strage di Bologna

Strage di Bologna: le sentenze sulla matrice neofascista e le ombre della strategia della tensione

La foto è di pubblico dominio da wikimedia

di Giovanni Barbera

A quarantasei anni dal 2 agosto 1980, il fischio del treno che alle 10:25 rompe il silenzio del piazzale della Stazione di Bologna non richiama soltanto il ricordo delle 85 vittime e dei circa 200 feriti. Ricorda anche una delle pagine più drammatiche della storia della Repubblica, sulla quale la giustizia ha accertato molte responsabilità, mentre il dibattito storico continua a interrogarsi sul contesto che rese possibile quella strage.

Ancora oggi una parte del confronto pubblico si concentra sulle difficoltà di alcuni esponenti politici nel pronunciare la parola “neofascismo”. Eppure le sentenze definitive raccontano una storia molto più ampia. La bomba del 2 agosto fu il frutto dell’azione dell’eversione neofascista, accompagnata da una rete di finanziamenti, coperture e depistaggi che coinvolse esponenti della loggia massonica P2 e appartenenti a settori deviati degli apparati dello Stato.

Su questo punto non esistono più margini di ambiguità.

La Corte d’Assise d’Appello di Bologna, nel 1994, e la Corte di Cassazione, con la sentenza del 23 novembre 1995, hanno definitivamente attribuito l’esecuzione materiale della strage ai militanti dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR).

Per l’attentato sono stati condannati in via definitiva Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. Negli anni successivi sono arrivate anche le condanne definitive dell’ex NAR Gilberto Cavallini e dell’ex esponente di Avanguardia Nazionale Paolo Bellini, al termine del processo sui mandanti.

Per questo motivo parlare di matrice neofascista non significa esprimere un’opinione politica, ma richiamare una verità ormai accertata dalla magistratura.

Le indagini sviluppate negli ultimi decenni hanno consentito di ricostruire anche il sistema di finanziamenti e protezioni che accompagnò la preparazione della strage.

Le sentenze del processo Bellini, confermate definitivamente dalla Corte di Cassazione, hanno ricostruito il ruolo di Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi come mandanti, finanziatori e organizzatori della strage, pur trattandosi di persone decedute prima della celebrazione del processo e quindi non giudicabili.

Uno degli elementi più importanti dell’inchiesta è il cosiddetto “Documento Bologna”, conosciuto anche come Orologio”, sequestrato a Gelli nel 1982.

Le consulenze disposte dall’autorità giudiziaria hanno ricostruito movimenti finanziari per circa cinque milioni di dollari transitati, tra il febbraio e l’agosto del 1980, da conti svizzeri riconducibili a Gelli e Ortolani.

Secondo le motivazioni della sentenza, quei fondi furono utilizzati per sostenere l’eversione nera e finanziare le attività di copertura e depistaggio collegate alla strage.

Le sentenze hanno accertato anche una sistematica attività di depistaggio, sviluppatasi in fasi diverse nel corso degli anni.

Per i depistaggi compiuti all’indomani della strage sono stati condannati in via definitiva Licio Gelli, Francesco Pazienza, il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte.

Il più recente processo Bellini ha inoltre portato alle condanne definitive dell’ufficiale dei Carabinieri Piergiorgio Segatel, a sei anni di reclusione per depistaggio, e dell’ex amministratore Domenico Catracchia, a quattro anni per false informazioni rese al pubblico ministero.

Tra gli episodi più noti vi è il falso ritrovamento, nel gennaio 1981, di una valigia sul treno Taranto-Milano contenente esplosivo, armi e documenti predisposti per orientare le indagini verso una inesistente pista internazionale.

È un elemento che mostra come, dopo la strage, qualcuno lavorò attivamente per allontanare gli investigatori dalla ricerca della verità.

Le sentenze hanno stabilito chi ha organizzato, finanziato ed eseguito la strage. Comprendere il contesto nel quale tutto questo maturò è invece il compito della ricerca storica e delle Commissioni parlamentari d’inchiesta.

Numerosi studi, insieme alle relazioni della Commissione parlamentare sulle Stragi e della Commissione parlamentare sulla P2, collocano infatti l’attentato di Bologna all’interno della strategia della tensione che attraversò l’Italia negli anni della Guerra Fredda.

Secondo queste ricostruzioni, il terrorismo neofascista rappresentò uno degli strumenti utilizzati per condizionare la vita politica italiana in una fase in cui il Partito Comunista Italiano era la più forte forza comunista dell’Europa occidentale.

Nello stesso quadro, diverse analisi storiche e parlamentari hanno evidenziato possibili convergenze tra settori dell’intelligence occidentale, strutture clandestine come la rete Stay Behind (Gladio) e apparati italiani impegnati nella cosiddetta “guerra non ortodossa”. Si tratta di ricostruzioni che hanno alimentato un ampio dibattito storiografico e politico e che trovano riscontro nelle relazioni parlamentari, ma che non costituiscono un accertamento giudiziario definitivo di una responsabilità diretta della NATO o delle intelligence alleate nella strage di Bologna.

In questa prospettiva, una parte significativa della storiografia interpreta la strategia della tensione come uno strumento volto a preservare gli equilibri politici dell’Italia nel blocco occidentale e a contenere l’avanzata delle sinistre.

Anche la relazione conclusiva della Commissione Stragi presieduta dal senatore Giovanni Pellegrino descrive il terrorismo nero come parte di una più ampia guerra politica clandestina finalizzata a influenzare gli equilibri democratici del Paese.

A quarantasei anni dalla strage, una cosa non dovrebbe più essere oggetto di discussione: la matrice neofascista è una verità accertata dalle sentenze della magistratura.

Allo stesso tempo, fermarsi ai nomi degli esecutori materiali significa cogliere soltanto una parte del quadro. Le decisioni dei giudici hanno ricostruito anche il ruolo della P2, dei finanziamenti e dei depistaggi. La ricerca storica e le Commissioni parlamentari hanno poi cercato di spiegare il contesto politico e internazionale nel quale quei fatti si inserirono.

Sono due piani diversi, ma non incompatibili. Il primo individua le responsabilità penali; il secondo aiuta a comprendere il clima politico e strategico dell’epoca. È dall’incrocio tra sentenze, documenti e ricerca storica che emerge il quadro di uno dei capitoli più oscuri della storia della Repubblica italiana.



L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 2 agosto 2026

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E’ l’ora della Verità

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Il terrorista nero e l’eutanasia

di Santina Sconza


Paolo Bellini, ex esponente di Avanguardia Nazionale condannato all’ergastolo come quarto esecutore della Strage di Bologna, ha chiesto l’eutanasia farmacologica.

No non è un malato terminale, ha semplicemente problemi di cuore come accade ad una persona anziana.

Dal carcere di Padova dove è detenuto ha inviato una lettera, firmata “il Sacco e Vanzetti italiano”, alla redazione della Gazzetta di Reggio. In questa lunghissima lettera vuole che sia la direzione sanitaria a provvedere alla sua richiesta di eutanasia: “Chiedo che la direzione sanitaria di Padova provveda in tal senso rispettando le leggi vigenti in materia di ‘silenzio-assenso’ dalle quali non vi potete sottrarre”, scrive il terrorista nero, indirizzando la lettera al direttore del quotidiano reggiano.

Nella missiva, tutta scritta in maiuscolo, l’ex terrorista sostiene di essere vittima di un “complotto politico, mediatico e giudiziario” e afferma di aver già inoltrato una prima richiesta in passato, quando si trovava nel carcere di Uta in Sardegna.

La strage di Bologna è avvenuta il 2 agosto 1980. Alle ore 10:25, una bomba esplose nella sala d’attesa della stazione centrale, causando 85 morti e oltre 200 feriti. È considerato l’attentato terroristico più grave nella storia della Repubblica italiana.

Nelle ultime quattro pagine della lettera, Paolo Bellini riproduce ampi stralci delle ultime carte processuali sulla strage del 2 agosto 1980, con vari suoi commenti a margine: scrive del video girato dal turista tedesco Harold Polzer che lo colloca sul luogo dell’esplosione, delle intercettazioni dei suoi familiari, fino a quello che è un punto debole dell’ultima verità giudiziaria sull’eccidio «il dogma dei mandanti tutti morti».

Sorge il dubbio che forse in questa missiva ci siano dei messaggi che qualcuno all’esterno del carcere dovrebbe recepire.

L’associazione dei familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980 ha reagito alle dichiarazioni chiedendo a Bellini di fare finalmente chiarezza e dire la verità sulle sue responsabilità.

In realtà, invece di parlare di ‘complotto giudiziario’, dovrebbe sviscerare quant’altro ad es. cosa ci faceva in Sicilia il giorno prima della strage di Capaci, cosa sa delle stragi di Capaci e via D’Amelio.

I destinatari della lettera sono oltre il dirigente sanitario della Casa di reclusione di Padova, le Procure di Bologna, Cagliari, Padova e la Commissione Parlamentare Mafia e Stragi.

La primula nera, durante la sua latitanza ha stretto rapporti con esponenti della ‘Ndrangheta e di Cosa Nostra, inserendosi anche in contesti paralleli e complessi come la presunta trattativa Stato-mafia, muovendosi tra i misteri degli anni di piombo e le stragi dei primi anni ’90.

Forse l’ex uccello di bosco, stanco di essere rinchiuso in una gabbia, ha necessità di suggerire a chi è all’interno della Commissione antimafia nazionale o a chi ancora trama dietro le quinte qualcosa che noi comuni mortali non sappiamo.


L’articolo è stato pubblicato su Osservatorio sulla legalita’ e sui diritti il 16 maggio 2026

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Strage Bologna: Cassazione conferma responsabilità di servizi, fascisti e P2

di Claudio Visani


STRAGE BOLOGNA, LA CASSAZIONE CONFERMA L’ERGASTOLO A BELLINI E LE RESPONSABILITA’ DI FASCISTI, SERVIZI E P2.
CHISSA’ SE ORA MELONI E I POST-FASCI RIUSCIRANNO A CHIEDERE SCUSA

Paolo Bellini, era sicuramente alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 e partecipò consapevolmente all’esecuzione della strage, ideata e finanziata dalla loggia massonica P2. Il suo contributo è consistito in un’attività essenziale: il trasporto dell’esplosivo.

Lo scrive la Corte di Cassazione nelle motivazioni che confermano la condanna all’ergastolo dell’ex terrorista nero di Avanguardia nazionale legato ai Servizi deviati e killer di professione coinvolto anche, come ha rivelato l’ultima puntata di Report, nelle trattative Stato-Mafia in Sicilia. “L’esecuzione materiale della strage – scrivono i giudici – è da ritenersi imputabile ad un commando terroristico composto da più cellule, costituite a loro volta da più soggetti provenienti da varie organizzazioni eversive di destra, uniti dal comune obiettivo di destabilizzare l’ordine democratico”. E continua: “Gli autori materiali sono stati coordinati nella esecuzione da funzionari dei servizi segreti e da altri esponenti di apparati dello Stato ‘deviati’. I quali, a loro volta, hanno risposto alle direttive dei vertici della Loggia massonica P2, il cui capo indiscusso, Licio Gelli, ha sia direttamente finanziato la strage, sia organizzato ripetutamente operazioni di depistaggio, anche mediatico”. Parole chiarissime sull’ultima delle sentenze definitive contro gli esecutori e i mandanti della più efferata strage della nostra storia recente (85 morti, oltre 200 feriti). Le altre condanne all’ergastolo, lo ricordiamo, riguardano gli esecutori materiali dei Nar Francesca Mambro, Giusva Fioravanti, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini. Quali mandanti, finanziatori e organizzatori della strage sono stati invece individuati i piduisti Licio Gelli e Umberto Ortolani, il superpoliziotto Federico Umberto D’Amato e l’ex senatore del Msi Mario Tedeschi, che però sono tutti morti prima delle condanne. Chissà se le motivazioni della Cassazione metteranno finalmente la parola fine alle campagne innocentiste della destra, alle false piste sul terrorismo “altro”, ai silenzi e alle ambiguità della Presidente del Consiglio? Chissà se il prossimo 2 agosto, ora che tutti i processi sono conclusi e c’è una verità giudiziaria definitiva che combacia con quella storico-politica a tutti nota (le stragi fasciste e di mafia e l’omicidio Moro parte di un unico disegno strategico made in Usa per impedire ai comunisti di andare al governo), Meloni continuerà a nascondersi o troverà il modo di riconoscere le sentenze e di palesarsi a Bologna? Le motivazioni della Cassazione illuminano anche il ruolo primario avuto dai depistaggi nella strage, con la conferma delle condanne per i due imputati che avevano presentato ricorso contro la sentenza d’appello di Bologna (l’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel e Domenico Catracchia, ex amministratore di condominio in via Gradoli, a Roma) e, soprattutto, con quanto viene scritto sull’ex procuratore di Bologna Ugo Sisti, quindi di un uomo di Stato chiave in questa vicenda. Sisti era in stretti rapporti con Paolo Bellini e nella notte tra il 3 e il 4 agosto soggiornò nell’albergo della sua famiglia a Reggio Emilia. I giudici di Cassazione scrivono che risulta provato il depistaggio di Sisti in favore di Bellini “operato dal Procuratore allorquando riferì agli agenti che stavano cercando specificamente prove a carico di Paolo Bellini, alias Roberto Da Silva, proprio in relazione alla strage”. E aggiungono un particolare agghiacciante: “Bellini, alias, Roberto Da Silva, era in quel momento a pochi metri di distanza e Sisti gli consentì di fuggire sotto gli occhi degli operatori”. Una clamorosa azione di depistaggio “effettuata unitamente ad apparati istituzionali, compresi i servizi segreti, a lui fedeli”.



L’articolo è stato pubblicato su Osservatorio sulla legalita’ e sui diritti il 17 gennaio 2026

La foto è del Prof. Quatermass CC BY 3.0 da Wikimedia Commons

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