Israele

Le ragioni economico-politiche dell’attacco Usa-Israele contro l’Iran: una possibile interpretazione

di Andrea Fumagalli


L’attacco congiunto Usa-Israele contro l’Iran apre un nuovo scenario che va al di là dello scontro sul futuro dell’Iran e dell’attuale regime. L’ipocrisia del pensiero mainstream plaude all’iniziativa di Trump e Netanyahu come espressione del ripristino di elementi di democrazia e di “libertà delle donne”. Perché parlo di ipocrisia? Per vari motivi, come cercherò di spiegare in queste note.

1. L’attacco Usa-Israele non ha come obiettivo la liberazione dell’Iran dalla teocrazia. Le origini di questo attacco hanno ben altri obiettivi, di natura interna e internazionale. Le aspettative, sacrosante, per una situazione politica più libera e una migliore condizione delle donne, purtroppo, sono destinate a svanire e a non migliorare. È solo uno specchietto per le allodole, dietro il quale si nascondono altri obiettivi, soprattutto se a gestire questo attacco militare sono due paesi che non sono sicuramente esempi di tolleranza e libertà.

2. L’attacco Usa-Israele (ma soprattutto Usa) ha come obiettivo il condizionamento delle traiettorie di export dalle materie prime, in primis il petrolio, nei confronti della Cina. Non è un caso che gli interventi militari targati Trump, in spregio a qualsiasi rispetto del diritto internazionale, hanno colpito Venezuela e Iran, tra i principali esportatori di petrolio verso la Cina.

3. L’Iran non è il Venezuela ma come il Venezuela ha una Costituzione che garantisce il passaggio dei poteri. La morte di Khamenei (così come il sequestro di Maduro) non ha avuto come conseguenza un “regime change” (cambio di regime). Nel caso del Venezuela, ampiamente ricattabile se non ha più il controllo sulle riserve petrolifere, la nuova amministrazione Rodríguez ha dovuto sottomettersi al ricatto del grande capitale Usa (ne ha parlato Angelo Zaccaria su Effimera). Difficilmente ciò potrà avvenire con l’Iran, la cui teocrazia detiene saldamente il controllo statale delle riserve petrolifere. Anzi, il posizionamento geo-strategico dell’Iran potrebbe portare conseguenze negative per le stesse economie occidentali.

4. Ogni giorno attraverso lo stretto di Hormuz transitano circa 20 milioni di barili tra greggio e prodotti petroliferi. Oltre il 20% del consumo mondiale. Circa il 70% delle riserve produttive Opec+ si trova nei Paesi del Golf che sono a loro volta bloccati. Arabia Saudita, Iraq, Kuwait ed Emirati non riescono a esportare normalmente. Le uniche rotte alternative al momento esistenti – l’oleodotto Petroline saudita verso Yambu sul Mar Rosso e il gasdotto Hashban-Fuyjairah dagli Emirati – coprono insieme il 15%dei volumi normali: insufficienti tamponare lo shock. Il GNL – Gas Naturale Liquefatto – è il comparto in assoluto più a rischio. Il Qatar, terzo esportatore mondiale, non dispone di alcuna rotta alternativa. Occorre però dire che l’83% dei volumi è destinato ai mercasti asiatici. Cina, India, Giappone e Corea del Sud ricevono insieme il 69% di tutto il greggio in transito per Hormuz. Si spiega così che al momento le uniche navi che sono in circolazione sullo stretto sono solo quelle iraniane e cinesi. Per l’Europa il contraccolpo è elevato, dal momento che la dipendenza europea dal gas qatariota è aumentata significativamente nel contesto della strategia di diversificazione delle forniture energetiche, volta a ridurre la dipendenza dalla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022. Nel 2024-2025, l’esportazione dal Qatar ha raggiunto una quota sul fabbisogno totale compresa tra il 12-14%.

5. Vi sono poi interessi nazionali in Usa e Israele, sebbene fra loro contrapposti. Netanyahu spera in una guerra di lunga durata. In tal modo ha più probabilità di vincere le elezioni il prossimo ottobre. In caso negativo, rischia la prigione. Non a caso ha attaccato subito il sud del Libano, con la scusa del lancio di alcuni missili da parte di Hezbollah. Trump invece, vorrebbe chiudere il conflitto in breve tempo, per presentarsi alle elezioni di Mid Term (il prossimo novembre) da vincitore e con poche vittime americane. Si tratta di elezioni che al momento non vedono Trump in una buona posizione, dopo i fallimenti economici e il dispiegamento dell’ICE nella deportazione degli immigrati.

6. Nel frattempo, i prezzi di petrolio (che ha raggiunto gli 80$ al barile) e del gas (50 Euro al Kw) aumentano con i rischi inflazionistici che già abbiamo sperimentato, a danno del potere d’acquisto del lavoro. Le borse internazionali perdono terreno, la speculazione al ribasso si infiamma, in un contesto che già si presenta assai fragile e sempre più instabile, soprattutto per quanto riguarda la tenuta del dollaro. Ricordiamo che una parte rilevante del mercato finanziario, quella che fa riferimento ai fondi di private equity e private capital Usa  [1], si trova in una situazione di sofferenza per l’eccessiva esposizione sul settore del software, che si trova in crisi di profittabilità a causa della concorrenza dell’IA. I primi effetti si sono già fatti sentire: dall’inizio del 2026, solo 26 dollari ogni 100 investiti nei fondi azionari globali sono finiti negli Stati Uniti. Erano 73 dollari ogni 100 nel 2024 (qui la fonte). Tale riduzione dei movimenti di capitale verso le borse Usa può avere ripercussioni sulla solvibilità del debito estero e anche, indirettamente, se il dollaro accentua la svalutazione già in atto, sulla tenuta del debito interno. Si tratta di fatti poco noti e raramente riportati dai media (l’informazione si trova oggi in un buco nero di cui non si vede il fondo) ma tale situazione può essere uno dei fattori (tra altri), che hanno spinto all’azione militare l’Amministrazione Trump nel tentativo di recuperare quell’immagine di gendarme militare del mondo che negli ultimi anni, dopo l’Afghanistan e la Somalia, aveva cominciato a vacillare. Non stupisce quindi che il dollaro negli ultimi due giorni si sia rivalutato rispetto all’euro di quasi il 3% (dopo una svalutazione nell’ultimo anno di circa il 15%).

7. In questa fase di transizione dal vecchio ordine unipolare ad un nuovo ordine potenzialmente multipolare, un ruolo importante viene sempre più svolto dai paesi Brics+. Tuttavia tali paesi non sono ancora in grado di rappresentare un contro-potere agli Usa perché ancora troppo poco coesi e disomogenei, con interessi diversi e spesso fra loro competitivi. L’Europa conta sempre meno, presenta divisione tra chi è supino alla Nato (Francia e Germania in testa) e chi è supina agli Usa (Italia) e chi coltiva interessi corporativi nazionalistici (Ungheria). Tali discrepanze in Europa e nel Sud Globale sono ben evidenziate dai recenti incontri tra il cancelliere tedesco Merz e il leader cinese XI e tra il premier indiamo Modi e Netanyahu.

8. Il conflitto in corso con l’Iran è un conflitto tra due “crazie”. Da un lato, la “teocrazia” iraniana (che tuttavia non è molto dissimile dalla “teocrazia” israeliana, dove il fondamentalismo degli ebrei ortodossi detta legge, soprattutto in Cisgiordania), dall’altro la “tecnocrazia” americana. In entrambi i casi, si tratta della violazione delle più elementari regole democratiche e dei principi del diritto internazionale.

È tempo per un nuovo internazionalismo progressista, per la solidarietà e la pace dei popoli, contro ogni sovranismo sia esso laico o religioso! Per la riduzione delle diseguaglianze e il rispetto dei vincoli ecologici, contro le politiche di depredazione ambientale e sociale!

NOTE

[1] I fondi di private equity (ovvero, fondi azionari privati) sono uno strumento rilevante per sostenere le imprese, perché investono in aziende che di solito non sono quotate in Borsa acquisendo molto spesso la maggioranza (o anche una minoranza) del capitale. Dopo un po’ di anni, tendenzialmente cinque, rivendono la società a un altro fondo o la quotano in Borsa. Ormai si tratta di un mercato gigantesco, che negli Stati Uniti ha raggiunto un valore di4mila miliardi di dollari. I fondi di private credit (fondi di credito privato), invece, finanziano le imprese sostituendosi alle banche. Il problema è che questo mercato, negli Stati Uniti, negli ultimi anni è cresciuto molto sia perché spinto da un’elevata concorrenza, sia per costante aumento degli indici di borsa che hanno favorito laute plusvalenze per la speculazione. Circa un terzo degli investimenti di private equity e private capital è verso società di software il cui valore è crollato, per la concorrenza delle nuove tecnologie legate all’IA



L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 4 marzo 2026

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Guerra e diritto

di Gianni Giovannelli

Quest’epoca rumorosa che rimbomba
della spaventevole sinfonia di fatti
che producono cronache
e di cronache che causano fatti

Karl Kraus
(In questa grande epoca, Marsilio, 2018, pag.51, trad. Irene Fantappiè)

L’impianto teorico su cui si fondano ancora oggi le norme del diritto internazionale che dovrebbero regolare e disciplinare lo scontro bellico (dichiarato o di fatto) è incompatibile con quella che ormai – pacificamente – è diventata la forma dominante assunta, sul campo, dalla guerra. La comunicazione, tramite ambasciatori, della tradizionale “dichiarazione di guerra” è caduta in disuso: nel corso del terzo millennio, per una ragione o per l’altra, nessun governo di stati esistenti (riconosciuti o meno) ha ritenuto necessario notificare un avviso formale di apertura delle ostilità prima di dar corso a bombardamenti, ad attacchi navali o ad operazioni di conquista armata del territorio. L’effetto sorpresa, le notizie false spacciate per vere e l’aggressione improvvisa a tradimento sono anzi ormai entrati a far parte dell’istruzione militare nelle accademie, dei programmi di addestramento delle truppe, dei piani elaborati per aprire o gestire il conflitto.

Le strutture faticosamente costruite dopo la seconda guerra mondiale per garantire il rispetto delle regole, aiutare i deboli e comporre i conflitti (dalla Corte Internazionale di Giustizia alla Corte Penale Internazionale, dall’ONU all’Organizzazione Mondiale della Sanità) sono ormai considerate un fastidioso ostacolo all’esercizio della forza da parte degli stati nazionali e/o delle alleanze formatesi intorno alle potenze guida. Di fatto gli ordini di carcerazione emessi dalla CPI (per esempio nei confronti di Putin e Netanyahu o del libico Almasri) sono apertamente disattesi non solo da chi non aderisce al Trattato istitutivo (Cina, Usa, Russia) ma anche da chi come l’Italia ha ospitato a Roma la sottoscrizione del documento fondante. L’ONU non può prendere, ormai da molti anni, alcuna decisione sulle guerre in corso per via del diritto di veto che possono opporre le cinque nazioni (solo loro!) con questo potere; e poiché Cina, Russia, Stati Uniti, Francia, Inghilterra sono sempre coinvolte sul campo di battaglia l’ONU rimane svuotata di qualsiasi capacità di intervento, inutile, inerme, a prescindere dalla pronuncia, a maggioranza, dei 193 paesi che partecipano all’Organizzazione. Ne abbiamo una conferma proprio in questi giorni, in occasione della discussione sul genocidio in corso a Gaza.

L’ONU: Palestina e Israele

Il 9 settembre 2025, a New York, si è aperta l’ottantesima sessione dell’assemblea generale delle nazioni unite sul tema della pace; a partire dal 23 settembre è prevista la discussione che affronterà la questione del genocidio in corso a Gaza e del riconoscimento della Palestina. Ma i palestinesi non potranno essere presenti, neppure come osservatori (questa l’attuale posizione tecnico-giuridica), perché gli Stati Uniti si rifiutano di concedere il visto d’ingresso. Attualmente 147 paesi su 193 hanno già provveduto a formale riconoscimento; altri (ma non l’Italia) lo hanno fatto proprio in questa occasione. Ma il veto americano, come sempre, paralizzerà qualsiasi decisione dell’assemblea, pur se presa a grandissima maggioranza. Israele, con la consueta arroganza degli impuniti, ha già chiarito che proseguirà il massacro, che la distruzione non si fermerà e che la terra di Palestina viene considerata una pura semplice invenzione. Il programma del governo israeliano prescinde da qualsiasi trattato e viola apertamente perfino i pochissimi accordi firmati in precedenza: genocidio e annessione. Sostituiscono il diritto con la forza delle armi, ogni crimine di guerra viene legalizzato sul campo di battaglia; chi si oppone viene aggredito, bombardato, annientato, contando sul silenzio intimorito degli stati arabi, sul sostegno economico occidentale e sulla aperta complicità degli USA.

La Corte Internazionale di Giustizia è un organo dell’ONU. In data 19 luglio 2024 ha depositato il proprio parere consultivo bollando come illecita l’occupazione israeliana sia in Cisgiordania sia nella striscia e denunciando il genocidio in atto (cfr. A/HRC/60/CRP.3). Tuttavia lo stato d’Israele – che pure mantiene ben saldo il suo seggio nelle Nazioni Unite – non tiene conto del severo inequivocabile giudizio della commissione indipendente, equiparata dalla stampa di regime a un covo antisemita al soldo di Hamas. I giuristi del governo Netanyahu continuano a sostenere che l’intera Cisgiordania va considerata un territorio conteso, come tale soggetto ad azioni di occupazione o rastrellamento, con possibile annessione a breve termine; naturalmente questi giuristi (a loro confronto Carl Schmitt pare un pacifista hippie) negano qualsiasi adesione alla Corte Penale, in generale alle strutture di limitazione bellica e in particolare al TNP (trattato di non proliferazione nucleare). Il marchingegno della  non firma consente di bombardare l’Iran (che aderisce al TNP e si sottopone a controlli) ma al tempo stesso di accumulare armi atomiche in siti segreti. Un bel tipo come il ministro delle finanze Smotrich non solo abita con la sua famiglia in una porzione di terra palestinese (che l’ONU considera insediamento illegale dell’occupante), ma dispone anche di (pare circa) 90 bombe nucleari. Siamo in buone mani e possiamo dormire sonni tranquilli.

Francesca Albanese

Funzionaria dell’ONU è la ormai nota dottoressa Francesca Albanese, eletta dal consesso il 1 maggio 2022 con funzioni di relatore speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1977. Il suo rapporto (depositato il 25 marzo 2024) circolava prima in bozza. Infatti già in febbraio Israele le ha negato la possibilità d’ingresso in tutta la Cisgiordania. A seguire sono arrivate le sanzioni americane, con il blocco perfino dei contratti bancari e delle carte di credito in ogni paese del democratico occidente, prontamente piegatosi al comando del padrone senza neppure un sussurro di protesta. L’inserimento in lista americana di proscrizione è ostacolo all’apertura di conti correnti in Italia[1]. Impedire l’accesso agli uffici americani dell’ONU e al territorio occupato nella Cisgiordania, quello da esaminare, equivale all’abrogazione del ruolo di relatore speciale: ma l’ONU ha incassato silente. Non basta. Il marito di Albanese, che per sua fortuna venne assegnato alla filiale di Tunisi, ma è comunque un dipendente della Banca Mondiale con sede in America; dunque è sanzionabile (come pure la loro figlia, cittadina americana) nel caso in cui venisse in mente di prestare un “soccorso bancario”. Questa persecuzione è scattata per aver scritto nel rapporto ONU la verità sulla costante persecuzione razzista e colonialista in danno della popolazione palestinese per mano di coloni illegalmente insediati nei territori e di soldati dell’IDF. Queste norme presidenziali prevalgono di fatto su quelle che dovrebbero assicurare protezione e indipendenza agli operatori delle Nazioni Unite. Perfino la Croce Rossa e l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono oggetto di attacco militare e mediatico, lasciando sul terreno numerosi cadaveri. I soldati dell’IDF uccidono medici, giornalisti, infermieri, contadini, operai, bambini, malati, a centinaia ogni giorno, certi dell’impunità. Questo è il necrologio del diritto internazionale costruito dopo il 1945. Le conseguenze dobbiamo ancora conoscerle.

La guerra asimmetrica produce nuove codificazioni internazionali

La guerra segna questo tempo in cui ci troviamo a vivere, domina, prevale su ogni altra esigenza, è l’architrave che sostiene il nuovo edificio del diritto in costruzione. Dopo la sistematica vanificazione, per fatti concludenti, del complessivo corpo normativo internazionale (che si proponeva di rimuovere in via preventiva lo scontro armato con una coesistenza pacifica fra diverse strutture istituzionali) gli eserciti hanno il compito di rappresentanza non più solo militare, ma anche politica, economica, sociale. E’ vero che il programma di delegificazione nei rapporti fra stati non si è ancora concluso, ma del vecchio edificio risalente al compromesso di Jalta fra Stalin, Roosvelt e Churchill in piedi è rimasto ben poco; in sostituzione, più che un nuovo diverso ordine mondiale, si va delineando ogni giorno di più un conflitto endemico generalizzato senza regole ove ogni crimine contro l’umanità, se non proprio consentito o tollerato, rimane però una possibile opzione, a disposizione delle milizie in campo, sulla base dei rapporti di forza. A ben vedere quel che accade a Gaza non è un imprevisto stato di eccezione (come sperano i nostalgici del liberalismo e della socialdemocrazia) ma è invece la conseguenza concatenata della scelta di guerra asimmetrica per mantenere o conquistare il potere. Non a caso il progetto israeliano di deportazione (o alternativamente di eliminazione) fisica della popolazione poggia sia sulla conquista statuale nazionale (in forma di annessione) sia sul coinvolgimento del sistema d’impresa globale e autonomo da ogni legame politico-affettivo con il territorio (un sistema nato e cresciuto, consolidandosi, dentro il processo di finanziarizzazione).

Si sta modificando anche il sistema legislativo delle singole nazioni

Nel 1748 Montesquieu pubblicò a Ginevra, come anonimo, il suo celebre Esprit des lois. Percepiva la rivoluzione francese in arrivo, viveva nella transizione, sentiva come inevitabile la fine dell’assolutismo e fissò il principio cardine dello stato liberale: la separazione dei tre poteri. Lo aveva ben chiaro: il venir meno dell’autonomia della funzione legislativa rispetto a quella esecutiva o giudiziaria, mediante fusione in una sola mano, conduceva a una forma diversa, da lui chiamata dispotismo (nel capitolo primo del libro secondo scrive: nel dispotico uno solo senza legge e senza regole trascina tutto con la sua volontà) La tripartizione separata dei poteri si contrapponeva sia all’assolutismo orientale sia a quello occidentale; in particolare incrinava teoricamente, mirando ad abbatterlo in concreto, il sistema normativo del diritto giustinianeo allora dominante nella vecchia Europa. Una annotazione curiosa di Montesquieu compare nel libro XI, a proposito del nuovo assetto liberale: siccome le cose umane hanno una fine lo Stato di cui parliamo perderà la sua libertà, perirà …. Perirà quando il potere legislativo sarà più corrotto di quello esecutivo …

Negli stati nazionali la corruzione domina nelle assemblee legislative, senza conoscere confini di territorio, di religione, di linea politica. È un problema diffuso. Al tempo stesso, ovunque, la tendenza istituzionale dentro la transizione è quella di unificare nell’esecutivo (non solo quello di governo, anche quello d’impresa, pubblica o privata) la modifica delle leggi. La forma decreto (decreto legge o, mediante delega, decreto legislativo) prevale da tempo in Italia; si salda con il mosaico dei decreti ministeriali apparsi rumorosamente durante l’emergenza pandemica come una sorta di necessario intervento straordinario e rimasti poi in uso assumendo un carattere ordinario. Dopo la pandemia ogni decisione dell’apparato di comando si va liberando del tradizionale percorso parlamentare (tacciato di essere burocratico e dannoso), trovando invece giustificazione nell’interesse nazionale e soprattutto nella difesa dal nemico mediante le armi e la guerra. Il nuovo pilastro teorico del diritto (o meglio: della delegificazione) che il potere va costruendo dentro l’odierna transizione viene ripetuto in modo quasi ossessivo, latineggiando senza spiegazioni ulteriori e un po’ stravolgendo il testo di Vegezio: si vis pacem para bellum 

Mediante fatti concludenti lo stato italiano ha eluso perfino le norme del vigente codice militare di guerra (Regio Decreto 20.2.1941 n. 303) che si applica (art. 9) anche ai corpi di spedizione in tempo di pace. L’art. 191 sanziona con reclusione non inferiore a 10 anni chiunque spari contro autombulanze; l’art. 192 impone la pena di morte (ora l’ergastolo) contro chi causa la morte di un naufrago. Come la mettiamo con le truppe israeliane che in Palestina e Libano vanno sparando contro il corpo di spedizione italiano e contro gli ospedali o con le motovedette libiche cha annegano i migranti a pochi passi dalla nostra Marina militare? Le regole d’ingaggio (tenute segrete) impongono di reagire e impedire i crimini oppure le norme valgono solo per i droni russi nel cielo polacco?

I continui interventi dell’esecutivo nella legislazione italiana hanno creato una situazione di incertezza quasi totale, rendendo quasi impossibile distinguere ciò che è lecito, ciò che è tollerato, ciò che è vietato. I delitti possono diventare comportamento non punibile (per esempio l’abuso d’ufficio) o punibile solo quando la vittima chiede l’azione penale (ma a proprie spese, per lesioni subite o per un borseggio). Può di contro diventare un crimine ciò che prima era permesso, come la commercializzazione di cannabis light. La comunicazione di regime (per mezzo di stampa, social o TV) detta la linea d’intervento giudiziario; quando la magistratura non esegue viene attaccata. Aveva ragione Montesquieu: il principio cardine del dispotismo è la paura, senza incutere timore lo stato dispotico sarebbe imperfetto. L’evocazione della guerra e il bisogno costante di un nemico trovano spiegazione logica.

Le varie articolazioni del dispotismo moderno

La caratteristica comune delle varie articolazioni del moderno dispotismo si coglie naturalmente nel superamento e/o nel ripudio della separazione dei poteri, piegando invece sia la funzione legislativa sia quella giudiziaria ai precetti imposti dall’esecutivo, in pace e in guerra. Sulla scena compaiono dispotismi a carattere teocratico, o fondati sul c.d. socialismo di stato, poi ci sono dispotismi di mera rapina delle risorse nelle regioni più povere, e ancora quelli che impongono il razzismo di stampo coloniale o etnico, tutti accanto al nuovo dispotismo democratico che si profila come l’approdo naturale del variopinto blocco occidentale. Il tramonto del fordismo, la caduta del muro, le continue innovazioni tecnologiche, l’intelligenza artificiale, la finanziarizzazione e la precarizzazione hanno accelerato il processo di trasformazione in modo così radicale da cogliere a volte di sorpresa non solo le vittime ma anche i carnefici. Permane il conflitto fra le varie forme di dispotismo, sorgono nuove alleanze anomale, del tutto asimmetriche, a volte perfino quasi illogiche. Per una sorta di contraddizione politica dispotismo e multipolarismo convivono dentro il mosaico di tasselli in guerra, si nutrono l’uno dell’altro, in un quadro complessivo mutevole, liberato da ogni principio umanitario, tenendo conto soltanto del risultato di breve periodo, del profitto immediato, senza programmi a lunga scadenza o progetti di futuro.

L’opzione dispotica non è compatibile con la mediazione, con la trattativa, con il compromesso, con il patto sociale, con la pacifica convivenza dei diversi. Muore e tramonta l’idea tradizionale del centro politico quale ago della bilancia decisivo capace di comporre le divergenze fra progressisti riformatori e conservatori restauratori; i partiti moderati, nel vecchio occidente democratico, hanno imboccato il viale del tramonto, sono ormai ovunque minoranza irrilevante che sopravvive mediante cooptazione o sparisce. Dunque ogni rivendicazione e qualsiasi richiesta di riconoscimento di un diritto negato dal potere  si pongono, immediatamente e inevitabilmente, come un atto eversivo passibile di repressione, condanna, sanzione. Lo vediamo, sul campo, con sempre maggiore frequenza. Nel dispotismo non c’è spazio per la certezza del diritto; solo l’apparato di comando (l’esecutivo) è depositario esclusivo della nozione di lecito o illecito senza consentire intrusioni di un terzo quale arbitro. Il sovrano (non a caso l’ideologia viene detta sovranista) è sciolto dai limiti della legge (da ogni charta dei diritti, sia dei singoli sia delle collettività). L’abrogazione di fatto del sistema normativo, oggi perseguita dall’apparato di comando, nulla ha in sé di anarchico o di libertario; semplicemente pone ogni esistenza nelle mani del potere.

Azione e istigazione: repressione del dissenso

L’azione è una manifestazione di volontà, a volte generica, più spesso diretta a conseguire un fine preciso, a raggiungere un risultato; rende concreto il pensiero, realizza la speranza, si contrappone alla passività. L’azione connessa al dissenso è per questo osteggiata dai governi che cercano in ogni modo di ostacolarla, di impedirla. Giacomo Leopardi (Zibaldone, 2381) ci offre questa riflessione: distingue il vivo dal morto; la vita consiste nell’azione. Per agevolare la criminalizzazione del dissenso i governi, nel tempo del dispotismo, sanzionano non solo il comportamento disobbediente (appunto l’azione) ma anche l’istigazione, quella che il dizionario definisce esortazione, consiglio, influsso esercitato in modo insistente perché venga presa una decisione o un’iniziativa. Quando è lo Stato (specie se dispotico) a istigare una comunità, un gruppo, una popolazione, tutto è consentito, ricondotto ad funzione stimolatrice, a incentivo del bene. Si può perfino mentire (le c.d. fake news). Quando invece l’istigazione proviene dall’area dei disobbedienti, mira a modificare lo stato di cose oppressivo, invoca diritti (esistenti ma disattesi oppure nuovi) allora diviene sobillazione, incitamento a commettere delitti e per conseguenza essa stesso un crimine.  Ecco: questa norma, inserita nel codice fascista in vigore, quello elaborato da Alfredo Rocco (414 c.p.) prevede da 1 a 5 anni di carcere per il solo fatto dell’istigazione. Le istituzioni democratiche l’hanno ereditata volentieri; la Corte Costituzionale (sentenza n. 65 del 4 maggio 1970) ha ritenuto conforme ai principi della Carta l’ipotesi delittuosa perché non sono concepibili libertà e democrazia se non sotto forma di obbedienza alle leggi così che sussiste la necessità di prevenire e far cessare i turbamenti della sicurezza pubblica. Già allora per questa necessità fu arrestato, il 15 novembre 1969, il direttore di Potere Operaio Francesco Tolin, responsabile di un articolo che chiamava alla lotta gli operai di tutta Italia; il processo per direttissima a Roma si concluse con la condanna (senza condizionale) a 17 mesi di galera. Dopo 5 mesi ebbe la libertà provvisoria e sull’onda delle lotte in fabbrica usufruì dell’amnistia. La norma piace al governo Meloni, che non l’ha toccata.

Sopruso odio e transizione

La paura è il principio su cui poggia ogni dispotismo. Il sopruso impunito alimenta la paura. A chi subisce il sopruso viene sottratto il ruolo di vittima sia perché in qualche modo una vittima evoca potenziali diritti negati sia per legittimare sul campo la violenza dell’organizzazione statuale dispotica. I coloni israeliani che bruciano gli ulivi dei contadini palestinesi si stanno difendendo, gli attaccanti sono gli arabi in quanto terroristi, anzi (per usare il vocabolario di Smotrich e di Ben Gvir) animali. In questi giorni la destra usa l’attentato mortale a Charlie Kirk come pretesto per attribuire agli oppositori del governo italiano il ruolo di mandanti, di potenziali assassini accecati dall’odio.

Il caso Charlie Kirk

Charlie Kirk era totalmente sconosciuto in Europa, nessuno ha tradotto i suoi libri, pochissimi sapevano chi era. Certamente nessuno lo odiava. Non c’è dubbio che fosse un evangelico radicale (bianco), sostenitore di Trump, avverso all’Islam, un tipo che sarebbe piaciuto, nel XIX secolo, al cardinal Ruffo e a Monaldo Leopardi. Considerava il Civil Rights Act un grave errore e Martin Luther King non gli pareva una brava persona. Non è certo il solo a pensarla così negli stati dell’Unione. Aveva comunque vasto seguito popolare e molto successo; del resto negli USA non è questo un fenomeno isolato, numerosi sono gli aspiranti alla successione, lo si è visto al funerale che ha raccolto una folla oceanica. Chi lo ha (con ogni probabilità e salvo sorprese) assassinato, il giovane Tyler Robinson, sembra inventato apposta per eccitare il pubblico nordamericano. Ha sempre vissuto a Orem (Ohio), una cittadina ordinata composta di case sparse, i cui abitanti sono per 88% di religione cristiano-mormone e per 88% bianchi; come tutti a Orem era stato educato secondo i principi piuttosto rigidi della Chiesa dei Santi del Settimo Giorno, che frequentava come tutta la sua famiglia. Possiamo solo immaginare la reazione della mamma assistente sociale e del babbo piccolo imprenditore, repubblicani dichiarati (come il governatore mormone dell’Ohio James Spencer Cox) quando hanno avuto notizia che il ragazzo aveva un(a) fidanzat& transgender e ci conviveva. Tara Westover, nata mormone nell’Idaho (confina con l’Ohio) ha scritto una straordinaria autobiografia romanzata (trad. it: L’educazione, Feltrinelli) in cui descrive come vive quella comunità, collocata geograficamente nel ventre profondo dell’America rurale, e come i singoli soggetti reagiscano di fronte a novità inattese che contrastano i principi della loro religione. Satana è costantemente in agguato! Tara Westover spiega, nel suo libro, meglio di mille sociologi, il gesto folle di questo ragazzo; e ci permette di comprendere la pressione esercitata dai genitori e dalla comunità per spingere Tyler a costituirsi, i conoscenti a collaborare, il peccatore a cercare la salvezza eterna, di fronte alla quale anche la pena di morte è un incidente di modesto rilievo. Ebbe a scrivere Tara il 25.6.2020 su BBCNews: siamo un solo popolo, costruiamo un mondo in cui possiamo essere un solo popolo. Come in un romanzo russo dell’Ottocento, in un clima di eccitazione celebrativa, entra pure il pentimento del(la) fidanzat& e l’invito a giustiziare il reo, mescolati al perdono (della vedova in lacrime), alla vendetta (del governatore), all’odio (Trump). Nessuno conoscerà mai davvero il movente, ma possiamo star certi che gli editori di bestseller sono già al lavoro!

Odio in salsa italiana

Si va scatenando in questi giorni una campagna pubblicitaria che attribuisce ad una imprecisata sinistra il disegno criminoso: istigare una turba estremista di menti fragili (terroristi, abortisti, gay, trangender, islamisti e dintorni) e riesumare così il terrore del decennio brigatista (quello nero rimane in sordina, sullo sfondo). La turba estremista non ha nome; i mandanti pro Brigata Rossa sarebbero nientemeno che Conte, Schlein, Fratoianni, Bonelli e perfino Renzi. I loro complici sono gli ecologisti, i centri sociali e gli intellettuali radical chic. Questa è propaganda di guerra; in Ucraina o a Gaza non importa, basta che il clima rimanga di incertezza e paura, senza regole certe, invocando il potere come unica difesa, per la pubblica sicurezza e l’obbedienza generalizzata.

A Roma il Centro Sociale La Strada ha ricevuto un ordigno esplosivo per mano della Brigata Ebraica Dario Vitali, come punizione per il sostegno al popolo palestinese. Questo Dario Vitali, toscano, ebreo fascista della prima ora (fondò a Livorno L’intrepido, organo degli squadristi), fu mantenuto nei ranghi dell’esercito mussoliniano, nonostante le leggi razziali, perché decorato di guerra; stava nelle colonie e fu catturato dagli inglesi nel 1941, evitando guai peggiori. Per la gioia del generale Vannacci a Dario Vitali il 19 settembre 2023 venne intitolata la nuova base del Comando Forze Speciali (la Folgore a San Pietro a Grado nei pressi di Pisa); i dinamitardi della Brigata Ebraica hanno gli stessi ispiratori del celebre corpo militare dei parà. Ma costoro non odiano, sono patrioti; come nel caso dei contadini palestinesi i veri aggressori sono gli aggrediti del Centro Sociale, istigano, sobillano, minacciano.

La campagna volta a far passare l’intero governo per vittima degli oppositori è uno strumento per guadagnare consenso e per criminalizzare chi, per qualsiasi ragione, cerchi la strada per poter dissentire. Richiamo ancora Tara Westover: lascia ciò che è tossico, che sia un lavoro, una casa, una relazione, una famiglia, non importa, quel che importa è staccarsi da ciò che fa male. Anche dalla rete, aggiungo. Di fronte ad una campagna grottesca, assurda, bugiarda fin dalla radice meglio disertare, disconnettersi, lasciarli gridare nel deserto. E’ solo un trucco, un gioco delle tre carte per mantenerci soli, intimoriti, ansiosi, per farci vivere continuamente nella guerra, senza diritti.

Per chiudere

L’attacco è spietato. Ma la partita non è conclusa, è aperta. Vogliono cancellare i diritti conquistati. Anche resistere al tiranno è un diritto. Anche lottare. Sono diritto costituente.

NOTE

[1] Non solo a Francesca Albanese sono stati sottratti conti correnti e carte di credito in Usa ma non può aprire neanche un nuovo conto in Italia. Nel corso delle verifiche necessarie previste dalla normativa italiana ed europea in materia di antiriciclaggio e contrasto al finanziamento al terrorismo è emerso che Albanese risulta inserita nelle liste sanzionatorie statunitensi. Si tratta dell’ASDN list dell’OFAC (https://sanctionssearch.ofac.treas.gov/) e secondo la normativa italiana, sancita dal decreto legislativo 109 del 2007 che recepisce i regolamenti comunitari, le banche non possono accettare di aprire conti correnti  per le persone inserite in tale lista, pena gravi sanzioni. In altre parole, le sanzioni USA hanno valore in tutto il mondo, almeno quello che poggia sul sistema SWIFT (ovvero il dollaro).


L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 2 ottobre 2025

La Foto è di Enrique da Pixabay


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Se Israele blocca la Sumud, noi blocchiamo l’Europa


di Effimera

I portuali di Genova hanno capito tutto. E noi dovremmo seguirli, senza pensarci due volte, cogliendo lo spirito del tempo.
I centri sociali del Nord Est hanno boicottato la Mostra del Cinema di Venezia, chiedendo l’esclusione dal programma di due star sioniste conclamate: il Lido è stato preso d’assalto da più di diecimila attivisti.
In questi giorni oltre dieci navi della Global SUMUD Flotilla sono partite da Genova e da Barcellona. Nei prossimi, circa cinquanta imbarcazioni salperanno da diversi porti europei e non solo – dalla Grecia, dalla Sicilia, dalla Tunisia  – per cercare di rompere il blocco imposto da Israele agli aiuti umanitari diretti a Gaza.

A Milano sono giorni di confronti e di chat bollenti per organizzare il corteo nazionale del 6 settembre contro lo sgombero del Leoncavallo. Ieri sera, nella sala Di Vittorio della Camera del Lavoro di Milano si è tenuta un’assemblea davvero stracolma, dove c’erano proprio tutte e tutti, tutte le età, tutte le provenienze, tutte le culture, tutte le realtà sociali, tutti i colori e i generi della città, a dire della necessità di avere massima coesione contro i poteri nazionali e locali: sono loro che vanno sfrattati dagli spazi milanesi.
L’8 settembre a Roma ci sarà un’assemblea nazionale del mondo della cultura per reagire ai tagli draconiani che il governo ha imposto all’arte indipendente, nell’illusione di poter ottenere la tanto sognata egemonia culturale attraverso la censura e la riduzione dei fondi.

I portuali di Genova, che hanno aiutato le imbarcazioni della Flotilla a salpare verso Gaza e che da mesi boicottano il commercio di armi nel porto, hanno capito tutto. Le hanno salutate con la bandiera palestinese, sfidando l’esercito israeliano e dichiarando che, se gli attivisti non saranno lasciati passare, allora il porto si bloccherà e insieme al porto si bloccherà l’Europa intera.
In queste ore, i centri sociali nordestini hanno dichiarato che faranno la medesima cosa al porto di Venezia, chiamando i lavoratori e le lavoratrici del porto a tenere alta l’attenzione e la mobilitazione, per raccogliere l’appello di Genova e per rispondere alle minacce del ministro israeliano di estrema destra Ben-Gvir: «Tratteremo come terroristi» i membri dell’equipaggio della Flotilla.

Greta Thunberg, Ada Colau, le lotte per i beni comuni e per l’ecologia, il municipalismo, le battaglie nella logistica, le lotte per un reddito di base incondizionato e un salario minimo (in un paese in cui il lavoro povero la fa da padrone),  le lotte contro la censura e per la cultura, le lotte dei centri sociali e di chi costruisce le città dal basso, insieme alle mobilitazioni contro la Fortezza Europa e contro il razzismo interno rivolto a chi migra: questo è il blocco che si sta sollevando.
Questo è l’inizio della convergenza: cultura, diritto alla città e logistica, nuovo welfare, insieme per la madre di tutte le lotte di liberazione dal colonialismo: la Palestina.

La Palestina non è una questione umanitaria né una guerra di religioni. È una questione politica che coinvolge tutti e tutte noi. È il progetto coloniale di Israele che vuole sterminare un popolo per sostituirlo con palazzi di lusso e con il tecnosoluzionismo securitario. La Palestina è il laboratorio del nostro futuro. Ed è per questo che dobbiamo trasformare la difesa della Palestina nella difesa delle nostre città, della nostra possibilità di esprimerci e di fare cultura.
Blocchiamo tutto per fermare il delirio coloniale di Israele, che va avanti fin dalla sua fondazione, sostenuto dagli Stati Uniti e dall’Europa fascista che ci governa. Abbiamo sempre diffidato di chi leggeva l’invasione di Gaza da parte di Netanyahu come un conflitto mediorientale fra il Golfo e il blocco iraniano; abbiamo sempre diffidato di chi riduceva il nostro ruolo al solo intervento umanitario (per di più ipocrita e social washing); abbiamo sempre diffidato di chi sperava che ci fosse una differenza sostanziale fra Trump e Biden sul destino della Palestina. L’unica differenza è che Trump, come Bibi, è un macellaio, mentre i democratici hanno cercato di arrivare allo stesso obiettivo di Israele senza far schizzare così tanto sangue. Ma l’obiettivo strategico dei coloni israeliani, dei colonialisti europei e statunitensi è sempre stato uno: occupare Gaza e la West Bank, ed espellere o sterminare i palestinesi. Tutto il resto sono state distrazioni, in cui siamo più o meno tutti caduti.

Ora, come europe* che vogliono liberarsi dal privilegio del colono, ora come europe* precari*, lavorator*, student*, per lo più senza casa o con un costo della vita insostenibile, noi europe*, che continuiamo a subire micro-processi di espulsione, dobbiamo bloccare l’Europa che ci governa e unirci alla lotta del popolo palestinese non per compassione o buoni sentimenti, ma perché ne condividiamo le ragioni politiche. Boicottaggio, astensione dei consumi delle merci israeliane, nessun finanziamenti alle tecnologie di guerra, nessun finanziamento all’apparato militare-industriale dell’esercito israeliano, nessun acquisto di titoli bellici per finanziare il genocidio in atto. Perché stiamo lottando insieme per lo stesso mondo e contro gli stessi oppressori. Se non li fermiamo ora si prospetta un futuro terribile per tutte e tutti.Perché la progressiva demolizione di ogni limite alle politiche di guerra che consente oggi a Israele di compiere il genocidio dei palestinesi con la complicità e il silenzio dei governanti di buona parte del pianeta, riguarda l’umanità intera e rischia di divenire, ovunque serva, la normalità futura.
Perché la progressiva demolizione di ogni limite alle politiche autoritarie ci riguarda e la minaccia israeliana di abbordaggio in acque internazionali, l’arresto e il carcere duro nei confronti della SUMUD Flotilla, così come la deportazione manu militari dei migranti negli USA e l’uso dell’esercito nelle grandi città disposto da Trump, rischiano di divenire uno scenario normalizzato, condiviso dai popoli su scala planetaria.


L’aricolo è stato pubblicato su Effimera il 3 settembre 2025

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Gaza e la clementina Orri


di Gianni Giovannelli

L’arma che uccide, da quando è diventata
un prodotto industriale, si rivolta contro l’umanità,
e il soldato di professione non sa più
di quali aspirazioni egli sia lo strumento.

Karl Kraus
(Gli ultimi giorni dell’umanità, Adelphi, 1980, pag.184)

Mercoledì 14 maggio 2025, Milano, Piazza Martini: è giorno di mercato, frotte di persone camminano fra le bancarelle guardano, parlano, chiedono, esitano, a volte comprano. In quello stesso giorno l’esercito israeliano ha bombardato il campo profughi di Jabalya, il più grande degli otto esistenti nella striscia. In 1400 metri quadrati, dentro tende e baracche, ai margini della città, ci abitano in 116.011, registrati da UNRWA nel 2023; la città vicina ne conta invece 82.877. L’area del campo, già nel XIV secolo, era celebre per la fertilità della terra e per gli agrumeti. Senza difesa, colpiti dalle armi che piovevano dal cielo, sono morti almeno in settanta, di cui 22 bambini. Il giorno prima era stato distrutto l’ospedale del campo di Khan Younis (6 morti); il giorno dopo sarebbe toccato ad altri 115, uccisi dall’alto, all’alba. Nella striscia l’esercito israeliano ha distrutto il cibo, cancellato ogni traccia di agrumeto insieme alle case.

La frutta al mercato

Mentre i palestinesi senza cibo muoiono sotto i colpi dell’occupante, ormai privo di qualsiasi remora o pietà per le vittime, nelle bancarelle di Piazza Martini si vendono molte varietà di frutta o verdura. Molti fra i lavoratori che servono i clienti vengono dai paesi del sud mediterraneo, sono tunisini, egiziani, marocchini, sono nati e cresciuti accanto ai palestinesi, non possono non fraternizzare, condividono, come è naturale, la loro sofferenza. In maggio la stagione dei mandarini (con i semi) e delle clementine (senza semi) può dirsi giunta a conclusione, inizia a novembre, dopo i primi giorni di aprile anche la specie tardiva non si trova più. Eppure tutti i banchi hanno in bella vista le clementine, con un bel colore, una buccia invitante, il pezzo aperto in mostra appare morbido, succoso, senza semi; il prezzo è tuttavia più alto, per quanto si sia al mercato mai sotto i quattro euro al chilo, spesso di più. Viene spontaneo chiedere e così imparo che il paese di origine è Israele.

La Clementina Orri

Dopo essermi documentato spiego l’arcano. Si tratta di un ibrido che la genetista Aliza Vardi (1935-2014) ha creato nei laboratori dell’Istituto di Ricerca Agricola Volcani. Si chiama Cultivar Orah (oppure Orri in commercio), il Ministero dell’agricoltura israeliano lo ha brevettato negli USA il 4 marzo 2003 (PP13616) e ha ottenuto la certificazione UE nel 2013, ottenendo la licenza in esclusiva per questo prodotto di laboratorio e natura. La caratteristica di Orri è proprio quella di essere disponibile quando gli agrumi similari hanno chiuso il ciclo; Israele condivide l’affare con la multinazionale spagnola Genesis Innovation Group (AM Fresh Group) e chiunque si mettesse in mente di piantarlo altrove deve pagare i diritti. La legge spagnola (a garanzia dell’accordo) punisce con il carcere chi non rispetta l’esclusiva; un contadino valenciano si è beccato una multa oltre a 31 giorni di carcere per coltivazione abusiva di Orri. Di fatto Israele (con la multinazionale spagnola) ha il monopolio; usa le leggi europee per conservare l’esclusiva ma al tempo stesso distrugge gli agrumi palestinesi infischiandosene della normativa internazionale che dichiara di non riconoscere. Per uno strano scherzo della storia l’Istituto Volcani fu creato nel 1921 da Itzhak Elazari Volcani, un sionista nato in Lituania, emigrato in Palestina nel 1908 per sfuggire ai pogrom, socialista e collettivista, morto nel 1955, avversario fierissimo della destra nazionalista israeliana. Torniamo ora in Piazza Martini.

Discussione in piazza

La reazione nasce spontanea dopo aver saputo la provenienza del frutto: se viene da Israele non compro le clementine! Nasce subito una discussione animata davanti alla bancarella. Una signora interviene per prima: non ti piacciono perché ci sono i pesticidi velenosi? No! Non è per quello, non riuscirei a mangiare sapendo che è merce sporca di sangue. Il ragazzo al banco guarda sorpreso, non se lo aspettava, si sente coinvolto, pare quasi commosso. Vi capisco, avete ragione, dice, io sono qui per lavorare, vendo quello che mi dicono di vendere, ma avete ragione, non bisogna dare soldi a Israele, li usano per uccidere, per rubare la terra ai palestinesi. Si guarda intorno, teme orecchie ostili, ha paura di essere mandato via, poi sorride, approva. Intorno a Piazza Martini ci sono caseggiati popolari in cui abitano molte famiglie di immigrati, la solidarietà per il popolo di Gaza si respira nell’aria. Ci saranno sicuramente nel crocchio che si è formato sostenitori di Israele, o magari anche razzisti e perfino popolani resi ciechi dal rancore, dal bisogno, dal malessere sociale. Tuttavia tacciono vergognosi, consapevoli di essere in minoranza. Diventa un coro di voci indignate, di protesta convinta, di condanna della strage quotidiana di cui si stanno macchiando le truppe israeliane. Cade il silenzio indifferente, si incrina, sia pure (purtroppo) per poco, l’omertà complice che consente l’attuazione sistematica del genocidio a poca distanza dalle nostre abitazioni, sull’altra costa del Mediterraneo.

Un massacro finanziato

Il governo italiano manda/vende (poco cambia) armi usate per la strage continua. Il governo israeliano distrugge gli agrumeti dei palestinesi e coltiva, anche nei campi espropriati illegalmente, i frutti che vende nei paesi europei, usando il profitto (e i proventi di licenze concesse) per finanziare il massacro. I coloni che incassano il corrispettivo della Clementina Orri sono gli stessi che, protetti dall’esercito, bruciano case e campi dei contadini palestinesi. Intanto ai profughi della striscia viene tolto ogni sostegno alimentare, si impedisce con le armi l’arrivo di acqua, energia, medicine, vestiti. I paesi dell’Unione Europea, pronti a riarmarsi e a sottrarre fondi al welfare per costruire la guerra, assistono senza reagire. Non solo mandano strumenti di morte, non solo evitano sanzioni economiche, si guardano bene perfino dal disporre misure diplomatiche dissuasive, anche minime, come l’espulsione degli ambasciatori del genocidio. L’attuale ambasciatore israeliano a Roma, l’ufficiale dell’aeronautica Jonathan Peled, si dichiara assai soddisfatto della posizione assunta dal governo italiano e sostiene (come in fondo naturale) l’operato del governo in carica, compreso il blocco degli aiuti umanitari a Gaza. Un governo presieduto da chi dovrebbe essere arrestato, in quanto criminale di guerra, ove decidesse di visitare il paese amico!

Reagir bisogna

La specialista addetta alla comunicazione per UNICEF, Tess Ingram, nell’intervista rilasciata il 19 gennaio 2024, aveva rilevato che nei 105 giorni precedenti, durante l’invasione e il quotidiano bombardamento della popolazione nella striscia di Gaza, erano nate/i oltre 20.000 bambine/i. Il 2 aprile 2025 l’associazione Save the Children ha riferito che in media, senza ospedali e senza aiuti, nascono ogni giorno a Gaza 130 nuove creature (sono oltre 47.000 in un anno). Una resistenza e una resilienza incomprensibili per chi, come Trump, vorrebbe trasformare Gaza in una seconda Sharm El Sheikh. Tuttavia i soldati israeliani non desistono, perseguono il loro disegno omicida. È giunto il tempo di rompere il muro del silenzio, di fermare la strage. Di restituire la Clementina Orri al mittente rifiutando ogni complicità.

Cantava Rudi Assuntino: o forse si aspetta/la rossa provvidenza/per cui gli altri decidono/e noi portiam pazienza.


NOTA
Si veda, a questo proposito, la rete BDS – Boicotta, Disinvesti, Sanziona.




L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 22 maggio 2025


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Arrivati al dunque. Verso il punto di non ritorno nel crimine supremo della guerra

Immagine generata dall’intelligenza artificiale

di  Pasquale Pugliese

“L’idea di una guerra legale o, addirittura, giusta si basa sulla possibilità di controllare gli strumenti di distruzione, ma poiché l’incontrollabilità è parte di quella stessa capacità di distruzione non c’è guerra che non finisca per commettere un crimine contro l’umanità come la distruzione della vita civile”, scriveva la filosofa Judith Butler nel libro Regimi di guerra, del 2009 ma recentemente pubblicato in Italia da Castelvecchi. La guerra dunque è criminogena in quanto tale o, per dirla con le parole di Butler, “le guerre diventano forme permissibili di criminalità, ma non possono mai essere considerate non-criminali”. Il crimine della guerra sta subendo, nel tempo oscuro che attraversiamo, un salto di qualità negativa che – se non interrotto con un estremo sussulto di consapevolezza e responsabilità – porterà presto l’umanità ad un punto catastrofico di non ritorno, non solo a Gaza. Rispetto al quale i governi in carica delle cosiddette “democrazie liberali”, anziché moderare e frenare il processo distruttivo, costruendone le alternative nonviolente per risolvere i conflitti, pigiano sull’acceleratore dell’escalation. Che porta alla catastrofe etica, oltre che umanitaria.

A cominciare dal doppio standard con il quale, mentre contribuiscono ad alimentare una guerra senza quartiere né prospettiva in Europa, se non quella nucleare come segnaliamo fin dall’inizio – anziché promuovere un serio negoziato di pace con il presidente russo Putin, nei confronti del quale la Corte penale internazionale ha emanato un ordine di cattura per crimini di guerra – supportano con l’invio di armi mai interrotto il presidente israeliano Netanyahu, al quale, dopo oltre 45.000 vittime civili, il Tribunale dell’Aja ha riservato lo stesso trattamento, per crimini contro l’umanità. Ma in questo secondo caso, la reazione di gran parte di politica e stampa occidentali, alla notizia del mandato di cattura internazionale per Netanyahu, è risultata intrisa di comprensione e complicità con il criminale, anziché con le vittime palestinesi, con tratti di vero e proprio suprematismo di stampo colonialista. Che, peraltro, rinnega gli stessi valori della civiltà giuridica occidentale: che la legge sia uguale per tutti; che nessuno è al di sopra della legge; che i diritti umani sono universali; che non si risponde alla barbarie con una barbarie infinitamente superiore…Ma la coerenza è nemica di ogni fondamentalismo.

Del resto, fondamentalismo bellico è anche quello in corso nell’assurda guerra, sempre più globale, tra Nato e Russia – dopo oltre mille giorni dall’invasione russa dell’Ucraina e dieci anni di conflitto armato in Donbass, che ne è stato il presupposto – nella quale le vittime complessive (tra civili e militari, morti e feriti, russi e ucraini) sono stimate ormai in oltre un milione di persone. Guerra che l’Ucraina, che ne è l’avamposto, sta perdendo sul terreno, e che – invece di finire finalmente al tavolo delle trattative, dove ogni giorno che passa le potenziali condizioni per gli ucraini si aggravano – vede alzarsi l’asticella della follia con la discesa in campo dei missili statunitensi e franco-britannici a lunga gittata, che colpiscono fin dentro il territorio russo. E con l’uguale e contraria risposta russa con il missile ipersonico, per il momento armato in modalità convenzionale, ma che potrebbe evolvere nel nucleare e colpire – a sua volta – basi e città europee fornitrici di quei missili, ben oltre il territorio ucraino. Una corsa verso la catastrofe mondiale, che a parole nessuno vuole ma che tutti alimentano, secondo logiche non di diritto internazionale – che altrimenti varrebbero sia in Palestina che in Ucraina – ma volte a ribadire supremazie e aree di influenza planetarie, buttando sempre più benzina sul fuoco criminale della guerra.

E mentre la nuova “dottrina strategica” russa, appena varata, avvisa che potrebbe lanciare armi nucleari in risposta a un attacco sul suo territorio da parte di uno Stato non armato nuclearmente, se sostenuto da uno nucleare, dimostra che “la deterrenza nucleare, anziché garantire stabilità, alimenta insicurezze e tensioni crescenti proprie di una cultura di guerra” – come ribadisce Rete Italiana Pace e Disarmo – gli Stati Uniti, dopo i missili Atacms, hanno deciso di inviare in Ucraina anche le mine anti-persona. Ossia armi che mutilano e uccidono soprattutto i civili e per questo vietate dalla Convenzione di Ottawa fin dal 1997, sottoscritta anche dall’Ucraina, al contrario della Russia e degli USA. Il punto di non ritorno è, dunque, il ritorno agli orrori del passato, dall’uso delle mine alle armi nucleari, ma enormemente più distruttivi. Abbattendo progressivamente tutti i limiti al crimine supremo della guerra. “Nell’epoca delle armi nucleari, se non siamo noi ad abolire la guerra, sarà la guerra ad abolire la maggior parte di noi”, scriveva nel 1970 il politologo Karl Deutsch (Journal of the Conflict Resolution, 14): adesso siamo arrivati al dunque.

L’articolo è stato pubblicato su Annotazioni il 29 novembre 2024

Arrivati al dunque. Verso il punto di non ritorno nel crimine supremo della guerra Leggi tutto »

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