Lettura

Conoscere in profondità Rodari

di Gianluca Carmosino

Con una produzione sterminata e con capolavori letterari come Favole al telefono e Le avventure di Cipollino, Gianni Rodari ha rivoluzionato l’editoria per l’infanzia ed è l’autore italiano per ragazzi più tradotto in assoluto con Carlo Collodi. L’impatto culturale di Rodari è dimostrato anche dalla mole imponente di saggi critici, tesi di laurea, biografie e analisi pedagogiche che continuano a studiarlo. Oggi per la prima volta un volume, Biblioteca d’autore Gianni Rodari (Pensa MultiMedia ed.), cataloga i libri personali di Gianni Rodari, il suo fondo librario. Gli eredi Rodari hanno reso disponibile questo importante spazio di ricerca, che Ilaria Capanna, già da anni responsabile della catalogazione dell’opera rodariana, ha svolto nel quadro di una più complessiva azione regolata dal Piano Nazionale della Ricerca (finanziato dal ministero dell’Università e della Ricerca italiano), coordinato dall’ente INDIRE (grazie alla ricercatrice Pamela Giorgi che ha curato il piano di lavoro e il suo sviluppo nonché la collaborazione con l’Università di Siviglia). A parlarci della Biblioteca di Rodari l’autrice del libro Ilaria Capanna.

Il volume è il frutto di un’accurata catalogazione tra migliaia di volumi con i quali Gianni Rodari ha studiato ogni giorno. Quali generi, quali temi e quali autori sono stati fondamentali per lo scrittore omegnese?

I generi fondamentali sono quelli che ho diviso per le sei tematiche: arte, musica, fotografia; politica e storia; favolistica, folklore e antropologia; filosofia, scienze e religione; letteratura, critica letteraria, poesia; scuola, didattica e pedagogia. Quindi tutti sono stati fondamentali. Inoltre, ognuna di queste sezioni, organizzate per agevolare l’orientamento all’interno del fondo e rendere più leggibili i principali ambiti tematici, è preceduta da un mio saggio introduttivo di carattere filologico e storico-critico. Gli autori fondamentali sono in parte quelli che lui stesso cita in Grammatica della fantasia poi ovviamente i maestri e le maestre del Movimento di Cooperazione Educativa e tutti coloro hanno fatto un’approfondita analisi sui temi della scuola e della pedagogia del Novecento. Molti letterati russi tra cui Fëdor Michajlovič Dostoevskij, scrittori suoi contemporanei quali Cesare Zavattini, molti sono i libri dedicati alla poesia, del resto Rodari è stato uno scrittore e un poeta, oltre che un bravo giornalista, quindi tanti sono i volumi sulla storia e la politica, tra cui molti su Antonio Gramsci. Molte edizioni della Bibbia, l’interesse per le religioni, al di là del suo percorso personale nella prima adolescenza, che ben accenno nel libro, sono, come lo sono diversi testi sacri, ricerche antropologiche oltre che spunti letterari. Poi ci sono le favole d’autore, le favole provenienti da paesi del mondo, Vladimir Jakovlevič Propp, Giuseppe Cocchiara, Carlo Collodi e molti altri autori di interesse su questa tematica. Anche la sezione dedicata all’arte è ricca di personalità come Bruno Munari, Paul Kleen, tanti poi i libretti dedicati alla musica, del resto Rodari sapeva suonare il violino.

Cosa emerge in particolare dello scrittore Rodari?

Emerge un uomo capace di studiare, di approfondire, un ricercatore instancabile che sapeva confrontarsi con la politica del suo tempo mantenendo salde le sue idee e i suoi principi, un intellettuale attivo nelle scuole italiane come quelle in URSS dove si è recato più volte e anche in Cina, dove la sua esperienza è stata pubblicata. Le numerose postille e appunti trovati nei suoi libri, che ho trascritto nelle note della catalogazione della sua biblioteca, lo dimostrano. Ogni volume che ho catalogato l’ho sfogliato pagina per pagina e ho potuto notare l’attenzione che gli ha dato. È stato un uomo appassionato e curioso del suo lavoro e del conoscere e proporci immaginari nuove. Le sue storie cambiano, con l’uscita del volume Favole al telefono la struttura della favola tradizionale. Romanzi o racconti brevi, storie di fantasia che ci fanno conoscere il presente sia negli oggetti di tutti i giorni sia nelle tematiche sociali, predisponendo, come è giusto che sia, con ironia e semplicità, la comprensione di realtà importanti anche ai bambini e alle bambine. È stato, ed è ancora un autore contagioso che trasmette gioia, coraggio nell’idea che tutto può essere trasformabile, migliorabile, che non dobbiamo mai smettere di sognare e che la pace è possibile se tutte e tutti cooperiamo affinché avvenga.

Il testo è pensato per un utilizzo educativo e didattico. In che modo può orientare e favorire le attività a scuola?

Il testo è finalizzato a una conoscenza più approfondita e veritiera della figura di Gianni Rodari, quindi non una bandiera comunista da sventolare, non un santino commemorativo da celebrare nelle scuole con le sue filastrocche più semplici, dove, comunque, anche dietro queste c’è un lavoro di immagini, di conoscenza linguistica e indagine del presente, ma per conoscerlo e riconoscerlo certamente come uomo di sinistra, dai valori veramente sinceri e concreti, ma come un intellettuale profondo del nostro Novecento, giornalista attento e ricercatore attivo. Il mio non è un lavoro sulla didattica, ma una ricerca e catalogazione sistematica ben strutturata per, ripeto, garantire un’approfondita conoscenza sull’autore. Mi auguro che in tutti gli ordini scolastici, nonché universitari-accademici ci sia attenzione e una buona preparazione su Rodari e la sua opera, e non solo per citarlo. Il mio libro mette a conoscenza la genesi dei suoi studi e delle sue opere. Di certo la sezione Scuola, Pedagogia, Didattica, Psicologia, Psichiatria può, per le insegnanti che vorranno, dare spunti su cui poter lavorare. Intanto, consiglio di avere sempre a casa e a scuola una copia di Grammatica della fantasia. Ringrazio per avermi concesso la possibilità di lavorare alla catalogazione la famiglia Rodari, ha permesso così la conoscenza del fondo librario non solo ai lettori appassionati dell’ autore.

L’attualità di Rodari risiede nella sua pedagogia rivoluzionaria, che mette la creatività e la parola al centro dell’emancipazione umana. Tuttavia forse oggi abbiamo bisogno di riscoprire soprattutto il suo impegno civile e la sua straordinaria capacità di affrontare temi universali a cominciare dal rifiuto categorico della guerra…

Esatto, il suo impegno civile fin da giovanissimo, la sua biografia ci racconta la sua esperienza come partigiano e poi immediatamente dopo la guerra l’inizio del lavoro come giornalista, prima in testate locali poi nel giornale di partito l’Unità, fino all’ultimo giorno sul quotidiano Paese Sera, senza tralasciare l’importante impegno nel Pioniere, nel Giornale dei genitori, la collaborazione in NOI DONNE e con altri giornali. Della parte giornalistica ho scritto approfondendo nel saggio di Politica, Storia del libro. Tengo inoltre a precisare, per corrette ricerche, che, nonostante l’importante lavoro svolto da coloro che si occupano di arricchire le pagine Wikipedia, quella di Rodari ha diverse inesattezze che dovranno essere corrette, consiglio quindi di prendere in considerazione, per una biografia veritiera e accurata, testi critici validi, tra gli importanti saggi, oltre al mio, quelli di Pino Boero professore di letteratura per l’infanzia e maggior esperto da decenni dell’opera rodariana, di Daniela Marcheschi docente e critica letteraria che ha curato il Meridiano Mondadori del 2020, di Giorgio Diamanti che si è occupato della pubblicazione di tutti i testi giornalistici di Rodari, e della catalogazione e organizzazione del suo lavoro e degli arrivi italiani ed esteri prima che prendessi io, dal 2010/2011 quel ruolo con la collaborazione della famiglia stessa. Tornando all’impegno civile dello scrittore e giornalista, la parola è sì fondamentale nei suoi processi creativi e nell’uso responsabile della conoscenza linguistica; non a caso la collaborazione e stima con Tullio De Mauro. Rodari vuole una pedagogia civile, tutta la sezione di libri presa da me in analisi per costruire questo volume documenta una forte consapevolezza politica dell’educazione. I testi sulla scuola sovietica, sull’educazione negli USA, sul tempo pieno, nella scuola di massa, sulla disuguaglianza sociale, l’educazione dei ragazzo con disabilità, sulla deistituzionalizzazione, mostrano, come già abbiamo potuto approfondire, un Rodari intellettuale militante, attento alle trasformazioni concrete del sistema scolastico ma della vita tutta in generale, dell’educazione dell’infanzia, ma anche degli uomini e delle donne. Poi c’è da dire che la scuola non è mai neutra: è campo di conflitto, di possibilità, di costruzione. In questo senso, Rodari si avvicina anche a Baudelot-Establet, a Borghi, a Lombardo Radice, ma mantiene sempre una cifra propria: la fiducia ostinata nella parola del bambino. Dunque gran parte del mio lavoro di ricerca si basa su l’intento di far emergere la straordinaria ricchezza culturale di Gianni Rodari. La sua profonda analisi del presente e la sua conoscenza della storia ci permettono ancora oggi di comprendere il suo netto e categorico rifiuto della guerra. Sì, sono numerose le opere nelle quali affronta il tema della pace, proponendo riflessioni di grande attualità, farle conoscere a tutti e tutte è fondamentale.

L’aricolo è stato pubblicato su Comune-info il 3 luglio 2026

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ORE DIECI

di Sergio Tardetti

Chi sarà che chiama a quest’ora? Perché, almeno questo è sicuro, qualcuno sta chiamando, e perfino con una certa insistenza. Ho ignorato, finora, gli squilli del telefono, dieci per l’esattezza, ma costui – o costei? – insiste nel non desistere e, dunque, allora dovrò decidermi, se sia il caso di rispondere o no. Da come insiste, si direbbe qualcosa di importante, ma oggi tutti sono convinti che quello che hanno da dirti sia qualcosa di importante. Qualcuno arriva a usare addirittura “importantissimo”, e, si sa, non c’è niente di più falso di un superlativo, forse solo un avverbio può superarlo in falsità. Allora, mi decido? O, magari, rispondendo, mi trovo in mezzo a un’altra grana? E sì che di questi tempi me ne capitano e me ne sono capitate, e un’altra in più non mi servirebbe, decisamente no. L’ultima, per esempio, me la sono proprio cercata e, guarda caso, rispondendo al telefono. Com’è andata? È presto detto: ho accettato di entrare in un certo affare, che adesso preferisco non nominare, per correttezza verso chi me lo ha proposto. Intanto, però, il telefono ha smesso di squillare, forse sono salvo. Almeno per ora, forse. Vediamo un po’ se riesco a rilassarmi – cinque minuti, non chiedo di più, vi prego! – sì, cinque minuti, ne ho proprio bisogno. Sto per mettere la parola fine a un nuovo racconto, mancano, forse, al più, una decina di righe e poi l’opera sarà compiuta. Intendiamoci, niente di così prezioso e di così fondamentale importanza per la storia della letteratura e per la mia personale. Però, devo ammettere che ci tengo. Ci tengo perché, infine, questo sarebbe il primo racconto che porto a termine e che, una volta concluso, potrò infilare nel solito cassetto, in attesa di tempi migliori. Intanto, il telefono ha ripreso a squillare, ma, a voler essere sincero, non ho proprio alcuna voglia di rispondere.
Provo a concentrarmi sull’ultima frase del testo, per riprendere il filo del discorso interrotto. Se almeno questo maledetto telefono la smettesse! Ecco che, come se mi avesse letto nel pensiero, ad un tratto, tutto tace. Finalmente, che liberazione! Adesso posso tornare alla frase che avevo lasciato a metà. Una bella frase, non c’è che dire, parole curate, contate, pesate e misurate, tutto dentro la mia testa, lucidate perfino, perché risaltino maggiormente, una volta adagiate sulla pagina. Parole fresche, non certo nuovissime, ma, insomma, nemmeno troppo abusate o consumate. Qualcuna, forse, arrugginita dal modestissimo uso che se ne fa al giorno d’oggi, ma pur sempre valida per esprimere quello che sento attraversare la mente, quel pensiero che continua a non darmi tregua. Eccolo di nuovo! Credevo di essermi liberato dall’incubo e dal fastidio di questo telefono che squilla, ma… Niente! Rispondere, forse, sarà il caso? Più il telefono squilla, più il fastidio cresce, più mi intestardisco nell’idea di non rispondere. Che aspetti, chiunque sia, che si arrangi, che faccia e decida come meglio crede! Chi sarà, poi? Certo, la curiosità di conoscere l’identità del seccatore – ma potrebbe trattarsi anche di una seccatrice, non lo escluderei a priori – aumenta di squillo in squillo, ma la volontà di non risponde va ancora ben oltre il fastidio. Ancora, dico, perché magari, tra poco, oppure anche subito, prenderò la comunicazione, se non altro per fare smettere questo insistente e fastidioso squillare. Difatti, quasi a voler materializzare il pensiero, accetto la conversazione con il più banale e asettico dei “pronto”, e mi preparo a respingere qualunque tentativo di dialogo. Ho già in mente le parole da pronunciare, nel caso in cui  si tratti di un call center o di un venditore petulante: “Il signore che lei cerca è morto, io sono un parente. Sono qui per la veglia funebre”.
Sono curioso di ascoltare la reazione del mio interlocutore – o della mia interlocutrice, visto che non ne conosco l’identità. Devo solo stare attento a condurre il gioco con la dovuta attenzione, per non farmi smascherare subito. “Giacomo!”, urla la voce nel telefono, una voce di donna entusiasta, per la quale non posso certo essere morto, perché mi ha riconosciuto. “Angelica!”, rispondo a mia volta urlando, dimostrando così di averla riconosciuta, senza che si sia dovuta annunciare ulteriormente. Per Angelica potrei mandare al diavolo un’intera frase ben fatta, anzi un’intera pagina e perfino un intero capitolo. Insomma, è chiaro, Angelica merita queste e altre attenzioni. Stupisco soltanto per il fatto che mi abbia chiamato; da come ci eravamo lasciati l’ultima volta sembrava che ormai non avessimo più niente altro da dirci. Con tutto quello che ne può conseguire, dopotutto in tre anni di incontri i nostri rapporti non si sono certo limitati a semplici conversazioni. Adesso dovrei subito stupirla con una parola, una frase, insomma, qualcosa di particolarmente intelligente, come si aspetta da me; invece, me ne resto in silenzio, in attesa di capire, o anche soltanto intuire, le sue intenzioni. Perché, se mi ha chiamato, un motivo, vero e anche serio, deve pur esserci. “Angelica…”, mi limito a mormorare nel telefono. “Giacomo, che succede? Ti sento strano”. Angelica fa spesso così, le capita di “sentire strani” molti dei suoi amici o conoscenti, che, a loro volta, sono fermamente convinti che la “strana” sia piuttosto lei. Angelica è una persona apprensiva, sempre in ansia più per gli altri che per se stessa, perché, a voler essere un po’ psicologi, Angelica senza gli altri si sente perduta. Sarà forse per questo che mi ha chiamato? Allora questo sarebbe il modo peggiore di continuare una giornata iniziata sotto una stella rassicurante. Di stelle simili, a dire il vero, non ne sono apparse ormai da tempo nel mio cielo, così vanno a volte le cose in certi periodi della vita.
Spesso ci si deve accontentare di stelle semplicemente tranquille, e perfino ringraziare di averle ottenute. Angelica non è quella che si potrebbe definire una “stella” tranquilla, con tutti i suoi dubbi e il suo pesante carico di perché, con cui è capace di assillarti per ore e ore e perfino svegliarti alle tre di notte, perché un dubbio o un perché non la fa dormire. Stavolta sembra che si sia convinta ad allineare i suoi orari con quelli del resto dell’umanità – o, per lo meno, di una gran parte, me compreso – dopotutto, un dubbio o un perché alle dieci di mattina possono essere anche ammessi e concessi. Difatti, come sospettavo, l’esordio è da dubbio o da perché. “Secondo te…”, si premura di precisare Angelica, e già in questa premessa c’è l’anticipo del senso della domanda, che non tarda ad arrivare. “Secondo te… è giusto quello che mi hanno detto?”. Ecco, è lei, è proprio lei, la riconosco, nel preciso istante in cui formula una domanda che potrebbe riferirsi a qualunque argomento, dalle tecniche di dissalazione dell’acqua di mare ai tempi di cottura di legumi di vario tipo. Perché è proprio questo che Angelica pensa di me, che io sappia tutto, anche se ho tentato più volte di spiegarle che quello che so lo so, e quello che non so non lo so. Ma, magari, mi informo, se vuoi, se hai tempo e soprattutto pazienza di attendere. Dovrei procedere a formulare qualche domanda di approfondimento, tipo “a cosa ti riferisci?” oppure “cosa ti hanno detto?”, ma so che, a questo punto, mi troverei costretto ad inoltrarmi in un ginepraio di domande e risposte dal quale potrei venirne fuori dopo svariate ore. Angelica è fatta così, di angelico spesso ha soltanto il nome, il resto è decisamente diabolico. Con lei ho coltivato l’arte di aspettare, perché so che alla prima domanda segue sempre una seconda, e spesso anche una terza. Così aspetto, prendo tempo, in attesa di poterne sapere di più, sperando anche che tutto si sgonfi come una bolla di sapone. A volte, se si incappa nella giornata fortunata, con Angelica può capitare.
Al mio silenzio, però, stavolta segue altro silenzio da parte di lei, evidentemente è convinta che la sua domanda possa essere più che sufficiente ad inquadrare l’argomento. Per evitare la fine prematura di questa improbabile conversazione, conviene a questo punto che mi armi di santa pazienza e mi riscuota dall’improvviso fastidio che mi ha assalito. “Domanda… insisti… approfondisci”, mi dico, preparandomi a mettere in campo l’inevitabile domanda. “Cosa ti hanno detto?”. Mai domanda potrebbe sembrare più banale o più ovvia, ma neppure più necessaria, dopotutto un chiarimento qualunque, uno scendere in ulteriori dettagli necessita. Provo a fare il giro largo, prima di arrivare al punto. “Non saprei… Forse è la stessa cosa che hanno detto a me?”. “Impossibile che te l’abbiano detta, ti riguarda!”. “Cioè? Spiegati meglio!”. “Ma sì, insomma… Sai, quella faccenda che…”. “Potresti essere un po’ più precisa?”. “Dai, che hai capito benissimo!”. Qui, però, si rischia di andare avanti alla cieca, e chissà per quanto tempo, occorre un diversivo. “Scusami, scusami Angelica, mi stanno chiamando sul fisso!”. “Va bene, ci sentiamo più tardi”. “D’accordo”, chiudo rapidamente la conversazione. Salvo anche questa volta. Però, bisogna che stia un po’ più attento quando rispondo. Intanto mi segno che questo è il numero di Angelica. Il resto… si vedrà! 

© Sergio Tardetti


La foto è di Alejandro Escamilla da Wikimedia

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DICIAMO COSÌ


di Sergio Tardetti

Del resto, cos’altro ci sarebbe da dire, soprattutto quando non sai cosa dire? Diciamo così, ripetuto e intercalato fino alla nausea, per frammentare e sostenere il discorso nei momenti di vuoto spazio–temporale, in attesa che il treno dei pensieri si rimetta in corsa e che i vagoni delle parole riprendano a sfilare con il loro carico di idee e sentimenti da condurre a destinazione. Diciamo così. Ma cosa vorremmo dire, in realtà? Perché è proprio questo che non sappiamo fare, dire il pensiero giusto al momento giusto, l’idea che si è accesa in noi e dalla quale ci sentiamo animati e illuminati, ma che deve combattere contro la nebulosità delle parole, l’asprezza della grammatica e della sintassi, l’ineluttabile incostanza della retorica. E poi, quei vuoti, le improvvise e impreviste dimenticanze, che ci lasciano sospesi in un limbo, dal quale vorremmo uscire, ma solo dopo che quello che abbiamo dimenticato si sarà riaffacciato alla mente. Capita, un po’ tutti i giorni, nei momenti più imprevedibili, conosciamo la tal cosa o la talaltra, ma, come d’incanto, nel preciso istante in cui dovrebbe essere pronta a mostrarsi, d’improvviso e misteriosamente scompare. Tornerà, prima o poi, ne siamo certi, ma quando la sua utilità sarà divenuta pressoché nulla.

Tornerà solo per una nostra piccola soddisfazione personale, per dimostrare a noi stessi che, in fondo, non siamo così decrepiti né così malmessi e che possiamo ancora essere in grado di ricordare. Diciamo così, allora. E, quando lo diciamo, proviamo la stessa insoddisfazione che doveva provare Cristoforo Colombo al termine di ogni giorno di navigazione, quando, affacciandosi dalla murata per scrutare l’orizzonte, non vedeva altro che mare. Perché in fondo, anche noi stiamo avanzando verso l’ignoto, convinti che prima o poi approderemo da qualche parte con quel nostro discorso farneticante e farraginoso. “Diciamo così” è il respiro profondo che prendiamo prima di immergerci in apnea negli abissi della mente, con il solo scopo di riacciuffare una parola che stava affondando e provare almeno a riportarla a galla. Diciamo così, confidando nella buona sorte e nella temporanea possibile sordità dell’altro, il nostro provvisorio interlocutore, e che la divinità che presiede alle conversazioni possa mandarcela buona!

© Sergio Tardetti 2025


Nell’immagine esposizione mondiale a Chicago: Fac-simile delle tre caravelle di Colombo (xilografia) di autore sconosciuto. Wikimedia Commons

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ORE DICIOTTO


di Sergio Tardetti

La campana della Chiesa Madre ha un suono più allegro del solito stasera. La gente del piccolo borgo è accorsa a frotte, vestita degli abiti migliori, come se andasse ad una festa. E festa sarà davvero, sempre che i protagonisti si decidano ad arrivare. L’attesa è iniziata ormai da più di un’ora, e un’altra ancora manca all’istante in cui l’evento, così tanto a lungo evocato, accadrà, finalmente. Giorni e giorni, ore e ore di preparativi, di prove, di correzioni di piccoli impercettibili errori, che solo ai protagonisti sono apparsi tali al momento. E, finalmente, il visto, il si proceda, l’imprimatur sono stati concessi da entrambe le parti, dai numerosi e non sempre richiesti supervisori, che hanno voluto dire la loro in merito all’evento, alle sue dinamiche e alle sue varie fasi. Sono intervenute, innanzi tutto, le madri, future consuocere, sempre in lizza per definire la supremazia del rispettivo figlio o figlia nella gerarchia familiare, considerando come sempre in queste situazioni il loro parere “vincolante”, una condizione – anzi, una serie di condizioni – senza la quale – e senza le quali. Insomma, basta, va da sé, ci siamo capiti. Chi non si è capito sono state proprio loro, le amiche-rivali, che si sono fronteggiate per giorni e giorni, a volte per settimane e mesi, una volta rese edotte della tanto attesa notizia – Ci sposiamo! – a colpi di “questo sì, quest’altro no, questo forse, quest’altro è impossibile!”. Fino allo sfinimento, fino alla necessaria discesa in campo dei consorti, che, fino a quel momento, avevano osservato dall’alto della loro esperienza l’evoluzione delle schermaglie, sfociate infine in aperti combattimenti, tra le di loro coniugi.

Ad imporre per primo la tregua – armata, ma pur sempre tregua – era stato il signor Orlando, che aveva tuonato un baritonale “Adesso basta!”, alle ennesime rimostranze che la di lui legittima consorte, signora Franca, gli aveva sottoposto tra una portata e l’altra del pranzo domenicale. Assenti i “ragazzi”, strategicamente defilatisi per una sana boccata di aria marina, la signora Franca aveva potuto finalmente dare libero sfogo a tutta la sequela di ripicche con le quali, a suo dire, la futura consuocera l’aveva tormentata e torturata fino a quel momento, negandole persino la facoltà di esporre, civilmente s’intende, il suo parere in merito all’organizzazione dell’intera cerimonia. E dire che lei, la consuocera, si era permessa di dare consigli sul come disporre i posti a tavola al banchetto nuziale. E, sulla torta, aveva potuto dire qualcosa lei? Sulla torta, per mantenere la pace familiare, era stato opportuno tacere. Anche se. Anche se di parole da aggiungere al già detto la signora Franca ne avrebbe avute e ne aveva ancora, in abbondanza, perfino in sovrabbondanza. E tutte quelle parole, trattenute a stento, pro bono pacis, s’intende, le avevano provocato un mezzo travaso di bile che, insomma. Basta. “Basta” lo aveva detto anche il signor Orlando, sempre con quella bella voce baritonale impostata, perché lui cantava nel coro della chiesa, e peccato che nel giorno della cerimonia non avrebbe potuto farlo, impegnato ovviamente in tutt’altro ruolo. E lo aveva fatto notare, tutto questo, alla signora Franca, le aveva fatto notare a cosa avrebbe dovuto rinunciare anche lui nell’occasione.

E che, dunque, lei la smettesse di fare i capricci per una torta sulla quale avrebbero dovuto decidere, in fondo, soltanto gli sposi. Ed era stato allora che la signora Franca si era temporaneamente azzittita, ma dentro di sé continuava a ribollire come un vulcano prossimo all’eruzione. Ma, tornando a noi e al presente, un improvviso ondeggiare della folla, radunata sulla piccola piazza antistante la chiesa, segnala l’arrivo di qualcuno di importante ai fini della riuscita della cerimonia. Si tratta forse dello sposo? Impossibile, ancora troppo presto per poterne ammirare l’arrivo, la discesa dalla macchina condotta dal fidatissimo amico Gianriccardo, l’elegante ascesa dei pochi gradini che conducono al portone della chiesa, spalancato come deve essere nell’occasione. Il tutto in una salva di applausi e di auguri che sembrano rendere ancora più leggero ed elastico il passo dello sposo. A proposito, si chiama Andrea, lo sposo. Ma non è lui a destare l’interesse della folla, si tratta invece di una ragazza elegantissima – amica della sposa, prontamente riconosciuta come tale da alcuni e subito conosciuta e ammirata anche dal resto degli spettatori. Ma anche amica dello sposo, mormora qualcuno dei presenti, amica “particolare” spettegola qualcun altro, evidentemente bene informato, perché sono davvero in pochi a conoscere i dettagli di una breve relazione che ha tenuto legati Angelica – la nostra invitata in arrivo – e Andrea, come già detto, lo sposo. Le cose, però, finiscono sempre per andare come devono andare, mai come vorremmo che andassero, noi semplici spettatori di vicende nelle quali l’unico coinvolgimento avviene attraverso le decine di pareri non richiesti, che ci permettiamo di sottoporre alla attenzione di chi di dovere. Che poi, alla fin fine, decide sempre secondo la propria volontà, o almeno così dovrebbe accadere, di solito.

Così è stato, infatti, per Andrea, quando si è trovato a dover scegliere la futura compagna della sua vita, senza dare ascolto alle voci che lo avrebbero voluto vincolato per l’eternità ad Angelica. A risolvere la questione ci ha pensato Gianriccardo, che ha trovato campo libero per far conoscere ad Angelica le sue intenzioni – difatti si sposeranno di lì a un mese, al ritorno dal viaggio di nozze degli sposi del giorno. La vita è scontata? La vita è monotona? Chi può dirlo? Intanto, mentre tentiamo di sciogliere la serie ininterrotta di interrogativi che si propongono alla mente in questa situazione, sta facendo il suo ingresso nella piazza antistante la chiesa l’auto della sposa. La cerimonia vera e propria, a questo punto, può avere inizio e, difatti, già lo sposo ha raggiunto la sua postazione, già il padre della sposa è sceso dall’auto per aprire lo sportello alla propria figlia e darle il braccio. Un sorriso soddisfatto gli sta affiorando alle labbra, quel genere di sorriso che equivale a un “finalmente” rassicurante e consolante, ormai è fatta e adesso non si torna più indietro. Attento, adesso, a non inciampare su qualcuno dei cinque gradini che conducono all’ingresso vero e proprio della chiesa. Del resto, non sarebbe la prima volta che accadono episodi del genere, sicuramente non di buon auspicio per l’esito della cerimonia e del matrimonio nel suo complesso. Ricorda ancora, il padre della sposa, quando qualcosa di simile accadde in occasione del suo matrimonio, al padre della sposa di allora, sua attuale consorte, a suo suocero, insomma, e ci vollero settimane e mesi per assorbire i malumori legati a quell’insignificante incidente e a quel tanto di ridicolo che ne era conseguito.

Ma, ormai, è fatta, c’è solo da percorrere la navata e consegnare la sposa nelle mani dello sposo, mani un po’ sudaticce, per la verità, dopotutto l’emozione comincia a prendere il sopravvento. Intanto, le prime note della Marcia Nuziale si spandono nell’aria della chiesa, è il segnale, non convenuto ma universalmente riconosciuto, che dà inizio alla cerimonia.

© Sergio Tardetti 2025

L’immagine è Generata dall’IA Piaxbay

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Si può ancora pensare dopo Gaza? Bifo e la fine dell’umano


di coltrane59

Si può davvero ancora pensare dopo Gaza?
Pensare dopo Gaza è un saggio sulla ferocia e la terminazione dell’umano, come indicato  nel sottotitolo del libro di Bifo uscito nel febbraio 2025 per la casa editrice indipendente Timeo.
Ultimamente recensire i libri di Bifo è veramente difficile ma proveremo a definire delle linee di lettura e di pensiero che si sforzano di capire, aprire varchi, indicare cosa vuol dire pensare oggi, dopo Gaza e dopo quel 1900 che sembrava, dopo Auschwitz e Hiroshima, dirci “mai più”…

La ferocia

Proprio dopo Auschwitz e dopo Hiroshima, dopo i continui avvertimenti sui rischi di guerre, povertà, miserie culturali e falsi miti, dittature e tecnologie usate per uccidere, siamo di fronte, in quel cimitero spettrale a cielo aperto che è Gaza, al “ritorno della ferocia come unico regolatore degli scambi tra gli umani che segna il processo di estinzione della cosiddetta civiltà”, dove ogni forma di linguaggio e di spettacolo di tv, media, social diventa uno strumento di sterminio. La politica e la società diventano i grandi assenti di questa crisi epocale dove la stessa cultura ebraica tradisce se stessa e l’universalità della ragione umana e della democrazia falliscono qualsiasi tentativo di mediazione e di risoluzione del conflitto, o meglio del genocidio in corso. Perché in quelle bombe ci siamo anche noi, inermi e responsabili, occidentali, stati, istituzioni, colonialismo interminabile, Orientalismo pervasivo, tecno-capitalismo e neoliberismo sfrenato. Se tutto poi viene mediato dalla ferocia vuol dire che gli spazi della politica sono ormai vuoti gusci fini a se stessi.
Cosa fare di fronte a questa ferocia pervasiva? Disertare forse, cercare una pace senza condizioni, la rinuncia a vincere, l’alleanza tra le vittime…Ma in realtà siamo solo parte inerme e privilegiata di un Occidente che si sta sgretolando in maniera irreversibile: no, non abbiamo la forza di fermare questo genocidio inarrestabile.

Gaza è Auschwitz con le telecamere

Bifo è sicuro: “la differenza tra Auschwitz e Gaza sta nel carattere pubblico, orgogliosamente ostentato dell’Olocausto inflitto ai palestinesi” dove  l’orgia degli orrori su tv, computer e telefonini produce “una sorta di nichilismo visuale” che porta a una pericolosa assuefazione estetica dell’orrore.
Ricordando il libro Mille piani di Deleuze e Guattari, l’autore definisce il fascismo come una situazione in cui la guerra è dappertutto, in ogni nicchia e in ogni luogo: siamo nelle tenebre davvero: “un tecno fascismo che si manifesta biopoliticamente come sterminio illimitato”.

Basta con la memoria

La memoria non esiste più e non crea più resistenza, conoscenza, storia, intensità. Inoltre si tratta di una memoria bianca, occidentale, patriarcale che non ricorda le varie stragi del colonialismo e dell’imperialismo: per esempio la popolazione della più grande democrazia al mondo, che deve diventare di nuovo grande, ha nella sua pelle lo sterminio delle popolazioni indigene del Nord America. Inoltre non ci ricordiamo mai che non sono gli ebrei che hanno voluto tornare in Palestina ma “sono i nazisti europei che li hanno spinti ad andarsene, sono i sionisti che insieme agli inglesi hanno preparato la trappola in cui gli ebrei sono caduti: quella trappola si chiama Israele”. Allora per Bifo la vera lotta per allontanarsi dal potere è “liberazione dalla memoria, da tutte le memorie”.
L’odio, le barbarie, il nazionalismo, il fascismo, il sovranismo, le guerre in corso hanno la loro memoria e ne traggono linfa vitale ma la memoria è ingannevole e si può trasformare in rancore: “perciò la memoria può essere nemica dell’amicizia”.

Disintegrazione

Non esiste nessuna democrazia liberale e il potere dei vari Putin, Trump, Milei, intesi come tiranni, sono soltanto “la manifestazione politica (cioè spettacolare) del potere sempre più ineludibile del sistema finanziario e del sistema tecno militare”. Ma Bifo ci ricorda continuamente che se la differenza tra democrazia liberale e sovranismo è ormai vuota invece la disintegrazione è reale. E comunque le bande di mafiosi attuali che governano Israele e Usa non faranno altro che accelerare questa disintegrazione di ogni valore sociale, culturale, politico ed esistenziale della nostra civiltà.

Una nazione bagnata di sangue

Bifo ci ricorda anche che Paul Auster, prima di morire, scrive un libro fondamentale (Una nazione bagnata di sangue) per i suoi Stati Uniti: “Questo è un paese nato nella violenza, con 180 anni di preistoria vissuti in continuo stato di guerra con gli abitanti delle terre di cui ci siamo impossessati e continui atti di oppressione contro la nostra minoranza schiavizzata”.
Adesso, e non solo negli USA, ci sono guerre, gang, armi, sparatorie, psicosi di massa, complottismo, suicidi, depressioni, sonno dimenticato, gaming permanente, crescente antinatalismo, schiavismo digitale e molto altro ancora.
Bifo rincara la dose: “lo schiavismo fa parte del bagaglio psichico della nazione americana… come può questa nazione pretendere di essere considerata come un esempio per qualcun altro? E forse gli americani votano Trump proprio perché è uno stupratore e un bugiardo nella stessa misura gli Israeliani votano Netanyahu proprio perché pratica il genocidio…
Nel suo libro Franco Berardi analizza anche concetti come l’ipercolonialismo, inteso come estrattivismo delle risorse mentali attraverso l’unione micidiale del capitalismo finanziario con il capitalismo delle piattaforme digitali e come il darwinismo sociale, inteso come esaltazione del mercato e della competitività, cioè della capacità di adattarsi e di rispondere alle esigenze sociali.
Le pagine finali del testo rappresentano, quasi come un piccolo Urlo di Munch, un grido doloroso e un appello alla cultura, alla poesia, a ogni forma di movimenti e solidarietà possibili, a una sorta di diserzione permanente verso le forme e i caratteri brutali e feroci di questa società per cercare di evitare la terminazione della civiltà umana.
Sabato 12 aprile 2025, in una libreria di Castelnuovo Berardenga, la “Libreria del Mondo Offeso”, Bifo ha raccontato che, presentando il suo libro in varie parti d’Italia, esponendo le sue idee e le sue linee di pensiero, si è trovato di fronte a due tipi di reazioni: i suoi amici di un tempo, i vecchi compagni del 68 e del 77, i marxisti più o meno ortodossi si sono meravigliati del nichilismo di fondo e dell’appello a disertare di fronte a queste barbarie che ci avvolgono; ma le nuove generazioni invece non si sono stupiti di questo mondo feroce e barbarico, di questa crisi nella crisi, di queste depressioni e psicosi pervasive, di questo paesaggio disincantato privo di ideali politici e di sogni collettivi. Non vorrei aggiungere altro, ma bisogna sforzarsi di ripensare profondamente le possibilità a venire delle nostre vite per non poter più affermare che “la sospensione della procreazione è la sola speranza per evitare un futuro di tormento e di orrore”.

Per Gaza, oltre Gaza.


L’articolo è stato pubblicato su Codice Rosso il 26 Aprile 2025


Franco Beradi Bifo – Si può ancora pensare dopo Gaza? Bifo e la fine dell’umano. https://timeo.store/ 2025

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