Diritti umani

L’asse di una strategia migranticida

Foto tratta da Open Arms

di Annamaria Rivera

E’ iniziata da ben prima dell’insediamento dell’attuale governo fascistoide la delegittimazione istituzionale, se non criminalizzazione, non solo delle Ong che praticano ricerca e soccorso in mare, ma perfino di chiunque, sia pure individualmente, compia atti di solidarietà verso persone profughe.
Ricordo che la campagna contro le Ong fu inaugurata da Frontexl’Agenzia europea per le frontiere esterne, che già a dicembre del 2016 accusava le organizzazioni umanitarie che operano nel Mediterraneo di colludere con i trafficanti di esseri umani e di costituire per i/le migranti un fattore di attrazione che li/le invoglierebbe a emigrare.
Essa è proseguita in Italia con campagne diffamatorie, denunce, processi: una strategia denigratoria legittimata, tra gli altri, da Luigi Di Maio, che, com’è noto, nel 2017, in un post su Facebook, definì “taxi del mare” le navi delle Ong. È indubbio che tali ignobili esempi dall’alto non facciano poi che incoraggiare e legittimare intolleranza e razzismo “dal basso” (per così dire).
Dunque c’era da aspettarsi che il governo più di destra della storia repubblicana desse un contributo rilevante alla guerra contro le Ong impegnate nel soccorso in mare. Infatti, è ciò che è accaduto con il decreto-legge del 2 gennaio 2023, “Disposizioni urgenti per la gestione dei flussi migratori”, detto Meloni-Piantedosi, in realtà firmato anche dai ministri Nordio, Salvini, Tajani e Crosetto, nonché dal Presidente della Repubblica Mattarella: un decreto finalizzato apertamente a ostacolare in ogni modo l’operatività delle navi delle Ong.
Com’è noto, il decreto impone alle navi delle Ong di far sbarcare immediatamente le persone soccorse e in tal modo impedisce loro di compiere ulteriori salvataggi o d’intervenire sollecitamente in caso di altre segnalazioni di pericolo.
Infatti, come i casi più recenti dimostrano, ormai, grazie al decreto, per lo sbarco non si sceglie «il posto sicuro più vicino» e raggiungibile nel minor tempo possibile, ma qualche approdo che richiede molti giorni di navigazione. Inoltre, il comandante della nave è obbligato ad appurare chi fra le persone naufraghe tratte in salvo abbia intenzione di chiedere la protezione internazionale: il che significa che la presentazione della domanda debba essere fatta direttamente sulla nave, così che l’obbligo di esaminarla spetti allo «Stato di bandiera» dell’unità di soccorso.
È una procedura più volte rigettata poiché, secondo l’Unione Europea e il regolamento Dublino III, «quando la nave si trova in acque internazionali non si possono presentare richieste di asilo perché esse vanno formalizzate dalle autorità nazionali preposte, alla frontiera e nel territorio dello Stato inteso in senso stretto comprese le acque territoriali».
Infine, secondo il decreto, se l’Ong impegnata nel soccorso in mare violasse tali regole infami, i responsabili della nave sarebbero sottoposti a una multa fino a 50mila euro.

Insomma, la gran parte del decreto Meloni-Piantedosi è in aperto contrasto con il diritto internazionale e con le Convenzioni a cui l’Italia ha aderito, a cominciare da quella di Ginevra del 1951 sui diritti dei rifugiati e da quella europea sui diritti umani.
Come ben sappiamo, il Mediterraneo è ormai divenuto un vasto cimitero acquatico e il Canale di Sicilia ha guadagnato il sinistro primato di confine più letale al mondo.
A un tale primato hanno contribuito non solo la guerra contro le Ong, ma anche la sostituzione della missione Mare Nostrum, destinata al salvataggio di vite umane, con quella denominata Triton, finalizzata al controllo e alla protezione delle frontiere.
Oggi siamo al tempo in cui neppure il cadavere di un bambino riverso su una spiaggia riesce a commuovere e a sollecitare la pietas collettiva, come invece accadde a settembre del 2015, allorché fu diffusa l’immagine del piccolo Ālān Kurdî, morto esattamente di tanatopolitica: era figlio di due esuli curdo-siriani, in fuga dall’Isis e dalla guerra civile, dunque più che meritevoli di asilo.
Per citare un caso esemplare, ricordo che l’11 ottobre del 2013 annegarono ben 268 profughi/e, dei quali almeno 60 bambini e un gran numero di donne in fuga da Aleppo e da altre città siriane. Dopo l’affondamento del loro barcone, mitragliato da una motovedetta libica, i 480 profughi siriani attesero vanamente per cinque ore, mentre Malta e l’Italia si rimpallavano la responsabilità dell’intervento per soccorrerli. Un tale reato, sebbene così grave, poi sarebbe stato prescritto.
Attualmente, con il governo guidato da Meloni, si è compiuto un salto di qualità foriero di svolte autoritarie, nonché assai pericoloso per la sorte e per la vita dei profughi e delle profughe, delle persone d’origine immigrata, ma anche dei rom…

Quanto al contributo delle istituzioni italiane alla strage di persone profughe e migranti, va rimarcato che uno dei pilastri è costituito dal Memorandum d’intesa fra la Libia e l’Italia, che in tal modo legittima non solo le stragi nel Mediterraneo, ma anche gli orrori compiuti dalla cosiddetta Guardia costiera libica e quelli che si consumano nei “centri di accoglienza per migranti”, in realtà degli autentici lager.
Potremmo definirla migranticida, l’attuale strategia adottata dal governo italiano e incoraggiata e/o approvata da talune istituzioni dell’UE. È una strategia che dà la priorità all’esternalizzazione delle frontiere, al blocco delle partenze dalla Libia, alla pretesa di sigillare anche il sud libico stringendo accordi con le peggiori milizie e bande di trafficanti.
Tale è l’ecatombe nel Mediterraneo e talmente palesi le responsabilità dell’Unione europea che forse potremmo azzardarci a definirla genocidio, intendendo quest’ultimo come una forma di eccidio di massa unilaterale, in ragione dell’appartenenza a una certa collettività o categoria umana; o perlomeno considerarla al pari di un crimine contro l’umanità.
Inoltre, sappiamo bene e da lungo tempo che il razzismo ha quasi sempre anche una dimensione istituzionale (Carmichael e Hamilton, 1967). La discriminazione routinaria e la conseguente ineguaglianza strutturale di taluni gruppi e minoranze non sono solo il frutto di pregiudizi e comportamenti intolleranti “spontanei” da parte del gruppo maggioritario, ma sono anche – forse soprattutto – l’esito di leggi, norme, procedure e pratiche messe in atto da istituzioni.
Va precisato che la tendenza esemplificata da provvedimenti quale il decreto Meloni-Piantedosi non è una peculiarità italiana. Quasi ovunque in Europa si legifera in tal senso. In più, l’Unione europea pratica una sorta di sovra-nazionalismo armato, a difesa delle proprie frontiere. E questo non solo è causa principale di una strage di profughi/e di proporzioni mostruose, ma contribuisce anche a legittimare il razzismo “spontaneo”, a incoraggiare i nazionalismi, quindi a favorire il successo delle destre, anche estreme, com’è palese nel caso italiano.
Basta dire che solo nei primi dieci mesi del 2022, tra morti e scomparse, si sono registrate ben 1.800 vittime: un esempio lampante di quella che ho definito strategia migranticida.
La cifra che ho citato dovrebbe essere integrata con quelle relative ai decessi per fame, sete, disidratazione, nonché conseguenti a rapine, aggressioni, sequestri, stupri e torture fino alla morte, inflitti a migranti e rifugiati/e in paesi quali la Libia. Questo accade abitualmente soprattutto nei centri di detenzione libici, veri e propri lager, molti dei quali gestiti dalle milizie, con cui stringe accordi: sono le stesse che gestiscono il traffico dei profughi. Per non dire delle brutalità, anche letali, compiute dalle bande che si aggirano nel deserto tra il Niger, il Mali, il Sudan e la stessa Libia: anche con questi Paesi l’Unione europea e l’Italia sottoscrivono accordi finalizzati all’esternalizzazione delle proprie frontiere, con la pretesa di sigillare anche i cinquemila chilometri di Sahara.
Per concludere: specialmente oggi, al tempo del governo Meloni, occorrerebbe considerare la centralità della lotta contro il razzismo e la strategia migranticida che ne consegue. E aver chiaro che per sconfiggere la destra questo è un tema decisivo.

L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 18 gennaio 2023

Non un filo d’erba. La lotta di Alfredo Cospito per la dignità prosegue da oltre 90 giorni

di Viola Hajagos

L’avvocato Flavio Rossi Albertini ad Adnkronos racconta:  “C’è una finestra nella cella di due metri e mezzo per tre metri e mezzo, una finestra schermata dal plexiglass che non si apre quasi mai e che si affaccia, al di là delle sbarre, su un cubicolo interno circondato da muri di cemento alti metri e metri, schiacciati da una rete metallica a chiudere il quadrato di cielo. Cospito vive in quella cella da solo, come impone il regime carcerario al quale è sottoposto, ci passa 21 ore della sua vita. Le restanti tre le divide tra socialità, un colloquio di un’ora con gli altri 3 detenuti del suo gruppo di socialità, e due ore d’aria in quella sorta di cubicolo di cemento dal quale non può vedere un albero, una siepe, un fiore o un filo d’erba, un colore, solo sbarre e cemento”.  

Le condizioni di salute di Alfredo possono precipitare da un momento all’altro. La dottoressa Angelica Milia che lo ha visitato in carcere ha dichiaratoDopo 90 giorni di sciopero della fame Alfredo ha perso 40 kg, le condizioni sono stabili rispetto alla settimana scorsa, ma le riserve di grasso e zuccheri sono ormai esaurite e quindi è possibile che le condizioni di salute generale possano peggiorare da un momento all’altro”. 

Le iniziative di solidarietà alla lotta di Alfredo Cospito sono numerose in Italia e all’estero: in diverse città si sono tenuti presidi e cortei; domani, domenica 22 gennaio, ci sarà un nuovo presidio al carcere di Bancali a Sassari dove è detenuto.

Con Alessandra Algostino, docente di diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Torino abbiamo parlato della repressione del dissenso e del processo di una progressiva deriva della democrazia.

La democrazia, come sosteneva Bobbio, non può esistere senza dissenso. La democrazia è conflitto. Oggi assistiamo ad una progressiva criminalizzazione del dissenso, come della solidarietà, e, in senso ampio, della conflittualità sociale. La repressione avviene attraverso l’introduzione di norme restrittive e punitive (penso al decreto sicurezza Salvini, come al precedente di Minniti, o al recente “decreto Piantedosi” sulle ONG), così come attraverso l’uso sproporzionato (alias abuso) di strumenti civili e penali (dalle richieste di risarcimento in sede civile al perseguimento di reati anche bagatellari[1] se compiuti da attivisti di un movimento sociale all’utilizzo dello strumento penale come diritto penale del nemico). Esemplare è il “trattamento” del movimento No TAV, nei cui confronti è stato fatto uso di richieste di risarcimenti in sede civile, un largo ricorso a misure di prevenzione e cautelari, qualificazioni penali “eccessive” (il terrorismo), …

La Costituzione nata in seguito alla sconfitta della dittatura fascista oggi sembra essere antagonista alle politiche dei governi.

La Costituzione oggi più che attuata dalle istituzioni, è praticata dai movimenti sociali; diviene una “alternativa antagonista” rispetto alle politiche di governi che ne hanno abbandonato il progetto di emancipazione sociale. Pensiamo al definanziamento della sanità rispetto alla garanzia del diritto alla salute, alla deregolamentazione del diritto del lavoro che non lo garantisce come strumento di dignità, ad un sistema fiscale sempre più lontano da un modello progressivo che assicuri redistribuzione e diritti sociali.

Seguendo questa traccia che ripercorre la relazione tra i governi e il dissenso proseguiamo la riflessione rispetto alla criminalizzazione delle lotte e i principi tutelati dalla Costituzione.

Il modello della Costituzione è una democrazia pluralista, conflittuale e sociale. L’art 3, c.  2, della Costituzione prevede un progetto di emancipazione sociale e di trasformazione della società nel senso di un pieno sviluppo della persona e della sua partecipazione alla vita del Paese. È un progetto controcorrente rispetto alle politiche neoliberiste che, dagli anni Ottanta, hanno veicolato una regressione nella tutela dei diritti sociali e processi di liberalizzazione e privatizzazione. A questo si aggiungono riforme costituzionali, come il principio del pareggio di bilancio, che inserisce una nota stonata rispetto al modello di democrazia sociale, nonché progetti di riforma della forma di governo, per fortuna bocciati nei referendum (ma stiamo di nuovo per affrontare una riforma in senso presidenziale), tesi a introdurre modelli di verticalizzazione del potere.

La democrazia, come sociale e politica è svuotata, e inclina verso una deriva autoritaria. Si inserisce qui il discorso, dal quale siamo partite, della repressione del dissenso, che si estende e si fa sempre più penetrante. Pensiamo alla disobbedienza civile di movimenti come Ultima Generazione, Extinction Rebellion, rispetto alla quale la reazione delle istituzioni è eccessiva, “violenta” a fronte di azioni non violente, di cui gli attivisti si assumono la responsabilità.

La voracità del neoliberismo lo porta ad accantonare ogni progetto di redistribuzione, di giustizia sociale, così come di giustizia ambientale (per non parlare del suo sfociare nella guerra), e, di fronte alla loro rivendicazione, a chiudersi in una cittadella sempre più autoritaria.

La deriva di criminalizzazione progressiva e generale del dissenso ha riguardato anche i fatti legati al processo Scripta Manent con la qualificazione di strage politica da parte della Cassazione.

Senza entrare nel merito del diritto penale approfondiamo la questione del 41 bis comminato ad Alfredo Cospito, primo anarchico cui è stato applicato questo regime carcerario.

L’articolo 41 bis nasce con un carattere temporaneo e ristretto a fattispecie specifiche, quindi, nel tempo, viene “normalizzata” la sua presenza ed estesa la sua applicabilità; in questo senso è un esempio di quella che viene definita la normalizzazione dell’emergenza.

È un trattamento, quello del 41-bis, che impatta pesantemente sulla dignità della persona, tutelata in ogni circostanza, sempre e ovunque. Mi limito a ricordare l’art. 13, “È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà” e l’art.27, “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” della Costituzione. Ma, oltre la Costituzione, possiamo citare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e le pronunce della Corte europea proprio riguardo al 41-bis e alla sua (in)compatibilità con l’art. 3 della Convenzione che stabilisce il divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti.

La dignità della persona deve sempre essere tutelata e garantita. Lo Stato non può essere “vendicativo” nei confronti di una persona detenuta, ma garantire in ogni caso la dignità e tendere, dice la Costituzione, alla rieducazione, ovvero a garantire la partecipazione alla società.

Come sottolineato da più parti e recentemente da Mario Palma, garante dei diritti dei detenuti, si tratta di un uso forzato del 41 bis che “si traduce nell’accentuazione dell’afflizione non motivata e non motivabile come volontà di interrompere i collegamenti (ndr con altri associati all’organizzazione criminale), ma semplicemente come regola di carcere duro, non ha più alcuna legittimità costituzionale.”

All’interno della campagna di mobilitazione per far uscire dal silenzio la lotta di Alfredo contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo, il 7 gennaio è stato lanciato un appello firmato da diverse persone del mondo accademico, culturale, sociale e giuridico dal titolo “Alfredo Cospito non deve morire”.

Alessandra Algostino è tra le firmatarie e firmatari dell’appello che ha raccolto oltre 5.000 firme. Che cosa chiedete?

Vorremmo che le istituzioni, in primo luogo, intervenissero a proposito della situazione personale di Alfredo Cospito, a partire dalla revoca del regime del 41 bis, e, insieme, sollevare la questione del rispetto della dignità di tutte le persone detenute.

Lo sciopero di Alfredo Cospito riguarda anche l’ostatività: la cancellazione della possibilità di qualsiasi beneficio per i detenuti che hanno questa ulteriore restrizione.

La Corte Costituzionale si è pronunciata più volte a tal riguardo (ord. 97/2021 e 122/2022), rinviando per consentire un intervento del legislatore, sino all’ultima ordinanza, 227/2022, con la quale ha rinviato gli atti di Cassazione essendo nel frattempo intervenuto il decreto legge 162 del 2022.

Una riforma dell’ostatività (l’intervento legislativo intercorso non è sufficiente) è necessaria per evitare che la scelta di non collaborare con la giustizia si riveli punitiva, in termini di benefici (nel caso, la liberazione condizionale), per il detenuto; in gioco sono la dignità della persona, il senso della pena (e la sua proporzionalità).

 Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un aumento dell’utilizzo delle applicazioni di regimi carcerari speciali (As2 e 41 bis) e il ricorso a misure restrittive della libertà di movimento, obblighi di dimora, fogli di via, sorveglianze speciali.

 La legislazione d’emergenza è diventata normale. A partire dall’attentato alle Torri gemelle a New York si è assistito all’introduzione di nuovi reati (come, nel Regno Unito, l’incitamento indiretto al terrorismo, che, per intenderci, avrebbe portato ad incriminare Nelson Mandela per i suoi discorsi) e nuove misure limitative della libertà di manifestazione del pensiero (ad esempio maggiori possibilità di prevedere intercettazioni).

Assistiamo, con un ossimoro, alla normalizzazione dell’emergenza e questo porta ad una restrizione degli spazi politici, dei diritti.

Questo processo non riguarda esclusivamente la repressione delle lotte.

La tendenza a costruire un nemico per criminalizzare il dissenso propone uno schema binario: la dicotomia tra amico e nemico. Ad esempio, chi è contrario all’invio delle armi in Ucraina viene etichettato come putiniano e quindi nemico; lo stesso è avvenuto nei confronti di chiunque abbia espresso posizioni critiche durante la gestione della pandemia. Si compatta la società, l’opinione pubblica, contro un nemico e così si occulta il conflitto sociale, nella prospettiva del thatcheriano TINA[2] e del pensiero unico.

[1] il termine bagatella indica una cosa di nessun conto. I reati bagatellari sono quelli che, per la loro minima lesività, hanno minore rilevanza sociale e possono quindi essere repressi con sanzioni più lievi.

[2] There is no alternative, (T.I.N.A) era una delle formule più spesso usate da Margaret Thatcher per esprimere una linea di pensiero che considera il neoliberismo come la sola ideologia restante valida. Nell’economia, nella politica e nell’economia politica questa frase ha preso il significato della mancanza di alternative al sistema neoliberista: il libero mercato, il capitalismo e la globalizzazione sono l’unica strada percorribile per lo sviluppo di una società moderna.

Foto di gerardo da Pixabay

L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 21 gennaio 2023 

10 dicembre 2022: “Dignità, Libertà e Giustizia per Tutti”

(Foto di Dale Zaccaria x 24hassange)

di Patrick Boylan

Questo 10 dicembre, in tutto il mondo ricordare Julian Assange nella giornata ONU dei diritti umani: perché è importante
Lottare per la liberazione di Julian Assange, co-fondatore del sito WikiLeaks ora imprigionato, significa lottare per difendere TUTTI i nostri diritti umani, così spesso negati o violati, a partire dal nostro #DirittoDiSapere i misfatti dei nostri governanti – anche quelli segretati ingiustamente.

Da tre anni e sette mesi, Julian Assange, giornalista investigativo australiano, viene sottoposto ad un regime di carcere duro nella prigione britannica di massima sicurezza di “Belmarsh” – senza processo e quindi senza aver ricevuto una sentenza che possa giustificare una pena che anche il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria biasima come “sproporzionata.” La sua detenzione costituisce, dunque, una palese negazione del suo diritto alla giustizia.
E ciò nonostante, perdura. L’isolamento totale inflitto ad Assange dal Regno Unito – e quello che gli Stati Uniti vorrebbero infliggergli a vita in un loro carcere di massima sicurezza, qualora riuscissero ad estradarlo – dimostrano quanto i due governi anglosassoni temono Assange e ciò che egli potrebbe ancora rivelare dei loro crimini e illeciti, qualora egli fosse libero o, perlomeno, qualora egli avesse accesso ad un computer o ad altri strumenti di comunicazione. Donde il bavaglio, fino alla morte.
Ma se la severa e ingiusta prigionia di Julian viola il suo diritto alla libertà e alla parola, al contempo viola anche i nostri diritti umani, a partire dal nostro #DirittoDiSapere ciò che i nostri governanti fanno realmente nel nostro nome. Non solo, ma l’esempio di quella prigionia serve chiaramente ad intimidire tutti i giornalisti investigativi: “Se cercate di smascherarci,” dicono in sostanza i due paesi anglosassoni a costoro, “finirete come Assange”. Perciò, la prigionia di Julian rappresenta anche un attacco alla libertà di stampa, di cui all’articolo 19 nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Ma i diritti umani negati dalla persecuzione giudiziaria di Julian Assange comprendono anche molti altri.
Negli anni precedenti alla sua incarcerazione, infatti, Assange è stato perseguito con inaudita ferocia e accanimento dai servizi segreti USA/UK, che hanno fatto scempio totale della Dichiarazione Universale. Infatti, i due paesi anglosassoni (1.) hanno spiato Assange, senza autorizzazione, per sette anni, 24/7, e persino durante le sue conversazioni privilegiate con i suoi avvocati. (2.) L’hanno privato del suo diritto alla salute durante il suo asilo politico. (3.) L’hanno calunniato a mezzo stampa. (4.) Con la complicità delle autorità svedesi, hanno messo in opera una montatura giudiziaria diffamante. (5.) Hanno corrotto un testimone per screditare (falsamente) la figura professionale di Assange quale giornalista investigativo. (6.) Hanno bloccato, senza ordinanza giudiziaria, tutti i canali di finanziamento del sito WikiLeaks per farlo fallire e così fermare le rivelazioni. (7.) Infine, stanno commettendo, proprio ora, un palese sviamento di potere imputando a Julian atti di spionaggio in base ad una legge statunitense che si applica solo a chi risiede negli USA nonché ai cittadini statunitensi residenti all’estero, ma che gli USA vorrebbero ora, creando un precedente con la complicità dei tribunali britannici, estendere unilateralmente ai giornalisti e ai privati cittadini di qualsiasi nazionalità in tutto il mondo.
Un bel po’ di diritti calpestati, non c’è che dire.
Certo, ci sono nel mondo molti altri casi di diritti umani sistematicamente negati. E difatti, i nostri governanti e i nostri mass media amano puntare il dito continuamente contro i diritti negati a giornalisti e ad attivisti in Russia, in Iran e in Cina, vuoi per assolversi (“Vedete? C’è di peggio altrove.”), vuoi per creare steccati e polarizzare il mondo in due campi, noi i buoni e loro i cattivi.
Non c’è dubbio: tutti i perseguitati politici (che non siano agents provocateurs) meritano la nostra solidarietà, perciò anche quelli in Russia, in Iran e in Cina.
Ma puntare il dito di continuo contro i tre paesi appena elencati e soltanto loro, spesso esagerando le loro colpe o addirittura inventandone, sa di strumentale ed è chiaramente in malafede.
E’ significativo, per esempio, che i nostri governanti e i nostri mass media non puntino il dito continuamente contro i diritti negati da Israele ai propri cittadini arabofoni, per non parlare dei palestinesi. Nè puntano il dito contro i diritti negati dal “governo amico” di Kiev ai propri cittadini: sono 80 i giornalisti e blogger ucraini fatti sparire perché dissidenti dal 2014, cioè ben prima dell’attuale conflitto, ma di loro abbiamo notizie solo dagli ucraini fuggiti all’estero, non dai nostri media. E, neanche a dirlo, non puntano il dito contro i diritti negati dagli Stati Uniti ai propri cittadini. Infatti, oltre a incarcerare o comunque perseguitare sistematicamente i tanti whistleblower che hanno osato denunciare il governo statunitense (oltre a Assange e Manning, ricordiamo Snowden, Hale, Drake, Jin-Woo Kim, Kiriakou, Leibowitz, Sterling e Winner tra i casi più recenti), gli USA hanno anche il primato poco invidiabile di tenere in galera la più alta percentuale della propria popolazione rispetto a qualsiasi altro paese nel mondo, dittature comprese. Più della Corea del Nord. Più dell’Arabia Saudita. In certi Stati, i carcerati, che sono soprattutto di colore, vengono fatti lavorare da schiavi nei campi di cotone gestiti dalle prigioni – a vederli sembra di tornare nuovamente all’epoca dello Zio Tom. Tra questi prigionieri-schiavi spiccano molti attivisti e dissidenti neri che sono stati condannati per qualche inesistente reato comune, per toglierli di torno senza che risultino “prigionieri politici”.
Due torti non fanno una ragione. Perciò, le violazioni dei diritti umani da parte dei paesi appena elencati certamente non assolvono le violazioni in Russia, in Iran o in Cina. Tuttavia va contestata l’ipocrisia dei nostri politici e dei nostri media nel condannare esclusivamente i paesi da loro considerati “avversari”. Soprattutto perché questo continuo martellamento ha uno scopo preciso: mira a inculcare in noi una insofferenza verso la Russia, l’Iran e la Cina. In pratica, veniamo mobilitati contro, sin da ora. Ciò tornerà utile ai nostri governanti un domani in vista del sostegno popolare di cui avranno bisogno per le loro prossime guerre – peraltro già allo studio – contro questi tre paesi. Si passa dall’attuale guerra fredda con loro ad una guerra guerreggiata in un istante e perciò i nostri governanti hanno bisogno di tenerci pronti.
Per dire “Basta!” a queste invocazioni ipocrite dei diritti umani negati altrove, invocazioni peraltro strumentali per prepararci alle guerre, abbiamo una arma molto potente: esigere che i nostri governanti mettano in ordine la propria casa, prima di pronunciare anatemi contro gli altri.
Ciò significa necessariamente, dunque, porre fine alla persecuzione di Julian Assange, vittima di una serie di abusi che il relatore ONU sulla tortura, Nils Melzer, ha qualificato in questi termini (maggio 2019): “In 20 anni di lavoro con vittime di guerra, violenza e persecuzioni politiche non ho mai visto un gruppo di Stati democratici riunirsi per isolare, demonizzare e abusare deliberatamente di un singolo individuo per così tanto tempo e con così poca considerazione per la dignità umana e lo stato di diritto.”
Ripetiamolo ancora una volta, a scanso di equivoci: tutti i perseguitati politici (che non siano agents provocateurs, anche involontariamente) meritano senz’alcun dubbio la nostra solidarietà. Tuttavia è giusto e opportuno che il caso Assange rimanga comunque la nostra priorità, proprio perché, come si è appena detto, abbiamo il precipuo dovere di mettere in ordine dapprima casa nostra e, inoltre, perché il caso Assange è la quintessenza dei diritti negati.
Ma il co-fondatore di WikiLeaks non è soltanto il simbolo in Occidente del giornalista/attivista privato dei suoi diritti umani.
Egli è anche il simbolo in Occidente del giornalista/attivista che, più che qualsiasi altro, ha lottato contro la privazione dei nostri diritti umani, calpestati così spesso dai nostri governanti e dalle multinazionali che li sorreggono.
Per esempio, attraverso il suo lavoro di giornalismo investigativo, Assange ha difeso il nostro diritto alla salute rivelando le pratiche irregolari dei due colossi dell’agribusiness, Bayer e Monsanto, che volevano commercializzare prodotti nocivi. Ha difeso il nostro diritto alla privacy rivelando come la CIA e la NSA – ma anche un qualsiasi nostro rivale in affari che possiede il loro spyware che una ditta israeliana commercializza – possono leggere persino i dati riservati che conserviamo nei nostri cellulari, se non adoperiamo contromisure. Ha difeso il nostro diritto alla sicurezza di fronte ai cambiamenti climatici, rivelando le pratiche illecite usate dai paesi più inquinanti per svuotare gli accordi COP. Ha difeso il nostro diritto alla pace smascherando i tentativi dei nostri governanti a “venderci” le loro guerre con falsi pretesti. E via discorrendo.
La giornata che celebra i diritti umani, dunque, deve essere soprattutto una giornata che ricorda:

sia i diritti negati a Julian Assange,
sia i diritti negati a tutti noi e che Assange ha cercato di difendere.

A Roma, ad esempio, gli attivisti di FREE ASSANGE Italia stanno preparando, in vista del 10 dicembre, una festa natalizia in piazza per Julian, per ringraziarlo di tutti i doni che ci ha fatto, ovvero le sue rivelazioni che hanno inchiodato il potere. Creeranno una pila di scatole-regalo, leggendo nel microfono le relative etichette, ognuna delle quali menzionerà una rivelazione di WikiLeaks e il corrispondente diritto umano che è stato così tutelato – come nei quattro esempi appena elencati. Durante questa attività, altri attivisti ricreeranno la statua di Davide Dormino, “Anything to say?“, per celebrare non solo Assange ma anche Manning e Snowden, ricordando il loro coraggio nel denunciare i nostri diritti umani negati. Questo sit-in originale, aperto a tutti, si terrà a Porta Pia, davanti all’Ambasciata britannica, dalle 15 alle 18. Per saperne di più, consultare i social media del gruppo: https://www.facebook.com/FreeAssangeITA, https://www.twitter.com/Assange_Italia, https://www.t.me/FreeAssangeItalia, https://www.freeassangeitalia.it/.
Sempre a Roma la sezione ANPI del quartiere San Lorenzo commemorerà la giornata dei diritti umani con un incontro il giorno prima, 9 dicembre, così da consentire ai sanlorenzini di partecipare l’indomani alla manifestazione in piazza del gruppo FREE ASSANGE Italia. Durante l’incontro alle ore 18 presso la Casa della Partecipazione, si parlerà dei diritti negati nel quartiere a causa della gentrificazione in atto e a causa dei continui tagli alle finanze locali, proponendo come azione rivendicativa l’adesione alla campagna nazionale “Riprendiamoci il Comune” lanciata da ATTAC Italia. E poi, naturalmente, si parlerà di Julian Assange e, in particolare, della sua lotta per una informazione libera, capace di contrastare il Pensiero Unico dei mass media mainstream. A titolo di esempio verrà illustrato come viene raccontata la guerra in corsa in Ucraina oggi, con Assange impossibilitato a rivelarci i retroscena nascosti, e, in retrospettiva, com’è stata raccontata all’epoca la guerra in Iraq, con le clamorose smentite, poi, del sito WikiLeaks. Al termine, i partecipanti avranno l’occasione sia di iscriversi alla campagna “Riprendiamoci il Comune”, sia di acquistare il libro “Free Assange” (edizioni Left) e di aderire al gruppo FREE ASSANGE Italia.
Così a Roma. Ma la Giornata dei Diritti Umani verrà celebrata ricordando Julian Assange in molte altre città d’Italia e nel mondo. Il comitato 24hAssange ha creato una mappa in via di completamento sulla quale, cliccando sui vari numeri, si potrà leggere i nomi delle diverse città e gli eventi previsti per il 10 dicembre. Anzi, i promotori invitano tutti coloro che vorranno organizzare un evento, grande o piccolo, di inviare una mail a 24hAssange@proton.me per segnalare l’attività prevista, indicando luogo, titolo, orario e mail di un responsabile. L’attività verrà inserita nella mappa. Un’attività che sta riscuotendo molto interesse è il flashmob proposto dal gruppo internazionale Free Assange Wave e Davide Dormino, intitolato “Bring Your Chair”; per sapere come realizzarlo: QUI
La “Giornata Mondiale dei Diritti Umani” viene promosso il 10 dicembre di ogni anno dall’ONU con un determinato tema; quest’anno esso sarà “Dignità, Libertà e Giustizia per Tutti”.
I gruppi Assange nel mondo hanno semplicemente colto questa occasione per ribadire i contenuti proposti dall’ONU, ma focalizzandosi sul caso Assange in quanto particolarmente esemplificativo.

Note: Ripreso con modifiche dall’articolo originale pubblicato su Il Manifesto online in data 2/12/2022:
https://ilmanifesto.it/ricordare-julian-assange-nella-giornata-onu-dei-diritti-umani-perche-e-importante

L’articolo è stato pubblicato su Peacelink il 6 dicembre 2022

Sul razzismo è meglio capirsi

Prima pagina del Corriere della Sera dell’11 novembre 1938 sulla promulgazione delle leggi razziali fasciste.

di Annamaria Rivera

Come premessa, conviene rimarcare che il termine “razzismo”, al singolare, è preferibile a “razzismi”, se si vuole cogliere il carattere unitario del concetto, al di là delle variazioni storiche ed empiriche del fenomeno. Paradossalmente, per nominare un tale sistemasiamo costretti/e a usare un lemma la cui etimologia rimanda alla credenza nell’esistenza delle “razze”, criticata e poi abbandonata da una buona parte delle stesse scienze sociali e biologiche che avevano contribuito a elaborarla. “Razza” è, infatti, una pseudocategoria tanto infondata quanto paradossale, essendo basata sul postulato che istituisce un rapporto deterministico fra caratteri somatici, fisici, genetici e caratteri psicologici, intellettivi, culturali, sociali.
In sintesi, il razzismo è definibile come un sistema di credenze, rappresentazioni, norme, discorsi, comportamenti, pratiche, atti politici e sociali, volti a svalorizzare, stigmatizzare, discriminare, inferiorizzare, subordinare, segregare, perseguitare categorie di persone alterizzate, e ciò fino alla strage e allo sterminio.
Scrivo alterizzate poiché nella realtà fattuale, il “colore” o l’effettiva distanza culturale e/o sociale dal noi sono alquanto irrilevanti nella scelta delle vittime, come comprova la tragica storia dell’antisemitismo. Lo stigma applicato a certe categorie di persone può prescindere da qualsiasi differenza somatica, fenotipica, culturale o relativa alla provenienza, essendo l’esito di un processo di costruzione sociale, simbolica, politica.
Basta dire che nella geometria variabile del razzismo italiano dei decenni più recenti, il ruolo di capri espiatori e di bersagli di campagne allarmistiche è stato attribuito, di volta in volta e fra gli altri e le altre, a persone migranti albanesi, “slave”, romene, delle quali, fino a prova contraria, non si può dire che siano “negri/e”, oppure che siano estranei/e alla storia e alla cultura europee.
Il razzismo diviene sistemico quando è direttamente o indirettamente incoraggiato o legittimato da istituzioni, nazionali e sovranazionali, nonché da mezzi di comunicazione. Quando l’intolleranza “spontanea” verso determinati gruppi o minoranze, diffusa nella società, è avallata e legittimata da istituzioni, anche europee, e da apparati dello Stato, nonché dalla propaganda e da una parte del sistema dell’informazione, è allora che s’innesca il circolo vizioso del razzismo.
Il sistema-razzismo è il più delle volte sorretto da dispositivi simbolici, comunicativi, linguistici, che sono in grado di agire sul sociale, producendo e riproducendo discriminazioni e ineguaglianze. Soprattutto esso è riprodotto, avvalorato, legittimato da un complesso di leggi, norme, procedure e pratiche routinarie: ciò che viene detto razzismo istituzionale, il quale finisce per generare non solo discriminazione, ma anche stratificazione di disuguaglianze in termini di accesso a risorse sociali, materiali, simboliche (status, cittadinanza, lavoro, servizi sociali, istruzione, conoscenza, informazione…).
A tal proposito, esemplare è il caso della delegittimazione istituzionale, se non della criminalizzazione, non solo delle ONG che praticano ricerca e soccorso in mare, ma anche di chiunque, fosse pure individualmente, compia gesti di solidarietà verso persone profughe e migranti. Tutto ciò per non dire del contributo delle istituzioni italiane alla strage di persone profughe e migranti, del quale uno dei pilastri è costituito dal Memorandum d’intesa fra la Libia e l’Italia, la quale in tal modo legittima non solo le stragi nel Mediterraneo, ma anche gli orrori compiuti dalla cosiddetta Guardia costiera libica e quelli che si consumano nei “centri di accoglienza per migranti”, in realtà degli autentici lager.   
È indubbio che un tale esempio dall’alto non faccia che incoraggiare e legittimare intolleranza e razzismo “dal basso”. Per limitarci all’Italia, si potrebbero citare i numerosi episodi di barricate (reali o simboliche) contro l’arrivo di richiedenti-asilo; ma anche le sempre più numerose rivolte, dette spontanee, in quartieri popolari, contro l’assegnazione di alloggi a famiglie di origine immigrata. E’ ben noto: più che mai in tempi di crisi, ma anche allorché le rivendicazioni sociali e il conflitto di classe (come si diceva un tempo) non hanno più lingua e forme in cui esprimersi, accade che il disagio economico e sociale e il senso di abbandono da parte delle istituzioni alimentino risentimento e ricerca del capro espiatorio.
Tuttavia, in questi casi non potrebbe essere più impropria e ingannevole la formula “guerra tra poveri”, che, solo in apparenza non-razzista, finisce per rappresentare aggressori e aggrediti/e quali vittime simmetriche; e per fare delle persone indigenti “in guerra tra loro” gli attori unici o principali della scena razzista. In realtà, a socializzare, manipolare, deviare il rancore collettivo, istigando e talvolta perfino guidando tali rivolte, sono spesso militanti di gruppi di estrema destra. In tal caso, il circolo vizioso del razzismo non fa che produrre, se non il rafforzamento, comunque la legittimazione, per quanto possa essere implicita o involontaria, della destra neofascista.
Lo schema ideologico e narrativo che fa perno sulla locuzione “guerra tra poveri” è, in fondo, simmetrico o contiguo a quello che s’incentra sulle antitesi-chiave sicurezza/insicurezza, decoro/degradoE a proposito di circolo vizioso del razzismo, non è casuale che tali antitesi abbondino, in particolare, nel testo della legge Minniti del 18 aprile 2017, n. 48 («Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città»).
In fondo, tale legge non fa che tradurre e legittimare la percezione comune per la quale migranti, rifugiati/e, rom, senzatetto, marginali sarebbero importatori di degrado, insicurezza, disordine sociale. In definitiva, essa tematizza in termini di pericolosità sociale lo stile e le pratiche di vita, spesso imposte, di coloro che sono considerati/e “fuori norma”.
Per tentare di spezzare o almeno incrinare il circolo vizioso del razzismo occorrerebbe costruire un ampio movimento di massa antirazzista, degno di un’impresa così ardua. Attualmente siamo alquanto lontani/e da una simile prospettiva.

L’articolo è stato pubblicato su COMUNE-INFO il 20 gennaio 2022

L’Italia dei bambini in carcere

di Daniele Barbieri

La legge di bilancio aveva stanziato un fondo da 4,5 milioni di euro per sviluppare soluzioni di detenzione alternative al carcere: soldi da spendere in 3 anni. Eppure l’ultimo rapporto di Antigone, del gennaio 2021, conferma che ci sono ancora diversi bambini che nascono o restano dietro le sbarre con le madri e che è ancora possibile spezzare le famiglie.

Vediamo di capire qualcosa di più sull’Italia che oggi tiene bambine e bambini nelle galere ma anche su come a questo “sonno” si sia arrivati nel Paese che ipocritamente celebra sempre le madri. In coda troverete una chiacchierata con Marzia Belloli sul passato prossimo cioè sulla legge 40 del 2001 che affrontò la questione delle detenute madri e accese per un po’ i riflettori su questa vergogna.
Questo breve viaggio Inizia con i numeri attuali e con alcuni degli ultimi “fattacci”… anch’essi rimossi dopo pochi giorni di finto dibattito e misera informazione, proprio come accaduto per la bimba di Amra.

I numeri.
Secondo l’ultimo rapporto di Antigone al 31 gennaio 2021 erano 29 i bambini, 13 dei quali stranieri, in carcere con le proprie 26 madri. Erano alloggiati nell’Icam – la sigla sta per «Istituti a custodia attenuata per le madri» – di Lauro (8), in un altro Icam affiliato al carcere di Torino (6), nel carcere femminile di Rebibbia (5), nelle carceri di Salerno e Venezia (3), nel carcere di Milano Bollate (2) e nelle carceri di Foggia e Lecce (un unico bambino per ciascuna delle due strutture). Al 28 febbraio 2021 i bambini erano scesi ulteriormente a 27, con 25 detenute madri. «Siamo a uno dei minimi storici, se pensiamo che un anno prima i bambini in carcere erano 57 e che le presenze negli ultimi 25 anni sono rappresentate nel grafico seguente».
Minimo storico sì – nel 2018 erano 62 – ma uno “zoccolo duro” sembra proprio ineliminabile. Nonostante leggi, riforme, nuove proposte. Chissà come faranno in altri Paesi.
Il 23 gennaio 2021 sul quotidiano Repubblica Flavia Carlorecchio scriveva: «Sono ancora 28 bambini rinchiusi in cella con le loro madri in Italia. La nuova legge di Bilancio ha stanziato un fondo da 4,5 milioni di euro per sviluppare soluzioni di detenzione alternative»: soldi da spendere in 3 anni. Si stanziano spesso fondi in Italia (e i media strombazzano) per sanare le peggiori vergogne ma poi è difficile sapere se e come vengono spesi.
Daniela de Robert del Collegio del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale nell’articolo di Flavia Carlorecchio spiegava: «Di fronte all’emergenza imposta dalla pandemia, sono state prese delle misure per ridurre la pressione sulle carceri. Subito sono state alleggerite le pene inflitte alle madri con bambini al seguito. Questo significa che non era necessario che fossero lì».
Dunque se qualcosa si muove è “grazie” alla pandemia? Ancora la De Robert: «La soluzione ideale è quella di far scontare pene in strutture che assomiglino il meno possibile ad un carcere, affinché possano crescere i propri figli in un ambiente “normale”, accogliente».
La legge in vigore è la 62 del 2011. Prevede misure alternative al carcere per le madri con figli fino ai sei anni di età – salvo esigenze eccezionali – ovvero «Istituti a custodia attenuata per le madri» (ICAM) e case-famiglia protette. E’ assai opinabile che un Icam sia davvero “custodia attenuata” ma in ogni caso neanche questo si è riusciti a fare.
Ci sono proposte di riforma della legge 62-2011: ne parleremo magari in un’altra occasione. Perché per ora sono fiato e basta.

Il caso di Bologna
A proposito dei bambini in carcere anche nella “civilissima Bologna” commentando il secondo rapporto semestrale della Ausl (Carcere Bologna: il disastro permanente) Vito Totire nell’agosto 2020 scriveva: «irrisolto il problema dello spazio per una persona detenuta con bambino; irrisolto nel senso che, dopo tanti anni, ancora non paiono esecutive le norme che vietano la detenzione in carcere di bambini piccoli che devono invece essere ospitati, con le loro mamme, negli ICAM e/o comunque in una struttura alternativa al carcere e diversa a seconda della posizione giuridica della madre; di recente, ancora una volta, la Dozza ha ospitato una bambina di 4 anni, sia pure per pochi giorni! comunque, fino a quando esiste lo spazio per donna con bambino, lo spazio “rischierà” di essere occupato a discapito della strutture alternative extracarcerarie».
Passano pochi mesi e la direzione del penitenziario annuncia che al reparto femminile del carcere Dozza il 9 luglio sarà inaugurato un nido per ospitare di volta in volta fino a due donne coi loro figli. Non è d’accordo il garante regionale delle persone private della libertà personale, Marcello Marighelli che fra l’altro dice: «Non è stata una sorpresa: il nido nei reparti femminili è una misura prevista dal 1975. La scelta di realizzarlo oggi appare tardiva se non anacronistica. La legge 62 del 2011 già riconosceva la fondamentale importanza della casa famiglia protetta, snodo fondamentale per garantire un riferimento abitativo alle madri con provvedimento di custodia cautelare o esecuzione della pena con i propri bambini» (vedi). Proteste, promesse. Poi il 9 luglio la direttrice Claudia Clementi inaugura il nido in gabbia con Gianfranco De Gesu, direttore della Direzione generale dei detenuti e del trattamento del Dap che dichiara: «Nessuno vuole vedere bambini in carcere, ma la legge lo prevede… L’augurio che voglio fare a questa struttura è che venga utilizzata il meno possibile. Speriamo che presto ci siano norme che la rendano non più attuale, e che dunque possa essere definitivamente superata. Tra nidi e Icam, negli istituti italiani ci sono 31 bambini e 27 mamme: l’auspicio è che presto si sancisca che un bambino non possa, nella maniera più assoluta, stare in carcere»
A molti sembra di capire però che la struttura inaugurata a luglio partirà soltanto in settembre (un ripensamento? pressioni ufficiose della Regione Emilia-Romagna?). Invece a fine luglio su www.zic si legge: «Ancora bambini costretti a vivere in carcere: nei giorni scorsi sono entrati in un istituto penitenziario dell’Emilia-Romagna due bambini di appena sette e di 17 mesi, insieme alle loro mamme (una per scontare una pena di 20 giorni, l’altra per un provvedimento di custodia cautelare). Lo segnalano la Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza Clede Maria Garavini e il Garante dei detenuti Marcello Marighelli, secondo cui questi due casi confermano che si continua ad assumere decisioni e a valutare situazioni senza tenere ben presenti le esigenze specifiche dei bambini connesse alla loro crescita e i diritti sanciti da norme internazionali e nazionali, in particolare l’interesse superiore del fanciullo che, come indicato dall’articolo 3 della Convenzione Onu, deve orientare tutte le scelte relative alle persone di minore età».

Le promesse, le alternative, una tragedia a Rebibbia
Il ministro Andrea Orlando aveva assicurato: «entro il 2015 più nessun bambino in carcere». Infatti.
La presenza di bambine e bambini in carcere viene segnalata dai “soliti appassionati” ma istituzioni e media non reagiscono.
Una discussione sul da farsi sembra accendersi nel settembre 2018 dopo una tragedia (una madre ha ucciso il figlio) quasi certamente evitabile; cfr Infanticidio di Stato nel carcere di Rebibbia. Purtroppo è il solito copione: sdegno (più o meno sincero) e informazioni poche, promesse tante ma fatti zero.
Dunqe l’alternativa casa-famiglia «protetta» è rimasta sulla carta. O meglio ne esistono solo due: una privata a Milano e a Roma «La casa di Leda» (A Roma InsiemeLeda Colombini) – voluta dal Comune – inaugurata nel 2017. Non è chiaro perché Amra non fosse lì….
E adesso?

Chi lo sa? E chi si ricorda di Sofia Loren.
Per finire vi do i risultati di un sondaggio (minimo, per carità) condotto, questa estate, fra 14 persone – di varie età – che ho scelto per essere le più “medie” possibili. Alla mia domanda se in Italia i bambini finiscano in carcere ho avuto in risposta 14 no. E alla seconda domanda («Ma se una detenuta è incinta al momento del parto rimane in carcere o esce?») ho avuto 9 «certo che esce», 2 «non lo so», 3 «dipende dal reato». Fra i 9 «certo che esce» una persona ha aggiunto: «ma tu che sei appassionato di cinema, ricordi quel film con Sofia Loren?». Me lo ricordo sì e mi aspettavo che qualcuno lo citasse. Nel 1963 Sofia – o Sophia se preferite – Loren recita in un film a episodi diretto da Vittorio De Sica. Il primo episodio («Adelina») – scritto da Eduardo De Filippo con Isabella Quarantotti – è ispirato alla storia vera della contrabbandiera napoletana Concetta Muccardi, che per non andare in galera ebbe 19 gravidanze, 7 delle quali finite con la nascita di figli. Radicatasi nell’immaginario popolare quella storia “conferma” che in Italia i figli piccoli non restano in cella con i figli piccoli; men che mai per reati lievi. Proprio così… ma accade soltanto nell’immaginario.

Quando la legge non c’era: un chiacchierata con Marzia Belloli
Ero a San Vittore nel gennaio 1996 con una bambina di 14 mesi dopo 2 anni di «differimento pena» per la maternità. Essendo io una “politica” mi avevano messo nella sezione penale (a pianoterra): cella singola con la bimba mentre le altre donne con figli stavano nel nido della sezione giudiziaria (in media potevano essere 5-6 bambini con molte donne rom che entravano e uscivano) che era un disastro con muri a pezzi: i bimbi uscivano un’ora al giorno con le mamme nel giardino del carcere per «l’aria».
Ho cominciato a protestare: da sola e poi con altre. Abbiamo detto «almeno migliorate il nido». Per fare un esempio le donne potevano uscire anche il pomeriggio all’aria, ma di fatto non ne usufruivano. Si ottenne di sistemare le piastrelle.
Ci furono incontri con il direttore: ragionando sull’idea di una legge (quella che poi diventerà “legge Finocchiaro”). Sembrava impossibile e invece nel giro di un anno circa qualcosa inizia a muoversi… Se ne occuparono anche alcuni giornalisti e quello aiutò.
Io allora uscivo in «lavoro esterno» portandomi dietro la bimba e ovviamente ne parlavo. Lavorando con la Comunità Nuova di don Gino Rigoldi ho cominciato ad avere documenti che in carcere non arrivano. E così scopriamo che esiste la “bozza Finocchiaro”.
Con un tot di donne formiamo a San Vittore un comitato per la legge. Poi scriviamo in giro – a onorevoli ma anche al cardinal Martini – con le nostre testimonianze… per chiedere che la bozza si concretizzi. Facemmo un convegno – per una settimana al Barrio’s – invitando tutta la gente che si occupava di carcere (da Leda Colombini al Naga, alla televisione svizzera).
Intanto a San Vittore inizia il «progetto Casina» con le volontarie: giornate aperte dove i genitori potevano incontrare le persone care con i bambini. Parte anche una raccolta firme (prima adesione Gino Rigoli ma anche Roberto Vecchioni e alcuni nomi famosi) di appoggio alla “bozza” che però non ebbe gran seguito.
Ci fu un incontro con «L’albero azzurro» (della Rai) in una scuola a Baggio per far giocare bimbi carcerati con altri. Ne parlò anche il settimanale «Vita», do atto che fu una iniziativa importante. Non l’unica comunque, ci fu anche una mostra.
Si ragionava di ottenere un luogo per la “custodia attenuata”. Si arrivò a una convenzione con la Regione Lombardia e con il ministero di Grazia e Giustizia ma poi tutto si fermò.
La “bozza Finocchiaro” aveva grandi difetti. La pecca più grave era escludere certi reati (per le mamme). Il nostro piccolo comitato fece proposte, segnalando: 1) la «legge Gozzini» era più avanti, dunque per alcuni versi si tornava indietro; 2) si considerava il lavoro più importante del bambino e dunque se lavoravi non potevi stare col figlio.
Si è arrivati a scrivere le modifiche e a chiedere che comunque il Parlamento lo mettesse in calendario. Passarono 3 anni.
Incontrammo anche Gloria Buffo (un’altra parlamentare dell’allora Pds, come Anna Finocchiaro) proponendo come migliorare la legge – si parlava di 8 anni poi la legge spostò l’età a 10 – e la “bozza Buffo” venne conglobata con quella della Finocchiaro.
Finalmente si mosse Franco Corleone e grazie al suo impegno la legge 40 venne approvata nel 2001.
All’epoca facemmo un “censimento” (autogestito) fra le donne di San Vittore: allora c’erano in media 30/40 bambini l’anno in carcere (Vedi qui) ma il problema grosso erano i tanti minori fuori ma con la madre o entrambi i genitori in carcere (e non riuscivano a vederli): mi ricordo che su un centinaio di donne al giudiziario – anche per reati minimi, nonostante la «legge Simeone» dicesse che si poteva uscire – circa 80 erano madri, metà (grosso modo) con figli all’estero e l’altra metà in Italia.


L’articolo è stato Pubblicato su COMUNE-info il 24 Settembre 2021