Societa’

Il Fediverso: per farla finita con i Social delle Big Tech 

di Sergio Tringali

1. Le nostre parti estese, colonizzate

Immaginiamo il nostro corpo come un campo aperto, attraversato da linee di forza che ci collegano agli altri, al mondo, agli strumenti che usiamo ogni giorno. Spinoza parlava di “parti estese”: non siamo solo carne e ossa, ma anche le relazioni che ci definiscono, gli oggetti che ci circondano, le piattaforme che abitiamo. Oggi, però, queste parti estese sono state colonizzate. Le Big Tech hanno trasformato le nostre connessioni in dati, i nostri desideri in algoritmi, le nostre piazze in feed infinito. Siamo tutti dentro la “casa del padrone” e il padrone non solo ci osserva, ma decide cosa possiamo vedere, dire, pensare.

“Le macchine non sono neutre” quante volte l’abbiamo detto? Cristallizzano rapporti di potere. Quando usiamo Facebook, Instagram o WhatsApp, non stiamo solo comunicando: stiamo alimentando un sistema che ci divide, ci polarizza, ci da l’illusione di farci leggere da milioni di persone, ci rende dipendenti ed attaccati alle “misurazioni” che ci vengono proposte creando competizione (leggi gamification). Il capitalismo delle piattaforme nominato anche iper-capitalismo ha creato un deserto noetico o deserto della conoscenza, dove la verità è ciò che l’algoritmo decide di mostrarci finendo per diventare post-verità, dove la politica è influenzata da lobby opache e ricatti economici. Non è un caso che, come documentato da un’inchiesta transnazionale e dalla puntata di Report dello scorso 12 aprile 2026, le Big Tech abbiano un’influenza invisibile ma pervasiva su media, istituzioni e opinione pubblica.

2  Il Fediverso: un’alternativa che “non fa hype”

Eppure, esiste una via d’uscita: il Fediverso. Una rete decentralizzata di piattaforme (come Mastodon, PeerTube, Pixelfed) che non appartiene a nessuno o meglio, non c’è un unico proprietario, ma tanti server gestiti da collettivi e gruppi di persone, è un Universo Federato dove gli utenti controllano i propri dati e le proprie connessioni.
Ma perché se ne parla così poco? Perché non c’è l’hype che circonda invece ogni nuovo prodotto di Meta o Google o di qualsiasi altro BigTech Bro?

La risposta è semplice: l’hype è figlio del capitalismo. È il risultato di campagne marketing milionarie, di influencer pagati, di algoritmi che spingono contenuti virali. Il Fediverso, invece, è anticapitalista per definizione: non ha azionisti da soddisfare, non ha pubblicità da vendere, non ha un “padrone” che decide cosa è trendy.
Cosa possiamo immaginarci di meglio? È uno strumento al contempo conviviale e contributivo: una tecnologia che non ci sfrutta, ma ci permette di curare le nostre relazioni, di costruire comunità reali (e il saper-fare), di riappropriarci delle nostre parti estese, individuandoci nuovamente.

Allora cosa può il nostro corpo digitale?

3. Uscire dalla casa del padrone, senza illusioni

Il problema è che siamo abituati a pensare che il cambiamento debba venire dall’alto, da un nuovo social network rivoluzionario che, attraverso un ennesimo hype, spazzi via i vecchi giganti. Ma non funziona così: non faremo altro che attendere l’ennesima shittification.

Il Fediverso non sarà mai “virale” perché non è progettato per esserlo. Non ci saranno titoli urlati sui giornali, non ci saranno campagne pubblicitarie. Dobbiamo crearci noi il nostro improbabile hype, dal basso: curando le nostre connessioni, spiegando a chi vogliamo bene perché è importante migrare, costruendo istanze locali (server) che si colleghino tra loro, come un’internazionale digitale.

Filosofi come Stiegler hanno immaginato una tecnosfera organizzata dalle località, dove la cura, la collaborazione la trasmissione dei saperi sostituiscono lo sfruttamento dei nostri corpi, del nostro sapere, del Nostro Pianeta. Il Fediverso è esattamente questo: una rete di nodi autonomi, dove ogni comunità può decidere le proprie regole, senza dipendere dagli umori di Zuckerberg o dai profitti di Google, dalle vacanze di Bezos e le pippe sull’Anticristo di Thiel.

4. Una chiamata all’azione, senza paura

So che molti attivisti, anche tra i lettori di Effimera, sono ancora su Facebook o Instagram e usano ancora Gmail. Non è una colpa: le Big Tech hanno progettato le loro piattaforme per renderle pervasive da una parte e indispensabili dall’altra.

E allora il mio amico all’Università, nonostante l’aiuto di una comunità di attivisti digitali riesce ad installare Mozilla nella sua Università ma qualche anno dopo l’Università stessa firma un contratto con Google e via giù duro di Google Chrome, Google Drive e ogni tipo di G grande. Stessa cosa per una mia amica professoressa a scuola, se non hai la gmail non puoi accedere al Google Calendar, imposto dalla sua stessa scuola. Ancora una ricercatrice che ha 20 anni di lavoro archiviato in gmail, me stesso al momento con alcuni clienti che hanno GDrive integrato nei loro strumenti.

Ecco perché ho parlato di colonizzazione in apertura. Per la pervasività delle Big Tech ad ogni livello della nostra esistenza digitale (digitale e non, perché il nostro corpo somatizza): dall’Università, alle Scuole, agli Ospedali e via dicendo, fino al nostro corpo digitale illuso di stare navigando nell’internet smisurato mentre in realtà sta scrollando solo IG o FB.

Qui non si sta dicendo di cancellare la nostra gmail di botto. Al massimo possiamo tenercela per necessità di lavoro (poi dipende anche quale tipo di lavoro) ma si possono avere diverse mail che separino la vita lavorativa da quella di tutti i giorni.

Quindi, se vogliamo davvero resistere al iper-capitalismo delle piattaforme, dobbiamo iniziare a costruire alternative. Non per puro idealismo, ma per necessità.

Vogliamo veramente continuare a transindividuarci nella casa di transumani bianchi vestiti come dei bonzi intenti a colonizzare Marte mentre il pianeta brucia? L’uso di determinate piattaforme social, o determinate tecnologie di costruzione della tecnosfera allora diventa una questione politica sentita anche all’interno degli organi di alto livello.
La Francia abbandona Microsoft a favore di Linux.

Il Fediverso non è la soluzione magica a tutti i problemi, ma è uno strumento che ci restituisce il controllo. È un modo per dire: le nostre parti estese non sono in vendita. Le nostre relazioni non sono dati da monetizzare. La nostra attenzione non è un prodotto.

Dobbiamo smettere di affiggere manifesti anticapitalisti nella casa del padrone, sperando che qualcuno li legga oltre la nostra bolla filtrata. Dobbiamo invece costruire le nostre case, i nostri spazi, le nostre reti. Il Fediverso è già qui: sta a noi renderlo visibile, desiderabile (libertà digitale), necessario.

* * * * *

Libri di riferimento, dal teorico al pratico

Collettivo L’Internation, Bernard Stiegler (a cura di), L’assoluta necessità. In risposta ad António Guterres e Greta Thunberg, Meltemi, Milano 2020

Gilles Deleuze, Cosa può un corpo. Lezioni su Spinoza, Ombre Corte, Verona 2007

Ivan Illich, La convivialità. Una proposta libertaria per una politica dei limiti allo sviluppo, Red Edizioni, Milano 2013

Gilbert Simondon, L’individuazione psichica e collettiva, DeriveApprodi,  Roma 2021

Bernard Stiegler,  Pensare Curare, Meltemi, Milano 2024

Bernard Stiegler,  Amare, amarsi, amarci, Mimesis, Milano 2014

Collettivo Ippolita, Hacking del Sé. Disertare il capitalismo del controllo, Agenzia X, Milano 2024

Fabio “Kenobit” Bortolotti,  Assalto alle piattaforme, Agenzia X, Milano 2025




L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 13 aprile 2026

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Non un eroe. Non perché musulmano. Non perché siriano


di Mimmo Cortese

Ahmed Al Ahmed, con un gesto rischioso ma che istintivamente qualsiasi essere umano potrebbe comprendere, sentire e mettere in atto nella stessa maniera, ha bloccato, a mani nude, uno dei terroristi armato di fucile che ha ucciso decine di persone durante la festa ebraica dell’Hanukkah, a Bondi Beach e, senza torcergli un capello, ha poi atteso che intervenisse la polizia australiana, non prima di essere stato egli stesso ferito, forse dal secondo terrorista.

Che errore giustapporre a un gesto dettato dal sentimento universale di umanità – sottolineato anche dai genitori di Ahmed – e via dicendo. Se Al Ahmed fosse stato un non credente, oppure, che so, un animista nessuno lo avrebbe sottolineato. E nemmeno avrebbe messo in rilievo, in primo piano, la sua origine se fosse stato di pelle bianca. In questo modo non solo si distorce la spinta autentica che ha dato luogo al suo agire ma si da legittimità al modo di pensare, razzista e discriminatorio, di chi è convinto che il credo religioso o l’appartenenza a un popolo, il colore della pelle, possano essere di per sé origine di abiezioni, fucine di “male” oppure di privilegi, di qualità e virtù superiori.

Infine un coro pressoché unanime lo ha definito eroe. Non verrà mai abbastanza presto il giorno in cui la parola eroe avrà senso e significato esclusivamente nell’ambito mitologico e nelle sue derivate simboliche artistico-letterarie.

Al Ahmed ha fatto la cosa giusta, ha scelto di proteggere e difendere persone in pericolo. Un gesto rischioso – certo! – coraggioso. Ma il coraggio, contrariamente a quanto pensava Manzoni, proprio per la radice del suo etimo, quel richiamo al cuore, che infonde vita in ogni essere animato, è prerogativa che appartiene, ed è contenuta, nelle possibilità di ogni essere umano, non solo di qualcuno. Insistere nel denominare eroi persone che si sono comportate come Al Ahmed significa assegnare loro una prerogativa di eccezionalità e, contestualmente e conseguentemente, dare per scontato che la stragrande maggioranza delle persone non sarebbe in grado di agire nella medesima maniera. Un modo di pensare dalle conseguenze politiche ed etiche devastanti, inserito anch’esso nel filone di pensiero biopolitico discriminatorio, essenzialmente razzista, che assegna e gerarchizza capacità e limiti d’azione, rendendole sostanzialmente immutabili, per ogni essere umano.

Ahmed Al Ahmed ha messo in atto un gesto di protezione e difesa nonviolenta com’è accaduto innumerevoli volte nella storia, in ogni parte del globo, quando c’è stato da lottare, da difendere, principi di giustizia, di umanità, di salvaguardia della dignità, della vita e della libertà di ogni uomo e ogni donna.

Faremmo bene a ricordarci sempre, solo per fare un esempio che riguarda la nostra storia, che centinaia di migliaia di partigian3 e resistenti hanno dato un contributo primario e fondamentale, lottando senz’armi, a rischio altissimo e quotidiano per la propria vita, al crollo del regime nazifascista nel nostro paese.

Così come l’azione e la lotta nonviolenta sono state motore di liberazione da fascismi, colonialismi, dittature e regimi repressivi in ogni parte del mondo, soprattutto dal Novecento ad oggi.

Gli eroi non esistono. Esiste chi lotta. Ognunə può farlo.

L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 17 dicembre 2025

Foto di Alexa da Pixabay 

 

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In memoria di John Young e di Cryptome


di Denis Roio

Omaggio a John Young e a  Cryptome, il più antico progetto per la libertà di informazione in rete che non si è mai svenduto e non si è mai arreso

John Young è morto. Aveva ottantanove anni. La sua opera con Cryptome è eminente per molti di coloro che furono attivi agli albori delle reti digitali. Young assieme a sua moglie Deborah Natsios fu il cofondatore di Cryptome, un progetto che, per il sottoscritto e per altri, costituì un esempio precoce di attivismo in rete, o hacktivism, che dir si voglia.

Scroprii Cryptome durante le mie prime esplorazioni in rete. Credo fossi da poco diventato maggiorenne e la mia passione per la letteratura americana mi portò a leggere dibattiti contemporanei collegandomi a comunità digitali nascenti quali The Well, Nettime ed i fora ospitati da The Thing BBS a New York City. Agli albori di Internet, Cryptome già si distingueva assieme a pochi altri siti: un sito scevro da orpelli che distribuiva documenti non reperibili altrove e tra i quali i più interessanti davano prova di crimini commessi da stati o multinazionali che malcelavano la propria buona fede. Cryptome era la prova che Internet avrebbe significato per tutti noi una nuova frontiera per la libertà delle informazioni.

Cryptome nacque nel 1996 e credo che Young abbia iniziato pensando il suo ruolo come quello di un archivista: curava la collezione, ma non i contenuti dei singoli documenti, nel senso che non li modificava e filtrava in alcun modo. Ha pubblicato informazioni molto utili ed approfondite concernenti crittografia, contro-spionaggio, operazioni più o meno celate di governi e multi-nazionali, tutti argomenti ai quali io stesso mi appassiono da una vita. La collezione di Cryptome per sua stessa ammissione conteneva anche materiale datato o impreciso: non si poneva come una fonte autoritativa, ma affidava le informazioni alla capacità del pubblico di valutarle autonomamente.

Le motivazioni di Young sembrano essere state plasmate dalla sua esperienza delle proteste studentesche del 1968 alla Columbia University, erano i tempi delle proteste contro la guerra in Vietnam, per le quali venne anche brevemente arrestato. Nei primi anni Novanta il governo americano bloccò l’esportazione di algoritmi crittografici con una legislazione che li equiparava alle armi, una storia ben raccontata nel libro “Crypto” di Stephen Levy. Fu in quell’epoca che Phil Zimmermann rilasciò il codice di Pretty Good Privacy (PGP) e Cryptome naque in supporto a tale azione rivendicando la libertà di ricerca ed condivisione.

Negli anni seguenti Cryptome pubblicò svariati documenti probanti serviti a fare chiarezza ed alle volte anche giustizia sui misfatti di multinazionali e governi senza scrupoli. Dai colpi bassi di Monsanto ai contadini di tutto il mondo passando per i documenti dello “stay-behind” network di cui faceva parte il nostrano progetto Gladio, fino alle operazioni della CIA nei luoghi più remoti del pianeta atte a scardinare l’integrità democratica di paesi ostili agli USA. La passione di John per la tecnologia ed in particolare per la crittografia lo portarono anche a pubblicare documentazione tecnica di grande utilità per chi, come giornalisti ed attivisti che attraversano zone pericolose, ha bisogno di custodire dati digitali in sicurezza, inclusa manualistica sul nostro software “Tomb” di Dyne.org, esso stesso usato da attivisti, ma anche alcuni operativi della US Army.

Alcuni anni più tardi, circa venti anni fa, ebbi l’opportunità di incontrare John Young di persona. Ciò avvenne a Berlino, al festival Transmediale, dove fui onorato di ricevere il premio Vilem Flusser. Incontrare l’individuo dietro Cryptome, un archivio che ormai possedeva una certa mitologia per noi del settore, fu un’esperienza significativa. Fu incoraggiante sapere che un lavoro di quella portata possa essere il risultato della dedizione di individui che agiscono per principio, piuttosto che da organizzazioni cospicue con finanziamenti sostanziosi.

È importante ricordare che Cryptome non ha mai fatto profitto delle sue attività, le spese molto limitate del sito erano a carico dei suoi creatori, architetti di professione, che lo dichiaravano servizio pubblico. Questo lo rende molto diverso da altre piattaforme per la libertà di informazione come WikiLeaks o The Intercept.

L’approccio di John Young ancora oggi ci insegna che un’attività del genere non deve mirare all’approvazione generale, ai riconoscimenti, alle donazioni e quantomeno al profitto: un impegno saldo all’accesso pubblico all’informazione, indipendentemente da quanto scomoda quell’informazione potesse essere per i poteri costituiti, deve escludere qualsiasi interesse finanziario dal suo orizzonte, per essere assolutamente indipendente.

Internet è mutato dall’inizio di Cryptome, ma le questioni che il progetto di Young sollevò già trent’anni fa circa segretezza, controllo ed etica della pubblicazione rimangono attualissime e irrisolte. Cryptome mostra che chiunque abbia a cuore la libertà di informazione possa attivarsi per essa anche con poche risorse. Nonostante la dipartita di John Young, il suo progetto resta un punto di riferimento per un’ideologia di trasparenza radicale che possiamo annoverare tra le ricette di salvezza per un tipo di informazione pubblica che gli interessi di governi e multinazionali spesso vorrebbero mettere a tacere.

Qui il ricordo di John Yound da parte dell’Electronic Frontier Foundation



L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 30 maggio 2025

Nella foto: John Young e Deborah Natsios di Cryptome.org

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L’erede di San Francesco

di Guido Viale

Forse nessun papa come Francesco ha suscitato il bisogno di una riflessione profonda e sentita su sé stessi e sul mondo non solo in una parte consistente del cattolicesimo, ma anche tra un grande numero di non credenti. Ma difficilmente un papa ha suscitato anche tanta ostilità: non solo tra coloro di cui contrastava apertamente pensiero e azioni su questioni centrali come migrazioni, guerre, clima, diseguaglianze, tecnica, economia e tanti altri, ma anche e soprattutto in buona parte della gerarchia ecclesiastica e in Vaticano, vero covo di malaffare, cinismo e mancanza di spirito evangelico. Cose con cui Francesco ha dovuto fare i conti con cautele da papa, soprattutto sui temi cosiddetti “sensibili” come aborto, fine vita, genere, divorzio, sacerdozio femminile e laico, ecc., che i suoi avversari (ora in attesa di una rivincita) hanno sempre anteposto a quelli evangelici della cura del creato, delle vittime, dei poveri, degli emarginati, dei sofferenti.
D’altronde non c’è politico che non abbia reso un omaggio formale a papa Francesco e alla sua enciclica Laudato sì, e che non torni a renderlo in quest’ora della sua morte. Ma non ce n’è uno solo, in tutto il mondo, che ne abbia preso il messaggio in seria considerazione.
Il suo pontificato è stato ininterrottamente caratterizzato da iniziative e gesti che ne sottolineavano i messaggi: dalla visita a Lampedusa in ricordo dei migranti lasciati morire in mare al cammino solitario in piazza San Pietro per promuovere la solidarietà al tempo del covid; dalla celebrazione del Giubileo in un Paese africano e nel carcere di Rebibbia agli incontri effettuati o solo tentati per cercare di por fine alle guerre in corso. Ma tutte le sue iniziative e i suoi viaggi sono stati sorretti e guidati da una vera e propria rivoluzione della tradizione cattolica, da un cristianesimo che ha spinto al centro di questa nuova visione non il dominio dell’uomo sul resto del mondo, ma la cura del creato: unica autentica cornice del rispetto della vita in tutte le sue manifestazioni, della nostra Terra sofferente, dell’essere umano (Francesco non lo indica mai con il termine uomo, per non escludere la donna), non signore ma custode del mondo.
E’ questo il contenuto centrale dell’enciclica Laudato sì (2015), un documento straordinario soprattutto per la compattezza con cui sono stati riuniti in poche pagine, con semplicità e chiarezza pari solo alla profondità, tutti i problemi fondamentali del nostro tempo. Molti dei temi trattati si ritrovano già, in vari modi, in elaborazioni dell’ecologia profonda e dell’ecofemminismo, che Francesco ha saputo raccogliere e rielaborare, insieme ai tanti spunti fornitigli dalle culture indigene dell’Amazzonia, a cui ha voluto dedicare addirittura un sinodo, finalizzato a ”inculturare” – è il termine usato: cioè innestare – il messaggio evangelico nella sensibilità per la natura di popoli fedeli a costumi e credenze tradizionali. Ma non è solo – come è stato detto – l’essere state enunciate da “un capo di Stato” ad aver reso così importanti le verità di quell’enciclica, bensì il nesso inscindibile che essa ha saputo tracciare tra giustizia ambientale e giustizia sociale, tra “il grido della Terra” e quello degli oppressi, tra l’urgenza di salvare e risanare l’ambiente e le rivendicazioni e le lotte dei poveri della Terra.
Quell’enciclica forse è stata letta più dai non credenti che dai cattolici: questa almeno è la nostra esperienza di cultori, divulgatori e interpreti dei suoi contenuti, impegnati nella loro articolazione in ogni angolazione sia della vita quotidiana che dei grandi eventi politici, sociali, climatici e ambientali, in qualità di attivisti dell’associazione Laudato sì, che abbiamo fondata pochi mesi dopo la sua pubblicazione.
Un documento la cui lettura va integrata almeno con altri tre: il discorso tenuto nel 2014 al primo incontro dei movimenti popolari, un vero e proprio incitamento rivolto agli ultimi a battersi per i propri diritti; l’enciclica Fratelli tutti (2020), progetto e perorazione di un assetto sociale fondato sulla solidarietà e la condivisione e non sulla competizione e l’appropriazione e l’esortazione Laudate Deum (2023), un ultimo e quasi disperato richiamo a ricordarsi della crisi climatica, rivolto a tutto il mondo, ma soprattutto ai potenti della Terra, in un tempo in cui la corsa a fare la guerra ha fatto dimenticare quasi a tutti che il nostro mondo è sull’orlo di un baratro.
Ma in tutti questi documenti, come in tutte le circostanze in cui l’attività di Francesco è stata resa pubblica, non è mai mancato il tratto della delicatezza, dell’attenzione, della disponibilità e anche della verve – compresa la sua penultima comparsa avvolto in un poncho, un abito sicuramente più adatto ai successori di Pietro – che ha distinto il suo pontificato da quelli di tutti i papi che lo hanno preceduto. Un tratto che lo ha reso il vero erede del santo di cui ha voluto prendere il nome.

L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 21aprile 2025

L’immagine è di Padre Enzo Fortunato

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Il sistema razzismo

di Annamaria Rivera

Per definire e analizzare il razzismo è necessario anzitutto sbarazzarsi della categoria di “razza”, da cui pure deriva l’etimologia del termine. Questa categoria, con cui si pretende di descrivere e gerarchizzare i gruppi umani sulla base del biologico, è stata criticata e ormai abbandonata sia dalle scienze sociali, sia da quelle naturali.
I biologi hanno dimostrato, fra l’altro, che la distanza genetica media fra due individui è pressappoco pari a quella che separa due supposte razze. Tuttavia, la dimostrazione dell’infondatezza della “razza” non ha mai interdetto e tuttora non interdice che certe collettività siano percepite, categorizzate, trattate quasi fossero “razze”.
E le “razze” s’inventano. Come insegna la lunga e tragica storia dell’antisemitismo, qualunque gruppo umano può essere razzizzato, indipendentemente dalle sue peculiarità fenotipiche e perfino culturali e sociali. Lo stigma della razza è, infatti, l’esito di un processo sociale di etichettamento: in definitiva, tutte le “razze” sono inventate.
La differenza “di colore” non c’entra niente. Gli italiani emigrati negli Stati Uniti, in Germania, in Svizzera, in Francia ecc. erano considerati individui di razza diversa: disprezzati e trattati più o meno come oggi sono trattate le persone di origine immigrata. A New Orleans nel 1891 furono linciati undici italiani, quasi tutti siciliani, accusati di aver ucciso il capo della polizia urbana, cosa palesemente falsa. Ad Aigues-Mortes, in Francia, nell’agosto del 1893, furono uccise decine di lavoratori italiani che erano lì, nelle saline, per la raccolta stagionale del sale. E il razzismo anti-italiani si è perpetuato fino ad anni recenti.
Gli ebrei, che furono sterminati a milioni nei lager nazisti, non erano certo neri ed erano di nazionalità e culture analoghe a quelle del resto degli europei.
A dimostrare ciò che dico, basta pensare agli albanesi. A partire dai primi anni ’90 ci furono massicci esodi di albanesi verso l’Italia. E l’albanese diventò il bersaglio d’insulti e atti razzisti. Ogni volta che si verificava un fatto di cronaca nera, uno stupro, un omicidio, ecc., si additava come colpevole qualche albanese; al punto che “albanese” finì per diventare un insulto abituale che si scambiavano perfino i bambini.
L’8 agosto 1991, approdarono nel porto di Bari, sulla nave Vlora, 20mila profughi albanesi, che dapprima furono accolti dalla popolazione con una certa solidarietà. Ma intanto si era avviata la macchina della propaganda politica e mediatica contro di loro e l’orientamento del governo italiano si era assai indurito. Così che i profughi furono rinchiusi in massa nel vecchio Stadio della Vittoria e trattati come animali in gabbia, per essere poi rimpatriati con l’inganno.
Non solo. Gli albanesi sono stati anche vittime di una strage. Ricordo che nella notte fra il 28 e il 29 marzo del 1997, una carretta del mare, carica di profughi albanesi fu speronata e affondata da una corvetta della marina militare italiana, la Sibilla. Morirono annegate più cento persone, in maggioranza donne e bambini.
Ciò detto, come si potrebbe definire il razzismo? Io propongo questa definizione: è un sistema d’idee, discorsi, rappresentazioni e pratiche sociali, che attribuisce a gruppi umani e agli individui che ne fanno parte differenze essenziali, generalizzate, definitive, allo scopo di legittimare pratiche di stigmatizzazione, discriminazione, segregazione, esclusione, perfino sterminio.
Conviene aggiungere che alle collettività definite come radicalmente differenti di solito è negato il diritto di autodefinirsi.
Il razzismo, quindi, ha bersagli diversi secondo i periodi e le circostanze storiche. Per esempio, il fatto che l’Italia sia stata un paese fascista e colonialista conta molto nel razzismo attuale verso le persone immigrate o solo di origine immigrata. Si consideri, inoltre, che secondo sondaggi successivi, l’Italia s’illustra anche per antiziganismo: l’82% del campione intervistato esprime ostilità, odio o paura per la presenza di appena 180mila “zingari”.
Il razzismo è anche il risultato di un circolo vizioso. Diventa sistemico e abituale, quando è direttamente o indirettamente incoraggiato o perfino praticato dalle istituzioni e da mezzi di comunicazione. Quando l’intolleranza verso determinati gruppi o minoranze, diffusa nella società, è legittimata dalle istituzioni, anche europee, e dagli apparati dello Stato, nonché dalla propaganda e da una parte del sistema dell’informazione, è allora che s’innesca tale circolo vizioso.
È un circolo vizioso micidiale. Basta considerare lo stato di abbandono nel quale sono gettati numerosi richiedenti-asilo, che pure dovrebbero essere oggetto di protezione particolare: di fatto privati perfino del diritto di sfamarsi e di avere un tetto sulla testa, in molti casi vanno a raggiungere la schiera dei senza-dimora, cosa che a sua volta fa gridare allo scandalo i difensori del decoro urbano e diviene pretesto per leggi e ordinanze persecutorie e liberticide, e per campagne allarmistiche intorno al tema dell’insicurezza, uno dei più insistenti nel discorso pubblico.
Conviene aggiungere che il sistema-razzismo è sempre sorretto sia da un apparato di leggi, norme, procedure, che hanno per effetto di inferiorizzare, discriminare, segregare, escludere migranti, rifugiati e minoranze; sia da dispositivi simbolici, comunicativi, linguistici, che sono in grado di agire direttamente sul sociale, producendo e riproducendo discriminazioni e
ineguaglianze.
Parlare delle tante leggi che discriminano le persone immigrate e rifugiate sarebbe troppo lungo.
Perciò facciamo solo un esempio relativamente recente: la criminalizzazione da parte delle istituzioni italiane non solo delle ONG che praticano ricerca e soccorso in mare, ma pure di chiunque, anche individualmente, compia gesti di solidarietà verso i profughi. È indubbio che un tale luminoso esempio dall’alto non faccia che incoraggiare e legittimare intolleranza e razzismo “dal basso” (per così dire).
Pensate ai tanti episodi di barricate contro l’arrivo di richiedenti-asilo, ma anche alle sempre più numerose rivolte nei quartieri popolari, soprattutto romani, contro l’assegnazione di case popolari a famiglie non perfettamente “bianche”. In questi casi l’ingannevole formula della “guerra tra poveri” non potrebbe essere più assurda, visto che spesso, a istigare e guidare tali rivolte, sono militanti di Forza Nuova o CasaPound. Qui il circolo vizioso arriva fino al rafforzamento e legittimazione, pur implicita o involontaria, della destra neofascista.
La tendenza a costruire una comunità razzista (secondo l’espressione del filosofo Etienne Balibar) si accentua quando il senso civico è debole e le relazioni sociali basate sulla reciprocità e sulla solidarietà si sono inaridite, quando prevale la cultura dell’individualismo, dell’egoismo, del cinismo collettivi, quando le rivendicazioni sociali e i conflitti di classe (come si diceva un tempo) non hanno più lingua e forme in cui esprimersi.

L’articolo è stato pubblicato su Comune-info l’11 Luglio 2022

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