Sergio Tardetti

Docenti dietro una cattedra: perplessi

Non sono più tanto sicuro. Non certo sicuro come quando ci sono stato per la prima volta. Allora le certezze erano così forti da spianare montagne e colmare vallate, facendo intravedere solo la linearità di percorsi senza turbamenti né scossoni. Stavo per rinunciare ad un’incerta prospettiva di docente con incarico annuale, per dedicarmi ad una professione di tecnico per la quale, in verità, avvertivo una scarsa vocazione; si trattava, tuttavia, di inoltrarmi nella strada per la quale avevo speso lunghi anni sui libri e nelle aule universitarie e questo doveva essere abbastanza per motivarmi alla scelta. Per caso, durante una conversazione con un’amica, anche lei insegnante, venni a sapere della sua esperienza vissuta in una scuola d’avanguardia, o, piuttosto, di frontiera. Chiesi e ottenni un incontro con l’animatrice di questa esperienza, sempre alla ricerca di persone adatte a portare avanti quella sua utopica iniziativa, alla quale aveva dedicato tutta se stessa.
Durante il nostro primo colloquio, una frase in particolare mi colpì. Parlando a proposito delle difficoltà che le Istituzioni frapponevano al suo percorso di ricerca e sperimentazione, mi disse: “Noi gli ostacoli non li aggiriamo. Li abbattiamo”. Fu una vera consolazione dopo tre anni di limbo, precariamente vissuti tra i banchi sconnessi di istituti professionali variamente dislocati, entrare almeno nel purgatorio, con l’evidente prospettiva di un futuro paradiso. Correva l’anno di grazia 1983, era un bellissimo settembre, la stagione ideale per l’inizio di una promettente avventura. E l’avventura durò per alcuni entusiasmanti anni.

Fesso? Chi non sa leggere

Ero un ragazzino di appena undici o dodici anni, quando qualche volta accompagnavo mia madre o mio padre agli uffici dell’Anagrafe comunale, per richiedere documenti e certificati che oggi sembrano residuati di archeologia burocratica, spediti al macero dalle attuali normative sull’autocertificazione. Nell’atrio rettangolare, sul quale si affacciavano gli sportelli dei numerosi uffici, stazionava un ometto, comodamente seduto ad un minuscolo tavolino, che sembrava quasi trovarsi a casa sua, tanto pareva a proprio agio in quell’andirivieni di gente di ogni specie.
Sul tavolino, disposti in pile ordinate, una serie di foglietti di diverse dimensioni, moduli da compilare per richiedere uno dei tanti certificati che le leggi di allora esigevano in ogni circostanza. Nascita, residenza, stato di famiglia, cittadinanza erano i più comuni, ogni tanto l’esercizio più difficile di quell’arte, il triplo salto mortale all’indietro carpiato, la richiesta di una carta d’identità.
Ricordo anche che l’uomo dei moduli era sempre un po’ seccato se qualcuno andava al suo tavolo e si serviva da solo, non gli andava giù che quello facesse tutto da solo, senza degnarsi neppure di richiedere i suoi servizi. Non protestava, perché capiva di non averne alcun diritto, quei foglietti in fondo erano messi lì a disposizione dei cittadini, ma si capiva che la cosa non gli andava affatto giù, non ammetteva che ci fosse qualcun altro capace di fare il suo lavoro altrettanto bene. A quell’epoca ero letteralmente affascinato da quei foglietti, al punto da prenderne sempre un paio da portarmi a casa, per leggerli con calma e cercare finalmente di svelare il mistero celato tra le loro righe. Mi accorgevo di riuscire a comprendere il significato della maggior parte di quei termini burocratici, dove non riuscivo ad arrivare provvedeva il modesto dizionario acquistato all’inizio della scuola media.
Chissà perché, per quell’uomo immaginavo una storia di dignitosa povertà, costretto dal bisogno, nonostante l’età che, a quell’epoca, mi pareva avanzata, a quel lavoro umile ma importante, forse un tempo impiegato di quegli stessi uffici in cui continuava a trascorrere le sue giornate, magari collega di quelli che dietro lo sportello attendevano che qualcuno gli consegnasse il foglietto con la richiesta del certificato, tollerato in virtù del fatto che un tempo anche lui era appartenuto alla nobile casta degli impiegati comunali, sottogruppo anagrafe.
Ogni volta continuava a sorprendermi il fatto che quell’uomo si guadagnasse da vivere compilando, a richiesta del pubblico, quei moduli che ai più apparivano astrusi e incomprensibili, lui, al contrario, sapeva destreggiarsi tra le diverse richieste di certificati con un’abilità che aveva del sorprendente. Quello che mi sorprendeva, però, era il fatto che tanta gente continuasse a rivolgersi a lui per compilare una di quelle richieste, operazione che non sembrava impossibile neppure per un ragazzino di scuola media quale ero io all’epoca.

Mi accorgo di pensare a quell’omino, proprio mentre mi passa davanti agli occhi un trafiletto, una notizia come tante altre, i dati dell’indagine PISA sulle abilità di comprensione di un testo scritto da parte dei nostri adolescenti quindici – sedicenni. Aumenta vistosamente, anno dopo anno, l’incapacità di comprendere un breve testo scritto, fenomeno ancora più abnorme se si pensa che, nel frattempo, aumenta anche il numero delle persone che conseguono un diploma o una laurea. Mi chiedo cosa avranno fatto quei ragazzi e quelle ragazze nei dieci anni trascorsi sui banchi di scuola prima che quell’indagine venisse a mettere impietosamente a nudo i buchi neri delle loro incompetenze.
Mi scopro anche ad immaginare un futuro, non troppo fantascientifico, in cui le difficoltà di leggere e comprendere un testo saranno esasperate dalla necessità sempre più stringente di dover compiere queste elementari operazioni, potenzialmente accessibili da parte di qualunque persona alfabetizzata. Perché, nella società dell’informazione ossessiva – compulsiva, il dato assume sempre più un valore relativo, se non accompagnato da opportune spiegazioni, e il moltiplicarsi e l’affastellarsi delle norme costringe sempre più spesso a ricorrere a specialisti di linguaggi sempre più astrusi, nei quali significato e significante continuano a divergere costantemente. Come se non bastasse la complessità della lingua materna a rendere difficili le cose, ci si mette anche la burocrazia che, forse a corto di termini astrusi, ricorre ad altre lingue per confondere le idee della gente. Da quali menti perverse vengono proposti e approvati termini quali “welfare”, “social card”, “bonus”, “incapiente”, quest’ultimo addirittura sconosciuto al correttore ortografico?
Insomma, allo scritturale di una volta potrebbe essere necessario sostituire oggi l’Esplicatore, qualcuno capace non solo di leggere ma anche di comprendere e, soprattutto, far comprendere il significato delle parole contenute nei moduli, nei documenti, nei testi in generale. I più ricchi – beati loro! – potranno permettersi il personal reader, accanto agli ormai collaudati personal trainer e personal shopper. Ce le vedo queste signore ingioiellate rivolgersi al reader di turno e farsi spiegare cosa c’è scritto su un manifesto o nelle tre righe che scorrono davanti ai loro occhi, mentre aspettano sotto il casco del parrucchiere che le loro capigliature prendano forma.
Ogni volta che penso a queste cose, mi tornano in mente immagini della mia infanzia. “Fesso chi legge”, era scritto su tutti i muri, con calligrafie grossolane, a supremo disprezzo di quell’arte che non occorreva padroneggiare per fare quattrini, palanche, sghei, bastavano forza e furbizia, per “stare sul pezzo” ventiquattro ore su ventiquattro e fregare i fessi, appunto quelli che leggevano. Inoltre, quel messaggio denigratorio poteva arrivare solo a chi era in grado di leggerlo e decodificarlo e quindi colpiva senz’altro nel segno.
Restava solo da sciogliere un piccolo dubbio, se l’ignoto estensore del messaggio avesse operato di proprio pugno o avesse assoldato uno scritturale, al quale affidare il compito di dare forma a quei suoni canzonatori che lui era appena in grado di compitare. La differenza non è da poco, perché nel secondo caso quel tale era indenne dall’infamante marchio derivante dal saper leggere, ma nel primo caso sarebbe rientrato di diritto in quella categoria contro la quale si indirizzava il suo grossolano sarcasmo. Anche lui sarebbe stato un fesso a tutti gli effetti, con l’unica eccezione del caso in cui avesse vergato le lettere infamanti ad occhi chiusi e, pertanto, si fosse astenuto dal leggerle. Ma forse in quel cervello di passerotto non poteva trovare posto nessuna forma di logica, persino la più grossolana. Se avesse provato a riflettere anche per un solo istante, sarebbe giunto all’unica, vera, tristissima conclusione del ragionamento: l’unico fesso, oggi e sempre, è chi non sa leggere.

La norma e l’oltre

“L’albero di Mahewa” di Gian Ruggero Manzoni (Il Filo)

Nelle frequentazioni quotidiane di ciascuno di noi, si viene a contatto con esistenze che si trascinano stancamente, tra lavori ordinari e decisamente poco avvincenti, piccoli e grandi problemi economici e familiari, avvolte in rapporti interpersonali costretti entro schemi irrigiditi dalle convenzioni sociali e narcotizzati dal quieto vivere. Si avverte, insomma, uno sgranarsi di giornate talmente uguali e prevedibili da non lasciare il benché minimo margine alla fantasia, per lasciare anche solo immaginare quello che accadrà il giorno dopo. E’ questa la norma, la vita dei cosiddetti “normali”, la gran parte di noi, con rari slanci, noiosa e prevedibile quanto si vuole, ma generalmente ordinata e, quello che più conta, tranquilla.

Il quinto quarto

Lo Spirito e altri briganti di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli (Mondolibri)

Quando ero poco più che un bambino, mi presero a lavorare presso una macelleria a pochi passi da casa. Era l’estate al termine delle scuole elementari, ad ottobre avrei iniziato le medie e così, un po’ per necessità, un po’ per passare il tempo, avevo cominciato la mia modesta carriera di garzone di bottega. Fu in quell’occasione che conobbi Memmo, antico e nobile membro della confraternita dei norcini, forte come un toro, capace di mettersi in spalla mezzo bue e trasportarlo dal camion del mattatoio, parcheggiato nel cortile antistante il negozio, alla cella frigorifera della macelleria. Fu sempre in quell’occasione che sentii parlare di quarti di bue, due anteriori e due posteriori, com’era naturale che fossero.
Ma fu la scoperta dell’esistenza del quinto quarto a sconvolgere le conoscenze elementari di aritmetica che possedevo e riuscivo già a padroneggiare adeguatamente . Inutile cercare di capire il concetto, l’esistenza del fantomatico quinto quarto era categoricamente esclusa dal mio pur ristretto universo matematico. Per quanto continuassi a rifletterci, qualsiasi oggetto diviso in quattro, ad esempio la classica torta, che tanto piaceva alla maestra, produceva quattro quarti, era ovvio, logico, anzi, matematico. Da dove prendeva origine questo quinto quarto? Mi ci volle un po’ di tempo per capire che con questo termine venivano indicate le frattaglie, la testa, le zampe, la coda e  tutto quello che, pur facendo parte dell’animale, non era incluso negli altri quattro quarti. Il quinto quarto era la fortuna del macellaio, il suo guadagno vivo, quello su cui poter contare per soddisfare i clienti meno facoltosi e al tempo stesso incrementare con poca fatica i propri incassi.
Tutta questa storia mi è tornata in mente quando ho terminato di leggere il libro che Guccini e Macchiavelli hanno, per così dire, confezionato, ad uso e consumo di quanti avevano avuto modo, a suo tempo,  di gustare le saporite e robuste storie narrate nella trilogia che vede come protagonista il maresciallo Santovito e come sfondo l’Appennino tosco-emiliano e i piccoli borghi che lo popolano. E, difatti, come per segnalare e sottolineare una continuità con le storie precedenti, gli autori ricorrono all’espediente narrativo di far precedere ogni capitolo da una specie di monologo del maresciallo, che funge da raccordo tra le storie e da introduzione a ciascuna di esse. Senza questo espediente, ogni storia sarebbe un racconto a sé stante, al quale mancherebbe quel valore aggiunto costituito proprio dalla presenza in funzione di testimonial del maresciallo stesso, presenza essenziale per trainare un libro altrimenti destinato a passare nel dimenticatoio.
Uno degli aspetti del libro, quello che sorprende piacevolmente, mentre si legge, è la sensazione di “leggerezza” della scrittura, dimostrazione tangibile del fatto che i due autori si sono divertiti molto a mettere insieme i fili di una narrazione capace di dare vita a storie così gradevoli da leggere. Immagino conversazioni notturne accanto ad un camino acceso, col fiasco del vino a portata di mano e le castagne che arrostiscono sul fuoco, i ciocchi della legna che scoppiettano e le parole di Guccini, alle quali fanno eco quelle di Macchiavelli, che rimbalzano sui muri e sul soffitto di un’antica cucina, annerita dal fumo.
Si ritrova in ogni pagina, praticamente intatta, la stessa atmosfera che si respira nella trilogia del maresciallo, una serie di abiti – mi si conceda la metafora – confezionati con stoffe di ottima qualità, anche se di colori e tessuti diversi. La leggera nota stonata del libro è invece dovuta alla sensazione che, pur mantenendo l’ottima fattura dei precedenti, l’ultimo nato sia stato confezionato con ritagli di stoffe rimasti inutilizzati nella bottega della premiata sartoria Guccini – Macchiavelli.
Dare del “quinto quarto” ad un’opera, per quanto minore, dei due bravi scrittori potrà sembrare forse riduttivo, se non addirittura irriverente, si tratta pur sempre di storie di un certo pregio. Per chi ha potuto apprezzare a fondo i libri che vedono protagonista il maresciallo Santovito, però, è esattamente questa l’impressione che si avverte. Le pagine che scorrono sotto gli occhi del lettore trasmettono la sensazione di essere poco più che frattaglie, rimasugli di brani espunti dai libri precedenti e confluiti in questo, forse perché  si era venuta avvertendo la necessità di proporre ai lettori anche le parti meno “nobili” delle storie già narrate. Questo, naturalmente, a pensare bene, nella più favorevole delle ipotesi. Volendo, però, pensare male e, di conseguenza, fare peccato, si potrebbe intravedere in questo libro una banalissima e scontata operazione commerciale, a rimorchio del successo della trilogia di Santovito.
In conclusione, non so decidere se condannare o assolvere i due autori, per aver tentato di carpire la buona fede dei loro appassionati sostenitori. Anche se la tentazione di propendere per una condanna sarebbe forte, preferisco sospendere il giudizio. A loro va, in ogni caso, l’onore delle armi, per il merito di avere assolto un non facile compito, quello di essere riusciti a divertire il lettore, Anche se ogni tanto si lasciano affascinare dalle sirene del mercato, meritano tutta la nostra considerazione, se non altro per quello che hanno saputo darci, singolarmente o in sodalizio, durante questi anni.

Il piacere di leggere, 3 settembre 2008

Costume e malcostume

Il mio amico S. è un guidatore come tanti altri, prudente quanto basta e generalmente rispettoso delle regole. Al mio amico S., per la verità, non piace molto guidare: lo fa solo quando è strettamente necessario, raramente per motivi banali, quasi mai senza motivo, così, tanto per fare un giro in auto. Difficilmente, quindi, lo potrete incontrare lungo una strada, se non è strettamente obbligato a percorrerla. Insomma, non è certo uno di quei fanatici della guida, che si mettono in macchina con ogni stagione e percorrono chilometri e chilometri su strade di qualsiasi tipo, semplicemente per passare il pomeriggio, senza una meta precisa.
Visto così, potrebbe sembrare un tipo piuttosto strano, soprattutto se riferito ai canoni attuali, che ci impongono sempre un continuo movimento, dinamici quasi per obbligo contrattuale, protesi ad avvalorare con i fatti l’antico detto italiota: ”Chi si ferma è perduto”. E lo si è realmente, se si pensa ai molti pericoli ai quali si può andare incontro per il semplice atto di fermarsi, fosse anche per soccorrere una persona in difficoltà o, più semplicemente, per guardarsi un po’ intorno. 
Eppure, fermarsi, ogni tanto, è necessario. Il piacere del viaggio, si sa, non consiste nel raggiungere la meta, quanto piuttosto nel viaggiare. E, certamente, la sosta è una delle componenti essenziali del viaggio. Anche la vita, durante il suo percorso, non importa se lungo o breve, esige ogni tanto una sosta. Riflettere su quanto si è visto lungo il cammino, su cosa è accaduto a noi e agli altri, fare il punto per stabilire dove ci si trova, sono componenti imprescindibili del viaggio.
I segni dei tempi si leggono sulla strada, traspaiono dai comportamenti dell’homo conductor, l’essere umano quando è al volante del suo autoveicolo. S., generalmente, guida con prudenza, ma ha scoperto che, se non si conforma alle anti-regole del traffico attuale, è meglio che se ne resti a casa. Lui appartiene ancora alla categoria di quelli – sempre meno, per la verità – che pensano che sia bene mettersi in viaggio con un certo anticipo, perché la strada è lunga e non si sa mai cosa può accadere durante il percorso. Prendere la vita con lentezza è un modo di allungarla, di rallentarne, se possibile, il corso, soprattutto quando rischia di diventare troppo impetuoso e di travolgerci. 
Il traffico è impazzito, si sente dire spesso, come se il traffico fosse un’entità astratta, una divinità capricciosa inviata dal cielo a mettere scompiglio sulla terra, e non, piuttosto, un coacervo di auto che si muovono tutte insieme, quasi mai sincronizzate, guidate da persone che una mera ipotesi di lavoro, purtroppo mai verificata fino in fondo, suppone dotate di una scintilla di intelligenza. Così ognuno si getta nel balletto del traffico; un passo falso, una mossa sbagliata bastano per mandarlo in crisi per ore. Ogni volta che S. sale in auto, si augura che quell’ipotetico cervello esista veramente e che non sia, piuttosto, il frutto di una pubblicità progresso, magari occultamente sponsorizzata da qualche casa automobilistica. 
Negli ultimi tempi, anche se con colpevole ritardo, la Pubblicità si è resa conto di quanto sia riuscita, a lungo andare, prima a disorientare e poi a surgelare senza scadenza i cervelli dei teledipendenti. Passi per un messaggio che ti spinge all’acquisto compulsivo di oggetti tutt’altro che necessari, ma quando si istiga lo spettatore, ormai non più raziocinante, a comportamenti che potrebbero esporre lui e gli altri a gravi rischi, vuol dire che si è superato ogni limite. Adesso, confidando che almeno un piccolo neurone sia sopravvissuto all’ecatombe scatenata dall’aggressione dei pubblicitari, alcuni spot cercano di inviare messaggi – per la verità piuttosto subliminali – che invitano a non emulare le gesta dei supereroi dello schermo. Se pensano che sia sufficiente un messaggio così ridicolo, per mettere in atto un’improvvisa inversione di comportamenti consolidati nel tempo, si sbagliano di grosso.
Il mio amico S. potrebbe elencare, una per una, tutte le multe – poche, in verità rispetto alla media nazionale – che ha preso in quasi quaranta anni di guida. Tra queste, nessuna per eccesso di velocità, la maggior parte per divieto di sosta o per qualche distrazione di poco conto, subito sanzionata da tutori dell’ordine, puntualmente apparsi nella circostanza in cui S. stava commettendo l’infrazione. Insomma, si sarà già capito che il mio amico S. non è una persona molto fortunata e che non ama correre e, quando una di quelle auto supertecnologiche di ultima generazione gli sfreccia accanto in autostrada, ad una velocità quasi doppia della sua, invoca sull’incauto e pericoloso pilota i fulmini della Stradale. “Ma il cielo è sempre più blu…”.
Nella cittadina, in cui S. vive attualmente, è in vigore una regola, tacitamente introdotta nel Codice della Strada locale: la sosta, improvvisa e prolungata, per conversazione. All’inizio la cosa lo faceva infuriare e, da bravo automobilista di città, iniziava a suonare il clacson all’indirizzo dell’indegno che stava bloccando il traffico, magari per scambiare quattro chiacchiere con un amico pedone di passaggio. Poi anche lui ci ha fatto l’abitudine, anzi, ci ha preso gusto e adesso si è conformato in tutto e per tutto a questa che ormai considera una simpatica norma non scritta del Codice della Strada.
In effetti, così almeno pensa S., si riconducono i rapporti tra pedone e automobilista nella corretta dimensione dialettica e questo è certamente un segno di grande civiltà: al codice della strada, comunque scarsamente rispettato, si sostituisce quello della cortesia. Ci sono ben altre cose che lo fanno infuriare: auto gigantesche con a bordo persone microscopiche, soste selvagge su marciapiedi e rampe d’accesso ai box auto, magari solo per comperare le sigarette o il giornale, risse per un parcheggio, automobilisti che, giunti in prossimità dei passaggi pedonali, accelerano improvvisamente all’apparire del pedone.
L’epidemia di SUV esplosa negli ultimi tempi indurrebbe il forestiero di passaggio a pensare che il paese del Bengodi esista veramente e che sia proprio il nostro. D’altronde, come dargli torto? Si fa fatica a pensare che gente, che lavora anche dodici ore al giorno, solo per tirare avanti fino alla fine della settimana, sia colta dall’insano raptus dell’imitazione, al punto da indebitarsi fino al collo per apparire ricca. Forse, nelle scuole che hanno frequentato non gli è stata mai letta la favola di Fedro sulla rana e il bue. O, forse, non hanno mai frequentato una scuola (e se ne fanno  pure un vanto).
“Life is now”, proclamava ammiccante una certa pubblicità. La stessa cosa, in forma più poetica e meno succube all’anglofilia dilagante, diceva un certo Lorenzo dei Medici, poco più di cinque secoli fa. Il Magnifico, come tutti noi, avrà sicuramente avuto i suoi bei problemi, ma almeno, quando si alzava la mattina, non doveva darsi troppo pensiero per procurare il pane quotidiano alla famiglia.