico o un camion. Eppure, l’autista è stato prosciolto a Piacenza, da tutte le imputazioni, neppure tenuto a risarcire la vittima. Nel secondo e più recente caso, in Piemonte, il procedimento langue. Gli unici colpevoli sembrano al momento essere i compagni dei defunti.

Contro le medesime organizzazioni sindacali (Si Cobas e Usb) agisce invece la potente Assologistica; assistita dal prestigioso studio del giuslavorista Pietro Ichino ha chiesto i danni e l’udienza sarà chiamata presso la Sezione Lavoro del Tribunale di Milano, nel prossimo mese di settembre. La premessa di Assologistica, anche in sede civile, è la medesima: le forme di lotta nel settore logistico sono illecite, illegali e penalmente rilevanti. L’azione per danni ha lo scopo preciso di dissuadere, di creare difficoltà al sindacato di base, di piegarlo anche sul piano economico oltre che sul piano politico. Una manovra a tenaglia, che rientra pienamente nella filosofia del diritto che caratterizza i governi di unità nazionale.

Poiché questa è l’agenda sociale di Draghi, non ci strappiamo di certo i capelli per la sua caduta. Per “agenda  sociale”, noi intendiamo invece l’introduzione di un salario minimo orario a prescindere dalla condizione contrattuale, sanzioni ed esclusione dalle gare (pubbliche e private) per chi non lo applica, l’introduzione di una penale pagata delle imprese a favore dei lavoratori e del loro salario per ogni mese di ritardo del rinnovo contrattuale o nel pagamento, l’estensione del reddito di cittadinanza in forme sempre più incondizionate a favore di una armonizzazione degli ammortizzatori sociali che non sia legato allo status e condizione professionale, in senso universalistico, una riforma fiscale progressiva che contempli anche una tassazione dei grandi patrimoni e una web tax sui profitti delle grandi piattaforme della logistica e non solo. Nell’agenda sociale di Draghi fa capolino nuovamente il nucleare e neppure viene esclusa la privatizzazione dell’acqua, contro l’esito di ben tre referendum e contro la volontà popolare; nell’agenda sociale di chi a Draghi si oppone deve invece risaltare il NO netto e chiaro ad entrambe le restaurazioni, costringendo ogni forza politica alla chiarezza, per evitare l’ennesima frode.

Vogliamo anche ricordare che, nei profondi recessi della crisi infinita – che ha raggiunto l’apice con la spesa pubblica dirottata dai tanti bisogni sociali scoperchiati dalla pandemia verso gli armamenti e la guerra – la stagnazione e l’immobilità sociale hanno avuto ripercussioni particolarmente dure per le donne, la cui subalternità sul piano economico e decisionale viene svelata dalle statistiche sull’occupazione, sui salari, sulla assenza nei luoghi del potere. L’assenza di servizi sociali adeguati è ciò che ancora oggi, in Italia, vincola le scelte, i desideri, le libertà femminili. Cosicché delle donne italiane, nell’anno 2022, resta esclusivamente una malinconica e ingiusta rappresentazione in termini di marginalizzazione e inferiorizzazione. Che cosa dovrebbero rimpiangere, le donne di questo paese, di Mario Draghi e della sua azione politica?

Lo stesso ragionamento potrebbe essere condotto dalle generazioni più giovani, condannate alla più cruda povertà da una precarietà che si estende nelle maglie della vita: il lavoro ha perso ogni valore, economico, sociale, addirittura culturale mentre il capitale viene protetto e celebrato dalla politica. Lo diciamo da convinti non lavoristi: la precarizzazione estrema, e il dumping sociale che oggi caratterizzano e segnano l’attuale dinamica del mercato del lavoro, enfatizzata dal succedersi delle crisi dal 2008 fino ai precipizi odierni, ha svilito il significato della parola lavoro. Aumentano i casi di giusto e legittimo rifiuto di condizioni di lavoro, sottopagate e degradate. Tuttavia, il fenomeno rischia di assumere tendenze nichiliste se non accompagnato da strumenti di politica e sicurezza sociale che permettano lo sviluppo di processi di autodeterminazione della persona.

Riteniamo che siano questi i temi e le proposte che devono stare al centro dell’”agenda sociale”, così intesa, nell’imminente campagna elettorale che, al solito, sarà caratterizzata da promesse vane e da menzogne. Sperando dunque in una nuova grande onda che li faccia traballare e preoccupare: il nostro sguardo è rivolto là.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 28 luglio 2022

A scuola da Rodari

di Alice Coriandoli

Gianni Rodari è stato il più letto autore di favole moderne, premio Christian Andersen nel 1970, è ancora oggi tra gli autori di letteratura per ragazzi più riconosciuti in Italia e all’estero. Tantissime le traduzioni in diverse lingue del mondo ed edizioni nella neo latina lingua sarda.
È stato tra i più prolifici letterati del secondo Novecento, da prima cronista poi giornalista ha collaborando con diverse testate e riviste, scrittore di favole e filastrocche dal pensiero civile, autore di programmi per ragazzi, si è confrontato con altri intellettuali, poeti e artisti dell’epoca, alcuni tra i quali Munari, Luzzati, Zavattini, Boffa, Calvino.

Da novembre 2021, per volere della famiglia Rodari e della giunta comunale di Orvieto, il Centro studi a lui dedicato è stato riaperto.
Nel Centro ci sono attualmente una buona parte delle pubblicazioni italiane di Rodari e su Rodari, delle edizioni straniere delle opere di Rodari e quasi tutti gli articoli che Rodari ha pubblicato su quotidiani e periodici in 35 anni di giornalismo – dal 1945 al 1980. È costituito da oltre 1.500 documenti di varie tipologie (monografie, periodici, musica, multimedia ecc.) e raccoglie le opere edite di Gianni Rodari, nonché tutti i lavori di critica e di ricerca che riguardano la sua produzione (Articoli, tesi di laurea, filmati, cd, cassette, spartiti ecc.). In continuo inserimento articoli scritti su di lui, pubblicati su diversi giornali e riviste cartacee e on line.
Di notevole pregio e interesse la collezione delle prime edizioni italiane e straniere che il centro possiede e che costituiscono una rarità in Italia.
Tra le migliaia di libri presenti i diari del suo viaggio in Cina Turista in Cina di Gianni Rodari. Collana I grandi servizi di Paese Sera, 7. Volume, con illustrazioni bn. Resoconto di Rodari sul viaggio in Cina nel settembre 1971 e del suo viaggio dell’ex Unione sovietica Giochi nell’URSS appunti di viaggio. Gianni Rodari. Gli Struzzi. Einaudi, 1984
Nel Centro studi Orvieto vi sono la maggior parte dei saggi e della critica scritta su l’autore fin da prima della sua morte. È stato infatti da sempre uno scrittore studiato con attenzione nei suoi diversi lavori: come giornalista testi “Le domeniche di Gianni Rodari: scritti e racconti degli anni de l’Unità” a cura di Vichi De Marchi – Testi su testi. Recensioni e elzeviri da «Paese Sera-libri» (1960-1980) a cura di Flavia Bacchetti. Come autore di soggetti e drammaturgie per il teatro Gianni Rodari – Il mio teatro. Dal teatro del Pioniere a La Storia di tutte le Storie a cura di Andrea Mancini, Mario Piatti. Le ricerche fatte da Carmine de Luca e pubblicate negli anni ‘90. L’universo a dondolo. La scienza nell’opera di Gianni Rodari, di Pietro Greco per Springer Verlag, 2010. E tantissimi altri volumi e tesi che nel corso di più di quarant’anni anni sono state scritte grazie all’indagine di studio di ricercatori e ricercatrici e studenti.
Gianni Rodari è certamente uno dei maggiori letterati italiani del secondo Novecento, nei Paesi dell’ex Unione sovietica con Le avventure di Cipollino già dai primi anni ‘50 fu amato da intellettuali, insegnanti e bambini.
Oltre alle diverse tesi universitarie nelle materie di pedagogia, letteratura, arti, giornalismo, sono state fatte sul suo lavoro ricerche di Dottorato con pubblicazioni “Non solo filastrocche” Rodari e la letteratura del Novecento, di Mariarosa Rossitto per Bolzoni Editore, 2010 – rieditato nel 2020.
Molti studenti e studentesse del Dipartimento di italianistica dell’Università La Sapienza hanno potuto conoscere lo scrittore nel corso di Letteratura del Novecento della Professoressa Francesca Bernardini. E in testi di esame richiesti da altri docenti di letteratura del Dipartimento.
È stato preso in analisi anche dal linguista Tullio de Mauro.
Rodari quindi viene studiato nelle Università, anche all’estero, come per il Dottorato di Tovar Rodrigo Andrés (2019). Il bambino rivoluzionario: Letteratura infantile e pensiero politico. Gianni Rodari nel secondo dopoguerra. Dipartimento di letteratura spagnola e ispano-americana. Università di Salamanca (Spagna).
Raccontato nel suo lavoro e successo in Urss in Cipollino nel Paese dei Soviet. La fortuna di Gianni Rodari in URSS, Anna Roberti, edizioni Lindau, 2020.
Il Centro studi “Gianni Rodari” nasce nel 1987 (rimasto aperto fino al 2010) per iniziativa del Comune di Orvieto insieme alla famiglia Rodari, in seguito alla prima edizione del “Premio alla fantasia Gianni Rodari – Città di Orvieto”, tenutosi nel 1984. È stato ed è il primo Centro dedicato a Rodari nato in Italia. Oggi trova finalmente una sede importante al centro della città, vicinissima al Duomo, presso una delle sale della Biblioteca Comunale “L. Fumi”.
Le principali finalità del Centro sono esplicitate nell’articolo 2 dello statuto dell’associazione. In particolare, il Centro: promuove la conoscenza e lo studio dell’opera di Gianni Rodari con l’ausilio di esperti e studiosi italiani e stranieri; raccoglie le opere edite di Gianni Rodari, nonché tutti i lavori di critica e di ricerca che riguardano la sua produzione; salvaguarda l’infrazionabilità, la consistenza, l’integrità e lo stato di conservazione del patrimonio librario esistente nonché dei suoi eventuali incrementi; tiene aggiornata la catalogazione del materiale culturale da esso posseduto; promuove e organizza convegni, dibattiti, incontri, seminari, corsi, mostre, anche di concerto con altre organizzazioni ed altri enti aventi fini analoghi; svolge attività culturali; tiene rapporti con centri ed esperienze similari, in Italia e all’estero.
A curare l’archiviazione del Centro Studi è Adelaide Ranchino, laureata in conservazione dei Beni culturali con indirizzo archivistico-librario. Primo Tecnologo, CNR Biblioteca Centrale “G. Marconi”. Responsabile del Centro di documentazione europea. Per volere del nuovo Cda vi è un Comitato scientifico composto dai maggiori esperti dell’opera di Gianni Rodari. Rodariologi tra cui: Pino Boero, è stato professore ordinario in Letteratura per l’infanzia e Pedagogia della lettura presso la Facoltà (ora Dipartimento) di Scienze della Formazione dell’Università di Genova. Autore di Una storia, tante storie. Guida all’opera di Gianni Rodari, Einaudi 2010 – rieditato 2020; Giorgio Diamanti, per il Centro ha curato e pubblicato, negli anni ’90, la rivista “C’era due volte…” e un prezioso quaderno Scritti di Gianni Rodari su quotidiani e periodici dove sono elencati in ordine cronologico, e suddivisi per testate giornalistiche; Daniela Marcheschi, critica letteraria e accademica italiana, studiosa di letteratura e antropologia delle arti. Ha curato nel 2020 il Meridiano Mondadori Gianni Rodari, Opere; Ilaria Capanna, laureata in Lettere con tesi in critica letteraria e poi in letteratura del Novecento, studiosa di Favole moderne ed esperta di arti visive, divulgatrice dell’opera rodariana e autrice di molti progetti per il fu Centenario.
Il lavoro, sempre rinnovato e ricercato nelle sue edizioni, nelle scelte degli illustratori e illustratrici, è portato avanti negli ultimi decenni da Edizioni EL, importante casa editrice italiana specializzata in libri per bambini e ragazzi, che raccoglie tutta la produzione per ragazzi del grande scrittore.

L’articolo è stato pubblicato su Comune-info l’11 Luglio 2022