Sergio Tardetti

SOVVERSIVI, NON RIBELLI

di Sergio Tardetti

“SOVVERSIVI” – Un libro fotografico di Giovanni Zaffagnini Premessa. Ho iniziato a prendere appunti per fissare impressioni ed emozioni, man mano che andavo sfogliando questo libro fotografico, convinto di potermela cavare con poche righe, e invece adesso mi ritrovo ad avere quasi due pagine di parole che si sforzano di dare forma alle emozioni che le foto sono capaci di suscitare, quando sono attentamente osservare con gli occhi dell’anima più che con quelli del corpo. E sono appena a metà dell’opera. “Sovversivi” è il titolo del libro fotografico di Giovanni Zaffagnini, una raccolta di immagini scaturite e legate da temi letterari, enunciati attraverso brani di diversi autori, per l’esattezza otto. Sovversivi, non ribelli, si badi bene, intenzionati a cambiare lo stato delle cose con le parole e, a volte, anche con i fatti, ma avendo bene in mente un progetto alternativo, il che è ben diverso da un semplice andare contro, distruggere senza sapere come e cosa ricostruire. Per chi ha affrontato e affronta da lettore quei brani, non è immediato pensare a immagini in grado di rappresentare le parole che li compongono; solo l’occhio esercitato di un fotografo e la mente capace di immaginare analogie e corrispondenze saranno in grado di percepire l’aderenza della foto alle parole dei testi posti a premessa. Letteratura e fotografia, un rapporto all’apparenza complicato e difficile, se non impossibile, che Zaffagnini sa rendere e realizza con un’operazione che potremmo chiamare “trasduzione” dal testo all’immagine, da un mezzo espressivo a un altro mezzo espressivo, senza soluzione di continuità, come se scrittura e immagine fossero due mezzi appartenenti alla stessa espressione artistica. Ci occuperemo dei testi dei primi quattro scrittori, Joyce, Dante, Calvino e Pasolini e della interpretazioni che di quei testi Zaffagnini ci offre. Il volume si apre con una citazione di Joyce sulla musica e la musicalità del fluire di un fiume che l’autore trasforma in immagini capaci di trasmettere l’idea e l’insieme delle sensazioni che si possono provare. Nelle immagini, il fiume che scorre si percepisce mediante il confronto tra la superficie dell’acqua che fluisce e le sponde immobili. La musica della corrente è accompagnata e a volte anche sovrastata da quella delle sponde, arbusti, canne, alberi, con il fruscio del vento in mezzo a loro. Pur nella fissità dello scatto, la percezione del fluire è immediata, lo raccontano le luci che si riflettono sulla superficie dell’acqua e che sembrano mutare istante per istante. Guardando l’immagine, riviviamo un’esperienza del passato, quella del giorno in cui per la prima volta abbiamo visto un fiume, ne abbiamo ammirato la maestosità e la potenza, quasi trattenuta a stento dalle sponde, a rassicurare lo spettatore dell’intenzione di rimanere contenuto lì dentro. Le immagini riflesse che si scompongono e si ricompongono sulla superficie calma, frammentate dal minimo soffio di vento, sono una musica “visiva” che la mente percepisce e interpreta alla luce dei ricordi. Due inquadrature consecutive, due scatti a poca distanza di tempo, trasmettono a chi le guarda la sensazione del mutamento provocato dalla corrente che fluisce, trasportando con sé schiuma, foglie e arbusti; le piccole onde che scuotono come dita leggerissime gli arbusti affioranti, producono una musica “silenziosa” che solo l’anima riesce a percepire. Sorprende la poeticità delle inquadrature, realizzate attraverso la ricerca della luce più adatta, per mostrare quella serenità che l’artista percepisce in quell’istante e trasmette anche a chi non è e non sarà mai lì in quel momento. È l’attesa paziente dell’occhio del “cacciatore” che viene premiata.Il passaggio da Joyce a Dante, l’autore successivo, appare logicamente consequenziale e, direi, quasi scontato. Dante e la sua palude Stigia, introdotta con la citazione dei versi che la rappresentano nell’Inferno. La palude Stigia, descritta dalle parole del poeta e immaginata dal lettore immersa in un’atmosfera cupa e desolata, lancia una sfida alla resa fotografica di antichi ricordi risalenti ai tempi della scuola. La palude non presentata come un luogo immobile, e invariabile nel tempo, piuttosto un luogo che genera angoscia in chi lo guarda. Non suoni, non guizzi di onde, nessuna vita che venga ad animarla. Il fotografo, con la pazienza del cacciatore di immagini, resta in attesa dell’istante in cui l’inquadratura che coglie riesce a sovrapporsi quasi perfettamente a quella che la sua mente si è creata attraverso la lettura del testo. Il suo scopo rimane sempre quello di comunicare le sensazioni che la lettura del testo ha generato, aderendo il più possibile a quello che la mente del lettore immagina e ricostruisce, ma anche innovando rispetto a consuetudini ormai fissate nel tempo. La palude Stigia che viene mostrata negli scatti di Zaffagnini è presentata come un luogo malsano, insalubre, non tanto perché inquinato da inevitabili scarichi industriali, quanto piuttosto perché assediato e soffocato dalla selva che gli cresce intorno e che impedisce alla luce di penetrare e accarezzare la superficie immota delle acque. E qui, chi ha un minimo di dimestichezza con la fotografia non può non pensare a quanto l’occhio del fotografo abbia cercato quella luce e abbia atteso il momento ideale a scattare la foto. L’attesa si è rivelata necessaria perché il sole cambiasse posizione in cielo fino ad arrivare al punto in cui la resa della fotografia corrisponde – pur senza sovrapporsi e tanto meno coincidere – all’idea che la mente del lettore si è fatta del luogo infernale. La banalizzazione dell’immagine virtuale creata nella nostra fantasia avrebbe preteso un luogo simile a una enorme macchia di pece scura, soffocante, priva dei minimi guizzi di luce. Ma l’artista sa andare oltre il banale, oltre il luogo comune e riesce a darci un’immagine della palude Stigia moderna e innovativa, una pozza appena illuminata dai barbagli dei raggi che filtrano attraverso un groviglio di rami e tronchi, in parte caduti e semisommersi, che, a volte, sembrano quasi spuntare ed elevarsi dalla superficie immobile dell’acqua.È quindi la volta di Italo Calvino, del quale, più che un testo, si propone un episodio particolare, una circostanza legata ad un errore di impaginazione di una sua opera. Immaginiamo, e forse abbiamo provato in molti, il senso di spaesamento avvertito durante la lettura di un testo, quando, senza una ragione apparente, se non quella che si potrebbe attribuire a un errore di impaginazione e di rilegatura, il racconto che stavamo seguendo ha un improvviso quanto assurdo cambiamento di tono e di stile e di argomento, diventando a tutti gli effetti un altro testo. Così il fotografo è chiamato a rendere in maniera concreta, e soprattutto visibile, questo senso di spaesamento e di frastornamento, affidandosi ad un non senso apparente delle immagini, ad una loro incongruenza e non consequenzialità. Il percorso inizia, dunque, partendo da un “testo” coerente, rappresentazione, attraverso immagini in bianco e nero, di un luogo desolante e desolato, un luogo che all’apparenza non ha niente di particolarmente affascinante e ricercato, al punto da sollecitare la selezione e la conservazione di quegli scatti. L’artista, però, riesce a vedere nelle immagini che gli si offrono davanti qualcosa che ritiene degno di essere fissato nel tempo e nel ricordo. La ex fabbrica con i capannoni in rovina, le macerie abbandonate, in indefinibile attesa di una ristrutturazione o di una più probabile demolizione, sospese e fissate per sempre nel tempo. Si continuano a sfogliare le foto in bianco e nero, sperando che prima o poi qualcosa accada, ma tutto rimane immobile e uguale. Giunge, infine, improvviso lo scarto, il salto di pagina e di logica, l’elemento frastornante e distogliente, l’interruzione della consequenzialità: foto a colori, che riproducono un ambiente d’altri tempi, ma sempre vivo e vitale, come la scheggia di ricordo che si insinua di soppiatto nella tristezza e nella noia di un presente tutto uguale. A voler marcare la differenza, oltre le indicazioni della data e della denominazione del luogo, interviene anche il colore, quasi uno stacco deciso rispetto al bianco e nero del prima e del dopo, un pensiero senza senso che si insinua di soppiatto in una sequenza logica e coerente di riflessioni oscure e meditabonde. Questione appena di quattro immagini e poi la sequenza ritorna sui corretti binari, continuando a proporre le foto in bianco e nero di un luogo anonimo e vuoto di ogni presenza. Con Pasolini si entra nella poesia più intima, i versi citati in anteprima alle foto sono dominati da due elementi, il sole e l’urlo del morente. Giovanni Zaffagnini, per dare forma e corpo alle intuizioni scaturite dai versi pasoliniani, propone immagini che rappresentano il crudele spettacolo del sole che splende violento e accecante, con inquadrature che fanno entrare la luce direttamente nell’obiettivo. Appaiono sulle foto macchie colorate, che potrebbero sembrare banali errori di principiante, ma che al contrario sono voluti e forzati. Come rappresentare l’urlo di un morente? Con quella luce implacabile che si infila nell’obiettivo, come fa l’ultimo raggio di sole negli occhi di un uomo, quasi un estremo abbraccio con il mondo che il sole e l’uomo stanno abbandonando. Il morente giorno e il morente uomo, analogie rappresentate con la forza di un dolore indicibile a costruire una metafora di rara bellezza. La durezza dell’esistenza è l’unica verità rivelata al momento del nascere, le altre ce le dovremo cercare da soli, se mai poi le troveremo. Il trasformarsi – o il tradursi, non saprei dire cosa sia meglio a significare l’operazione, forse il “trasdursi” – delle parole in immagini costringe a un balzo interpretativo da un linguaggio a un altro, da un mezzo espressivo a un altro mezzo espressivo. Il sole pasoliniano viene “addolcito” dall’aria di mare, evocata da una lunga teoria di palazzoni condominiali deserti, che abbondano lungo la costa adriatica e si riempiono soltanto durante le vacanze estive. Costruzioni anonime, realizzate in serie, come avviene nelle periferie delle grandi città Costruzioni senza vita, morenti anche loro per gran parte dell’anno, edifici chiassosi e affollati in brevi periodi, ma sempre e comunque privi di esistenza, quella quotidianità alla quale soltanto possiamo dare il nome di vita. Intanto, scorrendo le immagini, la luce insiste a penetrare nell’obiettivo, per ravvivare quel gran deserto sofferente dove è completamente annullata la presenza umana, che si manifesta al più indirettamente con rari segni, rappresentati da auto polverose e cassonetti vuoti. Immagini di finestre sbarrate di appartamenti deserti, dietro le quali si consuma il cupo dramma del silenzio e della polvere, la dolorosa violenza dell’infinita solitudine degli spazi. La trasformazione – o traduzione – del testo scritto viene operata stavolta con l’estenuante ripetersi di immagini che non svelano la vita, come se l’uomo fosse definitivamente scomparso dalla terra e i suoi manufatti fossero gli unici superstiti, abbandonati a memoria di una umanità estinta.
(fine parte prima)

I VIAGGI DI MAIRA (recensione)

di Sergio Tardetti

Maira Francavilla rappresenta il prototipo del viaggiatore, da non confondere con il turista, che è, piuttosto, un individuo in cerca di emozioni plastificate e senza rischi, di visioni preconfezionate e predigerite, e che viaggia soprattutto per poter raccontare a quelli rimasti a casa quanto fossero belle le stanze degli alberghi o le cabine delle navi da crociera, di quanto il cibo non fosse poi niente di speciale, di quanto si è divertito nei dopocena organizzati fino al minimo dettaglio e altre simili amenità. Non racconterà, invece, mai le emozioni che ha provato, non ne sarebbe capace, come non era stato capace di ascoltarle quando si presentavano alla sua mente; viaggia infatti con il corpo, non con l’anima, con la macchina fotografica o il telefonino sempre in mano, pronto a catturare immagini da mostrare al ritorno a parenti, amici e conoscenti, soprattutto per suscitarne invidia e rimpianto per non essersi aggregati alla bella comitiva. Le emozioni sono, al contrario, impalpabili, impossibili da fotografare e difficili da catturare, se non con tutti i sensi e con la memoria. Il viaggiatore, diversamente dal turista, si immedesima sempre nei luoghi in cui si muove, al punto da avere la sensazione di esserci già stato, anzi, di averci addirittura vissuto e forse di esserci anche nato, quasi certamente in un’altra epoca. Il viaggiatore è empatico, capace di avvertire la presenza, anzi, le presenze che lo circondano, capace di sfiorare con la mano una pietra, una porta o una colonna di qualche antica chiesa o edificio e avvertire la mano di qualcuno che si è già posata lì in qualche altra epoca. Maira non scatta istantanee a raffica, tentando di congelare l’attimo che sfugge, preferisce tenere gli occhi bene aperti, anziché incollarne uno dietro l’obiettivo, attraverso il quale si può focalizzare una limitata porzione dello spazio che ci circonda, dimenticando e infine perdendo di vista tutto il resto. Maira cattura, piuttosto, impressioni che continueranno a persistere molto a lungo, anche dopo il ritorno, sa che la vera ricchezza del viaggio è proprio quella di moltiplicare le emozioni, aggiungendole alle tante già presenti nella propria anima. Sarà poi, una volta a casa, che quelle emozioni si condenseranno in parole che potranno dare vita a brevi narrazioni oppure, come in questo caso, a poesie di una nitidezza e di una raffinatezza che non deludono le attese. Nella loro essenzialità contengono tutto quello che ha attirato l’attenzione di Maira nel corso del suo viaggio, trasmettendo a chi legge le stesse emozioni che ha provato in quegli istanti e condividendole con la stessa spontaneità con la quale si presenterebbe un comune fatto quotidiano. Sono, a mio parere, opere di alta oreficeria poetica, lavori di finissimo cesello, capaci di mettere in risalto elementi di particolare pregio per la memoria di chi ha visto e vissuto quei luoghi e quelle atmosfere. I componimenti della raccolta possono essere considerati “Poesie DI viaggio”, ma anche “Poesie DA viaggio”; scritte, cioè, con l’occasione del viaggio ma anche da portare con sé in un viaggio, se si dovessero visitare quei luoghi dei quali le poesie raccontano e ripercorrere quell’itinerario. Un resoconto necessariamente infedele – conosciamo tutti bene i tradimenti della memoria – ma veritiero al tempo stesso, quasi un raccontarsi a se stessi, mentre dentro l’anima si sentono scaturire le emozioni. Il percorso, descritto attraverso immagini di intensa bellezza, si snoda attraverso luoghi facilmente identificabili sopra una carta geografica, ma nei quali, quando avessimo l’opportunità di raggiungerli, non troveremmo mai quello che è balzato con tutta evidenza agli occhi di Maira. Ognuno viaggia con il proprio bagaglio di conoscenze ed esperienze ed è proprio attraverso quelle che riesce a filtrare le immagini, i suoni, i profumi e i colori dei luoghi che si offrono ai suoi occhi. Tutto può diventare pretesto per una poesia, perfino la partenza, non così avventurosa come la si immaginerebbe ma perfino comune e ordinaria. Eppure, quanta poesia si respira fin dalle prime battute! Le parole sembrato accuratamente decantate dal depositarsi e dal sedimentarsi delle emozioni, il lembo di carta del quale si parla nel titolo appare a un tratto, quasi a volerne ricordare la presenza reale e a giustificare il senso del titolo. Il resto, tutto quello che a questo punto ometto intenzionalmente, potrete scoprirlo leggendo “Fino a Capo Nord con un lembo di carta”.

Maira Francavilla – Fino a Capo Nord con un lembo di carta. Bertoni Editore, 2021

VIAGGIATORI O TURISTI?

Dicono gli albergatori, i ristoratori e i commercianti della nostra città: “Mancano i turisti”. Replico io: “Non sono i turisti che mancano, sono i viaggiatori”. E non si tratta solamente di una sottile distinzione terminologica, quanto piuttosto di una sostanziale differenza di mentalità e di comportamenti. Ho conosciuto turisti di varie nazionalità che vagavano in diverse parti del mondo. Ricordo, ad esempio, un gruppo giapponese incontrato durante un mio viaggio in Turchia. Visitavamo la stessa località archeologica, forse Troia o Mileto, non saprei dire. Il caldo estivo era soffocante, così decidemmo una sosta all’ombra di un folto gruppo di eucalipti, sotto i quali si erano rifugiati anche i figli del Sol Levante, che male sopportavano quell’afa. Da una improvvisata conversazione, scaturita dalla reciproca curiosità di conoscere e di conoscersi, venimmo a sapere che erano “cristiani come noi”; la guida del gruppo, una signora di mezza età, sembrava tenerci molto a farlo sapere. Il loro frenetico e vagante itinerario li avrebbe condotti prima a Istanbul, poi a Gerusalemme, quindi ad Atene e infine in Italia, da dove, dopo avere visitato le mete canoniche di Roma, Firenze e Venezia, si sarebbero diretti a Monaco di Baviera, per fare infine ritorno in patria. Un tour de force che indubbiamente avrebbe lasciato qualche segno nelle loro memorie, oltre a qualche migliaio di foto da mostrare ad amici, parenti e conoscenti, una volta arrivati a casa. Ma avrebbero mai capito veramente l’occidente così come veniva riassunto dalle loro brochure di agenzia?

Personalmente, anche solo frequentando per qualche tempo una singola località, provo alla fine della visita una sensazione di inadeguatezza, convinto di non essere riuscito a capire il luogo dove ho soggiornato. Ogni città è infinita e lo sguardo che le dedichiamo è sempre troppo breve. I nostri amici giapponesi, inoltre, viaggiavano con casa al seguito, essendosi portati dietro bevande e cibi, nel timore di essere contaminati da quelli locali. A questo andava aggiunto il fatto che l’autobus su cui viaggiavano era dotato di cuccette, dalla curiosa forma a loculo, nei quali i nostri turisti riposavano durante le ore notturne. Che bisogno c’era di alberghi, bed and breakfast, pensioni, ristoranti, osterie, aree di sosta e di tutto quello che serve per intercettare la gente di passaggio e rappresenta la fonte di guadagno di chi vive di turismo? Il viaggiatore, invece, ha l’abitudine di muoversi individualmente o in piccolissimi gruppi e di andare proprio in cerca di un luogo, ristorante, pensione, camera d’albergo, preferibilmente al centro della città, in cui sostare per immergersi totalmente nell’atmosfera del posto. I turisti vanno e vengono, i viaggiatori restano e, a volte, ritornano. Essere turista è molto spesso una necessità, legata al poco tempo o al poco denaro o al frenetico desiderio di vedere, o a tutte queste cose insieme. Essere viaggiatore è una delle categorie dell’esistenza. Si può conoscere il mondo frequentandolo da turisti o da viaggiatori, si può conoscere la vita allo stesso modo. E’ l’eterna disfida tra chi vuole godere il viaggio e chi invece punta diretto alla meta, trascurando il paesaggio che attraversa e le persone che incontra. La vita, però, come sempre prodiga di occasioni e possibilità, consente a chiunque di diventare viaggiatore, da turista che era: sta a ciascuno di noi saper riconoscere e riuscire a cogliere quello che ci viene offerto.

IL SILENZIO DEI PAZIENTI

Deve essere molto difficile per un medico restare in silenzio, mentre esegue un esame su un paziente e, successivamente, mentre compila il referto e la diagnosi. Deve essere davvero difficile resistere alla tentazione di lasciarsi sfuggire una frase, una parola, una sillaba, mentre il paziente è in impaziente attesa del responso. Immagino quale durissimo tirocinio avrà dovuto sostenere, lui che al bar con gli amici, in famiglia, negli incontro con i colleghi sarà senz’altro un gradevole e apprezzato conversatore. Immagino quali e quanti esami avrà dovuto inserire nel suo curricolo professionale e specialistico per apprendere le più moderne tecniche dell’afasia. Anni e anni di dura esperienza per raggiungere uno stato della mente molto prossimo alla trance. Ma forse c’è un’altra spiegazione possibile: il medico teme di lasciarsi sfuggire qualche segreto professionale che, una volta entrato in possesso del paziente, rischierebbe di esautorarlo dalle sue funzioni. D’altra parte, anche gli sciamani e gli stregoni, dai quali i moderni medici, volenti o nolenti, discendono, trasmettevano il loro sapere esclusivamente a coloro che erano destinati a prendere il loro posto in un qualche futuro.

Vorrei tranquillizzare i medici: anche se dovessi carpire il più piccolo dei loro segreti, prometto di non divulgarlo. Lo terrò per me e ne farò il migliore uso possibile, vale a dire nessuno. Quanto ho detto finora è solo per mantenere le mie considerazioni su un piano scherzoso e benevolo. Ma c’è qualcos’altro che temo, il medico non vuole perdere tempo a parlare con uno che, tanto, non capirebbe niente di quello che dice. Capisco, in questo momento, le ragioni dei tanti che preferiscono il fai-da-te piuttosto che consultare un medico, in ogni caso, alla fine, ne saprebbero quanto prima. Ammetto di pensare male, ma in questi casi, oltre a commettere un peccato, si indovina sempre. Vorrei, se possibile, ancora una volta tranquillizzare il medico: capisco l’italiano. Conosco di questa lingua quel tanto che basta a comprendere termini di uso comune come posologia, diagnosi, terapia e prognosi. Il monologo, qualcosa che deve temere più di qualunque altro al mondo, è pertanto scongiurato; potremo conversare amabilmente del mio stato di salute e, soprattutto, ottemperare all’obbligo da parte sua di informare il paziente. Se e quando riuscirà a rompere la ferrea regola del silenzio che si è imposto, potrà rendersi conto perfino del potere terapeutico della parola e di quello quasi taumaturgico di un sorriso e di una stretta di mano.

ARIA DI CASA NOSTRA

Un racconto distopico, ma non troppo…

Adesso, l’aria era diventata decisamente poco respirabile, gli ospiti cominciavano a girare, nervosamente e sempre più spesso, la testa verso la cucina, sperando vivamente che Clara riprendesse a friggere. Curioso, e anche un po’ fastidioso, l’odore dell’aria pulita! Talmente fastidioso che qualcuno aveva acceso una sigaretta, sperando che almeno il fumo riuscisse a cancellare quell’odore insopportabile. Giovanni aveva riflettuto a lungo, prima di accettare l’invito di Clara, non aveva avuto il coraggio di chiederle se a casa sua si respirasse bene, gli era sembrata una domanda fin troppo indiscreta. Adesso, però, si stava pentendo di non essersi informato prima, erano già corse strane voci sul conto di Clara, certo, chiacchiere, pettegolezzi, ma con qualche fondamento, a quanto pareva. Chi era stato a casa sua aveva riferito di uno strano odore mai annusato prima e Clara aveva risposto che, purtroppo, da quelle parti c’era a volte questo problema. Inconveniente, così lo aveva chiamato, ma per chi aveva riferito l’episodio, si era trattato di un inconveniente non da poco, stare in quella stanza a respirare un odore strano, quasi un cattivo odore di cui era difficile definire l’origine e la natura. “Cos’è questo strano odore?”, aveva chiesto uno dei più coraggiosi, e dei più cafoni, avrebbe poi commentato Clara. “E’ l’odore dell’aria”, aveva risposto. Lei non aveva potuto nasconderlo in nessun modo, nemmeno friggendo un quintale di patate. Appena smetteva, quell’odore tornava a farsi vivo, senza una ragione precisa, così le toccava subito riprendere a friggere.

Cominciava anche ad essere piuttosto tardi, ma gli invitati non sembravano avere fretta di andarsene. “Come si respira da te – le aveva detto una – non si respira da nessuna parte”. “Nemmeno a casa di Corinna”, aveva aggiunto un’altra, e sì che la casa di Corinna era famosa per la sua aria decisamente respirabile, un misto tra bollitura di cavoli e zuppa di cipolle. Adesso avrebbe avuto bisogno di una pausa per poter almeno annusare anche lei quell’aria, che invece veniva trasportata nel soggiorno, dove gli invitati erano comodamente seduti a tavola a respirare, opportunamente convogliata lì da un dispositivo di ultima generazione, una macchina costosissima che faceva circolare quell’aria fin dove era più necessario. Clara riusciva a superare la stanchezza, aiutata dal pensiero che l’indomani si sarebbe parlato della sua casa e della sua aria in tutta la città, molti dei presenti avrebbero sicuramente decantato quell’odore di fritto e di sughi all’aglio che imperversava solitamente nelle stanze. Così la fatica di continuare a friggere ormai sembrava svanita, superata da quella felicità di immaginarsi già ai vertici del ristretto elenco delle case in cui si respirava bene. Perfino l’Amministrazione Comunale, consapevole di andare incontro ai desideri dei cittadini, aveva bandito un concorso per scegliere la casa “del buon respiro”, così come era scritto nel comunicato fatto circolare tra la cittadinanza intera. E adesso, senza una ragione, senza una spiegazione plausibile, ci si era messa di mezzo l’aria, con quell’odore insopportabile che rischiava di fare naufragare i suoi progetti.

Perché, a dire il vero, Clara aveva in mente un progetto ben preciso, rendere la sua casa accessibile all’intera cittadinanza, ingresso a orari fissi dietro un piccolo compenso, presentata come un luogo in cui i bravi cittadini sarebbero accorsi a frotte a ricrearsi lo spirito e soprattutto a respirare un po’ di quella sana aria dall’odore di fritto che la maggior parte di loro non aveva mai conosciuto. Già si immaginava sulla soglia di casa, occupata a decantare le qualità non comuni di quell’aria che ristagnava in permanenza dentro quelle stanze, mentre i meno abbienti, impossibilitati a friggere costantemente, si trovavano costretti ad acquistare nei negozi di articoli per la casa certe bombolette spray che si limitavano al più a simulare la presenza di quegli odori nelle loro abitazioni. E, nello stesso tempo, Clara avrebbe trovato il modo di commercializzare quelle enormi quantità di patate fritte che si andavano man mano accumulando in cucina e che, fino ad allora, era stata costretta o a servire agli ospiti occasionali, o a regalare ad amici e conoscenti, quando addirittura non le era toccato buttarle via per liberare un po’ di spazio accanto ai fornelli. Aveva fatto bene i suoi conti, tutto quell’afflusso di gente, tutti i giorni, salvo il lunedì – così aveva deciso, il lunedì lo avrebbe dedicato a se stessa – le avrebbe consentito lauti incassi e la possibilità di condurre una vita da benestante. Avrebbe assunto un paio di persone, naturalmente, lei avrebbe smesso di stare davanti ai fornelli perché a una signora rispettabile non si addiceva il continuare con la vita di prima, quella di un’ordinaria casalinga in continua attività davanti ai fornelli. Avrebbe anche chiesto all’Amministrazione Comunale una speciale licenza per aprire un’attività di imbottigliamento dell’aria di quella casa, dapprima a livello artigianale, poi, se la cosa avesse preso piede, su scala industriale. L’Amministrazione, almeno secondo il punto di vista di Clara, sarebbe stata ben lieta di reclamizzare, attraverso la vendita di quel prodotto, la cittadina che governava, con la prospettiva di fare accorrere turisti dalle città dei dintorni e magari dall’intera regione. E poi, chissà, il tempo e quell’odore dell’aria avrebbero finito per lavorare a suo favore.