Diritti umani

Nelle carceri italiane si è al limite della sopravvivenza

di Giovanni Caprio

Il sistema penitenziario italiano ha raggiunto livelli di saturazione insostenibili. E’ l’ennesima denuncia di Antigone che in questi giorni ha presentato il suo Rapporto di metà anno 2026 sulle carceri italiane, evidenziando le condizioni al limite della sopravvivenza tra caldo estremo e sovraffollamento record e gli inutili gli interventi del governo. I numeri sono impietosi ed indegni di un Paese civile: al 28 luglio 2026, si contano 64.741 persone detenute a fronte di soli 46.343 posti effettivamente disponibili, portando il tasso di affollamento reale al 139,7%. Stiamo parlando di numeri che non si registravano dal 2013, anno della storica condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per trattamenti inumani e degradanti.

La situazione delle carceri è fuori controllo in intere regioni: la Puglia guida il triste primato con un tasso del 180,4%, seguita da Molise (165,9%), Basilicata (162,5%) e Lombardia (157,9%). In ben sei istituti penitenziari i detenuti sono più del doppio dei posti disponibili, con picchi allarmanti a Lucca (256,8%), Milano San Vittore (223,6%) e Latina (220,8%).

Antigone negli ultimi 12 mesi ha effettuato ben 72 visite, registrando che nel 44% degli istituti vi sono celle in cui lo spazio calpestabile è inferiore al limite minimo di 3 metri quadrati a persona. A testimoniare questa condizione vi sono i numeri dei reclami accolti dalla magistratura di sorveglianza per i trattamenti inumani o degradanti subiti dalle persone recluse: ben 6.539 nel 2025, il 12% in più del 2024.

Carceri che durante un’estate infuocata come questa diventato un vero e proprio inferno, al limite della sopravvivenza: oltre il 60% della popolazione detenuta è sottoposto al regime di “custodia chiusa” (un dato cresciuto negli anni dopo i negativi passi indietro rispetto al regime delle “celle aperte” e della “sorveglianza dinamica”), trascorrendo la maggior parte della giornata in celle sovraffollate con temperature che superano i 40 gradi. In alcuni istituti poi le finestre delle celle risultano schermate e questo impedisce anche il passaggio di aria.

Per non parlare delle carenze igienico-sanitarie, assolutamente indegne: infestazioni di cimici da letto a Venezia, Monza e Pisa, e persino gravi carenze idriche, come registrato nel carcere di Milano Opera, dove il servizio idrico è stato interrotto per un guasto, costringendo all’uso di bottiglie d’acqua della Croce Rossa. In estate poi, con il blocco alle attività scolastiche e il rallentamento anche di molte attività di volontariato, le persone detenute sono sempre più sole in un’apatia generalizzata che è anche un vettore per i suicidi.

Le carceri italiane sono luoghi di disperazione, che spingono a conseguenze tragiche: nei primi sette mesi del 2026, almeno 38 persone si sono tolte la vita in carcere. La vittima più giovane è stata una ragazza di appena 21 anni a Trento, il più anziano un uomo di 73 anni a Padova. Il 50% dei suicidi riguarda persone di origine straniera, evidenziando una loro maggiore vulnerabilità.

Anche l’autolesionismo è in forte aumento, con una media di 26,5 atti autolesivi ogni 100 detenuti. Nel 2026, il 9,3% dei detenuti ha diagnosi psichiatriche gravi, con una cronica carenza di ore di assistenza da parte di psichiatri e psicologi. A fronte di questo numero il 20,5% fa regolarmente ricorso a stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi ed il 46% ricorre a sedativi o ipnotici.

Ci sono poi i 572 ragazzi rinchiusi nei 20 Istituti Penali per Minorenni, una cifra stabile rispetto ai 559 del giugno 2025, che ancora una volta mette in evidenza la voglia di “questa Nazione” di essere sempre più severa con i suoi giovani, anche se di fatto non c’è alcuna emergenza. E “scandalo nello scandalo” c’è anche il numero dei bambini in carcere con le loro madri, che è schizzato da 11 a 30 in appena 15 mesi, effetto diretto delle modifiche legislative volute dall’esecutivo.

“L’approccio dell’attuale esecutivo, basato su un <<populismo penale>> e logiche emergenziali, ha moltiplicato i reati e inasprito le pene, ignorando le cause strutturali della crisi, sottolinea Antigone. Al di là di alcuni annunci, di concreto non si è registrato nulla.

Il piano di edilizia penitenziaria, partito nel 2025, avrebbe dovuto dotare il paese di 10.000 nuovi posti entro la fine del 2027. Dopo oltre un anno e mezzo sappiamo di per certo, invece, che i posti disponibili sono addirittura diminuiti di 424 unità. Nei giorni scorsi, nell’approvazione di un provvedimento che riguarda i detenuti con dipendenza, il Ministro della Giustizia ha parlato di 10.000 persone che potranno uscire. Tuttavia, al di là dei paletti previsti della legge, al di là della mancanza di disponibilità di tanti posti nelle comunità accreditate, la legge prevede una copertura finanziaria annuale per un massimo di 600 persone. Nel frattempo l’emergenza resta e cresce ogni giorno che passa”.

E Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, ha commentato così i dati: “Il sovraffollamento carcerario che stiamo documentando è l’effetto diretto e drammatico di un governo che crea in continuazione nuovi reati e inasprisce le pene. Rispondendo sistematicamente agli eventi di cronaca con una logica emergenziale e repressiva, l’esecutivo sta trasformando le nostre carceri in polveriere. Le promesse di svuotamento attraverso le misure alternative sono state completamente disattese: non solo non è uscito nessuno grazie a queste task force propagandistiche, ma nel primo semestre del 2026 le misure alternative sono addirittura calate del 7%.

Le uniche misure effettive riscontrate si traducono in soluzioni illegittime, come il surreale invito (poi ritirato) del Provveditorato della Toscana a superare le capienze regolamentari aggiungendo persino materassi a terra pur di assorbire i trasferimenti dal carcere di Sollicciano, recentemente sequestrato per condizioni inumane. Investire sul reinserimento è l’unica via d’uscita per un sistema che, con almeno il 60% di recidivi tra i detenuti, oggi riproduce solo ulteriore marginalità e crimine”.

Qui il Rapporto



L’articolo è stato pubblicato su Pressenza l’8 agosto 2026

Nelle carceri italiane si è al limite della sopravvivenza Leggi tutto »

Corrado Lorefice: “A Ceuta un’Europa sempre più disumana conclama il declino della sua civiltà”

Pressenza – Redazione di Palermo

Quel che è accaduto nell’enclave spagnola in Marocco, a Ceuta, è certamente una trappola dei mercanti di morte e un evento scientemente organizzato e manovrato. Tuttavia, il suo valore simbolico è difficilmente sottovalutabile. È la dimostrazione lampante di un desiderio di libertà e di vita che giunge fino a noi dal Sud del mondo e che non può essere trattato solo come un problema di pubblica sicurezza.

Lasciare la propria terra, il proprio paese, non è cosa che nessuna donna e nessun uomo fa a cuor leggero. Partire significa andare verso l’ignoto, lasciare le sicurezze, abbandonare usi, costumi e tradizioni che hanno segnato la propria vita, rischiare l’incolumità di sé stessi e dei propri cari.

Quante persone sono morte nel tentativo di attraversare il mare? Le stiamo contando con freddezza, senza renderci conto che sono vite umane, volti, sogni e desideri annegati per la speranza di una nuova patria.

Al di là delle necessarie valutazioni politiche e dei provvedimenti legislativi, eventi come quelli di Ceuta rimangono la cartina di tornasole dello squilibrio enorme del mondo, della distribuzione iniqua delle ricchezze, del restringimento delle democrazie in tutto il pianeta (e dei relativi diritti sociali, civili, economici), della crisi climatica. Tutto condensato in quella disperata speranza di Europa dei migranti.

Si ripetono così senza fine fatti tragici, nei quali le speranze, i sorrisi, i corpi di tanti, in un attimo, vengono distrutti per decisioni di altri uomini, che si arrogano il diritto di togliere la vita altrui, cancellando come inutili i tanti amori che li hanno messi al mondo. Il rischio è proprio l’anestesia della coscienza, che rende banale il male.

Creare torpore, creare coscienze assopite è il progetto occulto dell’Occidente. Prova ne è il modo in cui Ceuta viene raccontata dai governi e dai media del Vecchio Continente (con la solita indefinibile propaggine americana). Una modalità, ai miei e ai nostri occhi, assolutamente terribile. Nessun rispetto, nessuna partecipazione, nessun dolore, nessun senso di umanità, nessuna spiegazione delle ragioni profonde.

Solo l’allarme, del tutto infondato dal punto di vista giuridico, di una invasione di fatto impossibile (c’è il mare, c’è Gibilterra tra Ceuta e l’Europa); solo la squalifica, assurda e in verità controintuitiva, di ogni politica di accoglienza e di inclusione. Sta qui il peccato originale dell’Europa odierna di fronte ai migranti: non voler ammettere che si tratta di un fenomeno mondiale, irreversibile, da affrontare e gestire con la politica e non con gli eserciti; che siamo di fronte a un esodo a cui non si può rispondere con accordi ignobili con i paesi terzi, come la Libia di Almasri.

Prima di cadere nel sonno che – come la Storia ci ha insegnato – non fa percepire la violenza, il suo scandalo, fino a farla accettare come normale o addirittura necessaria. A Ceuta l’Europa dimostra in maniera lampante la crisi profonda della sua civiltà e dei suoi valori. Rinnega sé stessa in quanto patria del diritto e del riconoscimento di ogni donna e di ogni uomo in quanto appartenenti a una comune umanità, a una fraternità universale che ci supera.

Non si rende conto che le soluzioni tipo ‘pannolini caldi’ tolgono il fastidio di un giorno ma preparano la tragedia di domani. E soprattutto, rifiutandosi di pensare e di agire secondo i propri principi e le proprie capacità, l’Europa rischia di condannarsi a morte. La storia ci insegna che i cosiddetti barbari, entrati nel territorio romano, hanno fondato, insieme ai cittadini dell’Impero, una nuova civiltà. Non precipitiamo nella notte della ragione, del cuore e della coscienza.

L’aricolo è stato pubblicato su Pressenza Redazione Palermo l’1-8-2026


L’articolo originale può essere letto qui

Corrado Lorefice: “A Ceuta un’Europa sempre più disumana conclama il declino della sua civiltà” Leggi tutto »

Quando la memoria non basta più

di Emilia De Rienzo

Foto di Hosny salah


“Io non ho voluto avere un figlio perché ho vissuto Auschwitz”
(Imre Kertész, Kaddish per il bambino non nato)

اللهم اجعله طيراً من طيور الجنة
“O Allah, rendilo un uccello tra gli uccelli del Paradiso”
(Duʿāʾ islamico per un bambino defunto)


Imre Kertész scrisse un Kaddish per il figlio che decise di non avere. Dopo Auschwitz, il mondo gli appariva troppo crudele per essere consegnato a una nuova vita. La Shoah non gli aveva tolto soltanto il passato: aveva incrinato la fiducia stessa nel futuro.

Circa un milione e mezzo di bambini ebrei furono uccisi durante lo sterminio nazista, insieme a migliaia di bambini rom e con disabilità. Quei bambini appartengono alla memoria dell’umanità e nessuno può permettersi di dimenticarli.

Ma ricordare non significa soltanto custodire il passato. Non significa sovrapporre tragedie diverse né cancellarne l’unicità storica. Significa chiedersi quale valore abbia la memoria se non diventa un principio universale, capace di proteggere ogni vita umana, soprattutto quella più indifesa.

La memoria non è un premio riservato alle vittime della storia. È una responsabilità verso le vittime di oggi. Oggi quella responsabilità ci conduce a Gaza.

Ci sono immagini che dovrebbero essere impossibili. Un bambino ucciso mentre cerca acqua. Una bambina colpita mentre torna da scuola. Un neonato ferito mentre viene allattato. Non sono soltanto episodi di guerra. Sono la negazione dell’infanzia.

I bambini non appartengono a uno Stato, a un esercito o a una bandiera. Appartengono all’umanità.

La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, nel rapporto L’essenza dell’infanzia è stata distrutta, afferma che nei primi due anni di guerra almeno 20.179 bambini sono stati uccisi e 44.143 sono rimasti feriti nella Striscia di Gaza. Parla di azioni che hanno «cancellato l’infanzia» e sostiene che l’uccisione e il ferimento dei minori abbiano contribuito a distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del popolo palestinese. Israele respinge queste conclusioni. Ma nessuna contestazione cancella il fatto essenziale: decine di migliaia di bambini sono stati uccisi, mutilati o segnati per sempre.

Se oltre il trenta per cento delle vittime sono bambini, non possiamo rifugiarci nel linguaggio degli “effetti collaterali”. Quando una guerra divora l’infanzia, non colpisce soltanto il presente: cancella il domani.

Dietro quei numeri ci sono volti, nomi, famiglie. Ci sono bambini colpiti nelle scuole, negli ospedali, nelle tende dei campi profughi, mentre cercavano un pezzo di pane o un sorso d’acqua. Ci sono migliaia di piccoli sopravvissuti che porteranno dentro di sé ferite che nessuna ricostruzione potrà cancellare. È qui che la memoria viene messa alla prova. Il popolo ebraico ha conosciuto uno dei punti più bassi della storia umana. Proprio per questo, vedere lo Stato di Israele accusato di una violenza che colpisce in modo così devastante l’infanzia palestinese apre una ferita morale che attraversa il mondo intero. Non perché le due tragedie siano uguali. Non lo sono. Ma perché nessuna memoria del dolore può perdere il suo carattere universale. Se il ricordo della persecuzione non ci rende più sensibili alla sofferenza di altri bambini, allora qualcosa si è spezzato.

Primo Levi scriveva che «è avvenuto, quindi può accadere di nuovo». Non era una profezia rivolta a un solo popolo. Era un monito per tutta l’umanità. Ogni volta che l’altro viene disumanizzato, ogni volta che la vita di un bambino diventa un prezzo accettabile, quel monito torna a interrogarci.

Eppure il mondo sembra già voltare pagina. Le crisi si susseguono, l’attenzione si sposta altrove, Gaza scompare lentamente dai notiziari. L’orrore si consuma, poi si normalizza. Infine viene dimenticato. È sempre così che l’indifferenza vince.

Per questo oggi non basta ricordare Auschwitz. Non basta commemorare. Non basta pronunciare “mai più” una volta all’anno. Occorre avere il coraggio di riconoscere il dolore ovunque si manifesti, anche quando ci mette a disagio, anche quando riguarda chi consideriamo lontano, anche quando ci obbliga a criticare chi pensavamo immune da ogni giudizio morale.

Nel ghetto di Terezín il giovane Pavel Friedmann ha scritto: “Le farfalle non vivono nel ghetto”. Quelle parole sembrano attraversare il tempo fino a Gaza. Perché le farfalle non vivono dove viene cancellata l’infanzia. E nemmeno la pace può nascere dove ai bambini viene negato il futuro.

Sotto cieli diversi, due preghiere continuano a salire verso lo stesso Dio. Il Kaddish ebraico e il duʿāʾ islamico per un bambino morto. Parlano lingue diverse, ma custodiscono lo stesso dolore. Ci ricordano che il pianto di una madre non ha nazionalità e che nessun bambino smette di essere bambino perché nasce dalla parte sbagliata di un confine.

La domanda, allora, riguarda tutti noi. A cosa serve la memoria, se non ci impedisce di accettare l’inaccettabile? A cosa serve dire «mai più», se quel principio non vale per ogni bambino? La memoria è l’inizio. L’umanità è il suo compimento. Se la memoria non ci conduce fin lì, allora non basta più.



L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 26 giugno 2026

La foto è di Hosny salah, fotografo palestinese residente a Gaza

Quando la memoria non basta più Leggi tutto »

L’appello di due giovani sulla remigrazione

di Pressenza Redazione Roma
Foto di Rete Studenti Medi Lazio


Ci chiamiamo Kilian e Lukman, abbiamo deciso di scrivere una lettera per spiegare, attraverso il nostro vissuto e la nostra storia, perché il concetto di remigrazione non solo sia impraticabile, ma sia profondamente ingiusto e violento. Una lettera che vuole far aprire gli occhi alla società civile, su una delle proposte più disumane nel dibattito politico… Qualcuno dice che persone come noi dovrebbero essere “remigrate” e nel secolo scorso avrebbero detto “deportate”, la domanda che ci viene spontanea è: dove? Forse la domanda è un’altra: Che Italia vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi? La verità è che abbiamo paura del 13 giugno. Non ci sentiremo sicuri a camminare per strada e questo ci fa schifo. 

La Rete degli Studenti Medi del Lazio diffonde l’appello scritto dai due giovani:

Ci chiamiamo Kilian e Lukman e siamo due ragazzi italiani.
Non avremmo mai pensato di dover scrivere una lettera come questa. In realtà non avremmo mai pensato di dover spiegare perché apparteniamo al Paese in cui siamo cresciuti. Eppure, dopo aver sentito parlare di remigrazione e aver visto che delle persone scenderanno in piazza per sostenerla, ci siamo resi conto che il silenzio sarebbe stato più doloroso delle parole.
Siamo due ragazzi italiani. Non siamo un’idea politica. Non siamo uno slogan. Non siamo una teoria da discutere in televisione come per molti. Per noi è una questione personale.
Riguarda la nostra vita, le nostre famiglie, il nostro futuro.
Quando sentiamo parlare di remigrazione pensiamo a nostra madre che torna a casa stanca dal lavoro e ci chiede com’è andata la giornata. Pensiamo a nostro padre che si sveglia quando fuori è ancora buio per andare ad aprire un negozio e iniziare un turno che finirà ore dopo. Pensiamo alle bollette pagate a fine mese, alle tasse versate, ai sacrifici fatti per permettere a noi di studiare e avere opportunità migliori.
Pensiamo a cose semplici, normali. Le stesse cose che fanno milioni di famiglie italiane ogni
giorno.
Io tra poco affronterò l’esame di maturità. In questi giorni passo il tempo sui libri, ripeto gli argomenti, cerco di gestire l’ansia e la paura di non essere abbastanza preparato. Le stesse paure che hanno i miei compagni di classe. Gli stessi sogni di chiunque abbia diciotto anni e si affacci alla vita adulta.
Io invece studio psicologia all’università La Sapienza. Non ho mai immaginato nulla di diverso da restare in Italia, lavorare nel mio paese, aiutare qui le persone. Passo i pomeriggi tra lezioni ed esami, esulto e mi arrabbio guardando la Roma, prendo in giro gli amici e vengo preso in giro come accade in qualsiasi gruppo di ragazzi. Parlo con l’accento romano da quando ha imparato a parlare.
Eppure qualcuno guarda ragazzi come noi e vede degli stranieri. Questa è la parte che facciamo più fatica a comprendere.
Perché noi non abbiamo mai vissuto l’Italia come un luogo esterno da osservare. L’abbiamo vissuta da dentro. Nelle scuole che abbiamo frequentato, nei quartieri in cui siamo cresciuti, nei campetti dove abbiamo giocato da bambini, nei professori che ci hanno insegnato a credere in noi stessi, a studiare per diventare insegnanti, medici, psicologi, operai, ingegneri.
Quando qualcuno dice che persone come noi dovrebbero essere “remigrate”, e nel secolo scorso avrebbe detto “deportate”, la domanda che ci viene spontanea è molto semplice: dove? Dove dovrebbe andare una persona che è già a casa?
Qual è il luogo alternativo per chi ha costruito qui i propri ricordi più importanti? Per chi qui ha imparato a leggere e scrivere, ha dato il primo bacio, ha festeggiato i compleanni, ha pianto ai funerali delle persone care, ha immaginato il proprio futuro?
La verità è che ciò che fa più paura non è soltanto l’esistenza di certe idee.
Fa paura vedere quanto facilmente ci si abitua, si iniziano a considerare normali parole che qualche anno fa avrebbero suscitato indignazione e oggi vengono accolte con una scrollata di spalle. Fa paura accorgersi che sempre più spesso si discute della vita delle persone come se si stesse parlando di numeri, statistiche o problemi da gestire, dimenticando che dietro ci sono ragazzi con un volto, una storia, dei legami: io sono stato il vostro compagno di banco, mio zio quello da cui avete comprato la frutta, i miei genitori i tuoi vicini di casa.
Perché la storia ci insegna che il momento più pericoloso non è quando nasce un’idea disumana. È quando le persone smettono di reagire. Quando smettono di sentire.
Tra qualche giorno io sosterrò l’esame di maturità. In questi anni, seduto tra i banchi di scuola, ho studiato la storia europea e quanto sia pericoloso abituarsi a certe parole e ho studiato anche la Costituzione italiana. Ho letto l’articolo 3, quello che dice che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge. Ricordo ancora i professori che spiegavano quanto fosse importante quella frase e da quale storia fosse nata.
Per questo oggi fa un certo effetto sentirlo messo in discussione, perché non è soltanto un nostro problema. È una questione che riguarda tutti. Riguarda la qualità della nostra democrazia, il valore che attribuiamo alla dignità umana e il futuro che vogliamo costruire insieme.
Noi continuiamo a credere che l’Italia sia migliore di questo.
Lo crediamo perché la conosciamo. Lo crediamo perché ogni giorno incontriamo persone che ci giudicano per quello che facciamo e per come ci comportiamo, non per le nostre origini. Lo crediamo perché sappiamo che questo Paese è molto più grande delle paure che qualcuno prova ad alimentare per propaganda politica.
Noi sappiamo quale Italia abbiamo conosciuto e quale Italia amiamo.
La verità è che abbiamo paura del 13 giugno. Non ci sentiremo sicuri a camminare per strada, ad andare a sostenere l’esame, ad uscire con i nostri amici: per le nostre origini e il colore della nostra pelle, e questo ci fa schifo.
Per questo non vogliamo restare in silenzio.
E forse la domanda più importante non è se persone come noi appartengano all’Italia.
Forse la domanda è un’altra: Che Italia vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi?
Un’Italia che insegna ai ragazzi a sognare, studiare, impegnarsi e contribuire alla società in cui vivono, oppure un’Italia che continua a ricordare ad alcuni di loro che, qualunque cosa facciano, per qualcuno non saranno mai abbastanza?
Perché il giorno in cui una persona deve difendere il proprio diritto a chiamare casa il luogo in cui è cresciuta, non è soltanto quella persona a essere messa in discussione, ma la libertà, la dignità e la coscienza di un intero Paese.



L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 9 giugno 2026

L’appello di due giovani sulla remigrazione Leggi tutto »

USA: aumentano le esecuzioni

di Giovanni Franza


L’uso della pena di morte negli US è aumentato nettamente, con più esecuzioni nel 2025 rispetto a qualsiasi anno dal 2009.

In teoria, la pena di morte è riservata al peggio del peggio. In pratica, è molto differente.

Le persone scelte sono sproporzionatamente povere o mentalmente deboli e, spesso, mancano di buoni avvocati. Sono anche più facilmente sentenziati a morte se colpevoli di uccisione di una persona bianca.

La maggior parte del mondo l’ha abolita o comunque tolta dal ventaglio delle possibilità: Europa occidentale, Canada, Messico, Argentina, Brasile, Cile, Marocco, sud Africa e Australia. Gli us si pongono in una lista di soli 20 paesi circa che ne prevedono l’utilizzo: tra questi Afghanistan, Cina, Iran e Corea del Nord.

Molti dí questi paesi, recentemente, hanno introdotto leggi volte a proteggere i dettagli di quello che accade durante il procedimento. Lo stato dell’Indiana, ad esempio, ha vietato alla stampa di assistere alle esecuzioni.

La Florida, guida il gruppo. Lo scorso anno ha eseguito 19 condanne. Il precedente record statale era di 8, nel 2014. Quest’anno DeSantis ha già firmato 5 condanne.

Lo scorso anno, DeSantis ha firmato una legge che concede la pena di morte per gli immigrati irregolari che commettono i reati più gravi. In, quantomeno apparente, contraddizione con un pronunciamento della Corte Suprema del 1987 che proibisce la sentenza di morte automatica, per qualunque categoria di crimine.

Il nome di questa legge? Trump Act.


L’articolo è stato pubblicato il 14 marzo 2026 su Osservatorio sulla legalità e sui diritti

La foto è di Foto di Kindel Media da Pexels

USA: aumentano le esecuzioni Leggi tutto »

Torna in alto