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TRADURRE BREL?

di Pierpaolo Benedetti

“Lost in translation”, la poesia è quel che si perde nella traduzione. Dobbiamo a Robert Frost questa sorprendente quanto verosimile definizione di poesia peraltro condivisa da molti fra cui la regista Sofia Coppola che, estendendo il concetto dalla poesia all’amore tra innamorati di lingue diverse –l’inglese e il giapponese nello specifico- ne ha fatto un film di successo registrando una analoga perdita.
Dunque, il rischio è incombente e grande nella traduzione, al punto che potrebbe vanificare lo sforzo e rendere inutile il risultato. E tuttavia, l’impresa è affascinante, tanto più affascinante quanto più ardua. Soprattutto davanti a un testo meraviglioso scritto per essere cantato nella lingua straniera con una musica stupenda, l’uno e l’altra perfettamente consonanti in virtù del fatto che sono frutto dello stesso compositore il quale domina perfettamente la materia poetica e sonora e mescola con sapienza assonanze e rime, ritmi e timbri.
(Non ho usato a caso il termine “compositore” anche in riferimento al testo poetico perché, al pari della musica, anche la poesia è un’arte combinatoria che usa le parole invece delle note –fermo restando che anche le parole, come le note, hanno un loro suono e il verso una sua musicalità.)
Perché l’impresa riesca, tuttavia, bisogna smentire la maledizione di Frost e salvare almeno un po’ di quella poesia espressa nella lingua originale garantendone al tempo stesso la cantabilità nella nuova lingua giacché non si può dimenticare che l’opera da cui si parte è, in questo caso, una canzone. In definitiva, il testo reso nella lingua altra, per essere soddisfacente dovrà assomigliare il più possibile al “ritratto” originario (anche qui, nessuna casualità) riprodotto però in campi diversi, ragione per cui bando a tutte le “traduzioni” riduttive e traditrici – per queste bastano i vocabolari- e largo all’invenzione poetica forte della comprensione del testo e della capacità creativa di chi si mette all’opera.
Dal grado di somiglianza, per assonanza, musicalità, ritmo, suono, timbro, accentazione, metrica, significato reale e metaforico delle parole, dipenderà il grado di validità dell’operazione, avendo consapevolezza che di “imitazione” si deve trattare e non di “traduzione” che sarebbe letale.
Ma neanche “copisti” siamo, perché chi imita si riserva sempre un certo grado di dissonanza, non fosse altro per l’impossibilità di riprodurre alla perfezione il sorriso della Gioconda, che ne segna l’originalità e l’autorialità. Tradurre per imitazione è poetare seguendo un solco già tracciato.
È una questione di equilibrio, la “traduzione” non deve essere né troppo pedissequa per evitare di essere una copia, né troppo poco somigliante per non rendere riconoscibile il suo modello e quindi il suo essere imitazione.
Del resto, mi faccio forte dell’esempio di Attilio Bertolucci da cui ebbi in dono, all’epoca della lunga intervista che muoveva dalla sua esperienza alla direzione de “Il Gatto selvatico”, rivista dell’ENI fondata da Enrico Mattei, il testo manoscritto in italiano di una poesia di Edward Thomas che aveva tradotto e titolato: “Imitazione di E. T. “  dicendomi: “Queste non sono traduzioni, sono imitazioni!”. Allora non capii bene la differenza, ma oggi sì!
Il libro di traduzioni di Attilio Bertolucci in cui confluì quel testo si chiamò Imitazioni, Scheiwiller, 1994.

JACQUES BREL – LE PLAT PAYS

Avec la mer du nord pour dernier terrain vague
et des vagues de dunes pour arreter le vagues
et des vagues rochers que les marées depassent
et qui ont à jamais le coeur a marée basse
avec un finimond des brumes à venir
avec le vent de l’est ecutez-le tenir
le plat pays qui est le mien

Avec des cathédrales pour uniques montagnes
et des noirs clochers comme mats de cocagne
où des diables en pierre décrochent le nouages
avec le fil des jours pour inique voyage
et des chemins de pluie pour inique bonsoir
avec le vent d’ouest ecoutez-le vouloir
le plat pays qui est le mien

Avec un ciel si bas qu’un canal s’est perdu
avec un ciel si bas qu’il fait l’humilité
avec un ciel si gris qu’un canal c’est pendu
avec un ciel si gris qu’il faut lui pardonner
avec le vent du nord qui vien s’ecarteler
avec le vent du nord ecoutez-le craquer
le plat pays qui est le mien

Avec de l’Italie qui descendrait l’Escaut
avec Frida la Blonde quand elle devient Margot
quand les fils de novembre nous reviennent en mais
quand la plain est fumant et tremble sous jouillet
quand le vent est au rire quant le vent est au blé
quant le vent est au sud ecoutez-le chanter
le plat pays qui est le mien

JACQUES BREL – IL PIATTO PAESE (Versione cantabile)

Con il mare del nord / per sola terra ondosa
e un mare di dune/ a fermare le onde
e le onde arricciate / che scavallano il mare
e non lasciano il cuore / nella bassa marea
con un finimondo / di brume a venire
con il vento dell’est/ – sentitelo tenere
questo piatto paese / che è il mio paese

Con delle cattedrali / per tutte montagne
e neri campanili / come alberi di cuccagna
con dei diavoli in pietra / che scrostano le nubi
con il filo dei giorni / come unica via
e cammini di pioggia / come soli buonasera
con il vento dell’ovest/ -sentitelo volare
questo piatto paese / che è il mio paese

Con un cielo così basso / che un canale resta appeso
con un cielo così basso / che dice tutta l’umiltà
con un cielo così grigio / che un canale è perduto
con un cielo così grigio / da farsi perdonare
con il vento del nord / che s’è accartocciato
con il vento del nord / –sentitelo piegare
questo piatto paese / che è il mio paese

Con anche l’Italia / che scenderà la Schelda
con Frida la Bionda / quando si fa Margot
quando i fili a novembre / ritornano di maggio
quando la piana è fumante / e tremula sotto il luglio
quando il vento è al sorriso / quando il vento è nel grano
quando il vento è al sud /–sentitelo cantare
questo piatto paese / che è il mio paese

Notizia biobibliografica
Pier Paolo Benedetti è nato a Rimini nel 1942 e si è laureato in sociologia nel 1967. E’ stato dirigente Eni dal 1982 al 2001 e ha già pubblicato, di poesia, Nature morte con parole (1995) e Di terra di mare di me (2000) per i tipi delle Edizioni Per Bellezza;  Incipit (2010) e Viaggio alla fine del mondo e ritorno (2011). Nel 2019 ha pubblicato con l’editore Raffaelli il suo nuovo libro di poesie Un nuovo altrove miriadi di piccole onde tirate a secco dall’alta e dalla bassa marea di memoria in memoria conducono al mare.

D & D. IL DANTE DI DOSSENA

di Paolo Albani

Ogni volta che sfoglio e m’immergo nella lettura del Dante di Giampaolo Dossena (Longanesi & C. 1995, ristampato nel 2004 e nel 2020 da Tea, quest’ultima edizione anche in e-Book) resto di princisbecco, per dirla alla maniera di Collodi. In primo luogo, per l’originalità della struttura. Sono 212 capitoli, tutti numerati e con un titolo esplicativo che ha una data fra parentesi – ad esempio Il culto per Virgilio (1227 circa), I frati gaudenti (1260 circa), Far parte per se stesso (1304) – e rimandi incrociati, che, volendo, permettono una consultazione soggettiva, non lineare, con scelte di lettura a piacere. Insomma il Dante di Dossena è un’opera aperta. Si parte dal primo capitolo intitolato Preistoria, perché la vita di Dante Alighieri dovrebbe cominciare dalla creazione del mondo secondo la tradizione religiosa giudaico-cristiana, e si finisce con i Fantasmi in cui si narra dell’apparizione del fantasma di Dante in Ravenna che indica al figlio Pietro il punto del muro di casa dove sono (sarebbero) nascosti i tredici capitoli mancanti della Divina Commedia.

            Ogni capitolo è ricco di riferimenti storici e letterari, una miniera di narrazioni sulla vita di personaggi conosciuti da Dante, una guida dettagliata dei luoghi geografici in gran parte visitati dal poeta fiorentino, e anche una raccolta divertente di pettegolezzi, aneddoti e collegamenti al mondo contemporaneo, voli pindarici, pur sempre stimolanti, fra epoche diverse.

            Completano l’opera quattro tavole riguardanti le date relative a papi, imperatori e re di Francia, gli ultimi Hohenstaufen (da Federico I Barbarossa a Corradino), i Capetingi e gli Scaligeri, oltre a un Repertorio, utilissimo strumento per ripescare nel libro tematiche, persone e luoghi citati, nomi di personaggi quali Marx, Stalin, Manganelli, Rabelais, Gadda, Leopardi e Kant, tanto per dirne alcuni a caso, o tematiche come misoginia, pettegolezzo, barzelletta, comico involontario (riguarda le rielaborazioni delle storie di Carlo Magno e dei suoi paladini in «franco-veneto»); fra i luoghi c’è la provincia di Massa-Carrara dove sono nato io, nominata a proposito di alcuni castelli dei Malaspina lì ubicati.

            Queste tavole, precisa Dossena, sono più utili che «tener sott’occhio gli schemi topografici dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, quegli orrendi imbuti, coni e cerchi concentrici».

            Il Dante di Dossena è l’opera di “un lettore dotto e curioso”, di uno scrittore che ha un suo stile proprio, riconoscibile, a tratti irriverente e pungente, dispensatore di affermazioni gettate sulla pagina senza peli sulla lingua, di ricostruzioni sul vissuto dantesco che denotano un vasto bagaglio culturale da certosino. Che ha dello spaventoso.

Quella di Dossena è, come ho notato altrove, una scrittura dal sapore «lombardo», in certi frangenti al limite dello sperimentale, ma senza mai scadere nell’astruso o nell’ermetico. In una lettera degli anni Sessanta il suo amico Luciano Bianciardi annota: Dossena «ha una preparazione di prim’ordine e sa scrivere». Uno «scrittore vivacissimo» lo definisce Franco Fortini.

            La frequentazione dantesca di Dossena è assidua. Nel 1999 esce da Vallardi Dante Alighieri. Commedia. Inferno in cui viene fatta un’analisi dei canti, all’interno del quadro storico in cui furono concepiti, insieme a elementi sulla vita e le opere del Sommo Poeta.

            Del 1987 è il primo volume della Storia confidenziale della letteratura, titolo che trovo semplicemente meraviglioso, che va “Dalle origini a Dante”, sempre per Longanesi & C. Purtroppo questa storia “confidenziale” non va oltre il Seicento. L’incompiutezza sembra una caratteristica ricorrente dell’attività di estensore di libri dello scrittore cremonese. Qui, nella Storia confidenziale della letteratura, Dossena mette mano a un metodo innovativo, originale che permette di scoprire – così recita la nota di presentazione – come e perché a un tale è saltato in mente di scrivere una certa cosa (e se poi questa certa cosa è un capolavoro tanto meglio), e in modo confidenziale, ovvero parlando di certi vecchi libri con segretezza e discrezione, chiamando difficili i libri difficili e noiosi i libri noiosi e spiegando con franca brutalità perché certi libri bisogna leggerli e perché certi altri è meglio non leggerli.

            Gran parte del primo volume della Storia confidenziale della letteratura è dedicato a Dante, e molte cose confluiranno nel volume Dante già citato.

Dossena ha una grande passione per le guide (anche il suo Dante in fin dei conti è organizzato in forma di guida, una mappa per delineare un itinerario storico-letterario dedicato all’autore della Divina Commedia), in questo campo l’apice lo raggiunge nel voluminoso I luoghi letterari. Paesaggi, opere e personaggi (uscito presso Sugar nel 1972, ristampato nel 2003 da Sylvestre Bonnard), che doveva essere il primo di tre libri rispettivamente dedicati all’Italia settentrionale, centrale e meridionale, progetto sfortunatamente ancora una volta rimasto incompiuto. È «un’opera consapevolmente personale, ma condotta secondo criteri rigorosi quanto a storia, a letteratura e a pedagogia», puntualizza Dossena, lamentando fra l’altro che nelle guide canoniche, tipo Touring Club Italiano, si dedichi «uno spazio nullo alle notizie di carattere letterario, in confronto allo spazio dedicato alle notizie di carattere artistico, storico-politico, economico ecc.».

            Ne I luoghi letterari, Dante compare più volte. Lo si trova citato in città come Bologna, Genova, Noli (Savona), «uno dei quattro punti più dirupati sulla faccia della terra che Dante avesse visto», Venezia (dove «Dante avrebbe anche potuto leggere Il milione, Dante avrebbe anche potuto incontrare Marco Polo: non si sa»), Verona (Giovanni Camerana, capitano a Verona, il 3 maggio 1896 scrive il sonetto Dante in Verona, «tra il non-sense e il Prode Anselmo») e soprattutto Ravenna. In quest’ultima città, Dossena racconta, fra le altre cose (oltre alla storia delle ossa di Dante trafugate dai frati francescani), che Dante, «famoso mago» (aspetto poco conosciuto del poeta), viene consultato da uno “scientifico cittadino” proveniente da Genova per una misteriosa questione d’amore. Fonte della notizia è Franco Sacchetti (1332-1400), poeta e novelliere.

            Ricorda Dossena che Dante parla di numerosi personaggi legati alla storia e alle leggende di Ravenna, città in cui muore, aggiungendo: «ma vedremo il tutto nell’appendice sull’Italia dantesca, in altro volume», anche questo disgraziatamente mai uscito.

            Il Dossena, magistrale esperto di giochi, non poteva non occuparsi del Dante che gioca con la lingua. Nei tre volumi che formano la Enciclopedia dei giochi (Utet 1999), Dante ricorre in ben 67 voci.

            Il Dante in veste di navigato linguista cattura l’attenzione di Dossena che segnala alcuni giochi disseminati nella Divina Commedia, e non solo (i versi danteschi che cito sono quelli della versione contenuta ne La Divina Commedia, testo critico stabilito da Giorgio Petrocchi, con una nota introduttiva sul testo della Commedia, Einaudi 1975).

L’acrostico ad esempio è presente nel Purgatorio (12. 25-63), dove le lettere VOM, ripetute a inizio di verso, formano la parola UOM[O] (la V in antico sta per U), la più superba delle creature, e il canto XII del Purgatorio guarda caso parla proprio dei superbi:

Vedea colui che fu nobil creato

[…]

O Nïobè, con che occhi dolenti

[…]

Mostrava ancor lo duro pavimento

Anche nel Paradiso (19. 115-141), nel canto XIX che si svolge nel cielo di Giove, ove risiedono gli spiriti giusti, c’è un altro acrostico, LVE, cioè LUE, ovvero la peste, sintesi del giudizio sui sovrani malvagi e corrotti:

Lí si vedrà, tra l’opere d’Alberto,

[…]

Vedrassi la lussuria e ’l viver molle

[…]

E parrano a ciascun l’opere sozze

Di mesostici, in versi singoli, che danno come soluzione la parola DANTE, Dossena ne riporta cinque contenuti nell’Inferno, fra cui questo:

e Disse A Nesso: «Torna, E sì li guida […] (12. 98) [le maiuscole sono mie]

il più bello, a mio parere, dato che le lettere che formano DANTE stanno in parole contigue, l’una di seguito all’altra.

Il gioco della sostituzione di una vocale con un’altra (amAr/amOr) è sovente praticato da Dante, ad esempio nel Detto d’amore, un poemetto di 480 settenari, collocabile nel 1280, in cui si legge:

Tu mi vuo’ trar d’amare

e di ch’amor amar’è.

Anche nel Purgatorio (27. 132) – ricorda Dossena nella sua Enciclopedia dei giochi – si trova il cambio di vocale:

fuor se’ dell’Erte vie, fuor se’ dell’Arte [le maiuscole sono mie]

A proposito del famoso verso «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!» (Inferno, 7. 1), Dossena, non so quanto scherzosamente, sembra dare credibilità a un’ipotesi azzardosa, affermando che forse si comincia a intravedere una lucina spiegando quel verso con il ricorso all’anagramma: pela patate, passa panna, pepe (notevoli la coerenza culinaria e l’allitterazione in P), o forse appena palpate, pena passate (basta una toccatina, e subito arriva il castigo).

Basta scuse: l’Italia può bloccare le forniture militari all’Egitto di tutta l’UE

E’ possibile bloccare le forniture di sistemi militari all’Egitto. Non solo dell’Italia ma di tutti i paesi dell’Unione europea. E’ il punto centrale di una lettera che la Rete Italiana Pace e Disarmo ha inviato nei giorni scorsi al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, in occasione del quinto anno dal rapimento in Egitto di Giulio Regeni e del Consiglio dei ministri degli Affari esteri dell’Unione europea di oggi, lunedì 25 gennaio. “Rifiutando di concedere l’autorizzazione all’esportazione di sistemi militari all’Egitto, l’Italia ha la possibilità di bloccare simili forniture da parte di tutta l’Unione Europea” – riporta la nota diffusa oggi dalla Rete Pace e Disarmo

ARIA DI CASA NOSTRA

Un racconto distopico, ma non troppo…

Adesso, l’aria era diventata decisamente poco respirabile, gli ospiti cominciavano a girare, nervosamente e sempre più spesso, la testa verso la cucina, sperando vivamente che Clara riprendesse a friggere. Curioso, e anche un po’ fastidioso, l’odore dell’aria pulita! Talmente fastidioso che qualcuno aveva acceso una sigaretta, sperando che almeno il fumo riuscisse a cancellare quell’odore insopportabile. Giovanni aveva riflettuto a lungo, prima di accettare l’invito di Clara, non aveva avuto il coraggio di chiederle se a casa sua si respirasse bene, gli era sembrata una domanda fin troppo indiscreta. Adesso, però, si stava pentendo di non essersi informato prima, erano già corse strane voci sul conto di Clara, certo, chiacchiere, pettegolezzi, ma con qualche fondamento, a quanto pareva. Chi era stato a casa sua aveva riferito di uno strano odore mai annusato prima e Clara aveva risposto che, purtroppo, da quelle parti c’era a volte questo problema. Inconveniente, così lo aveva chiamato, ma per chi aveva riferito l’episodio, si era trattato di un inconveniente non da poco, stare in quella stanza a respirare un odore strano, quasi un cattivo odore di cui era difficile definire l’origine e la natura. “Cos’è questo strano odore?”, aveva chiesto uno dei più coraggiosi, e dei più cafoni, avrebbe poi commentato Clara. “E’ l’odore dell’aria”, aveva risposto. Lei non aveva potuto nasconderlo in nessun modo, nemmeno friggendo un quintale di patate. Appena smetteva, quell’odore tornava a farsi vivo, senza una ragione precisa, così le toccava subito riprendere a friggere.

Cominciava anche ad essere piuttosto tardi, ma gli invitati non sembravano avere fretta di andarsene. “Come si respira da te – le aveva detto una – non si respira da nessuna parte”. “Nemmeno a casa di Corinna”, aveva aggiunto un’altra, e sì che la casa di Corinna era famosa per la sua aria decisamente respirabile, un misto tra bollitura di cavoli e zuppa di cipolle. Adesso avrebbe avuto bisogno di una pausa per poter almeno annusare anche lei quell’aria, che invece veniva trasportata nel soggiorno, dove gli invitati erano comodamente seduti a tavola a respirare, opportunamente convogliata lì da un dispositivo di ultima generazione, una macchina costosissima che faceva circolare quell’aria fin dove era più necessario. Clara riusciva a superare la stanchezza, aiutata dal pensiero che l’indomani si sarebbe parlato della sua casa e della sua aria in tutta la città, molti dei presenti avrebbero sicuramente decantato quell’odore di fritto e di sughi all’aglio che imperversava solitamente nelle stanze. Così la fatica di continuare a friggere ormai sembrava svanita, superata da quella felicità di immaginarsi già ai vertici del ristretto elenco delle case in cui si respirava bene. Perfino l’Amministrazione Comunale, consapevole di andare incontro ai desideri dei cittadini, aveva bandito un concorso per scegliere la casa “del buon respiro”, così come era scritto nel comunicato fatto circolare tra la cittadinanza intera. E adesso, senza una ragione, senza una spiegazione plausibile, ci si era messa di mezzo l’aria, con quell’odore insopportabile che rischiava di fare naufragare i suoi progetti.

Perché, a dire il vero, Clara aveva in mente un progetto ben preciso, rendere la sua casa accessibile all’intera cittadinanza, ingresso a orari fissi dietro un piccolo compenso, presentata come un luogo in cui i bravi cittadini sarebbero accorsi a frotte a ricrearsi lo spirito e soprattutto a respirare un po’ di quella sana aria dall’odore di fritto che la maggior parte di loro non aveva mai conosciuto. Già si immaginava sulla soglia di casa, occupata a decantare le qualità non comuni di quell’aria che ristagnava in permanenza dentro quelle stanze, mentre i meno abbienti, impossibilitati a friggere costantemente, si trovavano costretti ad acquistare nei negozi di articoli per la casa certe bombolette spray che si limitavano al più a simulare la presenza di quegli odori nelle loro abitazioni. E, nello stesso tempo, Clara avrebbe trovato il modo di commercializzare quelle enormi quantità di patate fritte che si andavano man mano accumulando in cucina e che, fino ad allora, era stata costretta o a servire agli ospiti occasionali, o a regalare ad amici e conoscenti, quando addirittura non le era toccato buttarle via per liberare un po’ di spazio accanto ai fornelli. Aveva fatto bene i suoi conti, tutto quell’afflusso di gente, tutti i giorni, salvo il lunedì – così aveva deciso, il lunedì lo avrebbe dedicato a se stessa – le avrebbe consentito lauti incassi e la possibilità di condurre una vita da benestante. Avrebbe assunto un paio di persone, naturalmente, lei avrebbe smesso di stare davanti ai fornelli perché a una signora rispettabile non si addiceva il continuare con la vita di prima, quella di un’ordinaria casalinga in continua attività davanti ai fornelli. Avrebbe anche chiesto all’Amministrazione Comunale una speciale licenza per aprire un’attività di imbottigliamento dell’aria di quella casa, dapprima a livello artigianale, poi, se la cosa avesse preso piede, su scala industriale. L’Amministrazione, almeno secondo il punto di vista di Clara, sarebbe stata ben lieta di reclamizzare, attraverso la vendita di quel prodotto, la cittadina che governava, con la prospettiva di fare accorrere turisti dalle città dei dintorni e magari dall’intera regione. E poi, chissà, il tempo e quell’odore dell’aria avrebbero finito per lavorare a suo favore.