Sergio Tardetti

La norma e l’oltre

“L’albero di Mahewa” di Gian Ruggero Manzoni (Il Filo)

Nelle frequentazioni quotidiane di ciascuno di noi, si viene a contatto con esistenze che si trascinano stancamente, tra lavori ordinari e decisamente poco avvincenti, piccoli e grandi problemi economici e familiari, avvolte in rapporti interpersonali costretti entro schemi irrigiditi dalle convenzioni sociali e narcotizzati dal quieto vivere. Si avverte, insomma, uno sgranarsi di giornate talmente uguali e prevedibili da non lasciare il benché minimo margine alla fantasia, per lasciare anche solo immaginare quello che accadrà il giorno dopo. E’ questa la norma, la vita dei cosiddetti “normali”, la gran parte di noi, con rari slanci, noiosa e prevedibile quanto si vuole, ma generalmente ordinata e, quello che più conta, tranquilla.

Il quinto quarto

Lo Spirito e altri briganti di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli (Mondolibri)

Quando ero poco più che un bambino, mi presero a lavorare presso una macelleria a pochi passi da casa. Era l’estate al termine delle scuole elementari, ad ottobre avrei iniziato le medie e così, un po’ per necessità, un po’ per passare il tempo, avevo cominciato la mia modesta carriera di garzone di bottega. Fu in quell’occasione che conobbi Memmo, antico e nobile membro della confraternita dei norcini, forte come un toro, capace di mettersi in spalla mezzo bue e trasportarlo dal camion del mattatoio, parcheggiato nel cortile antistante il negozio, alla cella frigorifera della macelleria. Fu sempre in quell’occasione che sentii parlare di quarti di bue, due anteriori e due posteriori, com’era naturale che fossero.
Ma fu la scoperta dell’esistenza del quinto quarto a sconvolgere le conoscenze elementari di aritmetica che possedevo e riuscivo già a padroneggiare adeguatamente . Inutile cercare di capire il concetto, l’esistenza del fantomatico quinto quarto era categoricamente esclusa dal mio pur ristretto universo matematico. Per quanto continuassi a rifletterci, qualsiasi oggetto diviso in quattro, ad esempio la classica torta, che tanto piaceva alla maestra, produceva quattro quarti, era ovvio, logico, anzi, matematico. Da dove prendeva origine questo quinto quarto? Mi ci volle un po’ di tempo per capire che con questo termine venivano indicate le frattaglie, la testa, le zampe, la coda e  tutto quello che, pur facendo parte dell’animale, non era incluso negli altri quattro quarti. Il quinto quarto era la fortuna del macellaio, il suo guadagno vivo, quello su cui poter contare per soddisfare i clienti meno facoltosi e al tempo stesso incrementare con poca fatica i propri incassi.
Tutta questa storia mi è tornata in mente quando ho terminato di leggere il libro che Guccini e Macchiavelli hanno, per così dire, confezionato, ad uso e consumo di quanti avevano avuto modo, a suo tempo,  di gustare le saporite e robuste storie narrate nella trilogia che vede come protagonista il maresciallo Santovito e come sfondo l’Appennino tosco-emiliano e i piccoli borghi che lo popolano. E, difatti, come per segnalare e sottolineare una continuità con le storie precedenti, gli autori ricorrono all’espediente narrativo di far precedere ogni capitolo da una specie di monologo del maresciallo, che funge da raccordo tra le storie e da introduzione a ciascuna di esse. Senza questo espediente, ogni storia sarebbe un racconto a sé stante, al quale mancherebbe quel valore aggiunto costituito proprio dalla presenza in funzione di testimonial del maresciallo stesso, presenza essenziale per trainare un libro altrimenti destinato a passare nel dimenticatoio.
Uno degli aspetti del libro, quello che sorprende piacevolmente, mentre si legge, è la sensazione di “leggerezza” della scrittura, dimostrazione tangibile del fatto che i due autori si sono divertiti molto a mettere insieme i fili di una narrazione capace di dare vita a storie così gradevoli da leggere. Immagino conversazioni notturne accanto ad un camino acceso, col fiasco del vino a portata di mano e le castagne che arrostiscono sul fuoco, i ciocchi della legna che scoppiettano e le parole di Guccini, alle quali fanno eco quelle di Macchiavelli, che rimbalzano sui muri e sul soffitto di un’antica cucina, annerita dal fumo.
Si ritrova in ogni pagina, praticamente intatta, la stessa atmosfera che si respira nella trilogia del maresciallo, una serie di abiti – mi si conceda la metafora – confezionati con stoffe di ottima qualità, anche se di colori e tessuti diversi. La leggera nota stonata del libro è invece dovuta alla sensazione che, pur mantenendo l’ottima fattura dei precedenti, l’ultimo nato sia stato confezionato con ritagli di stoffe rimasti inutilizzati nella bottega della premiata sartoria Guccini – Macchiavelli.
Dare del “quinto quarto” ad un’opera, per quanto minore, dei due bravi scrittori potrà sembrare forse riduttivo, se non addirittura irriverente, si tratta pur sempre di storie di un certo pregio. Per chi ha potuto apprezzare a fondo i libri che vedono protagonista il maresciallo Santovito, però, è esattamente questa l’impressione che si avverte. Le pagine che scorrono sotto gli occhi del lettore trasmettono la sensazione di essere poco più che frattaglie, rimasugli di brani espunti dai libri precedenti e confluiti in questo, forse perché  si era venuta avvertendo la necessità di proporre ai lettori anche le parti meno “nobili” delle storie già narrate. Questo, naturalmente, a pensare bene, nella più favorevole delle ipotesi. Volendo, però, pensare male e, di conseguenza, fare peccato, si potrebbe intravedere in questo libro una banalissima e scontata operazione commerciale, a rimorchio del successo della trilogia di Santovito.
In conclusione, non so decidere se condannare o assolvere i due autori, per aver tentato di carpire la buona fede dei loro appassionati sostenitori. Anche se la tentazione di propendere per una condanna sarebbe forte, preferisco sospendere il giudizio. A loro va, in ogni caso, l’onore delle armi, per il merito di avere assolto un non facile compito, quello di essere riusciti a divertire il lettore, Anche se ogni tanto si lasciano affascinare dalle sirene del mercato, meritano tutta la nostra considerazione, se non altro per quello che hanno saputo darci, singolarmente o in sodalizio, durante questi anni.

Il piacere di leggere, 3 settembre 2008

Costume e malcostume

Il mio amico S. è un guidatore come tanti altri, prudente quanto basta e generalmente rispettoso delle regole. Al mio amico S., per la verità, non piace molto guidare: lo fa solo quando è strettamente necessario, raramente per motivi banali, quasi mai senza motivo, così, tanto per fare un giro in auto. Difficilmente, quindi, lo potrete incontrare lungo una strada, se non è strettamente obbligato a percorrerla. Insomma, non è certo uno di quei fanatici della guida, che si mettono in macchina con ogni stagione e percorrono chilometri e chilometri su strade di qualsiasi tipo, semplicemente per passare il pomeriggio, senza una meta precisa.
Visto così, potrebbe sembrare un tipo piuttosto strano, soprattutto se riferito ai canoni attuali, che ci impongono sempre un continuo movimento, dinamici quasi per obbligo contrattuale, protesi ad avvalorare con i fatti l’antico detto italiota: ”Chi si ferma è perduto”. E lo si è realmente, se si pensa ai molti pericoli ai quali si può andare incontro per il semplice atto di fermarsi, fosse anche per soccorrere una persona in difficoltà o, più semplicemente, per guardarsi un po’ intorno. 
Eppure, fermarsi, ogni tanto, è necessario. Il piacere del viaggio, si sa, non consiste nel raggiungere la meta, quanto piuttosto nel viaggiare. E, certamente, la sosta è una delle componenti essenziali del viaggio. Anche la vita, durante il suo percorso, non importa se lungo o breve, esige ogni tanto una sosta. Riflettere su quanto si è visto lungo il cammino, su cosa è accaduto a noi e agli altri, fare il punto per stabilire dove ci si trova, sono componenti imprescindibili del viaggio.
I segni dei tempi si leggono sulla strada, traspaiono dai comportamenti dell’homo conductor, l’essere umano quando è al volante del suo autoveicolo. S., generalmente, guida con prudenza, ma ha scoperto che, se non si conforma alle anti-regole del traffico attuale, è meglio che se ne resti a casa. Lui appartiene ancora alla categoria di quelli – sempre meno, per la verità – che pensano che sia bene mettersi in viaggio con un certo anticipo, perché la strada è lunga e non si sa mai cosa può accadere durante il percorso. Prendere la vita con lentezza è un modo di allungarla, di rallentarne, se possibile, il corso, soprattutto quando rischia di diventare troppo impetuoso e di travolgerci. 
Il traffico è impazzito, si sente dire spesso, come se il traffico fosse un’entità astratta, una divinità capricciosa inviata dal cielo a mettere scompiglio sulla terra, e non, piuttosto, un coacervo di auto che si muovono tutte insieme, quasi mai sincronizzate, guidate da persone che una mera ipotesi di lavoro, purtroppo mai verificata fino in fondo, suppone dotate di una scintilla di intelligenza. Così ognuno si getta nel balletto del traffico; un passo falso, una mossa sbagliata bastano per mandarlo in crisi per ore. Ogni volta che S. sale in auto, si augura che quell’ipotetico cervello esista veramente e che non sia, piuttosto, il frutto di una pubblicità progresso, magari occultamente sponsorizzata da qualche casa automobilistica. 
Negli ultimi tempi, anche se con colpevole ritardo, la Pubblicità si è resa conto di quanto sia riuscita, a lungo andare, prima a disorientare e poi a surgelare senza scadenza i cervelli dei teledipendenti. Passi per un messaggio che ti spinge all’acquisto compulsivo di oggetti tutt’altro che necessari, ma quando si istiga lo spettatore, ormai non più raziocinante, a comportamenti che potrebbero esporre lui e gli altri a gravi rischi, vuol dire che si è superato ogni limite. Adesso, confidando che almeno un piccolo neurone sia sopravvissuto all’ecatombe scatenata dall’aggressione dei pubblicitari, alcuni spot cercano di inviare messaggi – per la verità piuttosto subliminali – che invitano a non emulare le gesta dei supereroi dello schermo. Se pensano che sia sufficiente un messaggio così ridicolo, per mettere in atto un’improvvisa inversione di comportamenti consolidati nel tempo, si sbagliano di grosso.
Il mio amico S. potrebbe elencare, una per una, tutte le multe – poche, in verità rispetto alla media nazionale – che ha preso in quasi quaranta anni di guida. Tra queste, nessuna per eccesso di velocità, la maggior parte per divieto di sosta o per qualche distrazione di poco conto, subito sanzionata da tutori dell’ordine, puntualmente apparsi nella circostanza in cui S. stava commettendo l’infrazione. Insomma, si sarà già capito che il mio amico S. non è una persona molto fortunata e che non ama correre e, quando una di quelle auto supertecnologiche di ultima generazione gli sfreccia accanto in autostrada, ad una velocità quasi doppia della sua, invoca sull’incauto e pericoloso pilota i fulmini della Stradale. “Ma il cielo è sempre più blu…”.
Nella cittadina, in cui S. vive attualmente, è in vigore una regola, tacitamente introdotta nel Codice della Strada locale: la sosta, improvvisa e prolungata, per conversazione. All’inizio la cosa lo faceva infuriare e, da bravo automobilista di città, iniziava a suonare il clacson all’indirizzo dell’indegno che stava bloccando il traffico, magari per scambiare quattro chiacchiere con un amico pedone di passaggio. Poi anche lui ci ha fatto l’abitudine, anzi, ci ha preso gusto e adesso si è conformato in tutto e per tutto a questa che ormai considera una simpatica norma non scritta del Codice della Strada.
In effetti, così almeno pensa S., si riconducono i rapporti tra pedone e automobilista nella corretta dimensione dialettica e questo è certamente un segno di grande civiltà: al codice della strada, comunque scarsamente rispettato, si sostituisce quello della cortesia. Ci sono ben altre cose che lo fanno infuriare: auto gigantesche con a bordo persone microscopiche, soste selvagge su marciapiedi e rampe d’accesso ai box auto, magari solo per comperare le sigarette o il giornale, risse per un parcheggio, automobilisti che, giunti in prossimità dei passaggi pedonali, accelerano improvvisamente all’apparire del pedone.
L’epidemia di SUV esplosa negli ultimi tempi indurrebbe il forestiero di passaggio a pensare che il paese del Bengodi esista veramente e che sia proprio il nostro. D’altronde, come dargli torto? Si fa fatica a pensare che gente, che lavora anche dodici ore al giorno, solo per tirare avanti fino alla fine della settimana, sia colta dall’insano raptus dell’imitazione, al punto da indebitarsi fino al collo per apparire ricca. Forse, nelle scuole che hanno frequentato non gli è stata mai letta la favola di Fedro sulla rana e il bue. O, forse, non hanno mai frequentato una scuola (e se ne fanno  pure un vanto).
“Life is now”, proclamava ammiccante una certa pubblicità. La stessa cosa, in forma più poetica e meno succube all’anglofilia dilagante, diceva un certo Lorenzo dei Medici, poco più di cinque secoli fa. Il Magnifico, come tutti noi, avrà sicuramente avuto i suoi bei problemi, ma almeno, quando si alzava la mattina, non doveva darsi troppo pensiero per procurare il pane quotidiano alla famiglia.