Un racconto distopico, ma non troppo…

Adesso, l’aria era diventata decisamente poco respirabile, gli ospiti cominciavano a girare, nervosamente e sempre più spesso, la testa verso la cucina, sperando vivamente che Clara riprendesse a friggere. Curioso, e anche un po’ fastidioso, l’odore dell’aria pulita! Talmente fastidioso che qualcuno aveva acceso una sigaretta, sperando che almeno il fumo riuscisse a cancellare quell’odore insopportabile. Giovanni aveva riflettuto a lungo, prima di accettare l’invito di Clara, non aveva avuto il coraggio di chiederle se a casa sua si respirasse bene, gli era sembrata una domanda fin troppo indiscreta. Adesso, però, si stava pentendo di non essersi informato prima, erano già corse strane voci sul conto di Clara, certo, chiacchiere, pettegolezzi, ma con qualche fondamento, a quanto pareva. Chi era stato a casa sua aveva riferito di uno strano odore mai annusato prima e Clara aveva risposto che, purtroppo, da quelle parti c’era a volte questo problema. Inconveniente, così lo aveva chiamato, ma per chi aveva riferito l’episodio, si era trattato di un inconveniente non da poco, stare in quella stanza a respirare un odore strano, quasi un cattivo odore di cui era difficile definire l’origine e la natura. “Cos’è questo strano odore?”, aveva chiesto uno dei più coraggiosi, e dei più cafoni, avrebbe poi commentato Clara. “E’ l’odore dell’aria”, aveva risposto. Lei non aveva potuto nasconderlo in nessun modo, nemmeno friggendo un quintale di patate. Appena smetteva, quell’odore tornava a farsi vivo, senza una ragione precisa, così le toccava subito riprendere a friggere.

Cominciava anche ad essere piuttosto tardi, ma gli invitati non sembravano avere fretta di andarsene. “Come si respira da te – le aveva detto una – non si respira da nessuna parte”. “Nemmeno a casa di Corinna”, aveva aggiunto un’altra, e sì che la casa di Corinna era famosa per la sua aria decisamente respirabile, un misto tra bollitura di cavoli e zuppa di cipolle. Adesso avrebbe avuto bisogno di una pausa per poter almeno annusare anche lei quell’aria, che invece veniva trasportata nel soggiorno, dove gli invitati erano comodamente seduti a tavola a respirare, opportunamente convogliata lì da un dispositivo di ultima generazione, una macchina costosissima che faceva circolare quell’aria fin dove era più necessario. Clara riusciva a superare la stanchezza, aiutata dal pensiero che l’indomani si sarebbe parlato della sua casa e della sua aria in tutta la città, molti dei presenti avrebbero sicuramente decantato quell’odore di fritto e di sughi all’aglio che imperversava solitamente nelle stanze. Così la fatica di continuare a friggere ormai sembrava svanita, superata da quella felicità di immaginarsi già ai vertici del ristretto elenco delle case in cui si respirava bene. Perfino l’Amministrazione Comunale, consapevole di andare incontro ai desideri dei cittadini, aveva bandito un concorso per scegliere la casa “del buon respiro”, così come era scritto nel comunicato fatto circolare tra la cittadinanza intera. E adesso, senza una ragione, senza una spiegazione plausibile, ci si era messa di mezzo l’aria, con quell’odore insopportabile che rischiava di fare naufragare i suoi progetti.

Perché, a dire il vero, Clara aveva in mente un progetto ben preciso, rendere la sua casa accessibile all’intera cittadinanza, ingresso a orari fissi dietro un piccolo compenso, presentata come un luogo in cui i bravi cittadini sarebbero accorsi a frotte a ricrearsi lo spirito e soprattutto a respirare un po’ di quella sana aria dall’odore di fritto che la maggior parte di loro non aveva mai conosciuto. Già si immaginava sulla soglia di casa, occupata a decantare le qualità non comuni di quell’aria che ristagnava in permanenza dentro quelle stanze, mentre i meno abbienti, impossibilitati a friggere costantemente, si trovavano costretti ad acquistare nei negozi di articoli per la casa certe bombolette spray che si limitavano al più a simulare la presenza di quegli odori nelle loro abitazioni. E, nello stesso tempo, Clara avrebbe trovato il modo di commercializzare quelle enormi quantità di patate fritte che si andavano man mano accumulando in cucina e che, fino ad allora, era stata costretta o a servire agli ospiti occasionali, o a regalare ad amici e conoscenti, quando addirittura non le era toccato buttarle via per liberare un po’ di spazio accanto ai fornelli. Aveva fatto bene i suoi conti, tutto quell’afflusso di gente, tutti i giorni, salvo il lunedì – così aveva deciso, il lunedì lo avrebbe dedicato a se stessa – le avrebbe consentito lauti incassi e la possibilità di condurre una vita da benestante. Avrebbe assunto un paio di persone, naturalmente, lei avrebbe smesso di stare davanti ai fornelli perché a una signora rispettabile non si addiceva il continuare con la vita di prima, quella di un’ordinaria casalinga in continua attività davanti ai fornelli. Avrebbe anche chiesto all’Amministrazione Comunale una speciale licenza per aprire un’attività di imbottigliamento dell’aria di quella casa, dapprima a livello artigianale, poi, se la cosa avesse preso piede, su scala industriale. L’Amministrazione, almeno secondo il punto di vista di Clara, sarebbe stata ben lieta di reclamizzare, attraverso la vendita di quel prodotto, la cittadina che governava, con la prospettiva di fare accorrere turisti dalle città dei dintorni e magari dall’intera regione. E poi, chissà, il tempo e quell’odore dell’aria avrebbero finito per lavorare a suo favore.

1 commento su “ARIA DI CASA NOSTRA”

  1. Dino Silvestroni

    Sergio in questo breve raccconto vedo tracce e voglia di riprendere un narrare poco amato dal lettore italiano.

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