Diritti umani

Minneapolis, ICE arresta i nativi nordamericani Navajo e Oglala Sioux come “clandestini”

di Lorenzo Poli


Nessuno mette in dubbio che l’immigrazione illegale sia un problema serio, ma lo è ovunque laddove la politica – tra demagogia, razzismo, senso comune reazionario, retorica e propaganda – preferisca gli slogan alle soluzioni. Negli USA, come in praticamente tutti i Paesi occidentali governati dalle destre più becere e violatrici dei diritti umani, il compito di reprimere spetta all’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale che dovrebbe controllare le frontiere.

Si tratta di agenti spesso addestrati più alla violenza che alla legge e ciò non stupisce se poi si avvera l’assurdo: ovvero, durante rastrellamenti anti-immigrazione, arrestare anche cittadini nativi nordamericani Navajo e Sioux Oglala perché sospettati di essere clandestini.

Questo è ciò che è avvenuto venerdì scorso a Minneapolis, durante le proteste anti-Trump.

La comunità degli Oglala Sioux, residente nel Dakota meridionale, denuncia che tre dei quattro membri arrestati dall’Immigration and Customs Enforcement (Ice), la polizia anti-immigrazione, sono stati trasferiti nei centri di detenzione per migranti irregolari.

L’emittente Abc riferisce che alcuni cittadini Navajo hanno dichiarato di essere stati fermati e trattenuti in Arizona e Nuovo Messico dagli agenti dell’Ice, così come accaduto a una donna della comunità Pima-Maricopa in Arizona, la cui deportazione è stata annullata all’ultimo minuto. Nei guai è finita anche l’attrice Elaine Miles – nota in Italia per il ruolo di Florence nella serie dell’Hbo ‘The last of Us’: ai media ha raccontato di essere stata fermata nello Stato di Washington e, una volta dato il documento di identità tribale agli agenti, si è sentita rispondere che sembrava “falso”.

A darne notizia ai media locali è stato il presidente di una delle oltre 500 nazioni tribali riconosciute, Frank Star Comes Out, secondo cui nella memoria inviata dai rappresentanti della comunità al Dipartimento per la sicurezza nazionale (Dhs), è stato ribadito: “I membri delle comunità native sono cittadini degli Stati Uniti e quindi sono categoricamente al di fuori della giurisdizione delle autorità federali per l’Immigrazione”.

Secondo le testate statunitensi, non sono emerse le circostanze dell’arresto ma è stato chiarito che i quattro risultano senza fissa dimora. Uno di loro è già stato rilasciato mentre degli altri tre non si conoscono le condizioni, pertanto nella loro memoria, gli Oglala Sioux esortano il dipartimento a fornire informazioni, oltre che a procedere al rilascio immediato.

Martedì il presidente della tribù Oglala Sioux del South Dakota ha chiesto l’immediato rilascio dei membri della tribù trattenuti la scorsa settimana dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement in un accampamento per senzatetto in Minnesota. Tre dei quattro membri della tribù Oglala Sioux arrestati venerdì a Minneapolis sono stati trasferiti in una struttura dell’ICE a Fort Snelling, ha affermato il presidente Frank Star Comes Out in una dichiarazione rilasciata insieme a un promemoria inviato alle autorità federali per l’immigrazione.

Fort Snelling ha una storia travagliata per le popolazioni indigene. Fu il primo avamposto militare della zona e i Dakota vi furono tenuti prigionieri durante la Guerra Dakota del 1862, un conflitto armato tra Stati Uniti e nativi americani, ha affermato Nick Estes, professore associato di Studi Indiani d’America presso l’Università del Minnesota e membro della tribù Sioux Lower Brule.

“Ha una storia anti-indigena davvero nota, in particolare anti-Dakota”, ha detto Estes. “È un po’ come la continuazione del monopolio della violenza dall’avamposto militare alla struttura dell’ICE”.

Non è la prima volta negli ultimi mesi che gli agenti dell’ICE arrestano membri della tribù.

L’anno scorso, i leader eletti della Nazione Navajo hanno dichiarato che i cittadini tribali in Arizona e Nuovo Messico hanno riferito di essere stati fermati e trattenuti dagli agenti dell’ICE. A novembre, un membro della comunità indiana Pima-Maricopa di Salt River in Arizona, che era stata arrestata in Iowa, è stato erroneamente programmato per essere espulso, prima che l’errore venisse scoperto e la donna venisse rilasciata.

Nello stesso mese, Elaine Miles, membro delle tribù confederate della riserva indiana di Umatilla in Oregon e attrice nota per i suoi ruoli in “Un agente segreto” e “The Last of Us”, ha dichiarato di essere stata fermata dagli agenti dell’ICE nello stato di Washington, che le hanno detto che il suo documento d’identità tribale sembrava falso.

“Il memorandum della tribù Oglala Sioux chiarisce che ‘i cittadini tribali non sono stranieri’ e sono ‘categoricamente al di fuori della giurisdizione sull’immigrazione’”, ha affermato Star Comes Out. “I membri tribali iscritti sono cittadini degli Stati Uniti per statuto e cittadini della nazione Oglala Sioux per trattato”. I dettagli sulle circostanze che hanno portato alla loro detenzione non sono chiari.

Nel memorandum inviato al Segretario del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Kristi Noem, Star Comes Out ha affermato che quando la tribù si è rivolta all’agenzia, le sono stati forniti solo i nomi di battesimo degli uomini. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna si è rifiutato di rilasciare ulteriori informazioni a meno che la tribù non “non avesse stipulato un accordo sull’immigrazione con l’ICE”.

Il DHS non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di martedì sera. Star Comes Out ha affermato che la tribù non ha intenzione di stipulare un accordo con l’ICE.

I gruppi per i diritti degli indigeni, così come la Red Lake Band of Chippewa Indians, hanno istituito a Minneapolis degli spazi in cui i cittadini tribali possono richiedere le carte d’identità tribali, nel caso in cui vengano contattati dall’ICE e abbiano bisogno di fornire un documento d’identità.

“Non avrei mai pensato di ritrovarmi con il mio documento d’identità tribale appeso al collo, ma è così”, ha detto Mary LaGarde, direttrice esecutiva del Minneapolis American Indian Center. “Quindi, è importante che abbiano con sé un documento d’identità valido e non farsi prendere dal panico”.


L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 17 gennaio 2026

La foto è di Edward Sheriff Curtis – Opera propria, Pubblico dominio, wikimedia commons.

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Grecia, Seán Binder e altri 23 attivisti assolti da tutte le accuse. Soccorrere migranti non è reato

 di Amnesty International

Foto di Amnesty International

Il 15 gennaio, la Corte d’Appello di Lesbo, in Grecia, ha emesso un verdetto di assoluzione al termine del procedimento a carico di Seán Binder, volontario impegnato nelle operazioni di soccorso, e di altre 23 persone imputate insieme a lui.

Commentando la decisione della corte di assolvere Seán Binder, insieme agli altri imputati, da tutte le accuse, tra le quali presunta appartenenza a un’organizzazione criminale, frode, riciclaggio di denaro e favoreggiamento dell’ingresso irregolare, Eve Geddie, direttrice dell’Ufficio istituzioni europee di Amnesty International, ha dichiarato: “La sentenza di oggi è un sollievo che attendevamo da tempo per Seán, per i suoi amici, la sua famiglia e tutte le persone che lo hanno sostenuto, ma anche per la società civile in Grecia e altrove. Pur accogliendo con favore questo esito, Amnesty International ribadisce ancora una volta che queste accuse non avrebbero mai dovuto arrivare in tribunale.

I diritti umani di Seán sono stati violati e la sua vita è rimasta sospesa per molti anni. Ci auguriamo che la decisione di oggi invii un messaggio forte alla Grecia e agli altri Stati europei: la solidarietà, la vicinanza e la difesa dei diritti umani devono essere tutelate e valorizzate, non punite.

Anche l’Unione Europea deve prendere atto di questa sentenza e introdurre garanzie più solide contro la criminalizzazione dell’assistenza umanitaria nel proprio diritto. Nessuno dovrebbe essere punito per aver cercato di aiutare.

Seán Binder ha dichiarato: “Oggi la corte ha preso l’unica decisione possibile, alla luce della debole base giuridica delle accuse e delle fragili prove presentate dall’accusa. È un enorme sollievo sapere che non trascorrerò i prossimi 20 anni in carcere, ma allo stesso tempo è profondamente preoccupante che questa sia stata anche solo una possibilità.

“Oggi è stato chiarito, come avrebbe sempre dovuto essere, che fornire assistenza umanitaria salvavita è un obbligo, non un reato; che usare WhatsApp è normale, non la prova di un reato; che acquistare lavatrici per un campo profughi non rende una persona responsabile di riciclaggio di denaro. Questa assoluzione deve costituire un precedente,” ha concluso Binder.

Ulteriori informazioni

Seán Binder era sotto processo davanti alla Corte d’Appello di Lesbo nell’ambito di un procedimento penale legato ad attività di soccorso alle persone migranti.

Rappresentanti di Amnesty International hanno assistito al processo.



L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 15 gennaio 2026

L’immagine è di Amnesty International

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Una pace senza libertà: il linguaggio coloniale del piano Trump

Emily Jacir, Memoriale dedicato ai 418 villaggi palestinesi distrutti, spopolati e occupati da  Israele nel 1948, 2001

di Mariella Pasinati


L’annuncio della prima fase dell’accordo sul piano di pace proposto da Trump ha acceso la speranza che la stretta mortale sulla popolazione palestinese possa finalmente avvicinarsi alla conclusione. E certamente bisogna cogliere ogni opportunità, salutare con sollievo ogni spiraglio che possa porre fine al genocidio.
Ma una pace duratura non dovrebbe e non può essere costruita sull’abbandono dei diritti fondamentali del popolo palestinese.
Il piano infatti si limita a dichiarare che l’autodeterminazione e la sua sovranità finale saranno una mera “aspirazione”, attraverso un percorso che non potrebbe essere più vago, condizionato o incerto. Ogni volta che il potere parla di pace, dovremmo fermarci a chiedere: pace per chi, e a quale prezzo? Il Piano di pace Trump 2025 promette “ricostruzione” e “stabilità”, ma il suo linguaggio tradisce un intento opposto: non è la pace dell’ascolto, ma la pace dell’ordine imposto.

Nel documento compaiono parole come deradicalizzazione, prosperità economica, sicurezza, nuova leadership civile, Board of Peace. Ognuna di queste espressioni — apparentemente neutra — disegna un mondo dove la pace è amministrata dall’alto, da chi detiene già il potere, e dove ai palestinesi spetta solo la parte del soggetto da “rieducare”.
Dietro la parola deradicalizzazione si nasconde la retorica coloniale di sempre: trasformare la resistenza in malattia, la ribellione in deviazione da correggere. È la stessa logica con cui, nei secoli, il patriarcato ha preteso di “normalizzare” le donne, definendo follia ciò che in realtà era ricerca di libertà.
La promessa di prosperità è un’altra forma di dominio. Il piano parla di investimenti e infrastrutture, ma non restituisce sovranità. Sostituisce la libertà con la crescita, la dignità con la gestione economica. È la pace dell’“aiuto” che compra la resa, della ricostruzione che non passa mai per la restituzione del potere di decidere. Una pace paternalista, che offre risorse in cambio di obbedienza.

Nel linguaggio della sicurezza si rivela poi la radice patriarcale del piano: la sicurezza non è pensata per la popolazione civile palestinese, ma per Israele e per gli interessi occidentali. È la sicurezza di chi controlla, non di chi vive. Si disarma chi è già disarmato, si sorveglia chi è già sotto assedio. È una logica maschile e militarizzata, che confonde protezione con controllo e trasforma la paura in strumento politico. La pace, invece, non nasce dalla paura dell’altro, ma dal riconoscimento reciproco della vulnerabilità.
Il Board of Peace, organismo internazionale chiamato a “guidare” la ricostruzione, incarna perfettamente la struttura patriarcale del potere: pochi decisori esterni che amministrano la vita di chi ha già subito la distruzione. È la stessa scena che si ripete da secoli: la pace decisa da chi non ha sofferto la guerra.

Bisogna pensare un’altra grammatica della pace. Non ricostruzione, ma riconoscimento. Non normalizzazione, ma relazione. Non governance, ma autodeterminazione.
Invece di parlare di deradicalizzazione, occorrerebbe parlare di decolonizzazione: restituire al popolo palestinese la parola, la capacità di immaginare e ricreare la propria vita.

Non è quindi il momento di distogliere lo sguardo, ma occorre continuare quel movimento globale contro la guerra e la distruzione di Gaza che in queste settimane ha saputo nominare l’orrore e rispondere con la forza di chi si oppone senza cedere alla violenza, come ha dimostrato l’esperienza della Flottilla, un esempio di come sia possibile agire politicamente senza riprodurre la logica bellica.
La pace, per chi la pensa da una prospettiva femminista, non è un accordo ma un processo vivente: nasce dal basso, dal lavoro lento delle comunità, dal gesto quotidiano di chi continua a creare vita anche tra le rovine. È quella pace che non si concede, ma si costruisce insieme; che non silenzia, ma ascolta. Quella pace che — come ricorda Leymah Gbowee — non significa assenza di conflitto, ma presenza di voce.
Oggi quella voce attraversa il mondo, nei presìdi, nelle piazze, nelle università, nelle strade. È una voce che dice basta alla guerra e al colonialismo e che chiede una pace giusta, non l’ordine dei forti.


l’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 10-10-2025

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Un’apartheid nostrana


di Raffaele Crocco


Di tutti i cinque referendum abrogativi che dovremo affrontare, come elettori, l’8 e 9 giugno, quello sul diritto alla cittadinanza intriga molto.
È il referendum che più racconta delle contraddizioni della democrazia, che ancora oggi pare essere un diritto per alcuni, non per tutti. Come diceva Gino Strada, se un diritto non è universale, si chiama privilegio e l’idea che il nostro Paese da rispetto agli stranieri che ci vivono e magari ci sono nati, è quello di voler discriminare. Pensate alla frase, citata da chi da anni si oppone a qualunque concessione agli stranieri: “la cittadinanza – dicono costoro – bisogna meritarsela”. Una frase così fantasiosa e roboante che viene da chiederci cosa abbiamo fatto tutti noi – a parte avere avuto la fortuna di nascere qui, in questo periodo storico – per meritare di essere italiani certificati.

Detto questo, facciamo un doveroso ripasso. Il referendum chiede di abrogare interamente la lettera F dell’articolo 9 della legge del 1992 sulla cittadinanza. Quella legge dice che «la cittadinanza italiana può essere concessa con decreto del presidente della Repubblica, sentito il Consiglio di Stato, su proposta del ministro dell’Interno, al cittadino straniero che risiede legalmente da almeno dieci anni nel territorio dello Stato» . Questo termine si riduce a quattro anni per i cittadini dell’Unione Europea e a cinque per gli apolidi, coloro che non hanno cittadinanza. Prima di allora, del 1992 intendo, il termine di attesa per la richiesta di cittadinanza era di cinque anni. La riforma – decisamente peggiorativa – venne varata in un clima di crescente stupore e paura: chi è più anziano ricorda, gli altri facciano lavorare la fantasia. Nell’agosto del 1991 erano iniziati gli arrivi massicci di albanesi. Arrivavano su navi mercantili, prese d’assalto nei porti albanesi e costrette a dirigersi in Italia, cariche di esseri umani. Un fenomeno nuovo per noi, allora, addestrati storicamente ad essere Paese di emigranti, non luogo d’immigrazione. Qualcuno – più o meno gli stessi di oggi – iniziarono a usare la cosa per creare paura e insicurezza. Iniziarono a parlare di “invasione straniera”, di “pericolo per le nostre donne e le nostre case”, di “rischio per i posti di lavoro”. L’idea del nemico nacque così: lo straniero divenne – e resta – pericoloso. Tra le varie scelte che vennero fatte, tutte utili ad aprire la strada alle contraddizioni che ancora oggi viviamo sul tema dell’emigrazione, vi fu appunto il varo della legge sulla cittadinanza. Si decise di prolungare il termine dai cinque anni precedenti, ai dieci attuali.

Una decisione che, di fatto, creò e crea un’apartheid nostrana: più di 2,5milioni di persone, che vivono in questo Paese da anni, lavorano, producono ricchezza, pagano le tasse, non hanno alcun diritto politico. Molte di loro, spesso più giovani, in Italia ci sono nate. Vuol dire che stanno studiando qui, sono cresciute qui, pensano, parlano, agiscono come qualsiasi altra ragazza o ragazzo italiani. Eppure, anche se durante le gare sportive tifano Italia e vivono questo Paese come casa loro, vengono trattati da stranieri, da cittadini di serie B. In qualsiasi momento, per qualsiasi bizza burocratica o perché la fabbrica dove il padre o loro lavorano chiude e si perdono così occupazione e permesso di soggiorno, possono essere presi e “rispediti al loro Paese”. Ma loro quel Paese là non lo conoscono, perché si sentono e sono italiani.

Votare SI l’8 e 9 giugno per abrogare quella norma è, quindi, un voto contro l’idea di avere una democrazia monca. Votare SI significa ristabilire giustizia e senso di cittadinanza ad un Paese che pratica un aphartheid subdolo e vigliacco. Il SI è un primo passo per stabilire il principio che la cittadinanza non è un privilegio, ma un sentire comune e condiviso. Soprattutto, deve essere il modo per iniziare a far tacere gli imbecilli che continuano a giocare con le paure e le fragilità di molti. Ancora oggi si sentono slogan che invitano a votare No o a non andare a votare per “impedire ai clandestini di diventare italiani”. Una menzogna clamorosa, raccontata come verità.
Se è vero che una bugia raccontata dieci volte può diventare, grazie alla propaganda, una verità, è altrettanto vero che un’idiozia raccontata cento volte resta una misera idiozia.


L’aricolo è stato pubblicato su Unimondo il 26 maggio 2025

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La strage delle innocenti

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Contenuto

Solo nel 2023, in Italia, 121 donne sono state uccise, ma quella fisica non è l’unica tipo di violenza che gli uomini commettono da secoli contro le donne.
La violenza di genere sfocia negli ambiti più disparati – psicologico, emotivo, economico, lavorativo e non solo – e lascia segni profondi nel corpo e nell’anima.

Attraverso la voce di numerosi professionisti che ogni giorno si battono contro la violenza di genere, questo saggio si pone come vero e proprio kit di sopravvivenza per tutte le donne.
Attraverso le testimonianze di avvocati, criminologi, psicologi e tanti altri esperti è possibile riconoscere i segnali di abuso e, quindi, correre ai ripari.
Un libro non solo per le donne, ma soprattutto per gli uomini: che scendano in guerra, al fianco di mogli, madri, figlie, sorelle e amiche, contro il patriarcato e il maschilismo, per costruire una società davvero libera.

Autore

Gian Ettore Gassani, è un avvocato matrimonialista con studi a Milano e Roma, ha patrocinato in numerosi processi di grande rilievo, presidente nazionale dell’Ami – Associazione degli avvocati matrimonialisti italiani – esperto di Diritto delle relazioni familiari, Diritto penale della famiglia e Diritto di famiglia internazionale.

Gian Ettore Gassani – La strage delle innocenti. Diarkos, 2024

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