Enrico Letta: il cavaliere dalla nobile coscienza

di Gianni Giovannelli

E se la Nato chiama
ditele che ripassi:
lo sanno pure i sassi:
non ci si crede più.                                                        

(Marcia della Pace Perugia-Assisi, 1961:
Franco Fortini e Fausto Amodei, camminando)      

Nel 1854, a New York, fu pubblicato un opuscolo di Marx (Il cavaliere dalla nobile coscienza), dedicato alla figura di Lord Palmerston, rimasto vent’anni Segretario per la Guerra nelle file dei conservatori e successivamente, per altri vent’anni, a capo della politica estera, ma ora quale esponente dei progressisti. Ogni volta trovava il modo di presentarsi come il rappresentante di una novità politica, come l’unica possibile soluzione per risolvere le crisi di governo. Un giudizio rimaneva sempre fermo nel suo agire, ovvero l’anonima nullità del Parlamento. Almeno così riteneva Marx in questa salace ma puntualissima invettiva.
Lo scritto mi è tornato alla memoria leggendo il recente intervento, concesso in esclusiva da Enrico Letta al quotidiano Il Foglio: per almeno due graffianti annotazioni. La prima: quando è incapace di tenere testa a un avversario forte ne improvvisa uno debole. La seconda: a forza di adulazioni e di seduzioni quell’Alcina riusciva a trasformare tutti i suoi nemici in giullari. D’accordo. Enrico Letta non è certo Palmerston (che non si sarebbe mai fatto fregare il posto di comando da un birbante toscano di provincia); ma attenzione a non sottovalutarlo, quando gli altri son tutti ciechi pure un orbo vede lontano.
Enrico Letta è assai abile nel sedurre, e non si sente per nulla in imbarazzo nell’adulare; questo non significa affatto che non sia pronto a colpire, occorrendo alle spalle. Giuseppe Conte, buon incassatore, è diventato assai più guardingo, dopo aver subito, insieme a complimenti eccessivi, uno sgambetto inatteso nel corso delle elezioni per la presidenza della Repubblica; il sempre sorridente Roberto Speranza farebbe bene, pure lui, ad evitare distrazioni, dopo il troppo caloroso abbraccio del segretario PD durante la caricatura di congresso organizzata a Roma da Articolo 1. Più che una fusione si profila la resa incondizionata del manipolo di ex dissidenti, con prevedibili risse per agguantare i pochi seggi disponibili alle prossime elezioni nazionali. Letta non esita a lodare, elogia perfino Giorgia Meloni, giusto per non trascurare nulla. Attenti: la maga Alcina (Palmerston/Letta) è assai lesta nel trasformare gli ammaliati in piante o animali, anche quando magari sembra accontentarsi di renderli vocianti giullari della Nato.
Enrico Letta evita gli avversari che potrebbero infastidirlo, ostacolando il corso da lui prefissato degli eventi; preferisce dunque sostituirli con altri più deboli, da lui appositamente scelti o, quando occorre, perfino creati dal nulla.  In genere sono personaggi grigi e inutili, resi famosi per 15 minuti e ricacciati in archivio a fine spettacolo. Quando la pandemia occupava le prime pagine Letta vestiva i panni del paladino della scienza, attaccando con foga qualche ingenuo malcapitato, chiamato a ricoprire il ruolo dell’oscurantista o del negazionista. Negli ultimi due mesi ha scoperto, come Palmerston, di poter utilizzare una nobile coscienza e si è fatto cavaliere della libertà, della resistenza popolare, della guerra di liberazione dal dispotismo russo; alla testa delle truppe governative mobilitate dal maresciallo Draghi va stanando i renitenti alla leva, ignobili pacifisti al soldo del tiranno Putin e dei suoi alleati.

Le sette unioni e il programma di restaurazione

Enrico Letta evoca, in apertura del suo saggio, nientemeno che un nuovo ordine europeo contro il dispotismo putiniano, un nuovo ordine che secondo lui dovrebbe sorgere dalla guerra e dalla pandemia, appoggiato a sette pilastri. Il primo pilastro viene individuato in una politica estera comune, fondata sul piano di sanzioni messo a punto da Mario Draghi e da Janet Yellen, entrambi membri del Gruppo dei TrentaMa si guarda bene dallo spiegare quali misure andrebbero in concreto adottate per evitare l’inflazione galoppante e la crisi economica connessa all’aumento dei costi energetici, alla strategia delle sanzioni. In realtà i 27 paesi dell’Unione sono profondamente divisi proprio sul come affrontare le conseguenze di guerre e ritorsioni, sia sul piano di un welfare adeguato sia sulla spinosa questione del deficit. Il secondo pilastro si presenta ancora più fragile e sconsiderato del primo. Si tratterebbe di confederare all’Unione Europea dei 27 (ormai orfani del Regno Unito, divenuto quasi ostile) Ucraina, Moldavia (con o senza i contrabbandieri della Transnistria ?), Georgia (con o senza Abkhazia e Ossezia ?), e a maggior ragione, sussurra il Letta, tutti i paesi balcanici (dunque Serbia, Montenegro, Albania, Macedonia, Kossovo, Bosnia, ma a questo punto perché non la confinante Turchia con il suo pezzo di Cipro ?). Già esiste un diritto di veto che impone ai 27 l’unanimità; figuriamoci se una simile Confederazione, piena zeppa di litigi antichi, sarebbe in grado di organizzare il cambiamento climatico, oltre a garantire la pace! Questa è una consapevole esposizione fraudolenta, comunque è un disegno non realizzabile. Il terzo pilastro riguarda l’accoglienza. Sostiene Letta che la vecchia contrapposizione frontale in tema di rifugiati si sarebbe ribaltata per poter soccorrere chi fugge dalla guerra, sottolineando in particolare lo sforzo del governo polacco. Ma non è affatto così; il trattamento riservato dal governo polacco ai diversi che premevano alla frontiera bielorussa, respinti e bastonati, non lascia dubbi. Rimane viva nella vecchia Europa, a est come a ovest, la xenofobia razzista, l’aiuto umanitario non vale per tutti, l’accordo momentaneo connesso alla guerra non può diventare regola. Anche Visegrad possiede diritto di veto. Il quarto pilastro, la politica energetica, si concreta in una generica petizione di principio, senza indicazione puntuale di passaggi operativi, di investimenti (e di profitti). Propone di moltiplicare le fonti di energia rinnovabili, ma al tempo stesso tace, senza prendere posizione, sulle continue pressioni per introdurre il nucleare, a dispetto dell’esito referendario italiano e delle normative tedesche vicine all’entrata in vigore. Di fatto il governo italiano cerca rifornimenti fossili (gas e petrolio) in altri e diversi paesi (che peraltro neppure applicano sanzioni e commerciano con la Russia), senza alcun progetto energetico comprensibile e chiaro, lasciando di fatto ogni ricaduta sulle spalle dei meno abbienti. Chi ci guadagna? Per ora le banche, non certo i precari. Il quinto pilastro lascia pochi dubbi, posto che tratta esplicitamente della sicurezza militare. Il buon Letta riconosce che già nel lontano 1954 il tentativo di costruire la Comunità Europea della Difesa si era concluso con un naufragio, e da allora nessuno ne aveva più parlato, lasciando in sostanza ogni decisione alle strutture sovranazionali della Nato. Ora vorrebbe che Italia, Spagna, Francia e Germania promuovessero un esercito europeo, autonomo dai singoli Stati; ma al tempo stesso non può non essere consapevole che si tratta di una pura astrazione, senza gambe per camminare. È solo un alibi per giustificare il cedimento alle pretese delle grandi imprese che producono armi e le vogliono vendere! Peraltro questi quattro paesi sono profondamente divisi al loro interno, tutti con una evidente mancanza di consenso delle popolazioni verso i singoli esecutivi che le governano, reggendo a fatica solo grazie alla mancanza di alternative possibili. La navigazione a vista consente di sopravvivere, non di pianificare. Il sesto e il settimo pilastro (welfare e salute) indicati dal leader del PD lasciano il lettore sconcertato, per l’ovvietà delle premesse e per la totale carenza di reali prospettive.  Si afferma: una democrazia che funziona ha una forte dimensione sociale: è lo spazio della redistribuzione, della solidarietà e della tutela dei diritti. In astratto la proposizione si presenta sensata. Ma il governo Draghi non pare affatto intenzionato a percorrere questa via; si guarda anzi bene dal contrastare la speculazione in atto, mediante inflazione, o perfino in qualche caso stagflazione, accettando piuttosto l’allargamento costante della forbice fra ricchezza e povertà. L’erosione di salari reali e pensioni prosegue senza sosta, al tempo stesso incrementando la spesa militare, ritenuta inderogabile fino al punto di rischiare la caduta del governo. Con un ribaltamento dei ruoli che lascia esterrefatti, sia sul fronte del valore catastale revisionato (dire che non comporta aggravi fiscali è una presa in giro), sia sul fronte delle bollette, la sinistra sostiene a spada tratta i prelievi in danno delle masse popolari, mentre la destra chiede un incremento della spesa sociale, anche sforando i limiti del pareggio di bilancio; davvero il mondo va alla rovescia, con Ferrara e Sesto San Giovanni capisaldi elettorali di Salvini! Quanto alla sanità, a prescindere da vuote affermazioni di circostanza, il cavaliere dalla nobile coscienza farebbe bene a spiegare la ragione che spinge lui, e il suo amico Mario Draghi, a non mettere in cantiere poche rapide norme che consentano, in questa fase di crisi economica e sociale, un virtuoso prelievo fiscale sulla quota di profitti giganteschi realizzati dalle società farmaceutiche durante la pandemia, consentendo invece loro di costruire, con la connivenza dei vertici europei, percorsi monetari sostanzialmente fraudolenti, che si traducono in benefici fiscali scandalosi. Un muratore subisce il prelievo minimo del 23% sul suo magro salario e Pfizer paga (ma all’estero) il 7% su un profitto già ampiamente tagliato grazie ad astute detrazioni. Lasciando da parte ogni rilievo sull’opportunità o meno di inviare armi dirette (magari per sentieri traversi) verso territori nei quali si spara (Ucraina compresa, senza escludere gli altri luoghi), chi ci guadagna e quanto? I prodotti bellici esportati dall’Italia, spesso per dubbi motivi di sicurezza occultati nelle spedizioni, sono fiscalmente tracciati? Contanti o bonifici?
Di questo si dovrebbe discutere in un Parlamento che non sia l’anonima nullità cara a Lord Palmerston o il pilota automatico elaborato dal primo ministro Draghi, questa sarebbe democrazia trasparente. Invece va di moda l’aria fritta di cui scriveva, inascoltato, Ernesto Rossi, un galantuomo che si starà rivoltando nella tomba di fronte a quel che oggi sono diventati i radicali italiani. Come notava nel XVII secolo il nostro maggior scrittore di cose militari, Raimondo Montecuccoli: E’ il danaro quello spirito universale che per tutto infondendosi l’anima e  ‘l move; è virtualmente ogni cosa, lo stromento degli stromenti, che ha la forza d’incantar lo spirito de’ più savi e l’impeto de’ più feroci. Qual meraviglia dunque se producendo gli effetti mirabili di cui son piene le storie, richiesto tal’uno (n.d.r.: si trattava di Gian Giacomo Trivulzio) delle cose necessarie alla guerra egli rispondesse tre esser quelle: danaro, danaro, danaro.

Quale Europa?

Dopo aver indicato i sette punti programmatici Enrico Letta chiude il suo saggio politico-economico con inquietanti proposte di riforma della struttura comunitaria. Nel 2020 le sanzioni europee alla Bielorussia, dopo le contestate elezioni presidenziali, furono bloccate dal veto di Cipro, unico dei 27 paesi ad opporsi; il leader del PD si dichiara indignato per questo imprevisto incidente di percorso e coglie la palla al balzo chiedendo la rimozione del diritto di veto in capo ad ogni singolo stato, ravvisando in tale istituto l’elemento principe della debolezza europea.
Le cose naturalmente non stanno proprio così. La Turchia, come noto, occupa da anni una parte dell’isola, dopo averla invasa con le armi, senza provocare l’indignazione dell’occidente democratico. Ora intende mettere le mani sul petrolio dei giacimenti ciprioti, e ha più volte dato corso a veri e propri colpi di mano, a cannoni spianati per avvertimento. Cipro, paese piccolo e poco armato, chiese ripetutamente, ma invano, sanzioni economiche dissuasive nei confronti di Erdogan; l’Unione Europea ha sempre fatto (è il caso di dirlo) orecchie da mercante. Evidentemente non c’erano ragioni di irritare il governo turco, considerando l’adesione alla Nato e una certa cointeressenza occidentale negli affari petroliferi.
Cipro allora pose un’alternativa: non si opponeva alle sanzioni contro la Bielorussia a patto che l’Unione Europea sanzionasse pure la Turchia, sperando così di essere lasciati in pace (da Erdogan, non da Lukaschenko). Ma il cavaliere dalla nobile coscienza è disponibile a prendere provvedimenti contro russi e alleati dei russi, non certo nei confronti di un paese amico (dell’America) quale è la Turchia. Chi aderisce alla Nato ha diritto di invadere e bombardare (come fece D’Alema devastando Belgrado); anzi quello non fu neppure un bombardamento, forse al più una operazione di polizia internazionale (tra ex compagni si tende ad usare il medesimo vocabolario).
Per ironia del destino la Conferenza sul futuro dell’Europa si chiude il 9 maggio, la stessa data scelta da Putin per dichiarare liberato il Donbass; probabilmente sono tutti un po’ troppo ottimisti. Certamente la strada indicata da Enrico Letta, ovvero di procedere ad una revisione dell’assetto istituzionale europeo, favorendo l’alleanza dei più forti e cancellando l’autonomia dei più deboli, si presenta assai pericolosa per la pace futura. Il leader del PD vorrebbe in questo modo rafforzare l’Unione, ma non comprende che, ove mai fosse ascoltato, in questo modo la distruggerà. Gli Stati Uniti e l’Inghilterra sentono che il loro dominio vacilla; per mantenerlo debbono modificare l’equilibrio del vecchio continente, completare il tragitto iniziato con la Brexit. L’Unione indebolita e divisa può diventare un alleato fedele; l’Europa rafforzata e capace di agire in modo autonomo può diventare invece un concorrente.
Enrico Letta riconosce che un mutamento è in atto, che secondo previsioni entro il 2050 la quota occidentale del PIL globale scenderà dal 60% al 26%; ma pretende di fermare il corso della storia, ripristinando l’egemonia bianca occidentale con uno scontro generale diretto ad impedire l’arrivo dei barbari. Si tratta di una strategia che non ha mai avuto molta fortuna nel corso dei secoli; soprattutto quando a condurre le operazioni sono governi che non possono contare sul consenso sociale dei loro governati, ma rimangono faticosamente in sella solo inventando continui artifizi e raggiri.

Meglio uscire dalla Nato.

Proporre oggi di uscire dalla Nato è certamente più una petizione di principio, che una strada rivendicativa realmente percorribile. Non c’è dubbio che i rapporti di forza attuali non consentono di raggiungere davvero questo obiettivo. Ma è anche vero che non ci sono serie alternative a questa doverosa affermazione costituente, se non quella di una malinconica resa, accettando tutto quanto le circostanze ci vanno imponendo. E una testimonianza programmatica ribelle tutto è fuor che una resa. E’ invece la base su cui costruire nuove coalizioni.
Guardiamo le figure che oggi rappresentano il potere. Il democratico Joe Robinette Biden fu nominato senatore del Delaware nel 1972, a soli 29 anni; ha mantenuto il seggio fino al 2008, costruendo un potere dinastico proprio nello Stato che è il notorio paradiso fiscale degli USA. Suo figlio Beau (morto prematuramente per un tumore) di quello Stato fu il procuratore distrettuale, ovvero colui che dirigeva l’azione penale; l’altro figlio, Hunter, dal 2014 al 2019, rimase continuativamente membro della struttura direttiva di Burisma, compagnia importante nel settore del gas. Biden senior divenne vicepresidente con Obama, per essere poi eletto presidente dopo la parentesi Trump.
Burisma nacque nel 2002, per iniziativa di due imprenditori ucraini; uno morì in un incidente d’auto, l’altro, Mikola Lisin, fu l’artefice del successo di questa struttura imprenditoriale. Spostata già nel 2006 la sede legale originaria a Cipro, per ovvie ragioni fiscali, Burisma acquisì il controllo (69,47%) di Sunrise Energy Resources, impresa americana del settore energetico con sede (naturalmente!) in Delaware; e Sunrise, a sua volta, acquistò nel 2008 due società ucraine del gas, Esko Pivnic e Pari. L’operazione continuò con la cessione quasi contestuale dell’affare a un cartello composto da quattro società panamensi ed una americana, poi con il controllo di tre importanti imprese energetiche ucraine. Nell’apparato dirigente di Burisma ritroviamo pure Alexander Kwasniewski, per 10 anni presidente socialdemocratico della Polonia (ex POUP prima della caduta del muro), ora uomo d’affari buon amico degli americani. Burisma ha infine ottenuto ben 20 licenze per idrocarburi proprio nelle terre contese del Donbass; sono giacimenti in buona parte inesplorati ma ricchissimi, rappresentano secondo le stime oltre l’80% del potenziale gas/petrolio ucraino, nel centro del conflitto attualmente in corso. Dopo l’elezione (per nulla scontata) alla presidenza, Zelenskij ricevette le pressioni di Trump per colpire Biden e di Biden per colpire Trump; è un riflesso condizionato, gli USA non riescono mai ad evitare di intromettersi negli affari interni di altri paesi, quando intravedono potenza e denaro. Questa è una guerra per conquistare il controllo dei giacimenti, dunque il compromesso è possibile, trattandosi di soldi.
A questa guerra partecipa, interessato, il cavaliere dalla nobile coscienza, Enrico Letta, e con lui sta Mario Draghi. Se preferite è Enrico Letta a stare con Mario Draghi, poco cambia, questione di gerarchie fra sottufficiali. Il loro legame con gli americani è assai più solido di quello che hanno con l’Europa; più esattamente lavorano per costruire l’alleanza di un’America forte con un’Europa indebolita. Mario Draghi è un esponente di spicco del Gruppo dei Trenta, viene dalla finanza, agisce sul prelievo e sulla distribuzione; Enrico Letta è fin dal 2015 un membro della celebre Trilateral, viene dalla politica. Nel 1991, venticinquenne, fu eletto capo dei Giovani Democristiani Europei, poi divenne deputato europeo nel gruppo liberale di ALDE (con gli spagnoli di Ciudadanos, per capirci), a seguire fu nominato ministro in più governi, e ora è il leader del PD. La sua Trilateral, creatura di Rockfeller e di Chase Manhattan Bank, è un pensatoio operativo globale; al vertice europeo vi è l’inossidabile Trichet, scelto dopo i risultati ottenuti guidando la BCE nella stagione del contenimento della spesa pubblica. In Italia Trilateral può contare fra gli altri su Giampiero Massolo (prima ai servizi segreti ora in Fincantieri), su Tronchetti Provera, su Carlo Messina (Banca Intesa), su Monica Maggioni (RAI).  Trilateral condiziona, in quota americana, l’informazione, la comunicazione, la finanza, l’industria (civile e militare) di tutta Italia.
Quest’uomo si presenta sempre come una novità, lascia intendere che abbia appena iniziato la sua vera carriera; rappresenta invece il tramonto, vuole solo prolungare per un tempo indefinito il mondo in cui è nato e in cui si è formato. Vuole la Nato e vuole la supremazia americana; questo è il suo vero programma, ed è il programma di Draghi.
La Nato è il principale strumento di questa imposizione violenta, militare, e al tempo stesso insensata. Nacque nel 1949, fra i fondatori compare il colonialista fascista Antonio de Oliveira Salazar, dittatore del Portogallo; evidentemente la democrazia non costituiva requisito indispensabile per l’adesione all’apparato militare. È dunque un falso storico affermare che la caratteristica originaria e originale della Nato sia la difesa della libertà, dell’autonomia dei popoli, della democrazia. La Nato difendeva i territori delle colonie francesi, portoghesi, inglesi, belghe, olandesi e non certo i movimenti di liberazione nazionale nei territori occupati. La Nato stringeva alleanza con il fascismo di Salazar contro il blocco sovietico, nel tempo della guerra fredda. Ora è un patto militare che piega l’Unione Europea alle esigenze americane. Ma i popoli europei non hanno niente da guadagnare e molto da perdere in questa prospettiva. Meglio sarebbe starne fuori.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 2 maggio 2022

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