poesia

AUGURANDO

I miei AUGURI di-versi

di Sergio Tardetti

Vorrei fare gli auguri
In maniera informale
Auguri per il Nuovo Anno
E auguri per il Natale

Vorrei che si sentisse
Che vengono dal cuore
Che non fosse scontato
Farli proprio in queste ore

Vorrei che chi riceve
Il mio augurio sincero
Lo passi poi a un amico
Con un lieto pensiero

Perché lui si ricordi
Di tutti i poveri cristi
Che nascono stanotte
Negli angoli più tristi

Negli angoli più bui
Della nostra esistenza
Di un mondo sempre in guerra
E pieno di violenza

E il pensiero fecondo
Possa infine arrivare
Là dove i nostri auguri
Non riescono a entrare

Nei cuori di quegli uomini
Che hanno l’umanità
Dentro le loro mani
Che provino pietà

Per chi non ha diritti
Per chi non ha mai pane
Un augurio non basta
A togliere la fame

Per chi si alza al mattino
E non crede e non spera
Di poter arrivare
Almeno fino a sera

Non servono gli auguri
Non basta la pietà
Per entrare nel novero
Di questa umanità

Ma se fare gli auguri
Può servire a qualcosa
Eccovi pronti i miei
Freschi come una rosa

Caldi come la fiamma
Di un focolare antico
Veri come l’abbraccio
Che ti stringe a un amico

Unici come il giorno
In cui si augura a tutti
Di vedere sparire
Anche i giorni più brutti

E che le ore a venire
Siano sempre felici
E andando per il mondo
Incontri solo amici

Salutarsi con loro
Sarà un vero piacere
Fare gli auguri a tutti
Non sembrerà un dovere

Ma un pensiero fecondo
Che forse servirà
A ricordare agli uomini
La loro umanità


© Sergio Tardetti 2025

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Nel Giorno della Memoria…

di Sergio Tardetti

CANCELLO

Oltre questo cancello c’è la vita
Oltre questo cancello c’è la morte
Entrare o uscire non è indifferente
Cambia le vite e la storia, cambiano
Le coscienze degli uomini indolenti
L’umanità non va oltre quella soglia
Resta dentro, al di fuori disumani
Quelli che ci somigliano e si fingono
Sconcertati o sorpresi. Come è stato
Possibile, si chiedono, e perché
Dove eravate quando ci hanno preso?
Dove eravate quando ci hanno ucciso?
Non potevate non sapere, dopotutto
Abitavamo accanto a voi, possibile
Che non vi siate mai chiesti: dove sono?

© Sergio Tardetti

L’immagine è di Dnalor_01, opera propria, (CC-BY-SA 3.0) da Wikimedia Commons 

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UN PAESE PER SOLI GIOVANI

Fonte: pixabay


di Sergio Tardetti

Se un paese per soli giovani esistesse, quello sarebbe senz’altro il paese della Poesia. Non è di certo un paese per vecchi, perché la poesia richiede energie fisiche, oltre che mentali, perché possa diventare davvero una professione, così come, in generale, si può pensarlo della scrittura. Chi ha molto vissuto potrà ricavare dalla sua esperienza motivi e situazioni da stendere in prosa o tradurre in versi, ma resta poi sempre aperto il problema di farli conoscere a un pubblico più o meno nutrito. E qui, giunti a questo punto, si tratta di partecipare a reading e organizzare presentazioni un po’ ovunque, girando per la provincia, per la regione e per il resto del paese. Impresa davvero epica, quando si raggiunge una certa età, specialmente poi se il caldo e l’afa dominano incontrastati per gran parte della stagione migliore. Il poeta – e lo scrittore in generale – si deve fare promotore di se stesso, ma anche e soprattutto della poesia, se vuole dare davvero un senso a quello che scrive e al tempo che gli dedica. Da qui la necessità, e perfino l’urgenza, di mantenersi perfettamente integri, perché girare di villa in villa è fisicamente spossante e anche economicamente poco redditizio, specialmente se si confronta il ricavato con la spesa, come sa bene ogni buon contabile, anche quello che si occupa di quotidiana economia domestica. In ogni caso questo proporsi al pubblico, specialmente in giovane età, deve essere visto come un investimento per il futuro, senza però dimenticare che bisogna anche trovare il tempo per produrre quello che si vuole proporre al pubblico, altrimenti non ha senso proporre né proporsi.
Così, il paese della Poesia è sempre più affollato di giovani, che scalpitano perché venga riconosciuto il loro valore. C’è, poi, tutta una categoria di scrittori che hanno iniziato a scrivere per pubblicare in tarda età, perché – a domanda rispondono – prima dovevano lavorare, vale a dire dedicarsi a procurare il pane quotidiano per sé e per la famiglia. Una volta raggiunta l’agognata quiescenza, mettono da parte ogni tentazione di tornare al travaglio usato e prendono in mano la penna o cominciano a digitare sulla tastiera del computer per dare forma e corpo ai sogni, ai ricordi e alle pulsioni giovanili. Senza fare i conti con la realtà, che domanda un corrispettivo economico al tempo dedicato allo scrivere, solo perché ormai in pensione e quindi al riparo da problematici vuoti alle proprie finanze o nelle proprie tasche. Resta il fatto che i tanti, troppi testi originati dalla continua frequentazione con la Musa giacciono inerti e polverosi in qualche cassetto o in qualche cartella del computer, in attesa di essere rivelati, di essere messi a confronto con un pubblico che possa almeno decretarne la leggibilità o l’insuccesso. Che “carmina non dant panem” lo ammetteva anche il vecchio Orazio, e lo imparano a proprie spese anche i tanti orazi di quest’epoca arida, sordida e malpensante, che nemmeno una dose massiccia di poesia potrebbe rendere appena accettabile.
Forse è per questo che sempre meno giovani e sempre più anziani si danno alla poesia, consapevoli i primi dell’inutilità di voler cambiare il mondo a colpi di endecasillabi e di versi liberi, i secondi, ormai incamminati sul viale del tramonto, per trattenere nelle parole di quei versi quel tanto o quel poco del tempo trascorso, perché possano accettare meno dolorosamente l’idea di essere vissuti, o di avere vissuto. Una confessione “in limine”, sulla soglia tra l’oltre e il qui e ora, che, se non varrà a procurarsi l’effimera gloria di uno dei tanti premi assegnati dai troppi concorsi, spuntati ovunque come funghi, servirà almeno a liberarsi da fardelli che da troppo tempo gravano sulle spalle e sulla coscienza dei folgorati sulla via del Parnaso. Intanto, si continua a versificare, in attesa del giudizio più severo, quello del Tempo, che, con buona pace della folla degli scriventi e pubblicanti, dirà l’ultima parola sui vari testi che vengono proposti a getto continuo, con la segreta speranza di centrare il bersaglio grosso, quello dei premi di prima categoria, universalmente riconosciuti come segnacolo del raggiunto successo. Ma il confronto più aspro resta sempre quello con sé stessi, specialmente per i più scettici e tormentati, convinti sempre che tanto scrivere non valga infine nemmeno il prezzo della carta e degli alberi abbattuti per produrla. Resta perennemente accesa una speranza, quella di un incontro con uno sconosciuto che, al solo sentirti nominare il tuo luogo di provenienza, azzardi a chiederti se per caso tu conosca il tale “autore”, del quale arriverà perfino a recitarti alcuni versi, che inevitabilmente potrai finire per riconoscere come tuoi. Ma questo accade in quel genere di sogno dal quale è sempre previsto l’inevitabile obbligatorio risveglio

© Sergio Tardetti 2024


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ISOLE BIOGRAFICHE

di Sergio Tardetti

Se non fosse per l’evidente scarto temporale che li separa, si direbbe che Marc Chagall abbia tratto ispirazione dalle poesie di Antonella Coletti per dipingere i suoi quadri. Entrare in questo libro è quasi voler smarrire le nozioni di tempo e di spazio, per assumere quelle di eternità e di infinito. Quella che traspare dai versi è la stessa atmosfera visionaria di fissità instabile e onirica che si ammira nei dipinti di Chagall. È la compiuta soddisfazione di un desiderio travolgente quella che propone la raccolta “Isole biografiche”, il desiderio di evadere da questa dimensione, nella quale ci sentiamo costretti e prigionieri, per immergerci in quella immaginata dall’autrice, che, avvertendo tutta la freddezza di questo mondo, cerca in qualche modo di allontanarsene, fosse pure per il tempo di una poesia. La scrittura sembra avvolgere il lettore in un abbraccio caldo, accarezzarlo quasi a volerlo consolare delle tristezze e delle miserie di una realtà che, spesso, non dà scampo né offre vie di fuga a chi, invece, vorrebbe immergersi profondamente nel sogno, per ritrovare la serenità smarrita della propria anima.
Le parole riversate sulla pagina ci lasciano temporaneamente sospesi tra la fantasia e la realtà, una realtà trasfigurata, rappresentata con termini che riusciamo a visualizzare attraverso immagini dai caldi colori pastello. A tutto questo si accompagna sinesteticamente l’armoniosa musicalità dei versi, realizzata mediante la sonorità attenta e accurata di parole opportunamente accostate ad altre, per amplificarne il potere di suggestione. Ci sentiamo, così, travolti in una danza che vorremmo non avesse più fine, neppure quando, all’ultimo verso, all’ultima parola, la musica si attenua e infine tace. Ma il ricordo di quelle emozioni, suscitate dalla lettura, perdura in noi per un tempo indefinito, risultato di una perfetta sintesi di forma e contenuto, realizzata con versi liberati da schemi metrici tradizionali, che obbediscono solamente alla musicalità interiore dell’autrice.
Quando un’autrice non pubblica più da tempo – ma certamente continua a scrivere, perché scrivere, per chi ama farlo, è una potente tentazione (la tentazione di esistere, direbbe Cioran) – la sua assenza si avverte fortemente, sotto forma di un vuoto che deve essere decisamente colmato. La sua poesia si fa necessaria, come terapia contro i malesseri e i malumori dell’esistenza. Dei versi di Antonella Coletti, pur condivisi di tanto in tanto da lei nella sua bacheca Facebook, si avverte fortemente la mancanza e si fa più sentita la necessità di una raccolta organica e organizzata. Sarà magari un semplice effetto placebo quello che se ne ricava, più che un farmaco contro la malinconia e l’inerzia dell’esistenza, ma la consolazione che avvertiamo leggendoli vale la pena di più di un tentativo di sollecito appello al suo ritorno a pubblicare.

© Sergio Tardetti 2024

Antonella Coletti – Isole biografiche. Bertoni editore, 2019

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NOTTETEMPO

NOTTETEMPO di Carlo Alessio Cozzolino – Editore Bertoni Collana Aurora a cura di Bruno Mohorovich

recensione di Sergio TARDETTI

Carlo Alessio Cozzolino è uno di quegli scrittori le cui opere appartengono a buon diritto al genere “da meditazione”, testi poetici i cui versi vanno assaporati, concedendosi tutto il tempo e la calma necessari a degustarli a fondo. Occorre, infatti, riuscire ad introiettarli, ad accoglierli in sé e a farli propri fino all’ultima sillaba per poterli gustare a pieno, come avviene per un raffinato liquore o per un ottimo vino di annata. Ed è tale la capacità di far rilassare il lettore, estraniandolo dal mondo che lo circonda, che se ne consiglia la lettura a tutti quelli che sono afferrati, trascinati e consumati dalla frenesia del vivere quotidiano e corrono continuamente il rischio di smarrirsi dentro un turbine di eventi. Dei versi di Carlo Alessio si fa apprezzare particolarmente la “levigatezza”, una caratteristica che rinvia alla poesia della classicità greca, quando le parole di Alcmane e Saffo sembravano scolpite nel candore del marmo pario. Amanti anche loro della serenità delle ore notturne, da contrapporre alla frenesia delle ore diurne, in cui ognuno sembra vagare senza meta in cerca di qualcosa di indefinito e indefinibile. In questa raccolta, dall’emblematico titolo “Nottetempo”, si avverte spesso la sensazione che il poeta tenda a voler scomparire, a nascondersi dietro ai propri versi, per lasciare al lettore campo completamente libero nell’assaporare sensazioni trasmesse attraverso componimenti tanto brevi quanto efficaci. “Giudica tu”, sembra volergli dire, perché il poeta è quasi sempre un essere schivo, al punto da voler mascherare la propria fisicità dietro le parole. Ed è attraverso l’accorta e calibrata scelta delle parole che avviene il passaggio dal mondo materico all’immateriale, dalla realtà alla poesia, che sempre più spesso non è altro che la propria realtà trasfigurata. Si avverte, nel corso della lettura, anche un riflesso sonoro di altri generi di componimenti brevi, come gli haiku giapponesi, con il loro minimalismo, talmente denso che, a volte, sembrano voler concentrare in sé un intero universo. Come in una implosione dell’essere che raggrumi l’energia vitale, per poi poterla sprigionare durante la lettura.

Carlo Alessio CozzolinoNottetempo. Bertonieditore, 2024 

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