Europa

Gaza e la clementina Orri


di Gianni Giovannelli

L’arma che uccide, da quando è diventata
un prodotto industriale, si rivolta contro l’umanità,
e il soldato di professione non sa più
di quali aspirazioni egli sia lo strumento.

Karl Kraus
(Gli ultimi giorni dell’umanità, Adelphi, 1980, pag.184)

Mercoledì 14 maggio 2025, Milano, Piazza Martini: è giorno di mercato, frotte di persone camminano fra le bancarelle guardano, parlano, chiedono, esitano, a volte comprano. In quello stesso giorno l’esercito israeliano ha bombardato il campo profughi di Jabalya, il più grande degli otto esistenti nella striscia. In 1400 metri quadrati, dentro tende e baracche, ai margini della città, ci abitano in 116.011, registrati da UNRWA nel 2023; la città vicina ne conta invece 82.877. L’area del campo, già nel XIV secolo, era celebre per la fertilità della terra e per gli agrumeti. Senza difesa, colpiti dalle armi che piovevano dal cielo, sono morti almeno in settanta, di cui 22 bambini. Il giorno prima era stato distrutto l’ospedale del campo di Khan Younis (6 morti); il giorno dopo sarebbe toccato ad altri 115, uccisi dall’alto, all’alba. Nella striscia l’esercito israeliano ha distrutto il cibo, cancellato ogni traccia di agrumeto insieme alle case.

La frutta al mercato

Mentre i palestinesi senza cibo muoiono sotto i colpi dell’occupante, ormai privo di qualsiasi remora o pietà per le vittime, nelle bancarelle di Piazza Martini si vendono molte varietà di frutta o verdura. Molti fra i lavoratori che servono i clienti vengono dai paesi del sud mediterraneo, sono tunisini, egiziani, marocchini, sono nati e cresciuti accanto ai palestinesi, non possono non fraternizzare, condividono, come è naturale, la loro sofferenza. In maggio la stagione dei mandarini (con i semi) e delle clementine (senza semi) può dirsi giunta a conclusione, inizia a novembre, dopo i primi giorni di aprile anche la specie tardiva non si trova più. Eppure tutti i banchi hanno in bella vista le clementine, con un bel colore, una buccia invitante, il pezzo aperto in mostra appare morbido, succoso, senza semi; il prezzo è tuttavia più alto, per quanto si sia al mercato mai sotto i quattro euro al chilo, spesso di più. Viene spontaneo chiedere e così imparo che il paese di origine è Israele.

La Clementina Orri

Dopo essermi documentato spiego l’arcano. Si tratta di un ibrido che la genetista Aliza Vardi (1935-2014) ha creato nei laboratori dell’Istituto di Ricerca Agricola Volcani. Si chiama Cultivar Orah (oppure Orri in commercio), il Ministero dell’agricoltura israeliano lo ha brevettato negli USA il 4 marzo 2003 (PP13616) e ha ottenuto la certificazione UE nel 2013, ottenendo la licenza in esclusiva per questo prodotto di laboratorio e natura. La caratteristica di Orri è proprio quella di essere disponibile quando gli agrumi similari hanno chiuso il ciclo; Israele condivide l’affare con la multinazionale spagnola Genesis Innovation Group (AM Fresh Group) e chiunque si mettesse in mente di piantarlo altrove deve pagare i diritti. La legge spagnola (a garanzia dell’accordo) punisce con il carcere chi non rispetta l’esclusiva; un contadino valenciano si è beccato una multa oltre a 31 giorni di carcere per coltivazione abusiva di Orri. Di fatto Israele (con la multinazionale spagnola) ha il monopolio; usa le leggi europee per conservare l’esclusiva ma al tempo stesso distrugge gli agrumi palestinesi infischiandosene della normativa internazionale che dichiara di non riconoscere. Per uno strano scherzo della storia l’Istituto Volcani fu creato nel 1921 da Itzhak Elazari Volcani, un sionista nato in Lituania, emigrato in Palestina nel 1908 per sfuggire ai pogrom, socialista e collettivista, morto nel 1955, avversario fierissimo della destra nazionalista israeliana. Torniamo ora in Piazza Martini.

Discussione in piazza

La reazione nasce spontanea dopo aver saputo la provenienza del frutto: se viene da Israele non compro le clementine! Nasce subito una discussione animata davanti alla bancarella. Una signora interviene per prima: non ti piacciono perché ci sono i pesticidi velenosi? No! Non è per quello, non riuscirei a mangiare sapendo che è merce sporca di sangue. Il ragazzo al banco guarda sorpreso, non se lo aspettava, si sente coinvolto, pare quasi commosso. Vi capisco, avete ragione, dice, io sono qui per lavorare, vendo quello che mi dicono di vendere, ma avete ragione, non bisogna dare soldi a Israele, li usano per uccidere, per rubare la terra ai palestinesi. Si guarda intorno, teme orecchie ostili, ha paura di essere mandato via, poi sorride, approva. Intorno a Piazza Martini ci sono caseggiati popolari in cui abitano molte famiglie di immigrati, la solidarietà per il popolo di Gaza si respira nell’aria. Ci saranno sicuramente nel crocchio che si è formato sostenitori di Israele, o magari anche razzisti e perfino popolani resi ciechi dal rancore, dal bisogno, dal malessere sociale. Tuttavia tacciono vergognosi, consapevoli di essere in minoranza. Diventa un coro di voci indignate, di protesta convinta, di condanna della strage quotidiana di cui si stanno macchiando le truppe israeliane. Cade il silenzio indifferente, si incrina, sia pure (purtroppo) per poco, l’omertà complice che consente l’attuazione sistematica del genocidio a poca distanza dalle nostre abitazioni, sull’altra costa del Mediterraneo.

Un massacro finanziato

Il governo italiano manda/vende (poco cambia) armi usate per la strage continua. Il governo israeliano distrugge gli agrumeti dei palestinesi e coltiva, anche nei campi espropriati illegalmente, i frutti che vende nei paesi europei, usando il profitto (e i proventi di licenze concesse) per finanziare il massacro. I coloni che incassano il corrispettivo della Clementina Orri sono gli stessi che, protetti dall’esercito, bruciano case e campi dei contadini palestinesi. Intanto ai profughi della striscia viene tolto ogni sostegno alimentare, si impedisce con le armi l’arrivo di acqua, energia, medicine, vestiti. I paesi dell’Unione Europea, pronti a riarmarsi e a sottrarre fondi al welfare per costruire la guerra, assistono senza reagire. Non solo mandano strumenti di morte, non solo evitano sanzioni economiche, si guardano bene perfino dal disporre misure diplomatiche dissuasive, anche minime, come l’espulsione degli ambasciatori del genocidio. L’attuale ambasciatore israeliano a Roma, l’ufficiale dell’aeronautica Jonathan Peled, si dichiara assai soddisfatto della posizione assunta dal governo italiano e sostiene (come in fondo naturale) l’operato del governo in carica, compreso il blocco degli aiuti umanitari a Gaza. Un governo presieduto da chi dovrebbe essere arrestato, in quanto criminale di guerra, ove decidesse di visitare il paese amico!

Reagir bisogna

La specialista addetta alla comunicazione per UNICEF, Tess Ingram, nell’intervista rilasciata il 19 gennaio 2024, aveva rilevato che nei 105 giorni precedenti, durante l’invasione e il quotidiano bombardamento della popolazione nella striscia di Gaza, erano nate/i oltre 20.000 bambine/i. Il 2 aprile 2025 l’associazione Save the Children ha riferito che in media, senza ospedali e senza aiuti, nascono ogni giorno a Gaza 130 nuove creature (sono oltre 47.000 in un anno). Una resistenza e una resilienza incomprensibili per chi, come Trump, vorrebbe trasformare Gaza in una seconda Sharm El Sheikh. Tuttavia i soldati israeliani non desistono, perseguono il loro disegno omicida. È giunto il tempo di rompere il muro del silenzio, di fermare la strage. Di restituire la Clementina Orri al mittente rifiutando ogni complicità.

Cantava Rudi Assuntino: o forse si aspetta/la rossa provvidenza/per cui gli altri decidono/e noi portiam pazienza.


NOTA
Si veda, a questo proposito, la rete BDS – Boicotta, Disinvesti, Sanziona.




L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 22 maggio 2025


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E’ MORTA L’UNIONE EUROPEA, VIVA L’UNIONE EUROPEA!

di Gianni Giovannelli

Il rapimento di Europa – Rembrandt, 1632

Se crederete subito vi ordineranno
qualche cosa di più grande ancora
nella convinzione che la paura vi ha fatto dire di si
anche a questo primo punto.
Se rifiuterete con decisione
farete capire chiaramente
che dovranno rivolgersi a voi
solo da pari a pari

Tucidide
(Le storie, I, 141, Sansoni, 1967 pag. 516)

Il parlamento della Repubblica Federale Tedesca è stato rinnovato con le recenti elezioni tenute il 23 febbraio scorso e, come noto, l’assetto è cambiato notevolmente, con un forte incremento della destra (AFD, 152 seggi), l’ingresso della sinistra (Neue Linke, 64 seggi), il forte calo di Verdi e Socialdemocratici (ora 85 e 120 seggi), l’uscita dei Liberali. Il quadro potrebbe mutare a seguito del ricorso presentato alla Corte Costituzionale da Sahra Wagenknecht (BSW, comunisti populisti) che ha chiesto il riconteggio, avendo mancato la soglia del 5% per un pugno di voti. Ove mai la spuntasse (il che non è da escludere, pur se non facile) verrebbe a cadere l’esile maggioranza composta da democristiani e socialisti, con conseguente ingovernabilità. Intanto i due partiti hanno sostenuto la proposta Von der Leyen di aumentare a dismisura la spesa militare, legittimando il deficit di bilancio nei singoli paesi nazionali. Il problema, tuttavia, in Germania è quello di una legge costituzionale (detta freno al debito) che vieta qualsiasi disavanzo superiore a 0,35% del PIL: si tratta di un ostacolo insormontabile per l’applicazione del riarmo in terra tedesca. Il Presidente Steinmeier ha sciolto il Bundestag già 27 dicembre 2024, ora in carica solo provvisoriamente fino all’insediamento di quello nuovo, previsto per il 31 marzo 2025; ma nella nuova composizione manca la maggioranza di 2/3 necessaria per rimuovere la norma costituzionale. Sia Neue Linke sia AFD hanno escluso di dare l’assenso e i loro 216 voti bastano a bloccare la riforma, anche ove Wagenknecht non la spuntasse. Mostrando un totale disprezzo per ogni elementare regola democratica democristiani e socialdemocratici si stanno allora impegnando, congiuntamente, per far votare la modifica della Costituzione al parlamento disciolto, avviando una trattativa con i Grunen che, come noto, sono irresistibilmente attratti dalle bombe e dalle guerre, dunque disponibili a questo colpo di mano contro la pace.
Un altro sostenitore del riarmo è un altro sopravvissuto come Emanuel Macron, incollato alla sua posizione nonostante la sconfitta elettorale e la mancanza di sostegno nel paese; la maggioranza della Francia (sia la destra lepenista, sia la sinistra di Fronte Popolare) si oppone alle spese militari, ma questo non conta nulla, il programma viene imposto con prepotenza, con la repressione del dissenso. Il Presidente del Consiglio Europeo, il socialista Antonio Costa, ha sostenuto con opportune astensioni il governo conservatore portoghese di Montenegro, schierato con i più oltranzisti paesi della NATO contro qualsiasi trattativa; ma proprio nei giorni scorsi a Lisbona l’esecutivo è caduto e si va verso nuove elezioni, probabilmente a maggio. In Romania poi il favorito nazionalista Calin Georgescu (fra l’altro con un passato ecologista) è stato clamorosamente escluso dalla ripetizione delle elezioni, dopo l’annullamento della consultazione precedente da parte di una Corte Costituzionale assai poco indipendente dalle pressioni governative; chi ha sottoscritto il riarmo certamente rappresenta una minoranza del paese. Quanto avvenuto a Bucarest si presenta come un vero paradosso: la destra europea appoggia il candidato socialista pro riarmo e esclude il candidato nazionalista favorito, accusandolo di aver ricostituito il movimento fascista con il finanziamento di Putin e dei comunisti nordcoreani! In questa cornice confusa si cala la scelta (anche questa forzata, autoritaria e sostanzialmente antigiuridica) di procedere al riarmo e allo scontro militare senza richiedere il voto del parlamento europeo; imposto dalle circostanze e concesso di malavoglia aveva carattere consultivo, oltre a non rappresentare la realtà dei cittadini che vivono nei 27 paesi dell’Unione Europea. Rievocare il fascismo storico conduce fuori strada. Certamente rivivono nell’attuale cabina di comando elementi che hanno caratterizzato i regimi dittatoriali europei della prima metà del secolo scorso, quali la xenofobia, il colonialismo, l’intolleranza repressiva, la repressione poliziesca, la giustizia classista. Ma non basta a spiegare quel che sta avvenendo. Siamo di fronte ad un nuovo assetto politico fondato su un rapporto dispotico fra governo e sudditi, sulla relatività del diritto sempre piegato alla ragion di stato, sull’esproprio del comune e delle risorse primarie (aria, acqua, cielo) in una forma che si presenta, in veste nuova, come accumulazione primitiva volta a ottenere valore dall’esistenza collettiva riducendo la maggioranza degli esseri viventi a merce che produce, sempre, ogni minuto della giornata, senza sosta. In questa guerra non ci sono solo le armi convenzionali in azione: ci sono soprattutto satelliti che preparano la morte in precise aree territoriali scelte da anonimi funzionari in strutture indipendenti da quella che viene chiamata democrazia occidentale e che oggi forse non esiste già più (o comunque si avvia verso una inevitabile sparizione dalla scena, in tempi brevi).
L’irruzione di Donald Trump ha probabilmente accelerato quel che comunque sarebbe accaduto nella vecchia Europa. Non viene neppure contrapposta una diversa visione del mondo rispetto a quella che brutalmente il presidente americano rivendica come propria. L’Unione Europea dei 27 (affiancata dalla Gran Bretagna che pure si era sfilata pochi anni addietro) è frammentata, divisa, perfino provinciale, senza prospettive reali oltre che priva di valori morali da difendere. Pensa, sbagliando, che sia possibile, nel XXI secolo, fermare i flussi migratori; non ci riuscirono negli ultimi cinque secoli del primo millennio i cittadini dell’impero, quando ci si spostava a piedi o con i carri, pensano di riuscir-ci in un’epoca che dispone di navi, aerei, automobili, treni! Pensa, ancora, di poter vincere la guerra senza combattere, senza mettere a rischio la vita, senza esporla ai droni, alle pallottole, alle armi chimiche, alla strage intelligente pianificata dalle migliaia di satelliti che ci ruotano sopra la testa. O magari sognano di poter ripristinare la leva obbligatoria. Quando Macron minaccia di mandare truppe francesi o europee a combattere (o a separare i combattenti: cambia poco) ha in mente qualche migliaio di mercenari pronti a qualunque scelleratezza, come ha sempre fatto. Dimentica che non è riuscito a tenere la posizione neppure in Africa, di fronte a truppe male equipaggiate il suo esercito ha ceduto il campo: contro l’armata russa è ragionevole dubitare che possa andargli meglio. L’Unione Europea abbaia alla luna, rischia di provocare un disastro senza sapere tuttavia come reagire davvero, sul campo, dopo averlo stupidamente innescato.
Ottocento miliardi. Sottratti alla spesa sanitaria, alla ricerca, all’istruzione, alla difesa dalla povertà, all’ambiente, al futuro, all’accoglienza, al meticciato inteso come unica vera reale speranza dei popoli europei. Ottocento miliardi buttati al vento per un programma sconclusionato che non ha la minima possibilità di ottenere risultati concreti, neppure dal punto di vista criminale di chi lo ha concepito. Serviranno solo ad arricchire ulteriormente le imprese che producono armi e che, tendenzialmente, si disinteressano di come vengano usate dopo aver incassato il corrispettivo. Il comico Maurizio Crozza ci ha rivelato che il dispositivo di accensione del Lockeed Martin F-35 (circa cento milioni ciascuno) rimane esclusiva americana, possono bloccarlo se non sono d’accordo, alla faccia dell’autonomia difensiva europea! Sono ottocento miliardi spesi male, sparsi in 27 paesi in costante lite fra loro, governati spesso da partiti minoritari, corrotti, con unico punto in comune il dispotismo quale forma necessaria di esercizio del potere (la Romania è un esempio emblematico).
Ora ci apprestiamo alla messa in scena di una farsa, quella del 15 marzo 2025, a Roma, in sostegno dell’Europa. Non si sa quale, naturalmente. Ma il lancio proviene da Michele Serra, giornalista (ovviamente retribuito) di Repubblica, quotidiano fin dall’inizio schierato per la prosecuzione del conflitto russo-ucraino e contrario ad ogni trattativa. Repubblica è interamente posseduto da Exor, società controllata dalla famiglia Agnelli. La famiglia Agnelli ha la proprietà (fra le tante) di Iveco Defence Vehicles (IDV), azienda produttrice di mezzi militari che nel 2024 ha aumentato il fatturato del 31% e l’utile del 92%: non stupisce il risultato considerando il proliferare degli scontri bellici nel mondo. La Rivista Italiana di Difesa ha reso noto l’accordo siglato in data 11 novembre 2024 fra IDV e Leonardo per la fornitura (da parte della prima alla seconda) di motore e cambio-trasmissione da montare su due nuovi modelli di carri armati, l’Italian-Main Battle Tank (IMBT) e il c.d. A2CS/AICS (una nuova famiglia di veicoli da combattimento). Si tratta di un affare colossale che renderà alla famiglia Agnelli, datrice di lavoro del giornalista Serra, una montagna di soldi; ma, persona riservata, il giornalista Serra non ha ritenuto di far sapere ai convocati tramite le colonne del quotidiano questo particolare di cronaca economica, probabilmente valutandolo di scarso interesse. Eppure il dubbio che l’editore del suo giornale abbia magari un conflitto d’interesse sorge spontaneo! Il progetto Von der Leyen approvato dal Consiglio Europeo par costruito apposta per riempire le tasche della famiglia Agnelli, naturale che abbia volentieri messo a disposizione la testata per creare sostegno ad un riarmo che procurerà vantaggio finanziario al gruppo, controbilanciando la crisi di Stellantis e rafforzando il governo.
Chi, magari in perfetta buona fede, andrà alla manifestazione, contribuirà certamente a far crescere il patrimonio (un po’ logorato ma sempre notevole) della famiglia Agnelli, difficilmente aiuterà la pace nel mondo e forse (per lo più inconsapevolmente) verserà invece benzina sul fuoco, contribuendo a morte e distruzione, sottraendo risorse a sanità, ambiente, istruzione, ricerca. Ma non c’è alcuna possibilità di mantenere in vita l’Unione Europea, quella è già morta, nessuno potrà resuscitarla. Michele Serra evoca, con una sorta di nostalgia per la propria gioventù comprensibile in chi ha ormai passato i settanta, l’Europa di De Gasperi e Adenauer, perfino quella di Altiero Spinelli o di Aldo Capitini; ma è cambiato il secolo, il modo di produzione, il pianeta. L’unica Europa che esiste oggi l’abbiamo davanti: è quella dei 27, di Orban ungherese e Marcel Ciolacu rumeno, di Giorgia Meloni e Emanuel Macron, di Costa e Von der Leyen. E’ un’Europa dispotica, aggressiva, predatrice, xenofoba, ostile. Ha sostituito e ucciso quella del XX secolo. Andare in piazza a sostenerla è follia pura, autolesionismo. Ne prendano atto tutti, finalmente: come nelle vecchie monarchie la cerimonia funebre del 15 marzo prevede il grido è morta l’Unione Europea viva l’Unione Europea! I presenti sono chiamati a incoronare il nuovo sovrano.
Esiste un’altra Europa? Ma certo! I giovanissimi nati nel terzo millennio (nonostante il calo demografico esistono) hanno imparato a girare nel vecchio continente senza incrociare sbarre doganali di confine, la Gran Bretagna pagherà un prezzo per averle rimesse e già sta cominciando a farlo. I migranti sono fuggiti dalla guerra, non certo per andare altrove ad armarsi e a combattere. Bisogna ritrovare l’orgoglio di essere internazionalisti, non è in contraddizione con l’amore per la propria terra, per una casa, per una vigna, per un lembo di orizzonte. Mai come in questo frangente la pace prende la forma di un programma rivoluzionario; è l’esatto contrario del programma di riarmo, che infatti mira all’esproprio del comune. La nostra Europa pone quale condizione preventiva proprio la diserzione in aperta opposizione al riarmo; e si tiene consapevolmente lontana dalla manifestazione dl 15 marzo, senza anatemi, ma al tempo stesso con una ostile estraneità.

L’immagine è tratta da Wikimedia

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La violenza del potere nudo

Pixabay.com

di Alessandra Algostino

È difficile comprendere il presente, sconvolto da vortici e tornanti, guerre imprescindibili e paci che improvvisamente ne squarciano l’ineluttabilità; genocidio in diretta e migranti che muoiono lungo i confini, nel silenzio indifferente e complice. È difficile capire, ma pare di scorgere una costante: un potere senza remore, che anzi ostenta – nuda – la sua violenza. Non ha vergogna della sua protervia, ma la rivendica. Non finge di rispettare limiti, ma li infrange con tracotanza. È oltre l’impunità, perché è la legge, una legge che si identifica con la mera forza.

Non vuole nemmeno solo gestire le istituzioni democratiche, ma smantellarle; grida oscenità innanzi al mondo (Trump) o balbetta ipocrite retoriche stantie (i governanti d’Europa), e ha perso il senso del diritto come limite, del diritto teso alla garanzia della dignità umana, del diritto come alternativa alla guerra.

È da rimpiangere il potere che finge di rispettare i diritti e i vincoli del diritto, che occupa le istituzioni democratiche mantenendone la maschera? Forse almeno è un potere che può essere demistificato, al quale si può imputare la violazione; è un potere che si nasconde perché la forza allo stato puro è ancora percepita come un disvalore.

Oggi il diritto, sfibrato da doppi standard, cessa semplicemente di esistere, squalificato, deriso, ignorato; basti pensare alle accuse di antisemitismo rivolte alla Corte internazionale di giustizia o agli inviti rivolti a Netanyahu in totale spregio del mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale. È un passo oltre verso la barbarie: non solo si valica il limite ma si nega che esista. E il limite rappresentato dal diritto garantisce il rispetto dell’umano: dell’uguaglianza, dei diritti, della pace.

I palestinesi come animali umani, l’osceno filmato di una Gaza resort letteralmente costruita sui resti di un popolo, il vanto per i migranti deportati in catene: è la violenza disumana del potere.

Quale potere? È un potere economico e politico insieme: la collusione tra sfera politica ed economica e l’influenza del potere economico su quello politico sono storia antica, ora si ripresentano in forme che riportano indietro le lancette della storia, al periodo medievale dell’ordinamento patrimoniale-privatistico, come mostra plasticamente la foto dell’insediamento di Trump, circondato dai big del capitalismo digitale.

È una fusione che liquefa il costituzionalismo e il diritto internazionale, e, dopo aver sciolto nell’acido del mantra neoliberista la democrazia sociale, intacca la democrazia nella sua veste minima – e non sufficiente – come liberale. La democrazia scivola nell’autocrazia, in un interregno dove si afferma una classe «unicamente “dominante”, detentrice della pura forza coercitiva» (Gramsci) e le qualificazioni ossimoriche della democrazia, come “democrazia illiberale” e “democrazia plebiscitaria”, assumono le sembianze di un nudo neoliberismo autoritario, una plutocrazia, una tecno-oligarchia, un fascio-liberismo.

Scompare il diritto; i diritti sono ignorati, neanche più distorti a coprire politiche di potenza; chi osa evocare il diritto è dileggiato e stigmatizzato; la politica è privatizzata. Nell’assenza di ogni limite, di ogni considerazione per l’umano, l’unica logica è quella della forza, l’unico futuro che viene prospettato è la guerra. La normalizzazione del clima bellico, la dicotomia amico-nemico, il “There Is No Alternative”, la deriva autoritaria, la competitività sfrenata di un tecno-capitalismo mai sazio convergono nel sostenere il ritorno del flagello della guerra.

E l’Europa? Le contraddizioni di un’Unione europea votata all’ordoliberismo e di un’Europa che da secoli

«non la finisce più di parlare dell’uomo pur massacrandolo dovunque lo incontra, a tutti gli angoli delle stesse sue strade, a tutti gli angoli del mondo» (Fanon),

la rendono incapace di sfuggire all’epidemia di cecità che la precipita nella brutalità della guerra come unico orizzonte.

Scendere in piazza, sì, ma non per una Europa, non meglio identificata, ma che in realtà ben si riconosce nei paradigmi neoliberisti e nella sindrome della fortezza. Scendere in piazza per ripartire dall’umano, dall’idea di una libertà sociale che abbia al centro la persona umana, anzi, le persone umane nella loro pluralità, nella loro effettivamente libera emancipazione, personale e collettiva. Scendere in piazza per una politica, e un diritto, che agisca nel segno della trasformazione dell’esistente. È la logica del dominio e della sopraffazione che occorre rovesciare: ovvero è contro la guerra e il capitalismo che è necessario rivoltarsi. Utopia? Iniziamo a pensare possibile ciò che appare impossibile. «Quando sentite che il cielo si sta abbassando troppo, basta spingerlo in su e respirare» (Krenak).

Pubblicato su il manifesto del 7 marzo 2025.

e su su Comune-info l’8 Marzo 2025

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Europa di pace per tutti i popoli

di Rete Italiana Pace e Disarmo

Oggi, di quale Europa stiamo parlando? Europa di pace o Europa di guerra? Europa armata, o Europa disarmata? Europa che investe in armi tagliando il welfare? O Europa che investe in cooperazione tagliando le spese militari? Ci opponiamo alla scellerata decisione di sospendere le regole di bilancio per le spese della difesa armata, facendoci entrare in una economia di guerra.
Siamo con gli ucraini. D’accordo, ma come? Dicendogli “vi diamo le armi e combattete” o facendo diplomazia per salvare il salvabile?

Da sempre ripetiamo che non esiste soluzione militare del conflitto: la guerra non la vince nessuno. La scelta armata fatta per difendere l’Ucraina dall’invasione russa, ha portato da 3 anni ad uno stallo evidente, una guerra di logoramento costata da entrambe le parti decine di migliaia di morti e un numero infinito di vedove, orfani e mutilati. La via militare è un fallimento è l’evidenza dei fatti è lì a dimostrarlo.

Nessuno la guerra la vince, la pace invece la possono vincere tutti.

Stessa cosa per quanto accade nella sponda sud del Mediterraneo, l’Europa è pronta a schierarsi per il riconoscimento del diritto di autodeterminazione dei palestinesi come riconosciuto da infinite risoluzioni delle Nazioni Unite, o per gli amici si usa la politica del “doppio standard”, tollerando crimini di guerra, occupazione e pulizia etnica?

Non sono domande provocatorie, sono domande sincere, necessarie, per capire quale Europa dobbiamo ricostruire, quale sicurezza e politica estera vogliamo sostenere.

Il Manifesto di Ventotene, Per un’Europa libera e unita, aveva l’obiettivo di liberare l’Europa, e progressivamente il pianeta, dalle guerre.

“Quale sia il male profondo che mina la società europea è evidentissimo ormai per tutti: è la guerra totale moderna, preparata e condotta mediante l’impiego di tutte le energie sociali esistenti nei singoli paesi. Quando divampa, distrugge uomini e ricchezze; quando cova sotto le ceneri, opprime come un incubo logorante qualsiasi altra attività. Il pericolo permanente di conflitti armati tra popoli civili deve essere estirpato radicalmente se non si vuole che distrugga tutto ciò a cui si tiene di più”. (Altiero Spinelli in Stati Uniti d’Europa e le varie tendenze politiche, 1942).

L’Europa per dimensione e peso economico, per cultura politica, per tradizione storica deve farsi carico di promuovere il rilancio della multilateralità e la collaborazione globale per un futuro comune. Deve dismettere la postura della supremazia e porsi in una posizione di neutralità attiva nella competizione globale. Deve promuovere una “sicurezza condivisa”, e non la “fortezza Europa”, tenuta in piedi con la forza delle armi, con i muri e con politiche economiche restrittive, inique ed ancora fondate sul fossile.

Data la natura altamente delicata della sicurezza, della difesa e della politica estera, l’idea che la costruzione di un complesso militare-industriale europeo possa avere come risultato un rafforzamento dei legami tra gli Stati membri favorendo un miglioramento del consenso, è un tragico errore. Ciò che è certo è che l’Esercito europeo è attualmente solo una giustificazione retorica di decisioni che puntano a spostare ingenti risorse dai compiti civili dell’Unione a fondi a disposizione degli interessi dell’industria militare senza una visione ed un progetto di società per le future generazioni, con il solo risultato di togliere fondi alla coesione sociale ed economica, alla cooperazione ed alla transizione ecologica.

L’Europa deve rimanere uno spazio multinazionale capace di diventare una grande potenza di pace, che faccia i conti con il passato coloniale e con la necessità di porvi rimedio, che escluda la guerra dai propri strumenti politici e che utilizzi la sua grande capacità economica, scientifica e tecnologica per favorire il riequilibrio nella distribuzione delle opportunità e delle conoscenze tra i popoli. La pace è una conquista della politica che si costruisce nel tempo: sappiamo che c’è sempre un’alternativa da poter percorrere al fallimento totale della politica che è la guerra.

Per un’Europa costruttrice di pace e di sicurezza per tutti i popoli:

– L’Europa deve agire come una vera comunità politica, democratica ed economica dentro un sistema multilaterale e non di blocchi politico-militari che competono e si reggono sulla deterrenza militare.

– L’Europa deve avere una propria politica estera fondata sulla cooperazione e sulla costruzione di pace, giustizia e sicurezza condivisa e comune, regolata dal diritto internazionale.

– L’Europa deve rafforzare il modello sociale europeo ampliando l’accesso ai diritti ed alle tutele, destinando le proprie risorse alla difesa civile, alla transizione ecologica alla cooperazione ed al la solidarietà dentro e fuori l’Unione Europea, allargando la sfera di cooperazione (economica, culturale, strategica) per il rafforzamento della democrazia e del raggiungimento degli obiettivi dello sviluppo sostenibile a partire dalle aree di vicinato, tanto a Est come a Sud, per poi estendersi al resto del mondo, e non per il riarmo e per l’economia di guerra.

– L’Europa deve praticare una politica commerciale coerente e strumentale alla politica di pace e di sicurezza condivisa: ridurre il divario tra paesi ricchi e paesi poveri; ridurre le diseguaglianze e sconfiggere le povertà e le migrazioni forzate; investire nella transizione ecologica, promuovere stabilità, pace e sicurezza comune.

Così facendo, il concetto di difesa assume un connotato completamente diverso da quello che si sta discutendo, non è più la difesa militare ed il riarmo per difendersi da un nemico o da una invasione, ma è il consolidamento di un sistema di relazioni tra stati che cooperano, regolato dal diritto internazionale e da forti scambi economici, culturali, di interdipendenza e di scambio, con un basso investimento negli eserciti e nelle armi, ed alto investimento nella difesa civile e nonviolenta, nella cooperazione e nel mutuo aiuto.

Rinnoviamo l’invito a portare nelle piazze, ad esporre alle finestre la bandiera della pace che rappresenta questa idea di Europa e che non può essere usata per giustificare la corsa e la spesa al riarmo ed alla guerra, ma per sostenere l’alternativa alle guerre ed alla prepotenza dei più forti, di chi vuole imporre la legge del più forte, dei ricatti, della supremazia. Vale per l’Ucraina, Vale per la Palestina, vale per tutte le guerre che subiscono le popolazioni.

La nostra Europa deve essere un’Europa di pace e di sicurezza condivisa e comune per tutti i popoli.

È il momento di una grande campagna europea per contrastare la corsa al riarmo ed un’economia di guerra.

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L’UE può sopravvivere solo come progetto di pace e non come sussidiaria della NATO

Foto di worldbeyondwar.org

di Florina Tufescu – 
Traduzione dall’inglese di Daniela Bezzi. Revisione di Maria Sartori.

Dirigenti dell’Unione Europea, basta con il bellicismo!

L’ultimo sondaggio commissionato dal Consiglio Europeo per gli Affari Esteri (ECFR, un influente think tank in cui lavorano numerosi politici di spicco, funzionari dell’UE ed ex segretari generali della NATO) mostra che il 41% dei cittadini europei preferirebbe che l’Europa esercitasse pressioni sull’Ucraina affinché si impegni in negoziati con la Russia, rispetto al 31% che è favorevole a un continuo sostegno militare. Tuttavia, la conclusione dell’analisi del sondaggio, di cui è coautore il direttore dell’ECFR, è che i leader europei non debbano prestare attenzione alle opinioni dei cittadini, ma semplicemente riformulare e perfezionare il loro messaggio, sottolineando la preferenza per la “pace duratura” raggiungibile attraverso il proseguimento del conflitto, invece di una pace reale che potrebbe essere raggiunta già adesso mediante i negoziati.

Sappiamo dal capo della delegazione ucraina e leader del Partito al Servizio del Popolo, David Arahamiya, che i negoziatori russi “erano pronti a porre fine alla guerra se avessimo adottato – come fece una volta la Finlandia – la neutralità”. La proposta è stata respinta per la mancanza di garanzie di sicurezza e per il fatto che l’intenzione di aderire alla NATO era scritta nella Costituzione ucraina. Un successivo round di colloqui di pace nell’aprile 2022 è stato presumibilmente sabotato dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, secondo quanto riferito da più fonti, che includono ancora una volta il portavoce ucraino.

Da allora non è stato tentato alcun negoziato di pace, probabilmente perché il rischio di successo era troppo alto. La guerra deve continuare per giustificare l’espansione delle industrie militari degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. La spesa militare totale della NATO, che dovrebbe essere un’alleanza “difensiva”, ha raggiunto il massimo storico di 1.100 miliardi di dollari nel 2023. Secondo i dati forniti dal SIPRI, la spesa militare dei Paesi dell’Europa centrale e occidentale, che si sono auto dichiarati campioni della democrazia e della pace, è arrivata anch’essa al massimo storico, ovvero a 345 miliardi di dollari già nel 2022, in confronto alla Russia, una dittatura direttamente coinvolta nella guerra, che ha speso solo 86,4 miliardi di dollari per la difesa militare nel 2022, sempre secondo il SIPRI.

La guerra in Ucraina ha già causato centinaia di migliaia di vittime dal febbraio 2022, oltre ai milioni di rifugiati e il 30% del territorio ucraino contaminato dalle mine. Non si può permettere che questa tragedia continui solo per giustificare la crescita dell’industria delle armi, di cui i leader dell’UE sembrano ora decisi a fare uno dei punti chiave, con il commissario per il Mercato interno Thierry Breton che chiede altri 100 miliardi di euro di finanziamenti militari, in aggiunta a tutti gli impegni esistenti a livello UE e a livello nazionale da parte dei Paesi europei in quanto membri della NATO. Come il tricheco addolorato del poema di Lewis Carroll, i leader dell’UE e della NATO hanno mostrato la loro faccia più triste nel sottolineare l’inevitabilità dei preparativi per la guerra, pur non facendo nulla per ridurre il conflitto e mostrando la massima disinvoltura di fronte al rischio di escalation nucleare.

Le possibilità di porre fine alla guerra sono già note e sono state discusse negli accordi di Minsk e nei negoziati di pace di Istanbul. Gli accordi dovrebbero includere la neutralità dell’Ucraina e la garanzia dei diritti della minoranza russa in Ucraina, che sarebbe un modo molto più efficace di minare l’influenza di Putin invece di inviare altre armi.

Inoltre, l’UE dovrebbe sostenere gli obiettori di coscienza di Russia, Ucraina e Bielorussia. Il diritto all’obiezione di coscienza, sancito dall’articolo 9 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dall’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, non è attualmente riconosciuto dall’Ucraina e, sebbene sia legalmente riconosciuto in Russia per il personale non militare, secondo l’Ufficio europeo per l’obiezione di coscienza viene disatteso in circa il 50% dei casi.

Meno di 10.000 dei 250.000 russi che sono fuggiti dalla loro patria per evitare il servizio di leva, hanno ottenuto asilo nell’UE, nonostante l’appello lanciato da 60 organizzazioni già nel giugno 2022 (relazione annuale dell’EBCO, Agenzia Europea per l’Obiezione di Coscienza, pag. 3). Questa strada verso la pace non è stata dunque percorsa, presumibilmente perché i rifugiati pesano sull’economia senza alcun vantaggio per le cricche di potere, mentre l’industria militare è altamente redditizia per alcuni ed esercita un’influenza sempre più grandi sulle politiche dell’UE, come rivelano il rapporto Fanning the Flames pubblicato dal Transnational Institute e dall’European Network Against Arms Trade e il rapporto ENAAT (Rete Europea Contro il Commercio delle Armi“From war lobby to war economy” (Dalle lobby della guerra all’economia di guerra).

È giunto il momento per i leader dell’UE di recuperare un briciolo di credibilità dimostrando di essere disposti a fare almeno un modesto investimento nella pace e nei negoziati di pace, parallelamente all’investimento senza precedenti nei preparativi per la guerra. È ora che i leader dell’UE antepongano gli interessi dei cittadini europei e degli esseri umani in generale a quelli dell’industria bellica.

L’articolo è stato pubblicato su pressenza il 9 aprile 2024 ed  è disponibile anche in: IngleseFranceseTedescoPortoghese

La foto è di Foto di worldbeyondwar.org 

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