Societa’

Nelle carceri italiane si è al limite della sopravvivenza

di Giovanni Caprio

Il sistema penitenziario italiano ha raggiunto livelli di saturazione insostenibili. E’ l’ennesima denuncia di Antigone che in questi giorni ha presentato il suo Rapporto di metà anno 2026 sulle carceri italiane, evidenziando le condizioni al limite della sopravvivenza tra caldo estremo e sovraffollamento record e gli inutili gli interventi del governo. I numeri sono impietosi ed indegni di un Paese civile: al 28 luglio 2026, si contano 64.741 persone detenute a fronte di soli 46.343 posti effettivamente disponibili, portando il tasso di affollamento reale al 139,7%. Stiamo parlando di numeri che non si registravano dal 2013, anno della storica condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per trattamenti inumani e degradanti.

La situazione delle carceri è fuori controllo in intere regioni: la Puglia guida il triste primato con un tasso del 180,4%, seguita da Molise (165,9%), Basilicata (162,5%) e Lombardia (157,9%). In ben sei istituti penitenziari i detenuti sono più del doppio dei posti disponibili, con picchi allarmanti a Lucca (256,8%), Milano San Vittore (223,6%) e Latina (220,8%).

Antigone negli ultimi 12 mesi ha effettuato ben 72 visite, registrando che nel 44% degli istituti vi sono celle in cui lo spazio calpestabile è inferiore al limite minimo di 3 metri quadrati a persona. A testimoniare questa condizione vi sono i numeri dei reclami accolti dalla magistratura di sorveglianza per i trattamenti inumani o degradanti subiti dalle persone recluse: ben 6.539 nel 2025, il 12% in più del 2024.

Carceri che durante un’estate infuocata come questa diventato un vero e proprio inferno, al limite della sopravvivenza: oltre il 60% della popolazione detenuta è sottoposto al regime di “custodia chiusa” (un dato cresciuto negli anni dopo i negativi passi indietro rispetto al regime delle “celle aperte” e della “sorveglianza dinamica”), trascorrendo la maggior parte della giornata in celle sovraffollate con temperature che superano i 40 gradi. In alcuni istituti poi le finestre delle celle risultano schermate e questo impedisce anche il passaggio di aria.

Per non parlare delle carenze igienico-sanitarie, assolutamente indegne: infestazioni di cimici da letto a Venezia, Monza e Pisa, e persino gravi carenze idriche, come registrato nel carcere di Milano Opera, dove il servizio idrico è stato interrotto per un guasto, costringendo all’uso di bottiglie d’acqua della Croce Rossa. In estate poi, con il blocco alle attività scolastiche e il rallentamento anche di molte attività di volontariato, le persone detenute sono sempre più sole in un’apatia generalizzata che è anche un vettore per i suicidi.

Le carceri italiane sono luoghi di disperazione, che spingono a conseguenze tragiche: nei primi sette mesi del 2026, almeno 38 persone si sono tolte la vita in carcere. La vittima più giovane è stata una ragazza di appena 21 anni a Trento, il più anziano un uomo di 73 anni a Padova. Il 50% dei suicidi riguarda persone di origine straniera, evidenziando una loro maggiore vulnerabilità.

Anche l’autolesionismo è in forte aumento, con una media di 26,5 atti autolesivi ogni 100 detenuti. Nel 2026, il 9,3% dei detenuti ha diagnosi psichiatriche gravi, con una cronica carenza di ore di assistenza da parte di psichiatri e psicologi. A fronte di questo numero il 20,5% fa regolarmente ricorso a stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi ed il 46% ricorre a sedativi o ipnotici.

Ci sono poi i 572 ragazzi rinchiusi nei 20 Istituti Penali per Minorenni, una cifra stabile rispetto ai 559 del giugno 2025, che ancora una volta mette in evidenza la voglia di “questa Nazione” di essere sempre più severa con i suoi giovani, anche se di fatto non c’è alcuna emergenza. E “scandalo nello scandalo” c’è anche il numero dei bambini in carcere con le loro madri, che è schizzato da 11 a 30 in appena 15 mesi, effetto diretto delle modifiche legislative volute dall’esecutivo.

“L’approccio dell’attuale esecutivo, basato su un <<populismo penale>> e logiche emergenziali, ha moltiplicato i reati e inasprito le pene, ignorando le cause strutturali della crisi, sottolinea Antigone. Al di là di alcuni annunci, di concreto non si è registrato nulla.

Il piano di edilizia penitenziaria, partito nel 2025, avrebbe dovuto dotare il paese di 10.000 nuovi posti entro la fine del 2027. Dopo oltre un anno e mezzo sappiamo di per certo, invece, che i posti disponibili sono addirittura diminuiti di 424 unità. Nei giorni scorsi, nell’approvazione di un provvedimento che riguarda i detenuti con dipendenza, il Ministro della Giustizia ha parlato di 10.000 persone che potranno uscire. Tuttavia, al di là dei paletti previsti della legge, al di là della mancanza di disponibilità di tanti posti nelle comunità accreditate, la legge prevede una copertura finanziaria annuale per un massimo di 600 persone. Nel frattempo l’emergenza resta e cresce ogni giorno che passa”.

E Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, ha commentato così i dati: “Il sovraffollamento carcerario che stiamo documentando è l’effetto diretto e drammatico di un governo che crea in continuazione nuovi reati e inasprisce le pene. Rispondendo sistematicamente agli eventi di cronaca con una logica emergenziale e repressiva, l’esecutivo sta trasformando le nostre carceri in polveriere. Le promesse di svuotamento attraverso le misure alternative sono state completamente disattese: non solo non è uscito nessuno grazie a queste task force propagandistiche, ma nel primo semestre del 2026 le misure alternative sono addirittura calate del 7%.

Le uniche misure effettive riscontrate si traducono in soluzioni illegittime, come il surreale invito (poi ritirato) del Provveditorato della Toscana a superare le capienze regolamentari aggiungendo persino materassi a terra pur di assorbire i trasferimenti dal carcere di Sollicciano, recentemente sequestrato per condizioni inumane. Investire sul reinserimento è l’unica via d’uscita per un sistema che, con almeno il 60% di recidivi tra i detenuti, oggi riproduce solo ulteriore marginalità e crimine”.

Qui il Rapporto



L’articolo è stato pubblicato su Pressenza l’8 agosto 2026

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Il Fediverso: per farla finita con i Social delle Big Tech 

di Sergio Tringali

1. Le nostre parti estese, colonizzate

Immaginiamo il nostro corpo come un campo aperto, attraversato da linee di forza che ci collegano agli altri, al mondo, agli strumenti che usiamo ogni giorno. Spinoza parlava di “parti estese”: non siamo solo carne e ossa, ma anche le relazioni che ci definiscono, gli oggetti che ci circondano, le piattaforme che abitiamo. Oggi, però, queste parti estese sono state colonizzate. Le Big Tech hanno trasformato le nostre connessioni in dati, i nostri desideri in algoritmi, le nostre piazze in feed infinito. Siamo tutti dentro la “casa del padrone” e il padrone non solo ci osserva, ma decide cosa possiamo vedere, dire, pensare.

“Le macchine non sono neutre” quante volte l’abbiamo detto? Cristallizzano rapporti di potere. Quando usiamo Facebook, Instagram o WhatsApp, non stiamo solo comunicando: stiamo alimentando un sistema che ci divide, ci polarizza, ci da l’illusione di farci leggere da milioni di persone, ci rende dipendenti ed attaccati alle “misurazioni” che ci vengono proposte creando competizione (leggi gamification). Il capitalismo delle piattaforme nominato anche iper-capitalismo ha creato un deserto noetico o deserto della conoscenza, dove la verità è ciò che l’algoritmo decide di mostrarci finendo per diventare post-verità, dove la politica è influenzata da lobby opache e ricatti economici. Non è un caso che, come documentato da un’inchiesta transnazionale e dalla puntata di Report dello scorso 12 aprile 2026, le Big Tech abbiano un’influenza invisibile ma pervasiva su media, istituzioni e opinione pubblica.

2  Il Fediverso: un’alternativa che “non fa hype”

Eppure, esiste una via d’uscita: il Fediverso. Una rete decentralizzata di piattaforme (come Mastodon, PeerTube, Pixelfed) che non appartiene a nessuno o meglio, non c’è un unico proprietario, ma tanti server gestiti da collettivi e gruppi di persone, è un Universo Federato dove gli utenti controllano i propri dati e le proprie connessioni.
Ma perché se ne parla così poco? Perché non c’è l’hype che circonda invece ogni nuovo prodotto di Meta o Google o di qualsiasi altro BigTech Bro?

La risposta è semplice: l’hype è figlio del capitalismo. È il risultato di campagne marketing milionarie, di influencer pagati, di algoritmi che spingono contenuti virali. Il Fediverso, invece, è anticapitalista per definizione: non ha azionisti da soddisfare, non ha pubblicità da vendere, non ha un “padrone” che decide cosa è trendy.
Cosa possiamo immaginarci di meglio? È uno strumento al contempo conviviale e contributivo: una tecnologia che non ci sfrutta, ma ci permette di curare le nostre relazioni, di costruire comunità reali (e il saper-fare), di riappropriarci delle nostre parti estese, individuandoci nuovamente.

Allora cosa può il nostro corpo digitale?

3. Uscire dalla casa del padrone, senza illusioni

Il problema è che siamo abituati a pensare che il cambiamento debba venire dall’alto, da un nuovo social network rivoluzionario che, attraverso un ennesimo hype, spazzi via i vecchi giganti. Ma non funziona così: non faremo altro che attendere l’ennesima shittification.

Il Fediverso non sarà mai “virale” perché non è progettato per esserlo. Non ci saranno titoli urlati sui giornali, non ci saranno campagne pubblicitarie. Dobbiamo crearci noi il nostro improbabile hype, dal basso: curando le nostre connessioni, spiegando a chi vogliamo bene perché è importante migrare, costruendo istanze locali (server) che si colleghino tra loro, come un’internazionale digitale.

Filosofi come Stiegler hanno immaginato una tecnosfera organizzata dalle località, dove la cura, la collaborazione la trasmissione dei saperi sostituiscono lo sfruttamento dei nostri corpi, del nostro sapere, del Nostro Pianeta. Il Fediverso è esattamente questo: una rete di nodi autonomi, dove ogni comunità può decidere le proprie regole, senza dipendere dagli umori di Zuckerberg o dai profitti di Google, dalle vacanze di Bezos e le pippe sull’Anticristo di Thiel.

4. Una chiamata all’azione, senza paura

So che molti attivisti, anche tra i lettori di Effimera, sono ancora su Facebook o Instagram e usano ancora Gmail. Non è una colpa: le Big Tech hanno progettato le loro piattaforme per renderle pervasive da una parte e indispensabili dall’altra.

E allora il mio amico all’Università, nonostante l’aiuto di una comunità di attivisti digitali riesce ad installare Mozilla nella sua Università ma qualche anno dopo l’Università stessa firma un contratto con Google e via giù duro di Google Chrome, Google Drive e ogni tipo di G grande. Stessa cosa per una mia amica professoressa a scuola, se non hai la gmail non puoi accedere al Google Calendar, imposto dalla sua stessa scuola. Ancora una ricercatrice che ha 20 anni di lavoro archiviato in gmail, me stesso al momento con alcuni clienti che hanno GDrive integrato nei loro strumenti.

Ecco perché ho parlato di colonizzazione in apertura. Per la pervasività delle Big Tech ad ogni livello della nostra esistenza digitale (digitale e non, perché il nostro corpo somatizza): dall’Università, alle Scuole, agli Ospedali e via dicendo, fino al nostro corpo digitale illuso di stare navigando nell’internet smisurato mentre in realtà sta scrollando solo IG o FB.

Qui non si sta dicendo di cancellare la nostra gmail di botto. Al massimo possiamo tenercela per necessità di lavoro (poi dipende anche quale tipo di lavoro) ma si possono avere diverse mail che separino la vita lavorativa da quella di tutti i giorni.

Quindi, se vogliamo davvero resistere al iper-capitalismo delle piattaforme, dobbiamo iniziare a costruire alternative. Non per puro idealismo, ma per necessità.

Vogliamo veramente continuare a transindividuarci nella casa di transumani bianchi vestiti come dei bonzi intenti a colonizzare Marte mentre il pianeta brucia? L’uso di determinate piattaforme social, o determinate tecnologie di costruzione della tecnosfera allora diventa una questione politica sentita anche all’interno degli organi di alto livello.
La Francia abbandona Microsoft a favore di Linux.

Il Fediverso non è la soluzione magica a tutti i problemi, ma è uno strumento che ci restituisce il controllo. È un modo per dire: le nostre parti estese non sono in vendita. Le nostre relazioni non sono dati da monetizzare. La nostra attenzione non è un prodotto.

Dobbiamo smettere di affiggere manifesti anticapitalisti nella casa del padrone, sperando che qualcuno li legga oltre la nostra bolla filtrata. Dobbiamo invece costruire le nostre case, i nostri spazi, le nostre reti. Il Fediverso è già qui: sta a noi renderlo visibile, desiderabile (libertà digitale), necessario.

* * * * *

Libri di riferimento, dal teorico al pratico

Collettivo L’Internation, Bernard Stiegler (a cura di), L’assoluta necessità. In risposta ad António Guterres e Greta Thunberg, Meltemi, Milano 2020

Gilles Deleuze, Cosa può un corpo. Lezioni su Spinoza, Ombre Corte, Verona 2007

Ivan Illich, La convivialità. Una proposta libertaria per una politica dei limiti allo sviluppo, Red Edizioni, Milano 2013

Gilbert Simondon, L’individuazione psichica e collettiva, DeriveApprodi,  Roma 2021

Bernard Stiegler,  Pensare Curare, Meltemi, Milano 2024

Bernard Stiegler,  Amare, amarsi, amarci, Mimesis, Milano 2014

Collettivo Ippolita, Hacking del Sé. Disertare il capitalismo del controllo, Agenzia X, Milano 2024

Fabio “Kenobit” Bortolotti,  Assalto alle piattaforme, Agenzia X, Milano 2025




L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 13 aprile 2026

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Non un eroe. Non perché musulmano. Non perché siriano


di Mimmo Cortese

Ahmed Al Ahmed, con un gesto rischioso ma che istintivamente qualsiasi essere umano potrebbe comprendere, sentire e mettere in atto nella stessa maniera, ha bloccato, a mani nude, uno dei terroristi armato di fucile che ha ucciso decine di persone durante la festa ebraica dell’Hanukkah, a Bondi Beach e, senza torcergli un capello, ha poi atteso che intervenisse la polizia australiana, non prima di essere stato egli stesso ferito, forse dal secondo terrorista.

Che errore giustapporre a un gesto dettato dal sentimento universale di umanità – sottolineato anche dai genitori di Ahmed – e via dicendo. Se Al Ahmed fosse stato un non credente, oppure, che so, un animista nessuno lo avrebbe sottolineato. E nemmeno avrebbe messo in rilievo, in primo piano, la sua origine se fosse stato di pelle bianca. In questo modo non solo si distorce la spinta autentica che ha dato luogo al suo agire ma si da legittimità al modo di pensare, razzista e discriminatorio, di chi è convinto che il credo religioso o l’appartenenza a un popolo, il colore della pelle, possano essere di per sé origine di abiezioni, fucine di “male” oppure di privilegi, di qualità e virtù superiori.

Infine un coro pressoché unanime lo ha definito eroe. Non verrà mai abbastanza presto il giorno in cui la parola eroe avrà senso e significato esclusivamente nell’ambito mitologico e nelle sue derivate simboliche artistico-letterarie.

Al Ahmed ha fatto la cosa giusta, ha scelto di proteggere e difendere persone in pericolo. Un gesto rischioso – certo! – coraggioso. Ma il coraggio, contrariamente a quanto pensava Manzoni, proprio per la radice del suo etimo, quel richiamo al cuore, che infonde vita in ogni essere animato, è prerogativa che appartiene, ed è contenuta, nelle possibilità di ogni essere umano, non solo di qualcuno. Insistere nel denominare eroi persone che si sono comportate come Al Ahmed significa assegnare loro una prerogativa di eccezionalità e, contestualmente e conseguentemente, dare per scontato che la stragrande maggioranza delle persone non sarebbe in grado di agire nella medesima maniera. Un modo di pensare dalle conseguenze politiche ed etiche devastanti, inserito anch’esso nel filone di pensiero biopolitico discriminatorio, essenzialmente razzista, che assegna e gerarchizza capacità e limiti d’azione, rendendole sostanzialmente immutabili, per ogni essere umano.

Ahmed Al Ahmed ha messo in atto un gesto di protezione e difesa nonviolenta com’è accaduto innumerevoli volte nella storia, in ogni parte del globo, quando c’è stato da lottare, da difendere, principi di giustizia, di umanità, di salvaguardia della dignità, della vita e della libertà di ogni uomo e ogni donna.

Faremmo bene a ricordarci sempre, solo per fare un esempio che riguarda la nostra storia, che centinaia di migliaia di partigian3 e resistenti hanno dato un contributo primario e fondamentale, lottando senz’armi, a rischio altissimo e quotidiano per la propria vita, al crollo del regime nazifascista nel nostro paese.

Così come l’azione e la lotta nonviolenta sono state motore di liberazione da fascismi, colonialismi, dittature e regimi repressivi in ogni parte del mondo, soprattutto dal Novecento ad oggi.

Gli eroi non esistono. Esiste chi lotta. Ognunə può farlo.

L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 17 dicembre 2025

Foto di Alexa da Pixabay 

 

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In memoria di John Young e di Cryptome


di Denis Roio

Omaggio a John Young e a  Cryptome, il più antico progetto per la libertà di informazione in rete che non si è mai svenduto e non si è mai arreso

John Young è morto. Aveva ottantanove anni. La sua opera con Cryptome è eminente per molti di coloro che furono attivi agli albori delle reti digitali. Young assieme a sua moglie Deborah Natsios fu il cofondatore di Cryptome, un progetto che, per il sottoscritto e per altri, costituì un esempio precoce di attivismo in rete, o hacktivism, che dir si voglia.

Scroprii Cryptome durante le mie prime esplorazioni in rete. Credo fossi da poco diventato maggiorenne e la mia passione per la letteratura americana mi portò a leggere dibattiti contemporanei collegandomi a comunità digitali nascenti quali The Well, Nettime ed i fora ospitati da The Thing BBS a New York City. Agli albori di Internet, Cryptome già si distingueva assieme a pochi altri siti: un sito scevro da orpelli che distribuiva documenti non reperibili altrove e tra i quali i più interessanti davano prova di crimini commessi da stati o multinazionali che malcelavano la propria buona fede. Cryptome era la prova che Internet avrebbe significato per tutti noi una nuova frontiera per la libertà delle informazioni.

Cryptome nacque nel 1996 e credo che Young abbia iniziato pensando il suo ruolo come quello di un archivista: curava la collezione, ma non i contenuti dei singoli documenti, nel senso che non li modificava e filtrava in alcun modo. Ha pubblicato informazioni molto utili ed approfondite concernenti crittografia, contro-spionaggio, operazioni più o meno celate di governi e multi-nazionali, tutti argomenti ai quali io stesso mi appassiono da una vita. La collezione di Cryptome per sua stessa ammissione conteneva anche materiale datato o impreciso: non si poneva come una fonte autoritativa, ma affidava le informazioni alla capacità del pubblico di valutarle autonomamente.

Le motivazioni di Young sembrano essere state plasmate dalla sua esperienza delle proteste studentesche del 1968 alla Columbia University, erano i tempi delle proteste contro la guerra in Vietnam, per le quali venne anche brevemente arrestato. Nei primi anni Novanta il governo americano bloccò l’esportazione di algoritmi crittografici con una legislazione che li equiparava alle armi, una storia ben raccontata nel libro “Crypto” di Stephen Levy. Fu in quell’epoca che Phil Zimmermann rilasciò il codice di Pretty Good Privacy (PGP) e Cryptome naque in supporto a tale azione rivendicando la libertà di ricerca ed condivisione.

Negli anni seguenti Cryptome pubblicò svariati documenti probanti serviti a fare chiarezza ed alle volte anche giustizia sui misfatti di multinazionali e governi senza scrupoli. Dai colpi bassi di Monsanto ai contadini di tutto il mondo passando per i documenti dello “stay-behind” network di cui faceva parte il nostrano progetto Gladio, fino alle operazioni della CIA nei luoghi più remoti del pianeta atte a scardinare l’integrità democratica di paesi ostili agli USA. La passione di John per la tecnologia ed in particolare per la crittografia lo portarono anche a pubblicare documentazione tecnica di grande utilità per chi, come giornalisti ed attivisti che attraversano zone pericolose, ha bisogno di custodire dati digitali in sicurezza, inclusa manualistica sul nostro software “Tomb” di Dyne.org, esso stesso usato da attivisti, ma anche alcuni operativi della US Army.

Alcuni anni più tardi, circa venti anni fa, ebbi l’opportunità di incontrare John Young di persona. Ciò avvenne a Berlino, al festival Transmediale, dove fui onorato di ricevere il premio Vilem Flusser. Incontrare l’individuo dietro Cryptome, un archivio che ormai possedeva una certa mitologia per noi del settore, fu un’esperienza significativa. Fu incoraggiante sapere che un lavoro di quella portata possa essere il risultato della dedizione di individui che agiscono per principio, piuttosto che da organizzazioni cospicue con finanziamenti sostanziosi.

È importante ricordare che Cryptome non ha mai fatto profitto delle sue attività, le spese molto limitate del sito erano a carico dei suoi creatori, architetti di professione, che lo dichiaravano servizio pubblico. Questo lo rende molto diverso da altre piattaforme per la libertà di informazione come WikiLeaks o The Intercept.

L’approccio di John Young ancora oggi ci insegna che un’attività del genere non deve mirare all’approvazione generale, ai riconoscimenti, alle donazioni e quantomeno al profitto: un impegno saldo all’accesso pubblico all’informazione, indipendentemente da quanto scomoda quell’informazione potesse essere per i poteri costituiti, deve escludere qualsiasi interesse finanziario dal suo orizzonte, per essere assolutamente indipendente.

Internet è mutato dall’inizio di Cryptome, ma le questioni che il progetto di Young sollevò già trent’anni fa circa segretezza, controllo ed etica della pubblicazione rimangono attualissime e irrisolte. Cryptome mostra che chiunque abbia a cuore la libertà di informazione possa attivarsi per essa anche con poche risorse. Nonostante la dipartita di John Young, il suo progetto resta un punto di riferimento per un’ideologia di trasparenza radicale che possiamo annoverare tra le ricette di salvezza per un tipo di informazione pubblica che gli interessi di governi e multinazionali spesso vorrebbero mettere a tacere.

Qui il ricordo di John Yound da parte dell’Electronic Frontier Foundation



L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 30 maggio 2025

Nella foto: John Young e Deborah Natsios di Cryptome.org

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L’erede di San Francesco

di Guido Viale

Forse nessun papa come Francesco ha suscitato il bisogno di una riflessione profonda e sentita su sé stessi e sul mondo non solo in una parte consistente del cattolicesimo, ma anche tra un grande numero di non credenti. Ma difficilmente un papa ha suscitato anche tanta ostilità: non solo tra coloro di cui contrastava apertamente pensiero e azioni su questioni centrali come migrazioni, guerre, clima, diseguaglianze, tecnica, economia e tanti altri, ma anche e soprattutto in buona parte della gerarchia ecclesiastica e in Vaticano, vero covo di malaffare, cinismo e mancanza di spirito evangelico. Cose con cui Francesco ha dovuto fare i conti con cautele da papa, soprattutto sui temi cosiddetti “sensibili” come aborto, fine vita, genere, divorzio, sacerdozio femminile e laico, ecc., che i suoi avversari (ora in attesa di una rivincita) hanno sempre anteposto a quelli evangelici della cura del creato, delle vittime, dei poveri, degli emarginati, dei sofferenti.
D’altronde non c’è politico che non abbia reso un omaggio formale a papa Francesco e alla sua enciclica Laudato sì, e che non torni a renderlo in quest’ora della sua morte. Ma non ce n’è uno solo, in tutto il mondo, che ne abbia preso il messaggio in seria considerazione.
Il suo pontificato è stato ininterrottamente caratterizzato da iniziative e gesti che ne sottolineavano i messaggi: dalla visita a Lampedusa in ricordo dei migranti lasciati morire in mare al cammino solitario in piazza San Pietro per promuovere la solidarietà al tempo del covid; dalla celebrazione del Giubileo in un Paese africano e nel carcere di Rebibbia agli incontri effettuati o solo tentati per cercare di por fine alle guerre in corso. Ma tutte le sue iniziative e i suoi viaggi sono stati sorretti e guidati da una vera e propria rivoluzione della tradizione cattolica, da un cristianesimo che ha spinto al centro di questa nuova visione non il dominio dell’uomo sul resto del mondo, ma la cura del creato: unica autentica cornice del rispetto della vita in tutte le sue manifestazioni, della nostra Terra sofferente, dell’essere umano (Francesco non lo indica mai con il termine uomo, per non escludere la donna), non signore ma custode del mondo.
E’ questo il contenuto centrale dell’enciclica Laudato sì (2015), un documento straordinario soprattutto per la compattezza con cui sono stati riuniti in poche pagine, con semplicità e chiarezza pari solo alla profondità, tutti i problemi fondamentali del nostro tempo. Molti dei temi trattati si ritrovano già, in vari modi, in elaborazioni dell’ecologia profonda e dell’ecofemminismo, che Francesco ha saputo raccogliere e rielaborare, insieme ai tanti spunti fornitigli dalle culture indigene dell’Amazzonia, a cui ha voluto dedicare addirittura un sinodo, finalizzato a ”inculturare” – è il termine usato: cioè innestare – il messaggio evangelico nella sensibilità per la natura di popoli fedeli a costumi e credenze tradizionali. Ma non è solo – come è stato detto – l’essere state enunciate da “un capo di Stato” ad aver reso così importanti le verità di quell’enciclica, bensì il nesso inscindibile che essa ha saputo tracciare tra giustizia ambientale e giustizia sociale, tra “il grido della Terra” e quello degli oppressi, tra l’urgenza di salvare e risanare l’ambiente e le rivendicazioni e le lotte dei poveri della Terra.
Quell’enciclica forse è stata letta più dai non credenti che dai cattolici: questa almeno è la nostra esperienza di cultori, divulgatori e interpreti dei suoi contenuti, impegnati nella loro articolazione in ogni angolazione sia della vita quotidiana che dei grandi eventi politici, sociali, climatici e ambientali, in qualità di attivisti dell’associazione Laudato sì, che abbiamo fondata pochi mesi dopo la sua pubblicazione.
Un documento la cui lettura va integrata almeno con altri tre: il discorso tenuto nel 2014 al primo incontro dei movimenti popolari, un vero e proprio incitamento rivolto agli ultimi a battersi per i propri diritti; l’enciclica Fratelli tutti (2020), progetto e perorazione di un assetto sociale fondato sulla solidarietà e la condivisione e non sulla competizione e l’appropriazione e l’esortazione Laudate Deum (2023), un ultimo e quasi disperato richiamo a ricordarsi della crisi climatica, rivolto a tutto il mondo, ma soprattutto ai potenti della Terra, in un tempo in cui la corsa a fare la guerra ha fatto dimenticare quasi a tutti che il nostro mondo è sull’orlo di un baratro.
Ma in tutti questi documenti, come in tutte le circostanze in cui l’attività di Francesco è stata resa pubblica, non è mai mancato il tratto della delicatezza, dell’attenzione, della disponibilità e anche della verve – compresa la sua penultima comparsa avvolto in un poncho, un abito sicuramente più adatto ai successori di Pietro – che ha distinto il suo pontificato da quelli di tutti i papi che lo hanno preceduto. Un tratto che lo ha reso il vero erede del santo di cui ha voluto prendere il nome.

L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 21aprile 2025

L’immagine è di Padre Enzo Fortunato

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