diritti umani

Sul razzismo è meglio capirsi

Prima pagina del Corriere della Sera dell’11 novembre 1938 sulla promulgazione delle leggi razziali fasciste.

di Annamaria Rivera

Come premessa, conviene rimarcare che il termine “razzismo”, al singolare, è preferibile a “razzismi”, se si vuole cogliere il carattere unitario del concetto, al di là delle variazioni storiche ed empiriche del fenomeno. Paradossalmente, per nominare un tale sistemasiamo costretti/e a usare un lemma la cui etimologia rimanda alla credenza nell’esistenza delle “razze”, criticata e poi abbandonata da una buona parte delle stesse scienze sociali e biologiche che avevano contribuito a elaborarla. “Razza” è, infatti, una pseudocategoria tanto infondata quanto paradossale, essendo basata sul postulato che istituisce un rapporto deterministico fra caratteri somatici, fisici, genetici e caratteri psicologici, intellettivi, culturali, sociali.
In sintesi, il razzismo è definibile come un sistema di credenze, rappresentazioni, norme, discorsi, comportamenti, pratiche, atti politici e sociali, volti a svalorizzare, stigmatizzare, discriminare, inferiorizzare, subordinare, segregare, perseguitare categorie di persone alterizzate, e ciò fino alla strage e allo sterminio.
Scrivo alterizzate poiché nella realtà fattuale, il “colore” o l’effettiva distanza culturale e/o sociale dal noi sono alquanto irrilevanti nella scelta delle vittime, come comprova la tragica storia dell’antisemitismo. Lo stigma applicato a certe categorie di persone può prescindere da qualsiasi differenza somatica, fenotipica, culturale o relativa alla provenienza, essendo l’esito di un processo di costruzione sociale, simbolica, politica.
Basta dire che nella geometria variabile del razzismo italiano dei decenni più recenti, il ruolo di capri espiatori e di bersagli di campagne allarmistiche è stato attribuito, di volta in volta e fra gli altri e le altre, a persone migranti albanesi, “slave”, romene, delle quali, fino a prova contraria, non si può dire che siano “negri/e”, oppure che siano estranei/e alla storia e alla cultura europee.
Il razzismo diviene sistemico quando è direttamente o indirettamente incoraggiato o legittimato da istituzioni, nazionali e sovranazionali, nonché da mezzi di comunicazione. Quando l’intolleranza “spontanea” verso determinati gruppi o minoranze, diffusa nella società, è avallata e legittimata da istituzioni, anche europee, e da apparati dello Stato, nonché dalla propaganda e da una parte del sistema dell’informazione, è allora che s’innesca il circolo vizioso del razzismo.
Il sistema-razzismo è il più delle volte sorretto da dispositivi simbolici, comunicativi, linguistici, che sono in grado di agire sul sociale, producendo e riproducendo discriminazioni e ineguaglianze. Soprattutto esso è riprodotto, avvalorato, legittimato da un complesso di leggi, norme, procedure e pratiche routinarie: ciò che viene detto razzismo istituzionale, il quale finisce per generare non solo discriminazione, ma anche stratificazione di disuguaglianze in termini di accesso a risorse sociali, materiali, simboliche (status, cittadinanza, lavoro, servizi sociali, istruzione, conoscenza, informazione…).
A tal proposito, esemplare è il caso della delegittimazione istituzionale, se non della criminalizzazione, non solo delle ONG che praticano ricerca e soccorso in mare, ma anche di chiunque, fosse pure individualmente, compia gesti di solidarietà verso persone profughe e migranti. Tutto ciò per non dire del contributo delle istituzioni italiane alla strage di persone profughe e migranti, del quale uno dei pilastri è costituito dal Memorandum d’intesa fra la Libia e l’Italia, la quale in tal modo legittima non solo le stragi nel Mediterraneo, ma anche gli orrori compiuti dalla cosiddetta Guardia costiera libica e quelli che si consumano nei “centri di accoglienza per migranti”, in realtà degli autentici lager.   
È indubbio che un tale esempio dall’alto non faccia che incoraggiare e legittimare intolleranza e razzismo “dal basso”. Per limitarci all’Italia, si potrebbero citare i numerosi episodi di barricate (reali o simboliche) contro l’arrivo di richiedenti-asilo; ma anche le sempre più numerose rivolte, dette spontanee, in quartieri popolari, contro l’assegnazione di alloggi a famiglie di origine immigrata. E’ ben noto: più che mai in tempi di crisi, ma anche allorché le rivendicazioni sociali e il conflitto di classe (come si diceva un tempo) non hanno più lingua e forme in cui esprimersi, accade che il disagio economico e sociale e il senso di abbandono da parte delle istituzioni alimentino risentimento e ricerca del capro espiatorio.
Tuttavia, in questi casi non potrebbe essere più impropria e ingannevole la formula “guerra tra poveri”, che, solo in apparenza non-razzista, finisce per rappresentare aggressori e aggrediti/e quali vittime simmetriche; e per fare delle persone indigenti “in guerra tra loro” gli attori unici o principali della scena razzista. In realtà, a socializzare, manipolare, deviare il rancore collettivo, istigando e talvolta perfino guidando tali rivolte, sono spesso militanti di gruppi di estrema destra. In tal caso, il circolo vizioso del razzismo non fa che produrre, se non il rafforzamento, comunque la legittimazione, per quanto possa essere implicita o involontaria, della destra neofascista.
Lo schema ideologico e narrativo che fa perno sulla locuzione “guerra tra poveri” è, in fondo, simmetrico o contiguo a quello che s’incentra sulle antitesi-chiave sicurezza/insicurezza, decoro/degradoE a proposito di circolo vizioso del razzismo, non è casuale che tali antitesi abbondino, in particolare, nel testo della legge Minniti del 18 aprile 2017, n. 48 («Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città»).
In fondo, tale legge non fa che tradurre e legittimare la percezione comune per la quale migranti, rifugiati/e, rom, senzatetto, marginali sarebbero importatori di degrado, insicurezza, disordine sociale. In definitiva, essa tematizza in termini di pericolosità sociale lo stile e le pratiche di vita, spesso imposte, di coloro che sono considerati/e “fuori norma”.
Per tentare di spezzare o almeno incrinare il circolo vizioso del razzismo occorrerebbe costruire un ampio movimento di massa antirazzista, degno di un’impresa così ardua. Attualmente siamo alquanto lontani/e da una simile prospettiva.

L’articolo è stato pubblicato su COMUNE-INFO il 20 gennaio 2022

10 dicembre Giornata internazionale dei diritti umani

Il 10 dicembre 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclamava la Dichiarazione universale dei diritti umani. Per la prima volta nella storia dell’umanità, era stato prodotto un documento che riguardava tutte le persone del mondo. Per la prima volta veniva scritto che esistono diritti di cui ogni essere umano deve poter godere per la sola ragione di essere al mondo.
Vi invitiamo a familiarizzare con questo documento, ad applicare le norme in esso indicate nella vita di tutti i giorni e a diffondere la cultura del rispetto dei diritti dell’uomo.

Testo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani [PDF] a cura della Coalizione Italiana contro la pena di morte

Rapporto 2020 – 2021 di Amnesty International che documenta la situazione dei diritti umani in 149 paesi.

L’Italia dei bambini in carcere

di Daniele Barbieri

La legge di bilancio aveva stanziato un fondo da 4,5 milioni di euro per sviluppare soluzioni di detenzione alternative al carcere: soldi da spendere in 3 anni. Eppure l’ultimo rapporto di Antigone, del gennaio 2021, conferma che ci sono ancora diversi bambini che nascono o restano dietro le sbarre con le madri e che è ancora possibile spezzare le famiglie.

Vediamo di capire qualcosa di più sull’Italia che oggi tiene bambine e bambini nelle galere ma anche su come a questo “sonno” si sia arrivati nel Paese che ipocritamente celebra sempre le madri. In coda troverete una chiacchierata con Marzia Belloli sul passato prossimo cioè sulla legge 40 del 2001 che affrontò la questione delle detenute madri e accese per un po’ i riflettori su questa vergogna.
Questo breve viaggio Inizia con i numeri attuali e con alcuni degli ultimi “fattacci”… anch’essi rimossi dopo pochi giorni di finto dibattito e misera informazione, proprio come accaduto per la bimba di Amra.

I numeri.
Secondo l’ultimo rapporto di Antigone al 31 gennaio 2021 erano 29 i bambini, 13 dei quali stranieri, in carcere con le proprie 26 madri. Erano alloggiati nell’Icam – la sigla sta per «Istituti a custodia attenuata per le madri» – di Lauro (8), in un altro Icam affiliato al carcere di Torino (6), nel carcere femminile di Rebibbia (5), nelle carceri di Salerno e Venezia (3), nel carcere di Milano Bollate (2) e nelle carceri di Foggia e Lecce (un unico bambino per ciascuna delle due strutture). Al 28 febbraio 2021 i bambini erano scesi ulteriormente a 27, con 25 detenute madri. «Siamo a uno dei minimi storici, se pensiamo che un anno prima i bambini in carcere erano 57 e che le presenze negli ultimi 25 anni sono rappresentate nel grafico seguente».
Minimo storico sì – nel 2018 erano 62 – ma uno “zoccolo duro” sembra proprio ineliminabile. Nonostante leggi, riforme, nuove proposte. Chissà come faranno in altri Paesi.
Il 23 gennaio 2021 sul quotidiano Repubblica Flavia Carlorecchio scriveva: «Sono ancora 28 bambini rinchiusi in cella con le loro madri in Italia. La nuova legge di Bilancio ha stanziato un fondo da 4,5 milioni di euro per sviluppare soluzioni di detenzione alternative»: soldi da spendere in 3 anni. Si stanziano spesso fondi in Italia (e i media strombazzano) per sanare le peggiori vergogne ma poi è difficile sapere se e come vengono spesi.
Daniela de Robert del Collegio del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale nell’articolo di Flavia Carlorecchio spiegava: «Di fronte all’emergenza imposta dalla pandemia, sono state prese delle misure per ridurre la pressione sulle carceri. Subito sono state alleggerite le pene inflitte alle madri con bambini al seguito. Questo significa che non era necessario che fossero lì».
Dunque se qualcosa si muove è “grazie” alla pandemia? Ancora la De Robert: «La soluzione ideale è quella di far scontare pene in strutture che assomiglino il meno possibile ad un carcere, affinché possano crescere i propri figli in un ambiente “normale”, accogliente».
La legge in vigore è la 62 del 2011. Prevede misure alternative al carcere per le madri con figli fino ai sei anni di età – salvo esigenze eccezionali – ovvero «Istituti a custodia attenuata per le madri» (ICAM) e case-famiglia protette. E’ assai opinabile che un Icam sia davvero “custodia attenuata” ma in ogni caso neanche questo si è riusciti a fare.
Ci sono proposte di riforma della legge 62-2011: ne parleremo magari in un’altra occasione. Perché per ora sono fiato e basta.

Il caso di Bologna
A proposito dei bambini in carcere anche nella “civilissima Bologna” commentando il secondo rapporto semestrale della Ausl (Carcere Bologna: il disastro permanente) Vito Totire nell’agosto 2020 scriveva: «irrisolto il problema dello spazio per una persona detenuta con bambino; irrisolto nel senso che, dopo tanti anni, ancora non paiono esecutive le norme che vietano la detenzione in carcere di bambini piccoli che devono invece essere ospitati, con le loro mamme, negli ICAM e/o comunque in una struttura alternativa al carcere e diversa a seconda della posizione giuridica della madre; di recente, ancora una volta, la Dozza ha ospitato una bambina di 4 anni, sia pure per pochi giorni! comunque, fino a quando esiste lo spazio per donna con bambino, lo spazio “rischierà” di essere occupato a discapito della strutture alternative extracarcerarie».
Passano pochi mesi e la direzione del penitenziario annuncia che al reparto femminile del carcere Dozza il 9 luglio sarà inaugurato un nido per ospitare di volta in volta fino a due donne coi loro figli. Non è d’accordo il garante regionale delle persone private della libertà personale, Marcello Marighelli che fra l’altro dice: «Non è stata una sorpresa: il nido nei reparti femminili è una misura prevista dal 1975. La scelta di realizzarlo oggi appare tardiva se non anacronistica. La legge 62 del 2011 già riconosceva la fondamentale importanza della casa famiglia protetta, snodo fondamentale per garantire un riferimento abitativo alle madri con provvedimento di custodia cautelare o esecuzione della pena con i propri bambini» (vedi). Proteste, promesse. Poi il 9 luglio la direttrice Claudia Clementi inaugura il nido in gabbia con Gianfranco De Gesu, direttore della Direzione generale dei detenuti e del trattamento del Dap che dichiara: «Nessuno vuole vedere bambini in carcere, ma la legge lo prevede… L’augurio che voglio fare a questa struttura è che venga utilizzata il meno possibile. Speriamo che presto ci siano norme che la rendano non più attuale, e che dunque possa essere definitivamente superata. Tra nidi e Icam, negli istituti italiani ci sono 31 bambini e 27 mamme: l’auspicio è che presto si sancisca che un bambino non possa, nella maniera più assoluta, stare in carcere»
A molti sembra di capire però che la struttura inaugurata a luglio partirà soltanto in settembre (un ripensamento? pressioni ufficiose della Regione Emilia-Romagna?). Invece a fine luglio su www.zic si legge: «Ancora bambini costretti a vivere in carcere: nei giorni scorsi sono entrati in un istituto penitenziario dell’Emilia-Romagna due bambini di appena sette e di 17 mesi, insieme alle loro mamme (una per scontare una pena di 20 giorni, l’altra per un provvedimento di custodia cautelare). Lo segnalano la Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza Clede Maria Garavini e il Garante dei detenuti Marcello Marighelli, secondo cui questi due casi confermano che si continua ad assumere decisioni e a valutare situazioni senza tenere ben presenti le esigenze specifiche dei bambini connesse alla loro crescita e i diritti sanciti da norme internazionali e nazionali, in particolare l’interesse superiore del fanciullo che, come indicato dall’articolo 3 della Convenzione Onu, deve orientare tutte le scelte relative alle persone di minore età».

Le promesse, le alternative, una tragedia a Rebibbia
Il ministro Andrea Orlando aveva assicurato: «entro il 2015 più nessun bambino in carcere». Infatti.
La presenza di bambine e bambini in carcere viene segnalata dai “soliti appassionati” ma istituzioni e media non reagiscono.
Una discussione sul da farsi sembra accendersi nel settembre 2018 dopo una tragedia (una madre ha ucciso il figlio) quasi certamente evitabile; cfr Infanticidio di Stato nel carcere di Rebibbia. Purtroppo è il solito copione: sdegno (più o meno sincero) e informazioni poche, promesse tante ma fatti zero.
Dunqe l’alternativa casa-famiglia «protetta» è rimasta sulla carta. O meglio ne esistono solo due: una privata a Milano e a Roma «La casa di Leda» (A Roma InsiemeLeda Colombini) – voluta dal Comune – inaugurata nel 2017. Non è chiaro perché Amra non fosse lì….
E adesso?

Chi lo sa? E chi si ricorda di Sofia Loren.
Per finire vi do i risultati di un sondaggio (minimo, per carità) condotto, questa estate, fra 14 persone – di varie età – che ho scelto per essere le più “medie” possibili. Alla mia domanda se in Italia i bambini finiscano in carcere ho avuto in risposta 14 no. E alla seconda domanda («Ma se una detenuta è incinta al momento del parto rimane in carcere o esce?») ho avuto 9 «certo che esce», 2 «non lo so», 3 «dipende dal reato». Fra i 9 «certo che esce» una persona ha aggiunto: «ma tu che sei appassionato di cinema, ricordi quel film con Sofia Loren?». Me lo ricordo sì e mi aspettavo che qualcuno lo citasse. Nel 1963 Sofia – o Sophia se preferite – Loren recita in un film a episodi diretto da Vittorio De Sica. Il primo episodio («Adelina») – scritto da Eduardo De Filippo con Isabella Quarantotti – è ispirato alla storia vera della contrabbandiera napoletana Concetta Muccardi, che per non andare in galera ebbe 19 gravidanze, 7 delle quali finite con la nascita di figli. Radicatasi nell’immaginario popolare quella storia “conferma” che in Italia i figli piccoli non restano in cella con i figli piccoli; men che mai per reati lievi. Proprio così… ma accade soltanto nell’immaginario.

Quando la legge non c’era: un chiacchierata con Marzia Belloli
Ero a San Vittore nel gennaio 1996 con una bambina di 14 mesi dopo 2 anni di «differimento pena» per la maternità. Essendo io una “politica” mi avevano messo nella sezione penale (a pianoterra): cella singola con la bimba mentre le altre donne con figli stavano nel nido della sezione giudiziaria (in media potevano essere 5-6 bambini con molte donne rom che entravano e uscivano) che era un disastro con muri a pezzi: i bimbi uscivano un’ora al giorno con le mamme nel giardino del carcere per «l’aria».
Ho cominciato a protestare: da sola e poi con altre. Abbiamo detto «almeno migliorate il nido». Per fare un esempio le donne potevano uscire anche il pomeriggio all’aria, ma di fatto non ne usufruivano. Si ottenne di sistemare le piastrelle.
Ci furono incontri con il direttore: ragionando sull’idea di una legge (quella che poi diventerà “legge Finocchiaro”). Sembrava impossibile e invece nel giro di un anno circa qualcosa inizia a muoversi… Se ne occuparono anche alcuni giornalisti e quello aiutò.
Io allora uscivo in «lavoro esterno» portandomi dietro la bimba e ovviamente ne parlavo. Lavorando con la Comunità Nuova di don Gino Rigoldi ho cominciato ad avere documenti che in carcere non arrivano. E così scopriamo che esiste la “bozza Finocchiaro”.
Con un tot di donne formiamo a San Vittore un comitato per la legge. Poi scriviamo in giro – a onorevoli ma anche al cardinal Martini – con le nostre testimonianze… per chiedere che la bozza si concretizzi. Facemmo un convegno – per una settimana al Barrio’s – invitando tutta la gente che si occupava di carcere (da Leda Colombini al Naga, alla televisione svizzera).
Intanto a San Vittore inizia il «progetto Casina» con le volontarie: giornate aperte dove i genitori potevano incontrare le persone care con i bambini. Parte anche una raccolta firme (prima adesione Gino Rigoli ma anche Roberto Vecchioni e alcuni nomi famosi) di appoggio alla “bozza” che però non ebbe gran seguito.
Ci fu un incontro con «L’albero azzurro» (della Rai) in una scuola a Baggio per far giocare bimbi carcerati con altri. Ne parlò anche il settimanale «Vita», do atto che fu una iniziativa importante. Non l’unica comunque, ci fu anche una mostra.
Si ragionava di ottenere un luogo per la “custodia attenuata”. Si arrivò a una convenzione con la Regione Lombardia e con il ministero di Grazia e Giustizia ma poi tutto si fermò.
La “bozza Finocchiaro” aveva grandi difetti. La pecca più grave era escludere certi reati (per le mamme). Il nostro piccolo comitato fece proposte, segnalando: 1) la «legge Gozzini» era più avanti, dunque per alcuni versi si tornava indietro; 2) si considerava il lavoro più importante del bambino e dunque se lavoravi non potevi stare col figlio.
Si è arrivati a scrivere le modifiche e a chiedere che comunque il Parlamento lo mettesse in calendario. Passarono 3 anni.
Incontrammo anche Gloria Buffo (un’altra parlamentare dell’allora Pds, come Anna Finocchiaro) proponendo come migliorare la legge – si parlava di 8 anni poi la legge spostò l’età a 10 – e la “bozza Buffo” venne conglobata con quella della Finocchiaro.
Finalmente si mosse Franco Corleone e grazie al suo impegno la legge 40 venne approvata nel 2001.
All’epoca facemmo un “censimento” (autogestito) fra le donne di San Vittore: allora c’erano in media 30/40 bambini l’anno in carcere (Vedi qui) ma il problema grosso erano i tanti minori fuori ma con la madre o entrambi i genitori in carcere (e non riuscivano a vederli): mi ricordo che su un centinaio di donne al giudiziario – anche per reati minimi, nonostante la «legge Simeone» dicesse che si poteva uscire – circa 80 erano madri, metà (grosso modo) con figli all’estero e l’altra metà in Italia.


L’articolo è stato Pubblicato su COMUNE-info il 24 Settembre 2021

La banalità del male

di Arianna Ciccone

La banalità del male, il gusto di escludere, di infierire sull’altro perché “non dei nostri”. La carogna nera guida alcune scelte che si stanno prendendo in questi giorni. La gioia del sopruso ottuso.

Un emendamento della Lega alla legge di bilancio esclude i cittadini extracomunitari dalle agevolazioni per le famiglie numerose (la carta della famiglia). E lo Stato non risparmierà niente.

Giornata mondiale dell’alfabetizzazione

di Fabio Pipinato (direttore di Unimondo)

Nei sud del mondo la parola alfabetizzazione fa rima con sviluppo, ma anche con vita. Sostenere la scolarizzazione, soprattutto per le donne, significa rendere ogni persona protagonista dello sviluppo all’interno della propria famiglia, con una ricaduta importante nel destino del proprio Paese, un modo per salvare i propri diritti e la propria esistenza. L’8 settembre si celebra la Giornata mondiale dell’alfabetizzazione, una ricorrenza che riguarda non solo i Paesi cosiddetti in via di sviluppo, ma anche gli Stati occidentali, che non devono mai far scemare l’attenzione sul mondo della scuola, degli insegnanti e dell’istruzione nelle varie fasce d’età.

Numerosi studi e ricerche
hanno dimostrato gli effetti positivi della scolarizzazione dei bambini e delle bambine sull’intera comunità di appartenenza. Si stima che a un aumento dell’1% del tasso di alfabetizzazione femminile corrisponda una crescita dello 0,37% del reddito annuo procapite. Conseguenze analoghe si hanno anche sulle condizioni di salute generali. Si calcola che a una crescita dell’1% del tasso di alfabetizzazione corrisponda una crescita del 2% della speranza di vita.

Il livello di istruzione delle madri ha effetti benefici sulla salute e la sopravvivenza dei loro bambini. Si stima che un solo anno in più di scuola, per una futura mamma, possa ridurre del 2% la probabilità di morte dei suoi bambini entro i cinque anni. Nella Dichiarazione del Millennio, i leader mondiali affermarono la propria responsabilità non soltanto nei confronti dei rispettivi popoli, ma verso l’intera specie umana, definendo una serie di ambiziosi propositi da conseguire entro il 2015 (articoli 19 e 20 della Dichiarazione). Il secondo degli otto Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Osm) riguarda l’impegno di garantire a tutti un’istruzione primaria, cioè «Fare in modo che tutti i bambini e le bambine completino il ciclo scolastico primario».