democrazia

Tre finalità perverse di una controriforma costituzionale 

di Luigi Ferrajoli



Questa campagna referendaria sta svelando l’intima essenza di questo governo: la sua straordinaria capacità di imbrogliare l’elettorato raccogliendone il consenso nei confronti di finalità totalmente non dichiarate.

Quella che viene proposta al referendum è una riforma sgangherata – lo smembramento insensato in tre organi diversi del Consiglio Superiore della Magistratura – e proprio per questo scarsamente comprensibile, presentata come diretta a realizzare la separazione delle carriere. Si tratta chiaramente di un falso bersaglio, dato che questa separazione è già stata realizzata. Oggi i passaggi di carriera riguardano ogni anno lo 0,4% dei magistrati. Se questa fosse stata la ragione della riforma sarebbe bastato eliminare questo insignificante residuo con una legge ordinaria, senza scomodare Costituzione ed elettorato, mobilitato con il referendum su una simile sciocchezza. L’obiettivo è chiaramente un altro: mettere le mani sulla Costituzione. E la posta in gioco è il futuro della nostra democrazia.

Direi che gli obiettivi sono essenzialmente tre.

1. Una nuova paternità della Costituzione

Basterebbe il metodo con cui questa riforma è stata approvata a motivare il no. Questo metodo segnala il primo obiettivo della riforma. La riforma è nata da una proposta governativa, rimasta inalterata durante 4 votazioni avendo il governo rifiutato qualunque emendamento, perfino quelli provenienti dalla sua maggioranza. Tutti respinti i 1.300 emendamenti proposti dall’opposizione. Ignorato totalmente il parere critico espresso dal CSM.

Non è così che si riforma una costituzione. Piero Calamandrei dichiarò più volte che le riforme costituzionali sono di competenza esclusiva del Parlamento, devono coinvolgere maggioranza opposizione e il Governo non deve avere in esse nessuna ingerenza. Qui, addirittura, abbiamo avuto l’approvazione di un testo governativo volutamente blindato, all’evidente scopo di deturpare la Costituzione repubblicana con una modifica ostentatamente di parte. La richiesta del referendum cosiddetto “confermativo” da parte della maggioranza deforma il senso del referendum costituzionale, previsto come momento di controllo popolare sollecitato dall’opposizione e trasforma la consultazione popolare in un plebiscito.

Questo metodo segnala la volontà che la riforma sia apertamente, dichiaratamente di parte. Segnala la volontà di cambiare la paternità della Costituzione ad opera di quanti non hanno contribuito a scriverla, a cominciare dal partito di maggioranza relativa erede del fascismo contro cui essa fu scritta e che in essa in realtà non si è mai riconosciuto. La nostra Costituzione cesserebbe di essere la costituzione antifascista nata dalla lotta di Liberazione dal fascismo. Sarebbe la costituzione degli epigoni odierni del fascismo. I nostri padri costituenti della Costituzione riformata non sarebbero più Umberto Terracini e Piero Calamandrei, Giuseppe Dossetti e Vittorio Foa, Costantino Mortati e Lelio Basso. Sarebbero Giorgia Meloni, Carlo Nordio e Matteo Salvini. Ne è una conferma i tempi strettissimi lasciati alla campagna referendaria: ciò che si vuole è lo scontro, e non il confronto quale proverrebbe dalla più ampia informazione sul merito di questa controriforma

2. L’indebolimento del CSM quale organo di autogoverno e di tutela dell’indipendenza dei giudici

Ma veniamo ai contenuti di questa riforma e perciò al secondo obiettivo da essa perseguito. Questo sarebbe l’indebolimento dell’organo di autogoverno della giurisdizione introdotto nella nostra Costituzione quale istituzione finalizzata alla tutela dell’indipendenza dell’ordine giudiziario. Qui abbiamo un’insensata ristrutturazione del Consiglio superiore della magistratura, sdoppiato in due Consigli diversi ai quali viene aggiunta un’Alta corte disciplinare.

È chiaro che un Consiglio separato dei pubblici ministeri ha il senso di una dislocazione della pubblica accusa fuori dall’ambito della giurisdizione e di un suo enorme potenziamento: i pubblici ministeri saranno governati soltanto da pubblici ministeri. Si può ben condividere la separazione delle carriere. Ma questa collocazione della pubblica accusa fuori dal campo della giurisdizione ne riduce la natura di organo di garanzia, titolare della funzione cognitiva che è tipica di tutta l’attività giuris-dizionale, e si spiega soltanto come un primo passo per ridurne l’indipendenza. L’esistenza di un Consiglio superiore tutto e solo dei pm rafforza chiaramente i magistrati inquirenti, la cui amministrazione non sarà più affidata a un CSM nei quali i pm sono in assoluta minoranza ma a un consiglio che nella parte togata sarà formato interamente da pubblici ministeri. Trasformato in un corpo separato e gerarchizzato l’ufficio del pm sarà pronto per la sua collocazione alle dipendenze dell’esecutivo.

D’altro canto, la sostituzione del carattere elettivo dei componenti del Consiglio con il sorteggio equivale alla negazione del principio costituzionale dell’autogoverno dell’ordine giudiziario e a un atto di sfiducia nelle capacità di auto-gestione dei magistrati. Equivale sostanzialmente all’indebolimento e tendenzialmente alla negazione del ruolo del CSM quale istituzione deputata, grazie al suo carattere rappresentativo, al governo della magistratura e alla difesa della sua indipendenza.

Viene giustificato con la necessità di porre fine al potere delle correnti, le quali sono state invece, storicamente, il principale fattore di democratizzazione della magistratura. Quel potere è semmai dovuto alla reintroduzione delle carriere dei magistrati. È chiaro che in un organo collegiale sono inevitabili i compromessi tra i gruppi in esso rappresentati. Se la designazione dei capi degli uffici fosse nuovamente affidata al criterio dell’anzianità, con la sola eccezione della pronuncia a sostegno di candidati di eccezionale valore da parte di maggioranze consiliari qualificate e trasversali, verrebbe meno il potere discrezionale del Consiglio e, conseguentemente, delle correnti. Si otterrebbe la soppressione delle carriere, che fu la prima conquista delle battaglie civili degli anni 60 e 70, in accordo con il principio dell’indipendenza interna e perciò dell’uguaglianza dei magistrati, i quali, dice l’art. 107 della Costituzione, “si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni”.

Dietro lo schermo della separazione delle carriere si vuol dunque colpire, indebolire e forse sopprimere una separazione ben più importante: la separazione dei poteri. Si vuole, in breve, sottoporre la giurisdizione al controllo della politica.

Non si tratta di un’illazione gratuita perché non esplicitata da nessuna delle norme di revisione costituzionale. Si tratta di un obiettivo esplicitato e reso palese da tutte le dichiarazioni politiche dello schieramento per il “si”, a cominciare dai suoi massimi esponenti, il ministro Nordio e la presidente Meloni. Costoro non riescono a nascondere il sottinteso di questa riforma: sottoporre la giurisdizione al controllo della politica, al punto da sembrare i più fieri sostenitori del NO. Non ricorderò la battuta di Nordio secondo cui la riforma converrebbe anche a Elly Schlein qualora dovesse andare al governo. Oppure la tesi, sempre di Nordio, che è assurda l’esistenza di un potere pubblico non sottoposto a controlli. Ma si pensi soprattutto all’attacco della Meloni contro due sentenze da lei giudicate assurde. Un attacco al quale dovremmo rispondere: dunque secondo lei le sentenze dovrebbero essere fatte dal governo o da qualche funzionario dipendente dal governo? È questo il vero senso e il vero fine della riforma? Si vuole, in breve, disciplinare la giurisdizione?

Sotto questo aspetto, questa controriforma si inserisce perfettamente nel generale attacco alla giurisdizione da parte delle autocrazie elettive nelle quali vanno trasformandosi i sistemi politici occidentali, insofferenti – da Trump a Netanyahu, a Orban e a Erdogan – della soggezione alla legge dei poteri politici e perciò del controllo sulle loro illegalità da parte di magistrati indipendenti. Ogni iniziativa dei giudici nei loro confronti viene in vario modo osteggiata: con il loro arresto (metodo Erdogan), o con la loro neutralizzazione (metodo Trump e Orban) o con la loro squalificazione come complottisti politicizzati e comunisti solo perché, talora, applicano la legge anche ai potenti (metodo Meloni, Salvini e Le Pen).

Dietro questi attacchi c’è una concezione elementare della democrazia, segno di un vero analfabetismo istituzionale. Secondo questa concezione, la sola fonte di legittimazione del potere è il voto popolare e non c’è quindi spazio per la separazione dei poteri e per l’indipendenza della magistratura. Quando la Meloni lamenta che i giudici non collaborano con il governo esprime questa assoluta incomprensione del senso della separazione dei poteri. Ignora che la giurisdizione ha un fondamento di legittimità non solo diverso ma opposto a quello del potere politico, consistendo nell’accertamento della verità processuale, a garanzia della sua soggezione soltanto alla legge e dell’uguaglianza dei cittadini. Nessuna maggioranza, per quanto schiacciante, può rendere legittima la condanna di un innocente o sanare un errore commesso ai danni di un solo cittadino. Nessun consenso politico – del governo, o del parlamento, o della stampa, o della pubblica opinione – può rendere vero ciò che è falso o falso ciò che è vero e così surrogare la prova mancante o indebolire le prove acquisite di un’ipotesi accusatoria. Giudici e pubblici ministeri sono tali solo se sono in grado di assolvere o chiedere il proscioglimento quando tutti chiedono la condanna e di condannare o di indagare un potente quando tutti ne pretendono l’impunità.

È questo il senso della classica frase “ci sarà pure un giudice a Berlino!” Che vuol dire che non si può punire un cittadino o ottenerne l’impunità solo perché questo risponde alla volontà o all’interesse della maggioranza. Lo si può punire solo se si è accertato che ha commesso un fatto previsto dalla legge come presupposto di una pena. E questo vale per i giudici, ma anche per i pubblici ministeri, la cui fonte di legittimazione è parimenti contro-maggioritaria, consistendo le loro funzioni nello svolgimento di indagini e quindi nell’accertamento della verità. È l’abc dello stato di diritto, ignoto, purtroppo, all’analfabetismo istituzionale dei nostri governanti.

In realtà dietro questa incomprensione della separazione dei poteri, dietro questa ignoranza dei principi dello stato di diritto e del costituzionalismo c’è la vecchia opzione per il governo degli uomini in luogo del governo delle leggi. E governo degli uomini, sia pure sorretto dal consenso popolare vuol dire di-costituzionalizzazione della nostra democrazia. In che cosa consiste infatti la dimensione costituzionale della democrazia? Ce lo dice l’art. 16 della Dichiarazione del 1789, secondo cui “non c’è costituzione dove non sono assicurate la garanzia dei diritti e la separazione dei poteri”. Che sono esattamente le due conquiste – la garanzia dei diritti fondamentali, non solo dei diritti di libertà ma anche dei diritti sociali, e la separazione dei poteri –  che erano state negate dal fascismo e che del fascismo sono la negazione

Ebbene, questa dimensione costituzionale dello stato di diritto e della democrazia – conquistata dalla Liberazione a seguito delle dure lezioni del fascismo, che grazie all’onnipotenza della maggioranza distrusse la democrazia – è non meno, anzi ancor più “democratica” delle funzioni politiche di governo. Per due ragioni: in primo luogo perché le garanzie dei diritti fondamentali e la separazione dei poteri alludono ai popoli in una maniera ancor più pregnante del principio di maggioranza, dato che riguardano gli interessi e i bisogni vitali di tutti e non semplicemente la volontà delle maggioranze; in secondo luogo perché hanno a che fare non già con la forma (il chi e il come) delle decisioni, per di più solo indiretta perché rappresentativa della volontà degli elettori, bensì con la loro sostanza (il che cosa), ossia con i loro contenuti, quali sono appunto la pace, la vita, la difesa della natura, le libertà fondamentali, la salute, l’istruzione e la sussistenza garantite dalla stipulazione di ciò che è vietato e di ciò che è obbligatorio decidere.

Il governo degli uomini è invece virtualmente assoluto e arbitrario. Equivale inevitabilmente alla legge del più forte. La sua vocazione consiste nella logica del nemico: del nemico esterno che è formato dagli stranieri, e in maniera emblematica dai migranti, e del nemico interno, anti-popolare e antinazionale, che è formato dai dissenzienti. Contro questa illusione ricorrente che il governo degli uomini – di solito di un solo uomo – sia migliore del governo delle leggi, voglio qui ricordare uno dei passi più belli di Hans Kelsen: a sostegno della tesi che “l’idea di democra­zia implica as­senza di ca­pi”, Kelsen ricordò “le pa­role che Pla­tone, nella sua Re­pubblica (III, 9), fa dire a So­cra­te, in ri­spo­sta alla questione su come do­vrebbe essere trat­tato, nello Stato ideale, un uomo dotato di qualità superio­ri, un ge­nio in­somma: ‘Noi l’ono­reremmo come un essere degno d’adora­zio­ne, mera­viglioso ed amabi­le; ma dopo aver­gli fat­to no­tare che non c’è uomo di tal genere nel no­stro Stato, e che non deve es­serci, un­togli il capo ed in­corona­tolo, lo scor­teremmo fino alla frontiera’”.

Dobbiamo insomma essere consapevoli che le aggressioni all’indipendenza della giurisdizione sono sempre il segno inequivoco delle involuzioni autoritarie e delinquenziali dei sistemi politici. Mettendo i magistrati alle loro dipendenze – per esempio attraverso la nomina dei pubblici ministeri da parte del potere politico o la loro elezione su liste preordinate da parte dei cittadini – i governi non difendono la soggezione dei giudici alla volontà popolare, la quale si realizza soltanto con la loro soggezione alla legge nella quale tale volontà si è manifestata prima del fatto sottoposto al loro giudizio. Difendono e pretendono, in realtà, la soggezione dei giudici al loro arbitrio. A seguito di tali riforme corruzioni e crimini contro l’umanità sono destinati a sparire, solo perché occultati dal venir meno di una giurisdizione indipendente.

Sosterrò perciò una tesi di solito ignorata. Con paradosso apparente, l’indipendenza dei giudici e la loro soggezione soltanto alla legge sono la massima garanzia del primato della politica. Giacché la politica si esprime, nella forma più alta, nella legge cui il giudice è soggetto e che ha il dovere di applicare; mentre questo primato è indebitamente leso dai condizionamenti e dalle interferenze politiche contingenti e congiunturali dopo la commissione del fatto, che inevitabilmente si produrrebbero in assenza della separazione tra funzioni di garanzia e funzioni di governo. Infatti, la cosiddetta invadenza della giurisdizione lamentata dal ceto politico nelle competenze delle funzioni di governo non avviene nella sfera legittima della politica, ma solo nella sua sfera illegittima, quale si manifesta in atti illeciti o in atti invalidi.

3. Se vincesse il SI: un lasciapassare per qualunque ulteriore controriforma,

Il terzo obiettivo è il più allarmante. Se chiaro che vincesse il “si”, la nostra destra cesserebbe immediatamente di associare l’esito referendario al tema della separazione delle carriere. Interpreterebbe il “si” come un via libera a tutte le controriforme da essa progettate: come la manifestazione di un consenso all’assurda riforma elettorale ipotizzata, con premio sproporzionato di maggioranza; come un’adesione all’altra più grave riforma, quella consistente nell’introduzione del premierato elettivo; come un primo passo verso la discrezionalità dell’azione penale e perciò la soppressione della sua obbligatorietà; come un SI alla soppressione della dipendenza della polizia giudiziaria dalla pubblica accusa, come del resto è già stato ipotizzato da Antonio Taiani; infine come un’autorizzazione alla collocazione del pubblico ministero alle dipendenze del potere esecutivo. È questo l’altro vero obiettivo dell’operazione, in aggiunta al mutamento della paternità della nostra Costituzione


L’artcolo è stato pubblicato su Effimera il 12 marzo 2026

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NO, NO, NO e poi NO! (Il referendum del 22 marzo)

di Effimera


La raccolta delle firme promossa da 15 persone libere da ogni soggezione a partiti o a organizzazioni politiche istituzionali ha segnato una svolta in questa vicenda, cogliendo di sorpresa non solo l’arrogante governo in carica e la sua opposizione assopita, ma anche la comunicazione in tutti i suoi variegati segmenti (stampa, televisione, network, ogni forma di social). C’era un clima di rassegnazione, di attesa della sconfitta annunciata e considerata inevitabile; i sondaggi concordemente rilevavano una sicura maggioranza pronta a confermare la riforma costituzionale della giustizia e un incremento notevole delle astensioni dal voto. I media suggerivano: tanto non cambia nulla. La destra al potere navigava con il vento in poppa, procedeva senza incontrare ostacoli, perdendo via via ogni freno inibitorio e confessando con sempre maggiore prepotenza il disegno di esercitare un controllo pieno sull’esercizio del potere giudiziario, piegandolo così alle esigenze di quello esecutivo. Il più sfacciato nel togliere ogni velo alla verità era proprio il ministro di giustizia, Nordio. Intorno a lui c’era la miseria degli ascari arruolati in ordine sparso, ieri all’opposizione, oggi a sostegno del governo: piccoli drappelli di sedicenti democratici, nuclei di pretesi militanti della sinistra in cerca di vantaggi personali, pattuglie di progressisti a caccia di riflettori per uscire dal dimenticatoio, bande di ex-militanti della protesta sociale ormai avviliti e acciecati dal rancore. La raccolta di firme ha aperto una breccia, è stato un temporale inatteso che ha modificato il quadro e spazzato via la cortina nebbiosa che impediva di vedere la realtà di una modifica in senso reazionario e repressivo. La moltitudine dei precari e degli oppressi ha cominciato faticosamente a capire che occorreva una reazione, che bisognava bloccare la riforma. Senza mezzi e senza finanziamenti il passaparola circolato via social è riuscito a superare il muro del silenzio comunicativo – con queste dimensioni è la prima volta che accade! – e raggiungere le necessarie 500.000 firme, costringendo partiti e sindacati a un cambio di passo, causando il differimento della prima data in programma (1 marzo) e successivamente ottenendo un diverso quesito nella scheda (diverso da quello proposto in origine da maggioranza e opposizione parlamentare: mancava l’intera sequenza degli articoli modificati, quella che rende palese l’ampiezza di una riforma gabellata per marginale). La discussione animata sorta intorno alla raccolta delle firme, almeno secondo i sondaggi, si è concretata in un’inversione di tendenza, riaprendo una partita che sembrava chiusa. Il regime ha risposto con la consueta violenza intimidatoria, rovesciando dentro la comunicazione una valanga di menzogne.

Non è facile, per i non addetti ai lavori, districarsi nel labirinto delle norme oggetto dell’intervento chirurgico attuato con la riforma costituzionale: già questo dovrebbe insospettire e mettere in guardia. Prendere una decisione senza avere chiarezza in ordine alle conseguenze mette oggettivamente in difficoltà chi è chiamato a votare. E anche questo, in base a semplice buon senso popolare, è un buon motivo per dire un secco NO al progetto del governo; nessuna persona ragionevole può acconsentire di buon grado al varo di norme le cui conseguenze neppure i redattori del testo sono in grado di delineare con precisione, limitandosi ad affermazioni del tutto sganciate dalla realtà e da un possibile (scientifico) nesso causale fra cura proposta e risultato atteso. A maggior ragione quando chi sostiene le novità è una coalizione di reazionari amanti delle avventure e della guerra.

Ci dicono che la riforma andrà ad accelerare i processi, civili e penali, che le decisioni arriveranno più rapidamente, senza intoppi. Questo è un falso conclamato. Ci dicono che con la riforma verranno meno gli errori giudiziari; anche questo è un falso conclamato. Nei processi civili e amministrativi, nel diritto del lavoro e nel diritto di famiglia, nel contenzioso tributario o in quello familiare, dunque nella larga maggioranza delle decisioni che riguardano la larga maggioranza dei cittadini italiani, il pubblico ministero non compare e neppure è previsto che compaia (unico ruolo è un parere non vincolante nel giudizio di Cassazione, che però solo le parti possono aprire, il PM non ha questa facoltà). Ma anche nel processo penale, l’unico in cui la pubblica accusa gioca un ruolo effettivo, non è dato comprendere come le nuove norme possano comportare, logicamente e comprensibilmente, più rapidità e più giustizia. Infatti, a turno, i sostenitori del SI lo affermano e lo negano, secondo il pubblico e secondo le circostanze. E’ l’abitudine a mentire.

Evidentemente altri e diversi sono i motivi che hanno indotto l’estrema destra al varo della riforma. Tocca vedere quali siano per davvero. Quando Giorgia Meloni sproloquia sulla vicenda della casa nel bosco o il coro dei giornalisti di regime ci propina commenti a vanvera sul delitto di Garlasco vogliono solo, e a prescindere da quei processi che nessuno conosce nelle carte reali, inviare un messaggio subliminale: bisogna controllare la magistratura, piegarla alla volontà popolare per come espressa dai suoi rappresentanti eletti, al dibattito televisivo, alle necessità dell’esecutivo, all’ordine pubblico, alla sicurezza. E quando legano i fatti di cronaca al voto referendario lo fanno con malizia fraudolenta, per puntellare il raggiungimento del loro obiettivo: il controllo e la rimozione di ogni possibile ostacolo al loro programma politico-economico-sociale.  Questa è la verità: il resto è rappresentazione spettacolare per occultarla.

La magistratura (giudicanti e pubblici accusatori, civili e penali) è da sempre piuttosto sensibile alle pressioni del potere politico e agli umori della c.d. opinione pubblica; del resto non può stupire che chi partecipa a un concorso e poi va a ricoprire un ruolo istituzionale non abbia aspirazioni rivoluzionarie, ma sia piuttosto, per sua natura, o tranquillamente conservatore o, al più, prudentemente progressista, in ogni caso rispettoso della legge. Infatti i magistrati sono, in larga maggioranza, politicamente moderati (laici o credenti che siano); lo si comprende esaminando nel complesso le loro decisioni. Ma al governo questo non basta. Non sopportano l’applicazione della legge quando ostacola i piani del potere, quando non ghettizza e non punisce il nemico, quando non aiuta e non assolve l’amico. Il potere esecutivo esige il controllo sull’autonomia del potere giudiziario; quando non ci riesce (o non ci riesce in pieno) la reazione è rabbiosa. Ora vogliono cancellare quel poco di giustizia rimasta, procedere verso il massacro della speranza, creare rassegnazione imposta.

Il mezzo per controllare la magistratura ordinaria ricorda il gioco delle tre carte. Apparentemente non cambia nulla. In realtà, modificando la costituzione, si apre la via a sostanziali modifiche usando leggi ordinarie. La separazione delle carriere è l’apparenza; piegare totalmente la magistratura, eliminando ogni segmento autonomo, è la sostanza.

L’esercizio del potere disciplinare spetta al ministro di Giustizia, oggi a quel bel tipo di Nordio. Con la riforma a decidere sarà una c.d. Alta Corte di 15 membri. Sei sono politici (3 li nomina il Presidente e 3 il Parlamento estratti da un listino bloccato, senza riservare una quota di minoranza); 6 sono giudici e 3 sono procuratori (estratti quelli a sorte fra chi ha almeno 20 anni di anzianità e sia abilitato in Cassazione). Il ricorso è presso la stessa Alta Corte, non si esce di lì: niente controllo giurisdizionale indipendente. Ma, e qui sta l’inghippo, sarà una legge ordinaria a dirci come verranno composti i collegi giudicanti all’interno dell’Alta Corte (per esempio in 3, 2 politici e 1 togato) e quelli preposti al riesame; i collegi li forma il Presidente, e questo per la riforma deve essere un politico. In buona sostanza l’esercizio del potere disciplinare, con un voto blindato di maggioranza, finisce nelle mani dei partiti di governo! Immaginiamoci con quanta tranquillità il procuratore di Milano che è intervenuto sullo sfruttamento dei Rider o il giudice civile che ha censurato la detenzione dei migranti in Albania andranno a svolgere domani il loro compito.

Ma anche il Consiglio Superiore cambia radicalmente; diventano due e mutano composizione. I due terzi assegnati alla magistratura (giudicante o requirente) saranno estratti a sorte fra tutti quanti (anche quelli, inesperti, di prima nomina), ma secondo le procedure previste dalla legge. Una legge ordinaria che oggi non esiste e che farà a suo piacimento la maggioranza. L’intelligenza artificiale suggerirà i meccanismi da usare per essere certi di controllare almeno una parte dei membri togati estratti a sorte (sono oggi 15: su 9 ne bastano 2 per avere il controllo di 8 a 7); il terzo politico sarà invece estratto da un listino blindato eletto a maggioranza dalla maggioranza del parlamento, con procedura oggi sconosciuta e affidata ancora una volta alla legge ordinaria (ovvero al governo), senza alcuna tutela per la minoranza (per esempio: 6 pasdaran scelti fra 12 pasdaran complessivi, alla faccia del sorteggio!). Tramite il Consiglio il governo si assicura il controllo delle promozioni, delle assegnazioni alle cariche più delicate, dei trasferimenti, del tagliare la carriera ai riottosi e ai disobbedienti. Mentre noi guardiamo il truffatore che muove le tre carte quello rapidamente distrae la nostra attenzione e ci conduce nella scelta sbagliata; quando le scopre (con le leggi ordinarie e i decreti applicativi) sarà ormai troppo tardi per rimediare.

Ci domandiamo, per fare un esempio su una questione concreta che ci sta a cuore e sulla quale abbiamo scritto qualche giorno fa, se, in caso di vittoria del sì, le procure potrebbero mantenere la stessa libertà dimostrata da quella di Milano nell’indagine contro il caporalato e i salari da fame subiti dai fattorini di Deliveroo e Glovo Italia. Non sono in pochi a temere che, con le modifiche proposte, la complessità investigativa potrebbe aumentare, si potrebbe insomma avere una minore incisività delle procure nell’indagare fenomeni complessi che coinvolgono potenti interessi economici.

Questo referendum ha anche, oltre agli scopi che abbiamo finora menzionato, un fine più strettamente politico, che va oltre il tema del controllo della magistratura, anzi lo travalica sino a rendere ancora più innocue, di quanto già non lo siano, le deboli regole formali del gioco democratico. Se infatti vincesse il SI, tale risultato spianerebbe la strada ad una seconda riforma costituzionale ancor più pericolosa: il premierato elettivo. È questo il vero obiettivo del governo Meloni: un obiettivo sicuramente più traumatico e pericoloso di quanto non sia la riforma della magistratura (cavallo di battaglia di Forza Italia) e la riforma dell’autonomia differenziata (cavallo di battaglia della Lega di Salvini). Il premierato, all’interno di queste riforme, infatti, sarebbe il sigillo finale per sancire, in barba alla costituzione antifascista, il primato dell’autoritarismo dispotico che tanto piace ai nostalgici del ventennio.

A proposito di dispotismo e di tirannia che si vanno consolidando di questi tempi – gli esempi non mancano, da Donald Trump a Benjamin Netanyahu a Viktor Orbán a Erdogan, prima di arrivare a Giorgia Meloni – guardando al fondo delle cose che accadono nella realtà quotidiana, indebolire irreparabilmente la ripartizione dei poteri, come questa riforma si propone di fare, sortirà il risultato che chi fa le leggi potrà usarle per rafforzare il proprio potere, mentre chi le applica potrà interpretarle a proprio piacimento, annullando, di fatto, le libertà dei cittadini.

Per questo vanno fermati, ora.



L’articolo èstato pubblicato su Effimera il 10 marzo 2026

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Tutti possiamo smettere di fare la guerra ogni giorno

di Emilia De Rienzo

Ancona, 6 febbraio. Foto Glomeda

Edward Said scriveva che il compito degli intellettuali – e di ogni cittadino responsabile – è dire la verità, anche quando è scomoda, anche quando costa. Non è un gesto eroico: è un dovere. Oggi, quel dovere lo sentono i portuali. Lo sciopero internazionale dei portuali di venerdì 6 febbraio parte esattamente da qui. Per ventiquattro ore, i principali porti del Mediterraneo e del Nord Europa si sono fermati. Navi cariche di armi, destinate ai teatri di guerra, sono rimaste al largo di Livorno, Genova e Venezia.

I lavoratori hanno detto di non voler essere l’ultimo ingranaggio di una catena di montaggio che produce morte. Mentre l’Unione Europea discute di riarmo e i governi parlano di “sicurezza”, i portuali ricordano al mondo che la neutralità è una finzione. Dire “non lavoriamo per la guerra” non è uno slogan: è il riconoscimento che dietro ogni documento di transito c’è la responsabilità verso un altro essere umano.

La realtà delle macerie

Mentre le navi restano al largo per lo sciopero, a Gaza la distruzione sistematica della vita civile continua. A febbraio 2026, il bilancio ha superato i 72.000 morti. Tra questi, si contano già almeno undici bambini morti per ipotermia nelle tendopoli di fortuna. Non ci sono più rifugi: il 95 per cento dell’acqua è imbevibile e il freddo uccide quanto le schegge. Le demolizioni quotidiane a Gaza City e Khan Yunis non sono “operazioni militari”, sono la cancellazione sistematica dello spazio vitale di un popolo.

Famiglie intere perdono in pochi secondi l’unico riparo rimasto. Accade durante quella che viene chiamata “tregua”: una tregua che, nei fatti, consiste in raid aerei e vite palestinesi che si consumano nel silenzio.

Il buio dell’informazione

In Cisgiordania, l’arresto di giornalisti come Bushra Al Tawil e la sospensione delle attività di 37 Organizzazioni non governative sono i mattoni di un muro di silenzio. Quando si impedisce di guardare, il dolore diventa invisibile. E l’invisibile smette di esistere per chi sta a guardare da lontano.

Di queste notizie i giornali parlano appena: preferiscono la cronaca asettica di una pace che non c’è.

Il paradosso della responsabilità

È qui che lo sciopero dei portuali smette di essere una vertenza e diventa un fatto democratico. Se un portuale si ferma, viene subito accusato di fare politica, di interferire con l’economia, di tradire il proprio ruolo. Se carica armi, allora viene considerato un semplice gesto “tecnico”, un ordine eseguito, una neutralità di facciata che non disturba nessuno. Se un cittadino protesta, viene accusato di essere un ideologo che ostacola i piani del governo. Se un intero quartiere viene raso al suolo, la si chiama “sicurezza”, una necessità militare, una procedura burocratica che scivola via nel silenzio.

I portuali, con i loro corpi, rompono questa narrazione. Ci dicono che la responsabilità non è un concetto astratto. Sostengono che non esiste un “gesto tecnico” innocente se quel gesto arma una mano che uccide.

Non fermeranno la guerra da soli. Ma impediscono alla distruzione di diventare normale. E oggi, in un tempo che vorrebbe abituarci all’orrore, scegliere di non abituarsi è l’unica forma di resistenza rimasta.


L’articolo è stato pubblicato su Comune-info l’ 8 febbraio 2026
 

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La violenza del potere nudo

Pixabay.com

di Alessandra Algostino

È difficile comprendere il presente, sconvolto da vortici e tornanti, guerre imprescindibili e paci che improvvisamente ne squarciano l’ineluttabilità; genocidio in diretta e migranti che muoiono lungo i confini, nel silenzio indifferente e complice. È difficile capire, ma pare di scorgere una costante: un potere senza remore, che anzi ostenta – nuda – la sua violenza. Non ha vergogna della sua protervia, ma la rivendica. Non finge di rispettare limiti, ma li infrange con tracotanza. È oltre l’impunità, perché è la legge, una legge che si identifica con la mera forza.

Non vuole nemmeno solo gestire le istituzioni democratiche, ma smantellarle; grida oscenità innanzi al mondo (Trump) o balbetta ipocrite retoriche stantie (i governanti d’Europa), e ha perso il senso del diritto come limite, del diritto teso alla garanzia della dignità umana, del diritto come alternativa alla guerra.

È da rimpiangere il potere che finge di rispettare i diritti e i vincoli del diritto, che occupa le istituzioni democratiche mantenendone la maschera? Forse almeno è un potere che può essere demistificato, al quale si può imputare la violazione; è un potere che si nasconde perché la forza allo stato puro è ancora percepita come un disvalore.

Oggi il diritto, sfibrato da doppi standard, cessa semplicemente di esistere, squalificato, deriso, ignorato; basti pensare alle accuse di antisemitismo rivolte alla Corte internazionale di giustizia o agli inviti rivolti a Netanyahu in totale spregio del mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale. È un passo oltre verso la barbarie: non solo si valica il limite ma si nega che esista. E il limite rappresentato dal diritto garantisce il rispetto dell’umano: dell’uguaglianza, dei diritti, della pace.

I palestinesi come animali umani, l’osceno filmato di una Gaza resort letteralmente costruita sui resti di un popolo, il vanto per i migranti deportati in catene: è la violenza disumana del potere.

Quale potere? È un potere economico e politico insieme: la collusione tra sfera politica ed economica e l’influenza del potere economico su quello politico sono storia antica, ora si ripresentano in forme che riportano indietro le lancette della storia, al periodo medievale dell’ordinamento patrimoniale-privatistico, come mostra plasticamente la foto dell’insediamento di Trump, circondato dai big del capitalismo digitale.

È una fusione che liquefa il costituzionalismo e il diritto internazionale, e, dopo aver sciolto nell’acido del mantra neoliberista la democrazia sociale, intacca la democrazia nella sua veste minima – e non sufficiente – come liberale. La democrazia scivola nell’autocrazia, in un interregno dove si afferma una classe «unicamente “dominante”, detentrice della pura forza coercitiva» (Gramsci) e le qualificazioni ossimoriche della democrazia, come “democrazia illiberale” e “democrazia plebiscitaria”, assumono le sembianze di un nudo neoliberismo autoritario, una plutocrazia, una tecno-oligarchia, un fascio-liberismo.

Scompare il diritto; i diritti sono ignorati, neanche più distorti a coprire politiche di potenza; chi osa evocare il diritto è dileggiato e stigmatizzato; la politica è privatizzata. Nell’assenza di ogni limite, di ogni considerazione per l’umano, l’unica logica è quella della forza, l’unico futuro che viene prospettato è la guerra. La normalizzazione del clima bellico, la dicotomia amico-nemico, il “There Is No Alternative”, la deriva autoritaria, la competitività sfrenata di un tecno-capitalismo mai sazio convergono nel sostenere il ritorno del flagello della guerra.

E l’Europa? Le contraddizioni di un’Unione europea votata all’ordoliberismo e di un’Europa che da secoli

«non la finisce più di parlare dell’uomo pur massacrandolo dovunque lo incontra, a tutti gli angoli delle stesse sue strade, a tutti gli angoli del mondo» (Fanon),

la rendono incapace di sfuggire all’epidemia di cecità che la precipita nella brutalità della guerra come unico orizzonte.

Scendere in piazza, sì, ma non per una Europa, non meglio identificata, ma che in realtà ben si riconosce nei paradigmi neoliberisti e nella sindrome della fortezza. Scendere in piazza per ripartire dall’umano, dall’idea di una libertà sociale che abbia al centro la persona umana, anzi, le persone umane nella loro pluralità, nella loro effettivamente libera emancipazione, personale e collettiva. Scendere in piazza per una politica, e un diritto, che agisca nel segno della trasformazione dell’esistente. È la logica del dominio e della sopraffazione che occorre rovesciare: ovvero è contro la guerra e il capitalismo che è necessario rivoltarsi. Utopia? Iniziamo a pensare possibile ciò che appare impossibile. «Quando sentite che il cielo si sta abbassando troppo, basta spingerlo in su e respirare» (Krenak).

Pubblicato su il manifesto del 7 marzo 2025.

e su su Comune-info l’8 Marzo 2025

La violenza del potere nudo Leggi tutto »

L’economia dei soldi contro l’economia della natura

Foto di Antonio Citti

di Paolo Cacciari 

Norberto Bobbio diceva che “potere” è una parola “paravento”, perché nasconde molte diverse forme di esercizio del potere e di organizzazione dello stato, diversi modelli di “governance” – diremmo oggi – più o meno democratici, più o meno oligarchici, più o meno burocratizzati, più o meno comunitari. Il potere, infatti, viene esercitato attraverso una mistura di strutture e di strumenti di consenso e repressivi, simbolici e militari, economici e ideologici, consuetudinari e tecnologici. La posta in gioco del potere è il possesso di risorse naturali e umane tale da far valere la volontà di chi le gestisce.
È convinzione comune che nella società contemporanea il potere economico abbia via via assunto una posizione dominante su tutti gli altri ambiti della condizione umana. Assistiamo infatti alla subordinazione di tutte le sfere della vita – materiale e spirituale – al sistema economico. Attraverso il denaro l’economia ha catturato totalmente l’interesse delle persone, meritando assoluta obbedienza e religiosa venerazione. Di “dittatura dell’economia” ne parlò anche papa Bergoglio all’inizio del suo mandato (Papa Francesco, La dittatura dell’economia, a cura di Ugo Mattei, prefazione di Luigi Ciotti, Edizioni Gruppo Abele, 2020).

Economia vs politica
Il potere economico si è impadronito della sfera politica, qualunque sia la sua configurazione. Non mi riferisco solo al clientelismo, alla corruzione, al finanziamento delle campagne elettorali e al lobbismo – che pure hanno assunto una dimensione imbarazzante per gli stessi protagonisti; basti pensare a cosa sono diventate le campagne elettorali negli Stati Uniti dopo la sentenza della Corte suprema del 2010 che ha abolito ogni limite alle donazioni delle corporation a favore dei candidati (solo Musk ha speso più di 130 milioni di dollari nella campagna a favore di Trump) o al ruolo delle lobby nella UE dove operano 10 lobbisti accreditati per ogni parlamentare europeo. L’imperativo della crescita economica è stato introiettato dai partiti – sia da quelli conservatori che da quelli progressisti – come fine ultimo dell’agire politico. La pseudo competizione tra le forze politiche che si contendono il governo degli stati avviene per lo stesso obiettivo: far ottenere maggiori profitti alle imprese. Procedendo in tal modo i board (amministratori delegati, presidenti, consigli di amministrazione) delle compagnie più potenti sul mercato smettono di aver bisogno della mediazione politica, elaborano direttamente le policy e costituiscono le loro istituzioni finanziarie transnazionali (Fondo Internazionale Mondiale, Banca dei Regolamenti internazionale, ecc.), giuridiche (arbitrati), culturali (fondazioni filantropiche), di informazione (social), persino militari (Consiglio atlantico della Nato). Vedremo poi dove conduce l’errore di confondere la crescita del Pil con il bene comune e il benessere sociale.

Economia vs etica
Il potere economico esercitato attraverso il denaro si è impadronito anche della sfera etica e spirituale. Come ci hanno a suo tempo spiegato Max Weber e Walter Benjamin, l’economia è stata elevata a religione che professa il culto della crescita, officiato dagli economisti con i governanti nelle vesti di chierichetti. Il Bene è passato dalla Provvidenza alla “mano invisibile”, o – come si conviene nell’era tecnologica – al “pilota automatico” evocato dal banchiere Mario Draghi. Non è rimasto più nulla di sacro, di incommensurabile, di rispettabile in sé e per sé. Né l’umano, né il naturale.
L’economia di mercato sembra regolata da una legge sovrannaturale e si riproduce come per istinto, mossa dall’avidità, dall’egoismo, dall’interesse personale. A ciò fanno coerentemente seguito un’etica, una antropologia e persino una particolare psicologia. L’homo oeconomicus deve essere individualista, competitivo, virile, aggressivo, identitario, anaffettivo… ora anche patriottico, pronto, cioè, se non proprio ad impugnare le armi, a donare ai militari il 3 per cento, forse anche il 5% della ricchezza sociale.

Economia vs pace
Inutile dire che la sfera del potere economico è integrata nel “complesso militare-industriale”, come lo chiamava con timore uno che se ne intendeva, il generale Eisenhower, presidente degli Stati Uniti. Il connubio tra economia e militari funziona non solo in tempo di guerra – ci siamo vicini – ma “normalmente”. Non solo perché l’economia di guerra svolge una funzione “anticiclica” in periodi di scarsa accumulazione dei profitti (sembra che l’economia russa dopo tre anni di guerra stia andando a gonfie vele), non solo perché è dagli investimenti pubblici in armamenti che nascono le innovazioni tecnologiche che poi l’industria privata mette a frutto (“dualità” tra ricerca in campo militare e civile), ma perché la potenza militare è indispensabile per presidiare le sfere di influenza degli stati, i mercati di sbocco e le aree di approvvigionamento delle materie prime. Le guerre armate non sono altro che la prosecuzione delle guerre commerciali. L’idea illuministica secondo cui il libero commercio avrebbe avvicinato e pacificato i popoli si è rivelata nel suo opposto: una guerra economica generalizzata.

Economia vs saperi
Il potere economico è consustanziale alla scienza analitica-deduttiva galileiana, indispensabile per riuscire a trasformare la natura in un insieme di cose, di materiali e di energie da impiegare senza scrupoli nei cicli produttivi economici. Con Bacone e Cartesio l’ordine naturale si è rovesciato: sarà l’umano a dominare, assecondare, plasmare la natura. Le stupefacenti invenzioni che conosciamo nascono con una precisa intenzione e ubbidiscano ad un progetto predefinito di dominio utilitaristico ed “estrattivista”, diciamo oggi. Qualsiasi dispositivo tecnologico di cui ci siamo dotati è un prodotto socialmente determinato e cristallizza nel proprio disegno i valori e le visioni del mondo di chi l’ha pensato, creato e prodotto. Non tutti i ritrovati tecnologici possono essere usati a fin di bene; pensiamo all’energia nucleare. A chi crede che una lama sia solo una lama, ditegli di provate a sbucciare una mela con una scimitarra, o di uccidere una persona con un coltello da tavola.

Economia vs comunità
Vi è poi un’altra sfera di potere “derivato”, ma molto influente nella vita super-organizzata di tutti i giorni, quello amministrativo e giudiziario. Fino a qualche tempo fa questi poteri godevano di un’aura di indipendenza e neutralità costituzionalmente riconosciuta. Nelle teorie della pubblica amministrazione i “public services” sono i servitori dello Stato che devono limitarsi ad applicare leggi e regolamenti. In realtà i margini di autonomia nell’interpretazione e nell’applicazione delle norme sono molto ampi. Con l’arretramento del ruolo delle assemblee elettive, l’uso dello spooling system e delle “porte girevoli” dei funzionari tra settore pubblico e privato, la sfera burocratica ha acquisito una crescente rilevanza. Inutile dire che la loro principale funzione è garantire la preservazione dei business as usual.

Economia, cioè crescita quindi benessere e democrazia?
Domandiamoci allora quali sono i motivi per cui la sfera economica è riuscita a prevalere su ogni altra dimensione del vivere umano e del vivente tutto. A mio avviso perché i più potenti agenti economici (coloro che posseggono i principali mezzi di produzione e di scambio e, quindi, di comunicazione) sono riusciti a far passare nella opinione comune due assiomi, due postulati che vengono presentati e assunti come verità evidenti in sé stesse. Il primo: la crescita economica aumenta la disponibilità di beni e servizi, quindi, migliora la vita e porta benessere. Il secondo: nel sistema economico di libero mercato la competizione avviene alla pari; quindi, colui che riesce ad offrire prodotti più convenienti agisce nell’interesse di tutti (Thomas Hobbes), pertanto merita di ottenere ciò che vuole. In forza della teoria dei vasi comunicanti, o della marea che sale nel porto e solleva tutte le imbarcazioni, o del tricky-down-effect, gli imprenditori capitalisti sono convinti che ciò che è utile a sé stessi sia utile a tutta l’umanità. Insinuare un dubbio in questa consolidata narrazione è faticoso e impopolare, poiché è tristemente vero che in questa società governata dal mercato solo chi possiede il denaro necessario può sperare di soddisfare le sue esigenze.
Il tema allora è: chi e a quali costi sociali e ambientali può permettersi di ottenere ciò che desidera? Sostenibilità ecologica e giustizia sociale sono compatibili con le logiche dell’arricchimento personale?

Il denaro da mezzo a fine
In una società dominata dall’ordine di mercato (market system) ogni cosa dipende ed è connotata dal denaro. Il valore che attribuiamo al nostro lavoro, il valore delle cose che usiamo, il valore dei servizi pubblici a cui abbiamo accesso, il valore dei beni naturali… il valore di ogni cosa e ogni attività viene misurato, denominato e contabilizzato in valuta circolante. I frutti della terra, le attività che vengono svolte gratuitamente (pensiamo all’accudimento dei figli e delle persone non pienamente autosufficienti, alla presa in cura degli animali e delle piante, alla manutenzione delle proprie cose e del territorio) che non entrano nel circuito economico come merce perdono di visibilità e di considerazione sociale. In termini marxiani (e di tutte le teorie economiche classiche) ciò che conta è il valore di scambio, non il valore d’uso dei beni e dei servizi utili al vivere degli esseri umani. Per un economista, al pari di un commercialista e di un contabile, una attività che non genera denaro è priva di senso. Vedremo poi dove sta l’errore.

Mercificazione e mercatizzazione
Diciamo che le cose stanno ancora peggio di così: il sistema di mercato per continuare ad espandersi ha bisogno di alimentarsi in continuazione annettendo tutto ciò che gli è attorno. Pensiamo ai cicli naturali dell’acqua, del clima, della fotosintesi clorofilliana, del cloro e del fosforo e così via. Ma pensiamo semplicemente agli oceani e allo spazio che stanno per essere intensamente colonizzati con i satelliti e con la geoingegneria. Passando dal macro al micro, pensiamo alla manipolazione genetica con la relativa brevettizzazione dei genomi. Passando dal materiale alla sfera delle relazioni sentimentali, pensiamo alle attività di cura personale tradizionalmente svolte in ambiti familiari, amicali e comunitari ed ora sempre più sussunti da imprese for profit assistenziali, sociosanitarie, educative, ecc.
Siamo già entrati nell’era distopica del post umano; l’azienda Neuralink di neurotecnologie di Mask ha chiesto l’autorizzazione per impiantare interfacce neurali (chip) nei cervelli delle persone. Siatene certi che nei laboratori ciò è già avvenuto con gli animali. Con l’editing genetico (tecnologia Crispr-Ca59 sperimentata in larga scala con i vaccini anti Covid) è già possibile sintetizzare un embrione (di topo) senza utilizzare spermatozoi e cellule uovo, partendo da cellule staminali. I pseudo embrioni sono già tra noi.

Denaro è potere
Forse è sempre stato così, fin dall’origine della divisione sociale del lavoro, dalla costruzione delle città, dalla fondazione dei regni e degli stati. Ma è certo che il sistema economico turbocapitalista neoliberale ha condizionato a tal punto la sostanza umana e naturale da ridurla a mero fattore di produzione: stock e flussi. Degradati a “capitale umano” e a “servizi ecosistemici” gli esseri viventi vengono incorporati come “risorse” nei cicli di valorizzazione dei capitali investiti. Tutto ciò che non diventa merce vendibile sparisce dall’ordine sociale e sembra non interessare la sfera delle relazioni pubbliche. Il capitalismo ragiona così, sulla base del calcolo della remunerazione degli investimenti, cioè della massimizzazione dei ricavi e dei profitti: payback e dividendi. L’economia nel capitalismo è: rendimenti alti e costi bassi. Il capitalismo è fatto di denaro, non ha anima e nemmeno ragionevolezza. Scrisse il padre della psicanalisi italiana, Cesare Musatti (1897 – 1989), dopo una lunga permanenza alla Olivetti di Ivrea: “La produzione industriale è qualche cosa di insaziabile. Non ci sono limiti: chi è preso dalla febbre del produrre trova sempre qualche cosa di nuovo da fabbricare.” (Io e le macchine, supplemento al n.6 di Genius, i mensili dell’Espresso, 1984).

Due “inconvenienti”
L’“economia dei soldi” (come la chiamava Giorgio Nebbia), il capitalismo, ha due caratteristiche congenite: la centralizzazione della ricchezza e la distruzione della natura.
Il dibattito in corso da più di due secoli negli ambienti più sensibili ai temi della giustizia sociale e della conservazione dell’ambiente naturale verte sul fatto se il sistema sociale capitalista sia o meno riformabile. I tentativi fin qui realizzati nel corso della storia in varie parti del mondo nel cercare di regolare la crescita economica in modo da incanalarla all’interno di obiettivi di equità e sostenibilità hanno dato esiti insoddisfacenti. Solo in alcune parti fortunate dell’enclave ricca del Nord globale, in alcune fasi storiche e a favore solo di alcune fasce sciali è stato raggiunto un livello di reddito e di benessere accettabile, mentre nel resto del mondo il modello di sviluppo industriale ha comportato tremendi squilibri sociali ed enormi devastazioni naturali. Non lasciamoci ingannare dalle bugie statistiche: misurare il benessere in “uno-virgola dollari/giorno” significa imporre un parametro universale neocoloniale ad ogni forma di civiltà diversa da quella mercantile.
La regolamentazione del mercato per via politica nel tentativo di correggerne i “fallimenti”, attenuare le più odiose “distorsioni” e mitigare gli impatti indesiderati (altrimenti definiti nei manuali di economia “esternalità negative”) hanno comportato vari compromessi tra gli interessi delle parti sociali in conflitto, ma non hanno impedito la progressiva e sempre più rapida erosione delle basi materiali della vita sulla Terra e l’accentramento della ricchezza accumulata.

Squilibri distributivi
Il sistema di mercato è forse capace di autoregolarsi sulla base di un’infinità di transazioni economiche effettuate da liberi cittadini che agiscono nel proprio interesse, ma è certo che il risultato finale non è affatto né anonimo, né impersonale. Il gioco non è alla pari e non determina un risultato “win-win”. Ogni “vincita” provoca un mare di sofferenze, crea una folla di “naufraghi dello sviluppo” (Serge Latouche), produce gerarchie di classe, di genere, di razza.
Il potere economico è esercitato da persone in carne ed ossa che agiscono secondo precisi progetti, plasmando modi di produzione, relazioni sociali, sistemi organizzativi e distributivi, influenzando stili di vita e di consumo, istituendo determinate forme di governance. Siamo giunti alla situazione inaudita in cui esistono 58 persone fisiche multimiliardarie che possiedono circa metà della ricchezza globale. I primi 10 maggiori Fondi di investimento (i “titani” della finanza) controllano 50 mila miliardi di dollari, pari alla metà del Pil mondiale. Nei loro Consigli di amministrazione siedono in tutto 117 signori. Poche conglomerate controllano la maggioranza degli scambi transnazionali.
Invece di scandalizzare, i dati che regolarmente pubblicano Oxfam e altri osservatori (vedi il Global Wealth Report della banca svizzera UBS) sulle ricchezze smisurate accumulate dai super-ricchi affascinano l’opinione pubblica. Ciò ci dà il senso di quanto in profondità sia penetrata nella cultura contemporanea l’ideologia dell’arricchimento.

Impatti antropogenici
Il secondo “difetto” del sistema economico di libero mercato riguarda l’uso spropositato delle “risorse” naturali. L’“economia dei soldi” entra in conflitto con l’“economia della natura” – per usare la metafora creata da Ernst Heinrich Haeckel (1834 – 1919) per far capire cos’è l’ecologia, ossia la scienza sistemica che studia i rapporti complessi tra organismi viventi e ambiente. Come noto, le crescenti pressioni ambientali generate dall’industrializzazione stanno provocando, con inaudita accelerazione, la riduzione degli spazi vitali necessari per la riproduzione delle specie animali e vegetali. La biofisica del pianeta sta mutando. Così come la composizione chimica dell’atmosfera (la concentrazione media di anidride carbonica è simile a quella esistente nel Pliocene, tre milioni di anni fa) e il ph degli oceani. L’estrazione mineraria è raddoppiata negli ultimi 20 anni. La massa antropogenica (l’accumulo di infrastrutture, macchinari, oggetti) supera in peso la biomassa vegetale globale. Conseguentemente emissioni, scorie e rifiuti saturano la superficie terracquea. Il “metabolismo naturale” della biosfera non è più in grado di rigenerare la materia utilizzata. Tre/quarti della superficie terrestre è pesantemente compromessa. La spoliazione, il saccheggio, lo “stupro” della Terra, in termini scientifici, si definisce ecocidio.
Inutile dire che le responsabilità, in un mondo disuguale, non sono equamente distribuite tra gli abitanti della Terra. Basti pensare che l’1% della popolazione più ricca emette il 66% dei gas climalteranti

Perché il sistema economico di mercato è irriformabile
Il sistema di mercato dominato dal denaro è irriformabile rimanendo all’interno delle sue regole di base. I fallimenti fin qui riscontrati dalle politiche sociali ed ambientali volte alla sostenibilità e all’equità, almeno da quando le evidenze scientifiche hanno dimostrato l’andamento esponenziale del trend della crescita economica (diciamo, per convenzione, dal rapporto del Club di Roma sui Limiti dello sviluppo e dalla prima conferenza Onu sullo sviluppo umano, Stoccolma,1972), derivano dalla accettazione della stessa logica di fondo che sovraintende la crescita. Il procedimento usato dai decisori politici per impostare le azioni di correzione, mitigazione e adattamento del sistema socioeconomico (il punto più alto e organico della infinita serie di dichiarazioni, convenzioni, protocolli fin qui approvati è stato raggiunto con l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, varata in sede Onu nel 2015, e poi con la strategia della Just Transition della Commissione Europea del 2019) è elementare: per invogliare le imprese a ristrutturare il proprio apparato produttivo (uscire dai fossili, ad esempio, e aumentare le quote di utili da destinate al fattore lavoro, occupazione e salari) è necessario offrire a loro delle opportunità economicamente più convenienti. Ciò significa creare nuovi mercati profittevoli, nuove domande di beni e di servizi, nuova crescita. La crescita tramite accumulazione di capitali da reinvestire (e remunerare) rimane la precondizione delle politiche riformiste sociali e ambientali di stampo keynesiano. Ed è qui che si forma il cortocircuito, come l’eterno ritorno alla casella iniziale nel gioco dell’oca: non esiste un aumento del Pil che non comporti un aumento dell’energia e delle materie impegnate nei cicli produttivi, distributivi e di consumo, da una parte e/o la diminuzione dei costi di produzione dall’altra. Non esiste un Pil smaterializzato, “angelizzato” (la battuta è di Herman Daly) che non si porti con sé un aumento del “consumo di natura” e una intensificazione dello sfruttamento del lavoro umano. La formula magica del “decoupling” assoluto è una chimera.
Il sistema di mercato ha un difetto di fabbricazione, un “baco” congenito: non ammette limitazioni alla sua crescita, si crede esterno alla natura, non vede che a breve termine e si illude della inesauribilità del mondo materiale.

Le false soluzioni della crescita verde
Per tentare di aggirare l’ostacolo ed evitare di prendere in considerazione l’unica soluzione che sarebbe davvero efficace – la diminuzione diretta e netta del flusso di materie e di energie impiegate nei cicli economici – è stata tentata la strada delle compensazioni. Tanto prelevo e inquino, tanto pago/investo per rigenerare e disinquinare. A prima vista sembra una soluzione ragionevole. A tal fine (dal Protocollo di Kyoto,1997, per far fronte alla “emergenza” climatica) è stata inventata una serie di complessi meccanismi di mercato per disincentivare le imprese ad emettere CO2 e gas simili imponendo dei prezzi (carbon pricing) sotto forma di autorizzazioni e tasse (Cap end Trade). I ricavati avrebbero dovuto finanziare gli interventi di mitigazione e rigenerazione. Ancora una volta mercato e tecnologie sono stati chiamati a risolvere i problemi da essi stessi generati, con soluzioni “in house”. Tale meccanismo è stato proposto anche nelle Convenzioni per la conservazione della biodiversità.
Peccato che alla base del principio della compensazione ci sia un errore ontologico: gli ecosistemi e i cicli ecologici non sono valutabili in denaro, non sono inscrivibili in un semplice foglio di calcolo costi/benefici, poiché non tutta l’energia è rinnovabile, non tutti i nuovi materiali di sintesi che vengono immessi sono biodegradabili, quasi mai i tempi di metabolizzazione e assorbimento degli inquinati sono compatibili con i tempi di ritorno degli investimenti degli impianti industriali che li hanno prodotti e, pertanto, i loro “costi” non sono attualizzabili. “Balene, elefanti, torbiere, aria pura: pochissimo è sfuggito allo sguardo rapace dei contabili”, ha scritto Adrienne Buller (Quanto vale una balena. Le illusioni del capitalismo verde, add editore, 2024).

Prendersi cura
Non potranno mai emergere delle green technologies, una green economy, una transizione ecologica che non siano guidate dalla volontà di instaurare una green and just society. Senza una intenzionalità e un progetto politico trasformativo del sistema economico oggi prevalente nel mondo sarà impossibile rientrare nei limiti della sostenibilità ecologica e della sopportabilità sociale.
Per uscire dalla “dittatura economica”, per riuscire ad espellere il denaro dalla vita, è necessario rovesciare come un calzino il significato e il senso dell’agire economico (oikos). L’economia deve essere intesa come null’altro che l’insieme delle attività di presa in cura della riproduzione della vita. Su questa linea hanno scritto un gran numero di studiose ecofemministe e studiosi di economia ecologica e della decrescita. Cito qui un autore controverso, Hans Immler, che a me pare particolarmente efficace: “Se sotto il termine economia viene intesa la formazione razionale dei rapporti materiali di una società, cioè la concreta determinazione produzione e riproduzione, crescita e sviluppo, distribuzione e consumo, ecc., allora natura e lavoro non sono il mezzo nella produzione sociale, bensì anche e soprattutto il fine e il risultato di ogni modo di produzione. Ma ciò significa che il processo di natura come unità di lavoro umano e natura esterna deve essere punto di partenza e fine di ogni economia” (Hans Immler, Economia della natura. Produzione e consumo nell’era ecologica, Introduzione di Piero Bevilacqua, Donzelli, 1993). In definitiva si torna a Karl Polanyi: l’economia va reincorporata nella società che a sua volta dipende dalla “economia della natura”.
Un percorso di acquisizione di consapevolezza delle interrelazioni e interdipendenze che intrecciano ogni specie vivente, compresa quella umana.

L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 4 gennaio 2025

 

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JOHN HOLLOWAY. Vita contro denaro. Elogio delle follie necessarie.



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