L’uso della pena di morte negli US è aumentato nettamente, con più esecuzioni nel 2025 rispetto a qualsiasi anno dal 2009.
In teoria, la pena di morte è riservata al peggio del peggio. In pratica, è molto differente.
Le persone scelte sono sproporzionatamente povere o mentalmente deboli e, spesso, mancano di buoni avvocati. Sono anche più facilmente sentenziati a morte se colpevoli di uccisione di una persona bianca.
La maggior parte del mondo l’ha abolita o comunque tolta dal ventaglio delle possibilità: Europa occidentale, Canada, Messico, Argentina, Brasile, Cile, Marocco, sud Africa e Australia. Gli us si pongono in una lista di soli 20 paesi circa che ne prevedono l’utilizzo: tra questi Afghanistan, Cina, Iran e Corea del Nord.
Molti dí questi paesi, recentemente, hanno introdotto leggi volte a proteggere i dettagli di quello che accade durante il procedimento. Lo stato dell’Indiana, ad esempio, ha vietato alla stampa di assistere alle esecuzioni.
La Florida, guida il gruppo. Lo scorso anno ha eseguito 19 condanne. Il precedente record statale era di 8, nel 2014. Quest’anno DeSantis ha già firmato 5 condanne.
Lo scorso anno, DeSantis ha firmato una legge che concede la pena di morte per gli immigrati irregolari che commettono i reati più gravi. In, quantomeno apparente, contraddizione con un pronunciamento della Corte Suprema del 1987 che proibisce la sentenza di morte automatica, per qualunque categoria di crimine.
Que los detenidos de la Flotilla Sumud regresen sanos y libres: inocentes viajando por solidaridad.
L’annuncio fatto questa settimana dalla Global Sumud Flotilla segna una svolta nella risposta civile internazionale alla distruzione sistematica di Gaza, definita genocidio dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese. La coalizione ha confermato l’avvio della più grande operazione umanitaria coordinata a favore della Palestina mai realizzata fino ad oggi, che combina una flotta marittima e un convoglio terrestre che partiranno simultaneamente il 29 marzo 2026.
L’iniziativa mobilita migliaia di persone provenienti da oltre cento paesi e si definisce esplicitamente come una risposta nonviolenta al genocidio in corso, al prolungato assedio, alla fame di massa e alla deliberata devastazione delle infrastrutture civili e della vita quotidiana a Gaza. Non si tratta di un’operazione simbolica né di un gesto testimoniale, ma di un’azione organizzata che cerca di rompere l’isolamento imposto al territorio palestinese e di restituire la centralità del diritto internazionale umanitario laddove è stato sistematicamente violato.
L’annuncio è stato dato il 5 febbraio presso la sede della Fondazione Nelson Mandela a Johannesburg, un luogo carico di significato politico. La scelta del luogo radica l’iniziativa nella tradizione storica della resistenza civile globale contro i sistemi di oppressione strutturale e rafforza il parallelismo tra l’apartheid sudafricano e il regime di blocco, punizione collettiva e disumanizzazione imposto su Gaza.
Secondo le informazioni diffuse dall’organizzazione, la missione riunisce più di mille professionisti della salute, insieme a educatori, ingegneri, squadre di ricostruzione e specialisti nella ricerca sui crimini di guerra e l’ecocidio. La composizione del contingente rivela una strategia deliberata: non solo alleviare le sofferenze immediate, ma anche documentare, ricostruire e lasciare una traccia giuridica della distruzione sistematica di un territorio civile.
Le parole di Saif Abukeshek, membro del comitato direttivo della flottiglia, sintetizzano il quadro politico dell’azione: l’avversario non è una persona o un popolo, ma un modo di vivere basato sulla disumanizzazione, la punizione collettiva e la normalizzazione della violenza estrema come strumento di dominio. In questo senso, la flottiglia si presenta come una sfida diretta a un ordine internazionale che ha tollerato, se non addirittura facilitato, la commissione di crimini contro l’umanità e atti costituenti genocidio.
L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 6 febbraio 2026
Carcere Lorusso Cutugno – Torino (Foto di https://www.carceretorino.it/)
Il Tribunale di Torino – al termine del dibattimento – ha condannato una ventina di persone imputate, tutte agenti di polizia penitenziaria, riconoscendo la loro responsabilità per diverse ipotesi di reato e, per alcuni di essi, contestando il delitto di tortura.
I fatti riconosciuti oggi si sono svolti tra il 2018 e il 2019 nel carcere del capoluogo piemontese.
“Antigone, venuta a conoscenza nell’ottobre 2019 di una indagine in corso presso la Procura del Tribunale di Torino, aveva presentato un proprio esposto, costituendosi poi parte civile nel processo che era scaturito dalle indagini effettuate” sottolinea l’avvocato Simona Filippi, responsabile del contenzioso di Antigone. “Si è trattato di un processo molto lungo è faticoso, come lo sono sempre quelli per tortura, che devono fare i conti con difficoltà enormi per l’accertamento dei fatti, che avvengono in luoghi chiusi come le carceri, spesso in ambienti isolati, con pochi testimoni e con un clima di omertà che non sempre è facile scalfire”, spiega ancora l’avvocato Filippi.
Durante il processo erano emerse alcune condotte. In particolare una vittima era stata condotta in una stanza e colpita violentemente con schiaffi al volto e al collo e pugni sulla schiena. Poi costretto ad alta voce ad insultarsi e messo faccia al muro per circa 40 minuti, mentre a loro volta gli agenti lo insultavano.
“Si tratta della seconda sentenza di questo genere che arriva in pochi giorni, dopo quella decisa dal Tribunale di Firenze – sottolinea Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. Come già detto in quel caso, non siamo felici di fronte a queste condanne, perché in carcere non dovrebbe esserci posto per episodi di sopraffazione. Abbiamo però voluto con forza il delitto di tortura, perché crediamo che questo serva in particolar modo alle forze dell’ordine, per riconoscere e isolare chi abusa del proprio ruolo e della divisa che indossa, delegittimando una categoria di operatori che giorno dopo giorno, nonostante le difficoltà e le politiche governative, che scaricano su di loro approcci penal-populistici, provano a restituire alla pena il suo senso costituzionale”.
Liarticolo è stato pubblicato su Pressenza il 6 febbraio 2026
Nessuno mette in dubbio che l’immigrazione illegale sia un problema serio, ma lo è ovunque laddove la politica – tra demagogia, razzismo, senso comune reazionario, retorica e propaganda – preferisca gli slogan alle soluzioni. Negli USA, come in praticamente tutti i Paesi occidentali governati dalle destre più becere e violatrici dei diritti umani, il compito di reprimere spetta all’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale che dovrebbe controllare le frontiere.
Si tratta di agenti spesso addestrati più alla violenza che alla legge e ciò non stupisce se poi si avvera l’assurdo: ovvero, durante rastrellamenti anti-immigrazione, arrestare anche cittadini nativi nordamericani Navajo e Sioux Oglala perché sospettati di essere clandestini.
Questo è ciò che è avvenuto venerdì scorso a Minneapolis, durante le proteste anti-Trump.
La comunità degli Oglala Sioux, residente nel Dakota meridionale, denuncia che tre dei quattro membri arrestati dall’Immigration and Customs Enforcement (Ice), la polizia anti-immigrazione, sono stati trasferiti nei centri di detenzione per migranti irregolari.
L’emittente Abc riferisce che alcuni cittadini Navajo hanno dichiarato di essere stati fermati e trattenuti in Arizona e Nuovo Messico dagli agenti dell’Ice, così come accaduto a una donna della comunità Pima-Maricopa in Arizona, la cui deportazione è stata annullata all’ultimo minuto. Nei guai è finita anche l’attrice Elaine Miles – nota in Italia per il ruolo di Florence nella serie dell’Hbo ‘The last of Us’: ai media ha raccontato di essere stata fermata nello Stato di Washington e, una volta dato il documento di identità tribale agli agenti, si è sentita rispondere che sembrava “falso”.
A darne notizia ai media locali è stato il presidente di una delle oltre 500 nazioni tribali riconosciute, Frank Star Comes Out, secondo cui nella memoria inviata dai rappresentanti della comunità al Dipartimento per la sicurezza nazionale (Dhs), è stato ribadito: “I membri delle comunità native sono cittadini degli Stati Uniti e quindi sono categoricamente al di fuori della giurisdizione delle autorità federali per l’Immigrazione”.
Secondo le testate statunitensi, non sono emerse le circostanze dell’arresto ma è stato chiarito che i quattro risultano senza fissa dimora. Uno di loro è già stato rilasciato mentre degli altri tre non si conoscono le condizioni, pertanto nella loro memoria, gli Oglala Sioux esortano il dipartimento a fornire informazioni, oltre che a procedere al rilascio immediato.
Martedì il presidente della tribù Oglala Sioux del South Dakota ha chiesto l’immediato rilascio dei membri della tribù trattenuti la scorsa settimana dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement in un accampamento per senzatetto in Minnesota. Tre dei quattro membri della tribù Oglala Sioux arrestati venerdì a Minneapolis sono stati trasferiti in una struttura dell’ICE a Fort Snelling, ha affermato il presidente Frank Star Comes Out in una dichiarazione rilasciata insieme a un promemoria inviato alle autorità federali per l’immigrazione.
Fort Snelling ha una storia travagliata per le popolazioni indigene. Fu il primo avamposto militare della zona e i Dakota vi furono tenuti prigionieri durante la Guerra Dakota del 1862, un conflitto armato tra Stati Uniti e nativi americani, ha affermato Nick Estes, professore associato di Studi Indiani d’America presso l’Università del Minnesota e membro della tribù Sioux Lower Brule.
“Ha una storia anti-indigena davvero nota, in particolare anti-Dakota”, ha detto Estes. “È un po’ come la continuazione del monopolio della violenza dall’avamposto militare alla struttura dell’ICE”.
Non è la prima volta negli ultimi mesi che gli agenti dell’ICE arrestano membri della tribù.
L’anno scorso, i leader eletti della Nazione Navajo hanno dichiarato che i cittadini tribali in Arizona e Nuovo Messico hanno riferito di essere stati fermati e trattenuti dagli agenti dell’ICE. A novembre, un membro della comunità indiana Pima-Maricopa di Salt River in Arizona, che era stata arrestata in Iowa, è stato erroneamente programmato per essere espulso, prima che l’errore venisse scoperto e la donna venisse rilasciata.
Nello stesso mese, Elaine Miles, membro delle tribù confederate della riserva indiana di Umatilla in Oregon e attrice nota per i suoi ruoli in “Un agente segreto” e “The Last of Us”, ha dichiarato di essere stata fermata dagli agenti dell’ICE nello stato di Washington, che le hanno detto che il suo documento d’identità tribale sembrava falso.
“Il memorandum della tribù Oglala Sioux chiarisce che ‘i cittadini tribali non sono stranieri’ e sono ‘categoricamente al di fuori della giurisdizione sull’immigrazione’”, ha affermato Star Comes Out. “I membri tribali iscritti sono cittadini degli Stati Uniti per statuto e cittadini della nazione Oglala Sioux per trattato”. I dettagli sulle circostanze che hanno portato alla loro detenzione non sono chiari.
Nel memorandum inviato al Segretario del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Kristi Noem, Star Comes Out ha affermato che quando la tribù si è rivolta all’agenzia, le sono stati forniti solo i nomi di battesimo degli uomini. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna si è rifiutato di rilasciare ulteriori informazioni a meno che la tribù non “non avesse stipulato un accordo sull’immigrazione con l’ICE”.
Il DHS non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di martedì sera. Star Comes Out ha affermato che la tribù non ha intenzione di stipulare un accordo con l’ICE.
I gruppi per i diritti degli indigeni, così come la Red Lake Band of Chippewa Indians, hanno istituito a Minneapolis degli spazi in cui i cittadini tribali possono richiedere le carte d’identità tribali, nel caso in cui vengano contattati dall’ICE e abbiano bisogno di fornire un documento d’identità.
“Non avrei mai pensato di ritrovarmi con il mio documento d’identità tribale appeso al collo, ma è così”, ha detto Mary LaGarde, direttrice esecutiva del Minneapolis American Indian Center. “Quindi, è importante che abbiano con sé un documento d’identità valido e non farsi prendere dal panico”.
L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 17 gennaio 2026
Il 15 gennaio, la Corte d’Appello di Lesbo, in Grecia, ha emesso un verdetto di assoluzione al termine del procedimento a carico di Seán Binder, volontario impegnato nelle operazioni di soccorso, e di altre 23 persone imputate insieme a lui.
Commentando la decisione della corte di assolvere Seán Binder, insieme agli altri imputati, da tutte le accuse, tra le quali presunta appartenenza a un’organizzazione criminale, frode, riciclaggio di denaro e favoreggiamento dell’ingresso irregolare, Eve Geddie, direttrice dell’Ufficio istituzioni europee di Amnesty International, ha dichiarato: “La sentenza di oggi è un sollievo che attendevamo da tempo per Seán, per i suoi amici, la sua famiglia e tutte le persone che lo hanno sostenuto, ma anche per la società civile in Grecia e altrove. Pur accogliendo con favore questo esito, Amnesty International ribadisce ancora una volta che queste accuse non avrebbero mai dovuto arrivare in tribunale.
I diritti umani di Seán sono stati violati e la sua vita è rimasta sospesa per molti anni. Ci auguriamo che la decisione di oggi invii un messaggio forte alla Grecia e agli altri Stati europei: la solidarietà, la vicinanza e la difesa dei diritti umani devono essere tutelate e valorizzate, non punite.
Anche l’Unione Europea deve prendere atto di questa sentenza e introdurre garanzie più solide contro la criminalizzazione dell’assistenza umanitaria nel proprio diritto. Nessuno dovrebbe essere punito per aver cercato di aiutare.”
Seán Binder ha dichiarato: “Oggi la corte ha preso l’unica decisione possibile, alla luce della debole base giuridica delle accuse e delle fragili prove presentate dall’accusa. È un enorme sollievo sapere che non trascorrerò i prossimi 20 anni in carcere, ma allo stesso tempo è profondamente preoccupante che questa sia stata anche solo una possibilità.
“Oggi è stato chiarito, come avrebbe sempre dovuto essere, che fornire assistenza umanitaria salvavita è un obbligo, non un reato; che usare WhatsApp è normale, non la prova di un reato; che acquistare lavatrici per un campo profughi non rende una persona responsabile di riciclaggio di denaro. Questa assoluzione deve costituire un precedente,” ha concluso Binder.
Ulteriori informazioni
Seán Binder era sotto processo davanti alla Corte d’Appello di Lesbo nell’ambito di un procedimento penale legato ad attività di soccorso alle persone migranti.
Rappresentanti di Amnesty International hanno assistito al processo.
L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 15 gennaio 2026