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Premio InediTO

XXI EDIZIONE 2022
POESIA | NARRATIVA | SAGGISTICA | TEATRO | CINEMA | MUSICA

Un uomo in sospeso su un pontile, pochi libri, una valigia, in attesa di fuggire altrove, verso Marte… È la nuova grafica del Premio InediTO – Colline di Torino che giunge alla ventunesima edizione dopo aver premiato in tutti questi anni tantissimi autori scoprendo nuovi talenti, di ogni età e nazionalità, sostenendoli e accompagnandoli verso il mondo dell’editoria e dello spettacolo. Il concorso letterario, punto di riferimento in Italia tra quelli dedicati alle opere inedite, il cui bando scadrà il 31 gennaio 2022, è l’unico nel suo genere a rivolgersi a tutte le forme di scrittura (poesia, narrativa, saggistica, teatro, cinema e musica), in lingua italiana e a tema libero. Grazie al montepremi di 8.000 euro (aumentato per le sezioni Saggistica, testo Teatrale, Cinematografico e Canzone) i vincitori delle sezioni Poesia, Narrativa-Romanzo, Narrativa-Racconto e Saggistica ricevono un contributo destinato alla pubblicazione e/o alla promozione con editori qualificati, mentre i vincitori delle sezioni Testo Teatrale, Cinematografico e Canzone un contributo per la messa in scena, lo sviluppo della produzione, la diffusione radiofonica e sul web. Inoltre, vengono assegnate menzioni e segnalazioni agli autori promettenti, i premi speciali “InediTO Young” ad autori minorenni e “InediTO RitrovaTO” a non viventi. Con InediTO gli autori premiati non vengono abbandonati al loro destino: attraverso il premio si partecipa a rassegne, festival, fiere e si può ambire a vincere altri concorsi, come testimoniato dai tanti autori lanciati in queste edizioni.

Il concorso talent scout, organizzato dall’associazione culturale Il Camaleonte di Chieri (TO) e diretto dallo scrittore e cantante jazz Valerio Vigliaturo, ha coinvolto in questi anni migliaia di iscritti da tutta Italia e dall’estero (Usa, Europa, Australia, Asia), a conferma anche della dimensione internazionale acquisita. Il prestigio è caratterizzato dalla qualità delle opere premiate, dal riscontro dei media e dalle personalità che hanno formato il Comitato d’Onore e che hanno ricoperto il ruolo di presidenti e di giurati (tra i quali Paola Mastrocola, Umberto Piersanti, Luca Bianchini, Andrea Bajani, Aurelio Picca, Davide Ferrario, Morgan, Paolo Di Paolo, Davide Rondoni, Cristiano Godano, Maurizio Cucchi, Maria Grazia Calandrone, Enrica Tesio, Michela Marzano, Teresa De Sio e Willie Peyote). La Giuria sarà presieduta dalla scrittrice Margherita Oggero e formata da: Milo De Angelis, Laura Pugno, Giulio Mozzi, Sacha Naspini, Andrea Donaera, Valentina Maini, Susanna Mati, Massimo Morasso, Roberto Latini, Francesca Brizzolara, Alice Filippi, Paolo Mitton, Fausto Zanardelli (Coma Cose) e dai vincitori della passata edizione. A maggio 2022 si svolgeranno la presentazione dei finalisti al Salone del Libro di Torino e la premiazione dal vivo attraverso la consegna dei premi e un reading dedicato alle opere dei vincitori (emergenza sanitaria permettendo), con il coinvolgimento di ospiti illustri (tra i quali hanno partecipato in passato Giorgio Conte, Franco Branciaroli, Eugenio Finardi, David Riondino, Francesco Baccini, Alessandro Haber, Laura Curino, Gipo Farassino, Arturo Brachetti, David Riondino, Red Ronnie e Lella Costa).

Il premio è inserito da diverse edizioni nella manifestazione Il Maggio dei libri promossa dal Centro per il Libro e la Lettura del MIBACT, e ha ottenuto la scorsa edizione il contributo di Regione Piemonte, delle città di Torino, Chieri e Moncalieri, il patrocinio della Città Metropolitana di Torino, della città di Chivasso, il sostegno di Fondazione CRT, Amiat Gruppo Iren, la sponsorizzazione di Aurora Penne, la collaborazione con Fondazione per la Cultura Torino, Biblioteche Civiche Torinesi, SBAM (Sistema Bibliotecario dell’Area Metropolitana di Torino) e Officina della Scrittura. I partner sono Film Commission Torino Piemonte, Premio Lunezia, M.E.I. (Meeting delle Etichette Indipendenti) di Faenza, Festival Internazionale di Poesia “Parole Spalancate” di Genova, L’Altoparlante, Indyca, e da questa edizione Il Mutamento.

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Bando di concorso per la selezione dei borsisti 2022-2023 dell’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici

Date di ricezione delle candidature:
Dal 1 ° dicembre 2021 alle ore 12.00 al 7 gennaio 2022 alle ore 12.00

Apertura del bando di concorso per la selezione di borsisti che saranno ospitati a Villa Medici a Roma a partire da settembre 2022 per una residenza di creazione, di sperimentazione e di ricerca di 12 mesi.
Il concorso si rivolge ad artisti, autori e ricercatori già affermati, francofoni, senza criteri di nazionalità. È possibile candidarsi in tutte le discipline della creazione letteraria ed artistica, dei mestieri dell’arte, così come in storia e teoria delle arti, in restauro di opere d’arte o monumenti.
Ogni borsista beneficia di una borsa di residenza di 3.500 euro lordi assegnata mensilmente e dispone di un appartamento individuale, oltre che di uno spazio di lavoro (laboratorio o ufficio, individuale o condiviso, a seconda delle discipline e della disponibilità). Villa Medici è inoltre dotata di una biblioteca con più di 37.000 volumi con un fondo antico – in particolare musicale – e una collezione di fumetti, di una sala proiezioni (100 posti) e di un laboratorio fotografico, che possono essere messi a disposizione dei borsisti per i loro lavori e ricerche.
Il numero massimo di borse di residenza attribuite per il periodo 2022-2023 è fissato a sedici. Possono essere ospitati a Villa Medici anche i coniugi e i figli dei borsisti, nei limiti delle capacità di accoglienza dell’Accademia.

Le candidature al concorso devono essere presentate sotto forma di una nota che illustri un progetto preciso e descriva i temi di ricerca, la natura dei lavori e le motivazioni del soggiorno a Villa Medici. Sono ammesse le candidature collettive; in tal caso, ogni membro del collettivo riceve una borsa mensile.
Villa Medici, luogo di vita e di lavoro dei borsisti, è situata sulla collina del Pincio, nel centro storico di Roma. Villa del XVI secolo con un giardino di sette ettari, è circondata da un lato dal parco di Villa Borghese e dall’altro dal convento di Trinità dei Monti. Ancorata nel cuore di una grande capitale europea e artistica che non smette di ispirare tutte e tutti coloro che accoglie, la residenza dell’Accademia di Francia a Roma offre ai suoi borsisti uno spazio-tempo interamente dedicato alle loro pratiche e ricerche, in un luogo di sperimentazione al crocevia delle discipline artistiche e in risonanza con altre istituzioni culturali internazionali.
La presenza dei sedici borsisti a Roma è un momento propizio per gli incontri e gli scambi, tra i borsisti stessi e con l’equipe dell’Accademia, ma soprattutto con il pubblico e gli attori della scena culturale e artistica romana, italiana ed europea: curatori, artisti invitati, responsabili di istituzioni, ricercatori, galleristi, collezionisti, Accademie straniere (diciassette a Roma) e operatori della rete
francese a Roma come l’Institut français Italia o l’École française de Rome.
Per tutta la durata del soggiorno, i borsisti beneficiano del supporto artistico e tecnico dell’equipe dell’Accademia, e sono incoraggiati a partecipare alla vita dell’istituzione e agli eventi che ritmano il suo programma artistico e culturale, in
un approccio di commistione tra le arti (Notte Bianca in autunno, mostra dei borsisti durante l’estate, manifestazioni programmate durante tutto l’anno, festival ¡Viva Villa! organizzato in Francia dopo la residenza…).
La residenza annuale a Villa Medici è un’esperienza che si nutre delle diverse attività dell’Accademia come istituzione poliedrica, rivolta all’Europa e al Mediterraneo allo stesso tempo: laboratorio di creazione e di ricerca, centro
d’esposizione, piattaforma di ricerca in storia dell’arte, luogo di grande patrimonio e giardino rinascimentale eco-responsabile aperto ai visitatori.

Come candidarsi?

Le candidature devono essere inviate tra mercoledì 1 ° dicembre 2021 alle ore 12.00 e venerdì 7 gennaio 2022 alle ore 12.00 (Central European Time), esclusivamente sulla piattaforma dematerializzata dedicata al concorso, accessibile al seguente link:

https://concours-pensionnaires.villamedici.it/access/

I candidati e le candidate devono avere più di diciotto anni il giorno della scadenza di presentazione delle candidature.
Le fasi di preselezione, audizione e selezione saranno effettuate da una giuria composta da otto personalità. Al termine delle audizioni, la giuria delibera e redige la lista dei candidati vincenti. I borsisti sono nominati per un periodo massimo di 12 mesi.
Il regolamento del concorso, l’elenco dei membri della giuria, i documenti necessari per la presentazione delle candidature e i report annuali della giuria dal 2016 al 2020 possono essere consultati sul sito dell’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici al seguente indirizzo:

https://www.villamedici.it/fr/concours-des-pensionnaires/

Per maggiori informazioni sul concorso di selezione dei borsisti:

concourspensionnaires@villamedici.it

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Tradurre Brel?

di Pierpaolo Benedetti

“Lost in translation”, la poesia è quel che si perde nella traduzione. Dobbiamo a Robert Frost questa sorprendente quanto verosimile definizione di poesia peraltro condivisa da molti fra cui la regista Sofia Coppola che, estendendo il concetto dalla poesia all’amore tra innamorati di lingue diverse –l’inglese e il giapponese nello specifico- ne ha fatto un film di successo registrando una analoga perdita.
Dunque, il rischio è incombente e grande nella traduzione, al punto che potrebbe vanificare lo sforzo e rendere inutile il risultato. E tuttavia, l’impresa è affascinante, tanto più affascinante quanto più ardua. Soprattutto davanti a un testo meraviglioso scritto per essere cantato nella lingua straniera con una musica stupenda, l’uno e l’altra perfettamente consonanti in virtù del fatto che sono frutto dello stesso compositore il quale domina perfettamente la materia poetica e sonora e mescola con sapienza assonanze e rime, ritmi e timbri.
(Non ho usato a caso il termine “compositore” anche in riferimento al testo poetico perché, al pari della musica, anche la poesia è un’arte combinatoria che usa le parole invece delle note –fermo restando che anche le parole, come le note, hanno un loro suono e il verso una sua musicalità.)
Perché l’impresa riesca, tuttavia, bisogna smentire la maledizione di Frost e salvare almeno un po’ di quella poesia espressa nella lingua originale garantendone al tempo stesso la cantabilità nella nuova lingua giacché non si può dimenticare che l’opera da cui si parte è, in questo caso, una canzone. In definitiva, il testo reso nella lingua altra, per essere soddisfacente dovrà assomigliare il più possibile al “ritratto” originario (anche qui, nessuna casualità) riprodotto però in campi diversi, ragione per cui bando a tutte le “traduzioni” riduttive e traditrici – per queste bastano i vocabolari- e largo all’invenzione poetica forte della comprensione del testo e della capacità creativa di chi si mette all’opera.
Dal grado di somiglianza, per assonanza, musicalità, ritmo, suono, timbro, accentazione, metrica, significato reale e metaforico delle parole, dipenderà il grado di validità dell’operazione, avendo consapevolezza che di “imitazione” si deve trattare e non di “traduzione” che sarebbe letale.
Ma neanche “copisti” siamo, perché chi imita si riserva sempre un certo grado di dissonanza, non fosse altro per l’impossibilità di riprodurre alla perfezione il sorriso della Gioconda, che ne segna l’originalità e l’autorialità. Tradurre per imitazione è poetare seguendo un solco già tracciato.
È una questione di equilibrio, la “traduzione” non deve essere né troppo pedissequa per evitare di essere una copia, né troppo poco somigliante per non rendere riconoscibile il suo modello e quindi il suo essere imitazione.
Del resto, mi faccio forte dell’esempio di Attilio Bertolucci da cui ebbi in dono, all’epoca della lunga intervista che muoveva dalla sua esperienza alla direzione de “Il Gatto selvatico”, rivista dell’ENI fondata da Enrico Mattei, il testo manoscritto in italiano di una poesia di Edward Thomas che aveva tradotto e titolato: “Imitazione di E. T. “  dicendomi: “Queste non sono traduzioni, sono imitazioni!”. Allora non capii bene la differenza, ma oggi sì!
Il libro di traduzioni di Attilio Bertolucci in cui confluì quel testo si chiamò Imitazioni, Scheiwiller, 1994.

JACQUES BREL – LE PLAT PAYS

Avec la mer du nord pour dernier terrain vague
et des vagues de dunes pour arreter le vagues
et des vagues rochers que les marées depassent
et qui ont à jamais le coeur a marée basse
avec un finimond des brumes à venir
avec le vent de l’est ecutez-le tenir
le plat pays qui est le mien

Avec des cathédrales pour uniques montagnes
et des noirs clochers comme mats de cocagne
où des diables en pierre décrochent le nouages
avec le fil des jours pour inique voyage
et des chemins de pluie pour inique bonsoir
avec le vent d’ouest ecoutez-le vouloir
le plat pays qui est le mien

Avec un ciel si bas qu’un canal s’est perdu
avec un ciel si bas qu’il fait l’humilité
avec un ciel si gris qu’un canal c’est pendu
avec un ciel si gris qu’il faut lui pardonner
avec le vent du nord qui vien s’ecarteler
avec le vent du nord ecoutez-le craquer
le plat pays qui est le mien

Avec de l’Italie qui descendrait l’Escaut
avec Frida la Blonde quand elle devient Margot
quand les fils de novembre nous reviennent en mais
quand la plain est fumant et tremble sous jouillet
quand le vent est au rire quant le vent est au blé
quant le vent est au sud ecoutez-le chanter
le plat pays qui est le mien

JACQUES BREL – IL PIATTO PAESE (Versione cantabile)

Con il mare del nord / per sola terra ondosa
e un mare di dune/ a fermare le onde
e le onde arricciate / che scavallano il mare
e non lasciano il cuore / nella bassa marea
con un finimondo / di brume a venire
con il vento dell’est/ – sentitelo tenere
questo piatto paese / che è il mio paese

Con delle cattedrali / per tutte montagne
e neri campanili / come alberi di cuccagna
con dei diavoli in pietra / che scrostano le nubi
con il filo dei giorni / come unica via
e cammini di pioggia / come soli buonasera
con il vento dell’ovest/ -sentitelo volare
questo piatto paese / che è il mio paese

Con un cielo così basso / che un canale resta appeso
con un cielo così basso / che dice tutta l’umiltà
con un cielo così grigio / che un canale è perduto
con un cielo così grigio / da farsi perdonare
con il vento del nord / che s’è accartocciato
con il vento del nord / –sentitelo piegare
questo piatto paese / che è il mio paese

Con anche l’Italia / che scenderà la Schelda
con Frida la Bionda / quando si fa Margot
quando i fili a novembre / ritornano di maggio
quando la piana è fumante / e tremula sotto il luglio
quando il vento è al sorriso / quando il vento è nel grano
quando il vento è al sud /–sentitelo cantare
questo piatto paese / che è il mio paese

Notizia biobibliografica
Pier Paolo Benedetti è nato a Rimini nel 1942 e si è laureato in sociologia nel 1967. E’ stato dirigente Eni dal 1982 al 2001 e ha già pubblicato, di poesia, Nature morte con parole (1995) e Di terra di mare di me (2000) per i tipi delle Edizioni Per Bellezza;  Incipit (2010) e Viaggio alla fine del mondo e ritorno (2011). Nel 2019 ha pubblicato con l’editore Raffaelli il suo nuovo libro di poesie Un nuovo altrove miriadi di piccole onde tirate a secco dall’alta e dalla bassa marea di memoria in memoria conducono al mare.

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D & D. Il Dante di Dossena

di Paolo Albani

Ogni volta che sfoglio e m’immergo nella lettura del Dante di Giampaolo Dossena (Longanesi & C. 1995, ristampato nel 2004 e nel 2020 da Tea, quest’ultima edizione anche in e-Book) resto di princisbecco, per dirla alla maniera di Collodi. In primo luogo, per l’originalità della struttura. Sono 212 capitoli, tutti numerati e con un titolo esplicativo che ha una data fra parentesi – ad esempio Il culto per Virgilio (1227 circa), I frati gaudenti (1260 circa), Far parte per se stesso (1304) – e rimandi incrociati, che, volendo, permettono una consultazione soggettiva, non lineare, con scelte di lettura a piacere. Insomma il Dante di Dossena è un’opera aperta. Si parte dal primo capitolo intitolato Preistoria, perché la vita di Dante Alighieri dovrebbe cominciare dalla creazione del mondo secondo la tradizione religiosa giudaico-cristiana, e si finisce con i Fantasmi in cui si narra dell’apparizione del fantasma di Dante in Ravenna che indica al figlio Pietro il punto del muro di casa dove sono (sarebbero) nascosti i tredici capitoli mancanti della Divina Commedia.

            Ogni capitolo è ricco di riferimenti storici e letterari, una miniera di narrazioni sulla vita di personaggi conosciuti da Dante, una guida dettagliata dei luoghi geografici in gran parte visitati dal poeta fiorentino, e anche una raccolta divertente di pettegolezzi, aneddoti e collegamenti al mondo contemporaneo, voli pindarici, pur sempre stimolanti, fra epoche diverse.

            Completano l’opera quattro tavole riguardanti le date relative a papi, imperatori e re di Francia, gli ultimi Hohenstaufen (da Federico I Barbarossa a Corradino), i Capetingi e gli Scaligeri, oltre a un Repertorio, utilissimo strumento per ripescare nel libro tematiche, persone e luoghi citati, nomi di personaggi quali Marx, Stalin, Manganelli, Rabelais, Gadda, Leopardi e Kant, tanto per dirne alcuni a caso, o tematiche come misoginia, pettegolezzo, barzelletta, comico involontario (riguarda le rielaborazioni delle storie di Carlo Magno e dei suoi paladini in «franco-veneto»); fra i luoghi c’è la provincia di Massa-Carrara dove sono nato io, nominata a proposito di alcuni castelli dei Malaspina lì ubicati.

            Queste tavole, precisa Dossena, sono più utili che «tener sott’occhio gli schemi topografici dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, quegli orrendi imbuti, coni e cerchi concentrici».

            Il Dante di Dossena è l’opera di “un lettore dotto e curioso”, di uno scrittore che ha un suo stile proprio, riconoscibile, a tratti irriverente e pungente, dispensatore di affermazioni gettate sulla pagina senza peli sulla lingua, di ricostruzioni sul vissuto dantesco che denotano un vasto bagaglio culturale da certosino. Che ha dello spaventoso.

Quella di Dossena è, come ho notato altrove, una scrittura dal sapore «lombardo», in certi frangenti al limite dello sperimentale, ma senza mai scadere nell’astruso o nell’ermetico. In una lettera degli anni Sessanta il suo amico Luciano Bianciardi annota: Dossena «ha una preparazione di prim’ordine e sa scrivere». Uno «scrittore vivacissimo» lo definisce Franco Fortini.

            La frequentazione dantesca di Dossena è assidua. Nel 1999 esce da Vallardi Dante Alighieri. Commedia. Inferno in cui viene fatta un’analisi dei canti, all’interno del quadro storico in cui furono concepiti, insieme a elementi sulla vita e le opere del Sommo Poeta.

            Del 1987 è il primo volume della Storia confidenziale della letteratura, titolo che trovo semplicemente meraviglioso, che va “Dalle origini a Dante”, sempre per Longanesi & C. Purtroppo questa storia “confidenziale” non va oltre il Seicento. L’incompiutezza sembra una caratteristica ricorrente dell’attività di estensore di libri dello scrittore cremonese. Qui, nella Storia confidenziale della letteratura, Dossena mette mano a un metodo innovativo, originale che permette di scoprire – così recita la nota di presentazione – come e perché a un tale è saltato in mente di scrivere una certa cosa (e se poi questa certa cosa è un capolavoro tanto meglio), e in modo confidenziale, ovvero parlando di certi vecchi libri con segretezza e discrezione, chiamando difficili i libri difficili e noiosi i libri noiosi e spiegando con franca brutalità perché certi libri bisogna leggerli e perché certi altri è meglio non leggerli.

            Gran parte del primo volume della Storia confidenziale della letteratura è dedicato a Dante, e molte cose confluiranno nel volume Dante già citato.

Dossena ha una grande passione per le guide (anche il suo Dante in fin dei conti è organizzato in forma di guida, una mappa per delineare un itinerario storico-letterario dedicato all’autore della Divina Commedia), in questo campo l’apice lo raggiunge nel voluminoso I luoghi letterari. Paesaggi, opere e personaggi (uscito presso Sugar nel 1972, ristampato nel 2003 da Sylvestre Bonnard), che doveva essere il primo di tre libri rispettivamente dedicati all’Italia settentrionale, centrale e meridionale, progetto sfortunatamente ancora una volta rimasto incompiuto. È «un’opera consapevolmente personale, ma condotta secondo criteri rigorosi quanto a storia, a letteratura e a pedagogia», puntualizza Dossena, lamentando fra l’altro che nelle guide canoniche, tipo Touring Club Italiano, si dedichi «uno spazio nullo alle notizie di carattere letterario, in confronto allo spazio dedicato alle notizie di carattere artistico, storico-politico, economico ecc.».

            Ne I luoghi letterari, Dante compare più volte. Lo si trova citato in città come Bologna, Genova, Noli (Savona), «uno dei quattro punti più dirupati sulla faccia della terra che Dante avesse visto», Venezia (dove «Dante avrebbe anche potuto leggere Il milione, Dante avrebbe anche potuto incontrare Marco Polo: non si sa»), Verona (Giovanni Camerana, capitano a Verona, il 3 maggio 1896 scrive il sonetto Dante in Verona, «tra il non-sense e il Prode Anselmo») e soprattutto Ravenna. In quest’ultima città, Dossena racconta, fra le altre cose (oltre alla storia delle ossa di Dante trafugate dai frati francescani), che Dante, «famoso mago» (aspetto poco conosciuto del poeta), viene consultato da uno “scientifico cittadino” proveniente da Genova per una misteriosa questione d’amore. Fonte della notizia è Franco Sacchetti (1332-1400), poeta e novelliere.

            Ricorda Dossena che Dante parla di numerosi personaggi legati alla storia e alle leggende di Ravenna, città in cui muore, aggiungendo: «ma vedremo il tutto nell’appendice sull’Italia dantesca, in altro volume», anche questo disgraziatamente mai uscito.

            Il Dossena, magistrale esperto di giochi, non poteva non occuparsi del Dante che gioca con la lingua. Nei tre volumi che formano la Enciclopedia dei giochi (Utet 1999), Dante ricorre in ben 67 voci.

            Il Dante in veste di navigato linguista cattura l’attenzione di Dossena che segnala alcuni giochi disseminati nella Divina Commedia, e non solo (i versi danteschi che cito sono quelli della versione contenuta ne La Divina Commedia, testo critico stabilito da Giorgio Petrocchi, con una nota introduttiva sul testo della Commedia, Einaudi 1975).

L’acrostico ad esempio è presente nel Purgatorio (12. 25-63), dove le lettere VOM, ripetute a inizio di verso, formano la parola UOM[O] (la V in antico sta per U), la più superba delle creature, e il canto XII del Purgatorio guarda caso parla proprio dei superbi:

Vedea colui che fu nobil creato

[…]

O Nïobè, con che occhi dolenti

[…]

Mostrava ancor lo duro pavimento

Anche nel Paradiso (19. 115-141), nel canto XIX che si svolge nel cielo di Giove, ove risiedono gli spiriti giusti, c’è un altro acrostico, LVE, cioè LUE, ovvero la peste, sintesi del giudizio sui sovrani malvagi e corrotti:

Lí si vedrà, tra l’opere d’Alberto,

[…]

Vedrassi la lussuria e ’l viver molle

[…]

E parrano a ciascun l’opere sozze

Di mesostici, in versi singoli, che danno come soluzione la parola DANTE, Dossena ne riporta cinque contenuti nell’Inferno, fra cui questo:

e Disse A Nesso: «Torna, E sì li guida […] (12. 98) [le maiuscole sono mie]

il più bello, a mio parere, dato che le lettere che formano DANTE stanno in parole contigue, l’una di seguito all’altra.

Il gioco della sostituzione di una vocale con un’altra (amAr/amOr) è sovente praticato da Dante, ad esempio nel Detto d’amore, un poemetto di 480 settenari, collocabile nel 1280, in cui si legge:

Tu mi vuo’ trar d’amare

e di ch’amor amar’è.

Anche nel Purgatorio (27. 132) – ricorda Dossena nella sua Enciclopedia dei giochi – si trova il cambio di vocale:

fuor se’ dell’Erte vie, fuor se’ dell’Arte [le maiuscole sono mie]

A proposito del famoso verso «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!» (Inferno, 7. 1), Dossena, non so quanto scherzosamente, sembra dare credibilità a un’ipotesi azzardosa, affermando che forse si comincia a intravedere una lucina spiegando quel verso con il ricorso all’anagramma: pela patate, passa panna, pepe (notevoli la coerenza culinaria e l’allitterazione in P), o forse appena palpate, pena passate (basta una toccatina, e subito arriva il castigo).

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