Mondo

Morte e distruzione

di Tahar Lamri


“Morte e distruzione dal cielo, tutto il giorno”. Non è la sceneggiatura di un film distopico. È Pete Hegseth, Segretario alla Difesa (o meglio, alla guerra) degli Stati Uniti, qualche giorno fa in una conferenza stampa al Pentagono. E Trump, in diretta televisiva: “Li riporteremo all’età della pietra, dove meritano di stare”. Non sono scivoloni. Sono la dottrina.

Dal 28 febbraio, giorno in cui l’aggressione è cominciata con il bombardamento di una scuola elementare femminile a Minab – 170 bambine morte sotto le macerie, tra i 7 e i 12 anni – gli Stati Uniti e Israele hanno sistematicamente demolito l’ossatura civile, culturale e scientifica dell’Iran.

Oltre 600 scuole e centri educativi colpiti. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano davanti al Consiglio ONU per i Diritti Umani a Ginevra. Lo ha confermato la relatrice speciale dell’ONU per l’istruzione: più di 230 bambini e insegnanti uccisi. Più di 30 università con attacchi diretti. L’Università di Scienze e Tecnologie di Teheran un intero edificio raso al suolo. La Facoltà di Farmacia di Shiraz. L’Università di Tecnologia di Isfahan. Shahid Beheshti, uno dei più prestigiosi atenei iraniani: il suo Istituto di Ricerca Laser e Plasma distrutto. L’Università Imam Hossein (Teheran) colpita, colpiti parti del campus di Scienze e Tecnologie e del campus dell’Ospedale veterinario specializzato dell’Università di Urmia, anche le università di Mashhad, Sanandaj e Ahvaz hanno subito ingenti danni. L’ultima, il 6 aprile, l’Università Sharif di Tecnologia di Teheran, la principale scuola di ingegneria in Iran.

Poi i centri di ricerca e le strutture sanitarie. L’Istituto Pasteur d’Iran, fondato nel 1920: raso al suolo. L’OMS lo ha confermato: “reso incapace di continuare a erogare servizi sanitari”. La fabbrica farmaceutica Tofigh Daru, distrutta. Esfandyar Batmanghelidj, ricercatore sulle sanzioni e fondatore del think tank Bourse & Bazaar Foundation, ha detto: “L’Iran produce il 90 per cento delle dosi di farmaci di cui ha bisogno. Aziende come Tofigh Daru producono ingredienti e precursori utilizzati per una vasta gamma di farmaci nazionali. L’unico motivo per colpire questo obiettivo è limitare la produzione di medicinali in Iran”. Il giorno dopo, un secondo stabilimento farmaceutico, Daro Bakhsh Pharmaceutical Factory (Teheran). In totale, secondo il viceministro della Salute iraniano, oltre 190 strutture sanitarie colpite. Il Gandhi Hospital nel nord di Teheran è stato danneggiato, l’ospedale Khatam al-Anbiya, l’ospedale Motahari (grandi ustionati), l’ospedale Valiasr (Teheran) colpiti, l’ospedale Delaram Sina (psichiatrico, Teheran) ha subito danni significativi, l’ospedale Imam Ali (Andimeshk, Khuzestan) danneggiato, l’ospedale Persian Gulf Martyrs (Bushehr) è stato messo fuori servizio. 21 centri di emergenza medica sono stati danneggiati in tutto il paese e un magazzino della Mezzaluna Rossa è stato direttamente preso di mira, con la distruzione di contenitori di soccorso, due autobus e altri veicoli di emergenza.

E poi il patrimonio dell’umanità. Oltre 131 siti storici e culturali colpiti. A Teheran: il Palazzo Golestan – la “Versailles persiana”, come l’ha definita l’UNESCO – con la sala degli specchi in frantumi. Il grande Bazaar è stato danneggiato negli attacchi. Si tratta di molto più di un centro commerciale: è una rete urbana vivente che intreccia commercio, vita religiosa e interazione sociale, con un ruolo storico cruciale. Palazzo del Marmo (Kakh-e Marmar), Casa Teymourtash, Complesso di Saadabad danneggiati. Isfahan: Piazza Naqsh-e Jahan (Patrimonio UNESCO, era Safavide), danneggiata dai bombardamenti, il Palazzo Chehel Sotoun (delle Quaranta Colonne), con un affresco di quattrocento anni spaccato a metà. Palazzo Ali Qapu (Patrimonio UNESCO, era Safavide), danneggiato, Masjed-e Jame (Moschea del Venerdì, Patrimonio UNESCO, la più antica moschea del venerdì d’Iran), un’onda d’urto ha fatto precipitare a terra le iconiche piastrelle turchesi, e i pannelli calligrafici sono stati spostati e distrutti, insieme a danni nell’area del minareto storico. Il Grande Bazaar (Patrimonio UNESCO, era Safavide), colpito nei raid. Masjid-e-Atiq (grande moschea congregazionale, VIII sec., era abbaside) una delle più grandi moschee congregazionali dell’Iran, la cui prima costruzione risale all’VIII secolo sotto il califfo abbaside Al-Mansur. Buyidi, Selgiuchidi, Safavidi e Qajar l’hanno ampliata e rifinita nei secoli, un palinsesto storico unico è stato danneggiato. Le grotte preistoriche della Valle di Khorramabad – testimonianze della presenza umana 63.000 anni fa – fratturate. L’UNESCO aveva comunicato le coordinate di tutti i siti prima degli attacchi. Non è servito a nulla. Poi: Castello di Falak-ol-Aflak a Khorramabad – Lorestan. Palazzo Asef Vaziri, Palazzo Salar Saeed, Palazzo Khosroabad a Sanandaj. Le aree storiche urbane di Qom, Tabriz, Shiraz hanno anch’esse subito danni. A queste si aggiunge che 48 musei in tutto il paese hanno subito danni, con collezioni e spazi espositivi colpiti.

Più di cento esperti di diritto internazionale statunitensi – professori di Yale, NYU, Harvard, ex consiglieri legali del governo e delle forze armate – hanno firmato una lettera: “L’attacco è una chiara violazione della Carta delle Nazioni Unite. La condotta della guerra solleva seri interrogativi su potenziali crimini di guerra”. La Missione indipendente dell’ONU parla già di atti che “possono configurare crimini contro l’umanità“.

Non è una guerra. È un programma di cancellazione. Colpire le scuole significa colpire la memoria futura. Colpire i laboratori significa colpire la capacità di guarire. Colpire i siti archeologici significa colpire le radici di un popolo. Colpire le università significa colpire la possibilità stessa di un paese di rialzarsi.

Trump lo ha detto esplicitamente. E lo sta facendo.

Il silenzio dell’Europa è complicità.



Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore)

L’articolo è stato pubblicato su  Comune-info il 7 aprile 2026

La Foto è di Mollyroselee da Pixabay

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Chi ha paura del migrante?

di Gianni Giovannelli

Gli uomini sopportano
più agevolmente e con minor
pena il presente se nutrono
buone speranze per il futuro.

Procopio di Cesarea
(Carte segrete, VII, Garzanti, 1981, pag. 40)

Qualche giorno addietro Roberto Faure mi ha segnalato un volume scritto da un naturalista (genovese come lui), Alfredo Lucifredi, sul tema della sovrappopolazione umana nel pianeta: Troppi, Codice Edizioni, Torino, agosto 2024. Contiene molti dati statistici, non sempre scontati, e si avvale di una bibliografia assai corposa: senza tuttavia indicare soluzioni, limitandosi piuttosto a porre una serie di problemi irrisolti con i quali, quasi quotidianamente, tutti noi ci troviamo a fare i conti, sia nella vita sociale, sia nello scorrere dell’esistenza personale. Una lunga sequenza di numeri si accompagna ad alcune interviste rilasciate da tecnici, studiosi, attivisti, diversi fra loro per età anagrafica, posizione politica, lingua e nazionalità. Un mosaico composto da tasselli difformi, che tuttavia costruiscono un’immagine non priva di logica armonia. Il decimo capitolo, Niente più figli?, mi ha riportato alla mente il tema dell’estinzione, che Franco Bifo Berardi ha più volte sollevato perché secondo lui deve essere posto al centro delle nostre riflessioni; io, per via di una certa mia resistenza ad una simile ipotesi, mi sono guadagnato qualche affettuosa frecciata ma lo scambio di vedute fra noi non ha minimamente incrinato il nostro rapporto di oltre mezzo secolo. Ebbene, nel decimo capitolo, troviamo l’intervista a Les U. Knight, fondatore nell’ormai lontano 1991 del movimento per l’estinzione umana volontaria, o VHEMT, oggi un tranquillo signore sulla settantina, con modi gradevoli e un tono di voce pacato.

Knight osserva che ci sono due posizioni: ecologia sociale ed ecologia profonda. Lui dichiara di avere scarso interesse per la prima, e di essere orientato verso la seconda, la biosfera terrestre nel suo complesso. E conclude: noi esseri umani siamo il pericolo maggiore e per questo motivo mi sembrò chiaro che la risoluzione del problema passasse attraverso un azzeramento complessivo della crescita della popolazione umana….smettiamo di aggiungere altre persone al nostro totale e andiamo infine all’estinzione. Lasciando da parte un facile sarcasmo o una scontata ironia le questioni che hanno originato un movimento che ha compiuto l’età del Cristo (33 anni) rimangono. Ma, al tempo stesso, non c’è dubbio che nel nostro pianeta, ad oggi, il numero di viventi rimane caratterizzato da crescita costante: 4 miliardi nel 1974, 8 miliardi nel 2022 (erano 7 miliardi nel 2011, in 10 anni un miliardo di nuovi nati!). Le previsioni ritengono che saremo circa 10 miliardi nel 2080 (ulteriore incremento) ma, personalmente, alle previsioni credo poco, specie in questo tempo caratterizzato da progetti sempre più a breve termine; tuttavia l’aumento complessivo degli umani, giorno dopo giorno, è un dato di fatto. E questo neppure il mio amico Bifo può negarlo; e infatti non lo nega, propone invece un altro approccio, che muove dalla constatazione di un calo (pure questo oggettivo) delle nascite nei paesi caratterizzati da maggior sviluppo.

Popolazione che cala, popolazione che cresce

In Italia la popolazione diminuisce e ogni anno la comparazione fra decessi e nascite porta un segno negativo. Gli appelli in favore della procreazione nazionale bianca e cristiana diffusi dal governo neofascista sono rimasti inascoltati; le uniche famiglie con elevato tasso di natalità sono proprio quelle che la coalizione al potere vorrebbe cacciare oltre confine, accentuando in questo modo il calo demografico già inarrestabile. La maggioranza parlamentare non riesce a cogliere la contraddizione in cui si è impantanata, prigioniera di vuote parole d’ordine, incapace di saldare i segmenti separati delle popolazioni metropolitane e rurali e fomentando invece la divisione dentro le comunità. La composizione attuale di una qualsiasi scuola elementare milanese, torinese o romana dovrebbe far comprendere la tendenza; invece prevalgono il rancore ostinato, la nostalgia irrazionale per un mai esistito fascismo di operoso ordine sociale, il sogno irrealizzabile di poter dominare il mondo con prepotenza. Calo demografico e xenofobia, razzismo e fondamentalismo religioso, questi sono gli ingredienti che vanno alimentando in quasi tutti i paesi della vecchia Europa il sostegno alle formazioni di estrema destra; avviene in Spagna, in Austria, in Francia, in Germania, in Ungheria, in Polonia, ovunque disagio (anche psichico) e malessere (non solo sociale) si sono andati radicando, grazie al diffondersi della condizione precaria e alla continuità dei conflitti armati. Il debito statale aumenta, per farvi fronte la scelta è stata (sia a destra sia a sinistra) quella di tagliare la spesa pubblica, così che si è allargata la forbice ricchi/poveri, dilatando la platea degli indigenti. Crisi, guerra e calo demografico non sono prerogativa del vecchio continente; anche Corea del Sud e Giappone hanno intrapreso la medesima via. Gli Stati Uniti, per ora, non ne risentono per via del flusso migratorio, ma Donald Trump sta provvedendo con raffiche di decreti a rimuovere questa anomalia nel mondo sviluppato, segando l’albero su cui sta seduto.

Mentre gli abitanti calano e invecchiano nei paesi ricchi l’incremento demografico prosegue incessante nel resto del pianeta. In Africa il fenomeno dilaga: attualmente il paese più prolifico è il Niger (7,1 figli per donna), seguito dalla Somalia (6,20), e, via via, dalla repubblica Democratica del Congo, dal Sud Sudan, Angola, Tanzania, Zambia. Ma anche alcuni paesi dell’Asia, soprattutto il Bangladesh (da 50 milioni del 1960 ai 180 di oggi), l’Indonesia (da 90 a 280) e il Pakistan (da 33 milioni nel 1947 ai 240 milioni di oggi) non accennano a diminuire il ritmo delle nuove nascite.

Incremento demografico, risorse, migrazione

Specialmente in Africa, ma anche negli altri continenti, l’incremento della popolazione si accompagna ad una diminuzione delle risorse alimentari. In Madagascar (grande il doppio dell’Italia, con 28 milioni circa di abitanti) (erano 7 milioni nel 1970), la carenza di mezzi spinge la popolazione rurale (20 milioni) a deforestare in forme incontrollate, per procurare legna necessaria a cucinare, o allevare zebù, o coltivare riso; l’agricoltura slash and burn rende il terreno argilloso, procurando danni permanenti e causando una sorta di pseudonomadismo (cfr. Kate Thompson, Tavy: slash and burn, Safina Center, aprile 2019). Non deve stupire allora che la contestualità del picco demografico e del dilagare della povertà (spesso vera e propria fame), in un quadro di guerra, epidemie e colonialismo, produca esodi di massa, fuga dalla miseria, conseguentemente flusso migratorio verso le terre che dispongono di risorse. Il conflitto nel Sudan (provocato e gestito da contrapposti stati civili tramite milizie locali) ha determinato uno spostamento (a piedi) di un numero incerto, indicativamente fra 8 e 10 milioni di persone, intenzionate a raggiungere cibo e tetto; più di recente sono ripresi gli scontri militari nella Repubblica Democratica del Congo, fra i ribelli filo Rwanda del Movimento M23 e l’esercito regolare, e, secondo l’ISPI, gli sfollati interni vanno calcolati fra 6 e 7 milioni, privi di mezzi e di prospettive, in balia delle numerose soldatesche regionali. Il territorio al centro della battaglia, quello del lago Kiwu, è ricco di Coltan, materiale necessario per le comunicazioni telematiche e conteso dalle grandi imprese multinazionali. Infatti la situazione è a dir poco ingarbugliata. Il governo della Repubblica Democratica del Congo (paese cristiano per oltre il 90%) è, oggi, uno degli alleati più stretti di Israele, cui vende appunto il coltan, tanto da perorare una sorta di amnistia liberatoria in favore del miliardario Dan Gertler, monopolista storico nel commercio dei prodotti minerari congolesi (dal diamante al coltan), posto sotto sanzione economica americana per scalzarlo dalla posizione e sottrargli l’affare. In questo intrigo di commerci, corruzioni, complotti e stragi si inserisce la tratta dei migranti, in forma di deportazione: il Regno Unito aveva deciso di sistemare in qualche lager del Rwanda gli irregolari espulsi mentre la Repubblica Democratica del Congo, in anticipo su Donald Trump, si era detta disponibile ad ospitare profughi volontari sfollati dalla striscia di Gaza. Entrambi i disegni non si sono realizzati, ma rimangono pur sempre il segnale di quanto intrecciati siano i percorsi di guerra, finanziarizzazione, migrazione, clima, fame, valore.

Il flusso migratorio è inarrestabile, con buona pace di chi sostiene il contrario

Nella città di San Paolo, in Brasile, circa 6 milioni di residenti hanno almeno un ascendente italiano; e nello stato di Espirito Santo gli italiani sono circa 2 milioni, il 60% della popolazione. A New York l’ultimo censimento ne ha contati 3.372.512: sono molti di più di quelli che vivono a Milano o a Roma. Sono il risultato della grande migrazione del XIX secolo.

Ma gli spostamenti di intere comunità sono ben presenti anche nel secolo scorso nella nostra vecchia Europa, causati dall’instabilità politica o dalla guerra mondiale in arrivo. Con la pace di Losanna, nel 1923, oltre un milione di greci ortodossi furono obbligati a lasciare l’Anatolia e a trasferirsi nelle regioni elleniche; percorso inverso fu imposto a circa 350.000 musulmani turchi che abbandonarono le loro case sotto minaccia delle armi. La composizione dei due paesi, sociale e culturale, mutò profondamente per una ragion di stato. Nel biennio 1930-31 l’intera etnia coreana che abitava nella parte orientale dell’Unione Sovietica ricevette ordine di andare a vivere in Kazakistan, al fine di spezzare il legame con il Giappone, che governava la Corea come un proprio dominio. E il mitico Laurent Berija, in vista della guerra contro la Germania nazista, organizzò un gigantesco esodo dei c.d. Tedeschi del Volga (minoranza etnica con radici antiche) nelle repubbliche asiatiche dell’URSS. Toccò poi a ceceni e ingusci, nel 1944, con i soggetti più refrattari al socialismo improvvisamente trasferiti dal Caucaso al Kirghizistan; nella notte fra il 17 e il 18 maggio 1944 i tatari della Crimea vennero accompagnati con grande dispiego di mezzi in Uzbekistan e in Tagikistan, rifondando le singole esistenze in luoghi sconosciuti.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale le potenze vincitrici organizzarono alcuni riposizionamenti etnici. Polonia e Ucraina si scambiarono le rispettive minoranze linguistiche (qualche milione, 400/500 mila morirono durante l’operazione, ma pazienza, sono incidenti che capitano); nelle file degli sconfitti i tedeschi di Boemia, Moravia, Romania e Polonia furono rialloggiati in Germania (anche se l’avevano vista solo in cartolina) mentre gli italiani dell’Istria o della Dalmazia pagarono salato il conto lasciato aperto dal fascismo in quelle zone. Nel 1949, ed è storia ormai recente con ricaduta contemporanea, possiamo ricordare, quali ulteriori esempi, lo sgombero dei palestinesi dall’odierno Israele o la ricollocazione di intere popolazioni nell’India a seguito della nascita di Pakistan e Bangladesh

Queste furono deportazioni, di natura geopolitica, che affiancarono e integrarono il permanere di flussi migratori più tradizionali, ovvero legati alla richiesta di manodopera a buon prezzo da parte delle imprese operanti nel cuore dell’impero: gli operai maghrebini dell’auto in Francia, i messicani in California e in tutti gli USA, i filippini, i cingalesi, gli slavi ….. l’intero pianeta, nel XX secolo, ha registrato un movimento ininterrotto di esseri umani che ha cambiato il volto delle metropoli, non soltanto di quelle occidentali, ridisegnando la nuova composizione sociale. Il vecchio mondo, che i partiti reazionari vorrebbero far rivivere, trasformando il loro sogno in una impossibile realtà, è irrimediabilmente defunto, anche se in molti non lo hanno ancora capito.

Conseguenze della attuale tendenza demografica. Guerra o pace?

In questo primo quarto del XXI secolo gli abitanti della vecchia Terra (dell’orbe terraqueo in cui Meloni nei suoi deliri insegue frotte di scafisti) sono cresciuti a dismisura, fino a superare il traguardo degli otto miliardi. Con l’interessante e significativa eccezione degli Stati Uniti (in piccola parte anche della Francia) nei paesi ricchi il calo delle nascite è assai elevato, tanto che le formazioni elettorali nazionaliste e sovraniste si caratterizzano per una ferma opposizione alla legalizzazione dell’aborto e per le proposte di incentivare a suon di bonus la procreazione (nelle famiglie di bianchi nativi ovviamente). Contraddittoriamente queste posizioni ideologiche raccolgono consenso nelle urne, ma si rivelano fallimentari nei comportamenti concreti: anche nella comunità indigena italiana il numero dei morti continua a superare quello dei partoriti, proseguono dunque la diminuzione e l’invecchiamento. Ma l’ultradestra non demorde.

Negli Stati Uniti l’ultimo censimento decennale del 2020 conferma invece la crescita in termini assoluti, ma al tempo stesso muta la composizione etnica interna. Nel 1945 i bianchi erano il 77,7%, i neri 8,4%, gli ispanici 10,7%, gli asiatici 2,7%; ma nel 2020 i nati dopo il 2012 sono bianchi solo per il 49,6% (per la prima volta non la maggioranza), gli ispanici il 25,9%, gli asiatici il 20,4%, i neri il 13,7%. Fra luglio 2023 e luglio 2024 la popolazione è aumentata di 1% (in Italia -0,3%), 3,3 milioni; nello stesso periodo il saldo migratorio (differenza fra insediati più o meno regolari ed espulsi) risulta essere circa 2,79 milioni. In buona sostanza i vecchi americani calano, la curva demografica rimane in salita per il permanere di una rilevante quota di arrivi dalle più diverse parti del mondo. In questo quadro si inserisce il progetto di Trump, deciso a mettere in esecuzione una gigantesca cacciata degli stranieri irregolari dal paese, rimuovendo ogni residua forma di assistenza o di pacifica convivenza. Suona il corno di guerra.

L’incremento demografico non accenna invece a diminuire proprio dove non solo mancano risorse, ma vengono pure bruciate senza tregua le possibilità di utilizzarle. In America ogni singolo cittadino consuma in media 150 chilogrammi di carne all’anno, ma anche i 75 chilogrammi pro capite dell’europeo non sono sostenibili dal punto di vista ambientale (cfr. Mauro Mandrioli, Nove miliardi a tavola, Zanichelli, 2020). In Africa invece si muore di fame, manca l’acqua e dilaga la siccità, l’agricoltura non riesce a far fronte alle più elementari necessità di sussistenza, milizie di soldati predoni rubano quel che trovano e terrorizzano i popoli, una minoranza di faccendieri al governo viene pagata dalle imprese multinazionali per consentire l’esproprio di ogni bene comune. La comunicazione si cala in questa realtà, cancella il segreto, ogni povero affamato africano sa che altrove vivono esseri umani che mangiano, bevono, si vestono, hanno un tetto, consumano. E sognano di muoversi, di partecipare alla spartizione, in mancanza di cibo o medicinali si nutrono di speranza. In queste comunità l’invito ad estinguersi di Les U. Knight non riuscirà mai ad attecchire, sono i moderni barbari, non vogliono estinguersi, vogliono migrare, migliorare la loro sorte: non temono la morte, sono disponibili ad affrontarla, mirano a un futuro che si colloca in una dimensione ultra-generazionale.

Certo. Non hanno mezzi, soldi, armi. Ma sono in molti e, direbbe il nostro Karl Marx, hanno da perdere solo le catene. Pensiamo alla marcia, straordinaria, incredibile, di oltre duecentomila gazawi (gli abitanti di Gaza, ndr.) decisi a riprendersi un cumulo di rovine perché è l’unica cosa che hanno. Forse Donald Trump riuscirà a deportarli o a ucciderli tutti; ma non avrà risolto il problema, lo avrà solo aggravato. Sono i bianchi ad invecchiare, a rischiare l’estinzione, non gli africani, giovani, in crescita. Non esistono bombe atomiche o minacce nucleari capaci di fermare il cammino che miliardi di affamati saranno costretti ad intraprendere, spinti dalla necessità di sopravvivere, decisi a non soccombere, refrattari all’ipotesi di estinguersi.

Ancora esitano, incerti, spaventati. Lasciano al centro dell’impero ancora una residua possibilità di costruire un’alternativa: ecologica per salvare il pianeta danneggiato, etnica mediante la fusione in luogo di guerra e sostituzione violenta, sociale con più giustizia, politica proteggendo il comune. Il centro dell’impero sembra, oggi, preferire le barriere, i muri, i confini, l’emarginazione, la supremazia, la violenza; si tratta di una scelta destinata ad una cocente sconfitta perché i numeri non lasciano scampo. Il futuro sarà, piaccia o no, inevitabilmente meticcio.

 

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 17 febbraio 2025

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Arrivati al dunque. Verso il punto di non ritorno nel crimine supremo della guerra

Immagine generata dall’intelligenza artificiale

di  Pasquale Pugliese

“L’idea di una guerra legale o, addirittura, giusta si basa sulla possibilità di controllare gli strumenti di distruzione, ma poiché l’incontrollabilità è parte di quella stessa capacità di distruzione non c’è guerra che non finisca per commettere un crimine contro l’umanità come la distruzione della vita civile”, scriveva la filosofa Judith Butler nel libro Regimi di guerra, del 2009 ma recentemente pubblicato in Italia da Castelvecchi. La guerra dunque è criminogena in quanto tale o, per dirla con le parole di Butler, “le guerre diventano forme permissibili di criminalità, ma non possono mai essere considerate non-criminali”. Il crimine della guerra sta subendo, nel tempo oscuro che attraversiamo, un salto di qualità negativa che – se non interrotto con un estremo sussulto di consapevolezza e responsabilità – porterà presto l’umanità ad un punto catastrofico di non ritorno, non solo a Gaza. Rispetto al quale i governi in carica delle cosiddette “democrazie liberali”, anziché moderare e frenare il processo distruttivo, costruendone le alternative nonviolente per risolvere i conflitti, pigiano sull’acceleratore dell’escalation. Che porta alla catastrofe etica, oltre che umanitaria.

A cominciare dal doppio standard con il quale, mentre contribuiscono ad alimentare una guerra senza quartiere né prospettiva in Europa, se non quella nucleare come segnaliamo fin dall’inizio – anziché promuovere un serio negoziato di pace con il presidente russo Putin, nei confronti del quale la Corte penale internazionale ha emanato un ordine di cattura per crimini di guerra – supportano con l’invio di armi mai interrotto il presidente israeliano Netanyahu, al quale, dopo oltre 45.000 vittime civili, il Tribunale dell’Aja ha riservato lo stesso trattamento, per crimini contro l’umanità. Ma in questo secondo caso, la reazione di gran parte di politica e stampa occidentali, alla notizia del mandato di cattura internazionale per Netanyahu, è risultata intrisa di comprensione e complicità con il criminale, anziché con le vittime palestinesi, con tratti di vero e proprio suprematismo di stampo colonialista. Che, peraltro, rinnega gli stessi valori della civiltà giuridica occidentale: che la legge sia uguale per tutti; che nessuno è al di sopra della legge; che i diritti umani sono universali; che non si risponde alla barbarie con una barbarie infinitamente superiore…Ma la coerenza è nemica di ogni fondamentalismo.

Del resto, fondamentalismo bellico è anche quello in corso nell’assurda guerra, sempre più globale, tra Nato e Russia – dopo oltre mille giorni dall’invasione russa dell’Ucraina e dieci anni di conflitto armato in Donbass, che ne è stato il presupposto – nella quale le vittime complessive (tra civili e militari, morti e feriti, russi e ucraini) sono stimate ormai in oltre un milione di persone. Guerra che l’Ucraina, che ne è l’avamposto, sta perdendo sul terreno, e che – invece di finire finalmente al tavolo delle trattative, dove ogni giorno che passa le potenziali condizioni per gli ucraini si aggravano – vede alzarsi l’asticella della follia con la discesa in campo dei missili statunitensi e franco-britannici a lunga gittata, che colpiscono fin dentro il territorio russo. E con l’uguale e contraria risposta russa con il missile ipersonico, per il momento armato in modalità convenzionale, ma che potrebbe evolvere nel nucleare e colpire – a sua volta – basi e città europee fornitrici di quei missili, ben oltre il territorio ucraino. Una corsa verso la catastrofe mondiale, che a parole nessuno vuole ma che tutti alimentano, secondo logiche non di diritto internazionale – che altrimenti varrebbero sia in Palestina che in Ucraina – ma volte a ribadire supremazie e aree di influenza planetarie, buttando sempre più benzina sul fuoco criminale della guerra.

E mentre la nuova “dottrina strategica” russa, appena varata, avvisa che potrebbe lanciare armi nucleari in risposta a un attacco sul suo territorio da parte di uno Stato non armato nuclearmente, se sostenuto da uno nucleare, dimostra che “la deterrenza nucleare, anziché garantire stabilità, alimenta insicurezze e tensioni crescenti proprie di una cultura di guerra” – come ribadisce Rete Italiana Pace e Disarmo – gli Stati Uniti, dopo i missili Atacms, hanno deciso di inviare in Ucraina anche le mine anti-persona. Ossia armi che mutilano e uccidono soprattutto i civili e per questo vietate dalla Convenzione di Ottawa fin dal 1997, sottoscritta anche dall’Ucraina, al contrario della Russia e degli USA. Il punto di non ritorno è, dunque, il ritorno agli orrori del passato, dall’uso delle mine alle armi nucleari, ma enormemente più distruttivi. Abbattendo progressivamente tutti i limiti al crimine supremo della guerra. “Nell’epoca delle armi nucleari, se non siamo noi ad abolire la guerra, sarà la guerra ad abolire la maggior parte di noi”, scriveva nel 1970 il politologo Karl Deutsch (Journal of the Conflict Resolution, 14): adesso siamo arrivati al dunque.

L’articolo è stato pubblicato su Annotazioni il 29 novembre 2024

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Nuove forme di guerra

di Gianni Giovannelli  

A un nemico accerchiato
devi lasciare una via d’uscita.

Sun Zu, 7.31

Non c’è dubbio alcuno. Con l’esplosione sincronizzata, a migliaia, di cercapersone acquistati dalla struttura dirigente Hezbollah e distribuiti ai militanti per i necessari contatti, il governo israeliano ha colto di sorpresa e stupito il mondo intero, seminando il panico nella popolazione, non solo in Palestina occupata ma anche in Libano e Siria. Il giorno successivo, quando i primi commenti si incrociavano incerti, alla stessa ora, le 15, la strage si è ripetuta: questa volta si trattava di walkie talkie o altre apparecchiature comandate a distanza. Ogni oggetto di uso comune diviene potenzialmente uno strumento di morte, l’insidia produce inevitabilmente terrore, intacca qualsiasi rete di rapporti sociali. Questa è la risposta del governo israeliano all’indignazione sollevata dai massacri quotidianamente perpetrati nella striscia di Gaza, al crescere delle critiche, alle accorate richieste di tregua; una risposta che prelude all’esecuzione di un programmato sterminio.

Ci troviamo di fronte a un cambio di passo. Funzionari anonimi, specializzati in singoli segmenti di attacco criminale, operano in equipe, ben celati agli occhi della popolazione, e colpiscono a distanza, senza partecipare al combattimento sul campo. Come gli addetti finanziari pigiano sulla tastiera le mosse di compravendita capaci di creare o distruggere patrimoni (al tempo stesso modificando l’esistenza di soggetti a loro sconosciuti per i quali provano solo indifferenza) così i tecnici del Mossad, segretamente, elaborano, su commissione politico-militare proveniente dall’estrema destra colonialista al potere, progetti idonei a sopprimere vite umane. Probabilmente questi assassini in camice bianco neppure odiano i loro bersagli; semplicemente cercano di fare al meglio il lavoro che viene loro assegnato, evitando inutili domande. Certamente la deriva teocratica (con la crescita costante di Hamas e della estrema destra sionista) ha giocato un ruolo importante nel conflitto; o forse, al contrario, è stato il sabotaggio della pace, pervicacemente messo in opera dall’occidente democratico in questo secolo, a creare le condizioni che hanno consentito il successo dei fondamentalisti in entrambi i fronti. Se sia nato prima l’uovo o la gallina non lo sapremo mai, dunque poco importa. Quel che conta è la scelta del governo israeliano, oggi: vogliono imporsi con la forza, prendersi i territori, allargare i confini. A qualsiasi costo. Disposti a tutto, sordi a qualunque richiamo da parte di chi invita al buon senso.

Israele probabilmente non ha avvisato gli Stati Uniti di quel che aveva in mente di fare, così ha evitato sia discussioni fastidiose sia di mettere in imbarazzo il principale sostenitore. Comunque vadano le elezioni americane di novembre possono contare sull’appoggio di entrambi i candidati, sulla continuità del veto sempre apposto nel Consiglio di Sicurezza a qualunque deliberazione non gradita. La mossa preparata e attuata dal Mossad presuppone una rete spionistica in grado di superare i confini degli stati senza interferenze ostruzionistiche; l’uso della tecnologia insieme all’elaborazione dei complotti non ha (per lo meno: non ha ancora) alcun equivalente paragonabile negli stati e nei movimenti politico-militari di parte araba. Ove mai ci fosse una risposta bellica che facesse prevalere la supremazia dei corpi lo Stato d’Israele appare pronto ad usare la bomba atomica (quella c.d. tattica). A fianco del ricatto atomico si cala oggi la strage mediante cercapersone. Il soldato nemico viene trasformato in una sorta di mina umana che colpisce proprio la comunità che lo ha spinto ad indossare la divisa, a combattere per la propria terra; una mina pronta ad esplodere alle 15,30 in un mercato, in una scuola, in un ospedale, in autobus, sulla strada, alla partita di calcio. Chi vive nei territori occupati vede ora come potenziale pericolo lo scaldabagno, il televisore, la piastra per cucinare; dunque riceve il messaggio di andarsene per non essere annientato. I commenti della stampa europea e occidentale a questo cambio di passo, a questa nuova forma di guerra mai usata prima di oggi e vietata dalle norme internazionali lasciano intravedere un misto di ipocrisia (lasciare il dubbio che l’autore sia il Mossad) e di riduzione della strage a un semplice colpo inflitto all’avversario con indubbia maestria. Fingono tutti di non capire la portata di questa vicenda, l’innovazione bellica che una volta introdotta farà inevitabilmente scuola, negli anni a venire, provocando conseguenze che oggi nessuno si azzarda ad esaminare; sembrano non rendersi conto del fatto che le conseguenze ad Israele oggi semplicemente non interessano perché sono concentrati solo sulla vittoria, sull’annientamento di tutti coloro che si oppongono all’annientamento dei palestinesi (o al loro definitivo esodo). Tutti parlano della bomba atomica in mano a Putin (che non vuole usarla) e incautamente lo provocano (perché la usi); al tempo stesso tacciono delle bombe atomiche in mano alla coppia Netanyahu-Ben Gvir, pur consapevoli che costoro (specie il secondo) non si farebbero scrupoli a trasformare Beirut o San’a’ in una novella Hiroshima, pur di raggiungere il loro scopo.

Un filo sottile lega l’esplosivo nascosto dal Mossad nei cercapersone acquistati da Hezbollah e l’arsenale atomico distribuito nel pianeta; è il legame fra l’uso del terrore quotidiano, capace di esasperare le comunità, e l’esplosione nucleare, capace di eliminare una comunità. Non solo Israele, fra i piccoli, possiede l’arma atomica; per giunta si possono anche vendere a terzi, in caso di bisogno. La rinunzia americana al ruolo di gendarme innanzitutto del proprio alleato non è segno di forza, ma di debolezza; se non mostra di essere capace di tenere a bada un Ben-Gvir qualunque finisce con il promuovere un rivoltoso malumore fra i propri sudditi. E che spesso sia un malumore di destra non dovrebbe rassicurare né Harris né Trump.

La tecnologia è poco capace di custodire a lungo i propri segreti; è fragile, è per sua natura esposta alla riproduzione. Questo vale sia per l’uso tradizionalmente commerciale, sia per il suo detournement militare-terroristico. Mi si perdoni un inciso commemorativo: come ci manca Guy Debord a commento di questo complotto israeliano di guerra! In tempo di Intelligenza Artificiale l’esplosione sincronizzata di cercapersone potrà essere acquisita prima dagli apparati statali (grandi o piccoli), poi dalla criminalità, e ancora dalle organizzazioni per qualsiasi motivo ribelli (di qualunque etnia o tendenza). Le metropoli sono bucate, piene di falle; la globalizzazione ha travolto i confini, non bastano i nazionalismi a identica riedificazione, ci sono ancora, ci saranno, ma diversi. Soprattutto non fermano la tecnologia. Israele ha scoperchiato il vaso di Pandora; l’uso del micro-esplosivo può essere esportato non solo a mezzo di droni, ma in qualunque oggetto. E la conseguente disarticolazione sociale avvicina la tentazione di ricorrere all’atomica. L’errore strategico di Israele (accecato dal nazionalismo colonialista e dalla frenesia di potere) è di non indicare alcuna via d’uscita, continuando solo a massacrare. Così però prima o poi si va a sbattere, come osservava Sun Zu nell’esergo.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 22 settembre 2024

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