Leggi tutto »

Un ordine esecutivo americano, un collettivo italiano spento in una notte

di Francesco Russo
Infrastrutture digitali e sovranità: il caso Autistici/Inventati mostra quanto servizi e domini europei possano dipendere da decisioni prese negli Stati Uniti. (Foto di David Pupăză / Unsplash.)

Autistici/Inventati è un collettivo italiano che da venticinque anni offre servizi digitali – posta elettronica, blog, mailing list, server e strumenti di anonimato – a movimenti e associazioni. Il 26 agosto gli Stati Uniti lo hanno inserito in una lista legata al terrorismo globale. Il caso pone una questione più ampia: quanto è sovrana l’Italia nel mondo digitale, se un provvedimento americano può bloccare un’infrastruttura italiana senza passare da un tribunale italiano o europeo.

Il 26 agosto il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inserito Autistici/Inventati nella stessa lista di designazione usata per Al-Qaeda. Lo strumento è l’Ordine Esecutivo 13224, un atto amministrativo dell’esecutivo americano, non una sentenza. Nel documento compaiono numeri imponenti: sedicimila caselle di posta elettronica, diecimila blog, cinquemilacinquecento mailing list, millecinquecento siti. Ma quante di quelle caselle appartengono davvero a qualcuno che ha commesso un reato?

La domanda è centrale, perché il caso non riguarda soltanto un collettivo di attivisti digitali che fornisce infrastrutture di rete a movimenti sociali, centri sociali, parrocchie, studenti. Riguarda il potere di un governo straniero di spegnere, con la firma di un funzionario, pezzi di infrastruttura utilizzata in Italia senza passare da un giudice italiano o europeo.

Autistici/Inventati nasce nel 2001 dall’incontro tra persone e gruppi dell’area antagonista e anticapitalista interessati alla tecnologia e ai diritti digitali. Le sue origini si intrecciano con Indymedia Italia, la rete di informazione indipendente che raccontò dall’interno le proteste del G8 di Genova. Da allora offre caselle di posta non commerciali, mailing list, blog ospitati su Noblogs e altri servizi, gestiti in gran parte da volontari.

Nella designazione americana il collettivo è descritto come fornitore dell’infrastruttura digitale di cellule antifasciste internazionali: posta, chat cifrate, server, videoconferenze e strumenti di anonimato. Il documento cita un gruppo di Portland che avrebbe usato quei servizi per organizzare un attacco agli elicotteri della polizia di frontiera, con un’incriminazione federale in corso. Il Tesoro cita inoltre, tra i beneficiari dei servizi, il PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan, organizzazione designata come terroristica da Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea.

La questione di fondo è dunque questa: fornire strumenti di comunicazione e cifratura a chiunque li richieda, senza controllare chi li usa e per quale scopo, equivale a sostenerne le finalità?

C’è poi un aspetto giuridico importante. La designazione del Tesoro tramite l’OFAC attribuisce lo status di Sovranita(SDGT), diverso dall’inserimento nella lista delle Foreign Terrorist Organizations (FTO), che compete al Dipartimento di Stato con una procedura distinta. La differenza non è soltanto tecnica: uno status meno formalizzato e deciso con minori garanzie può produrre comunque un blocco totale dei rapporti economici. Da quel momento nessun soggetto americano può più fornire servizi al collettivo, dai server ai domini fino ai pagamenti. Il Tesoro ha dovuto emettere una licenza, la numero 36, per permettere a chi aveva rapporti commerciali con Autistici/Inventati di chiuderli senza rischiare sanzioni.

Il punto debole dell’impianto non sta necessariamente nel sospetto su Portland, che può anche essere fondato, ma nel criterio che non distingue tra chi avrebbe commesso un reato e tutti gli altri utenti. La sociologa Susan Leigh Star osservava che un’infrastruttura tende a diventare visibile quando smette di funzionare. È come il montante dell’acqua di un condominio: se viene chiuso per punire l’inquilino del terzo piano, resta a secco l’intero palazzo, compresi quelli che con quell’inquilino non hanno nulla a che fare.

Le conseguenze si sono viste subito. Il Public Interest Registry, l’ente statunitense che amministra i domini .org, ha applicato ad autistici.org un blocco tecnico chiamato serverHold: il dominio esiste, ma i browser non riescono più a raggiungerlo. Il collettivo ha dichiarato di aver appreso della designazione non da una notifica ufficiale, ma da un tweet del Segretario di Stato Marco Rubio, e di non aver ottenuto risposte dal registrar europeo, che a sua volta risponde a un registro americano. Nella notte tra il 27 e il 28 agosto, alle 3:57, il dominio è sparito dalla rubrica pubblica di internet.

Autistici/Inventati ha respinto ogni accusa, definendo il provvedimento il frutto di un’amministrazione politicamente in affanno e ribadendo l’intenzione di continuare a fornire strumenti di autodifesa digitale a chiunque ne abbia bisogno.

Sul fronte economico la vicenda è ancora più istruttiva. Le donazioni tramite bonifico passavano su un conto Banca Etica, l’istituto italiano della finanza sociale. Non è la prima volta che quel “no” viene pronunciato: era già successo con Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU sui territori palestinesi, anch’essa finita nella lista sanzionatoria americana, a cui Banca Etica non era riuscita ad aprire un conto. La spiegazione resa pubblica all’epoca è tecnica quanto inquietante: un bonifico in dollari tra Milano e Roma transita comunque per New York attraverso il sistema SWIFT, e se tra i soggetti coinvolti compare qualcuno inserito nella lista sanzionatoria, quello scalo può negare l’imbarco, con il rischio di compromettere l’operatività dell’intero istituto. Il timbro americano, in altre parole, non colpisce solo il dollaro: arriva anche al bonifico in euro tra due conti italiani. Il 27 agosto anche il conto PayPal di Autistici/Inventati, l’altro canale di raccolta fondi, è stato bloccato.

C’è un dettaglio quasi paradossale: il collettivo non ha mai accettato Bitcoin, un canale esterno ai tradizionali circuiti finanziari. È una scelta politica coerente con la sua critica alla speculazione finanziaria, ma oggi rappresenta l’unica porta che aveva scelto di tenere chiusa mentre le altre venivano sprangate dall’esterno.

Il precedente più significativo non riguarda però un collettivo di attivisti, ma un magistrato internazionale. A febbraio lo stesso Ordine Esecutivo 13224 aveva colpito Karim Khan, procuratore capo della Corte Penale Internazionale, che aveva emesso un mandato d’arresto per Benjamin Netanyahu. I conti di Khan sono stati congelati e la sua casella di posta professionale, ospitata su Microsoft, è svanita, costringendo la Corte a migrare l’infrastruttura. Lo stesso strumento amministrativo che ieri ha rallentato il lavoro del tribunale internazionale sui crimini di guerra, oggi prova a spegnere un collettivo antifascista italiano.

È il criterio che lega i due casi a dover preoccupare, al di là delle simpatie o antipatie per Autistici/Inventati: se offri un servizio a chi commette reati e non conservi i registri, per l’amministrazione americana puoi diventare complice. Non per una sentenza di un tribunale, ma per una decisione amministrativa. Applicato alla lettera, il criterio coinvolge chiunque offra una cifratura efficace, perché l’anonimato è parte essenziale del servizio. È come considerare un fabbro che vende serrature inviolabili complice di qualunque reato venga commesso dietro una porta che quelle serrature proteggono.

Sul fronte politico italiano è calato un silenzio quasi totale. Nei giorni successivi alla designazione l’unica voce istituzionale registrata è stata quella di Rifondazione Comunista, che ha chiesto al ministro degli Esteri Antonio Tajani di chiarire la posizione del governo su un provvedimento americano che colpisce un soggetto italiano, la sua infrastruttura e i suoi conti. Nell’immediato non è arrivata alcuna presa di posizione ufficiale dell’esecutivo.

È qui che emerge il problema della sovranità. Chi debba essere considerato terrorista non dovrebbe dipendere, per un soggetto italiano, dalla sola firma di un funzionario dall’altra parte dell’oceano, ma da un procedimento in cui l’accusato possa difendersi secondo le garanzie del proprio ordinamento.

È questo il perimetro della sovranità che rischia di consumarsi, un dominio alla volta, un conto corrente alla volta: quando un’infrastruttura italiana dipende da un rubinetto americano, una parte della sua autonomia diventa esposta a una decisione amministrativa statunitense.

La domanda, allora, non riguarda più soltanto Autistici/Inventati. Riguarda chiunque, in Italia, dipenda da un’infrastruttura che non controlla.

Fonti


L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 31 agosto 2026

Un ordine esecutivo americano, un collettivo italiano spento in una notte Leggi tutto »

Leggi tutto »

Dublinanti

di Emilia De Rienzo

Dublinanti. Una parola che fino a poco tempo fa non si sentiva. Non apparteneva al lessico comune, né a quello politico. Ora comincia a comparire nel linguaggio amministrativo, politico e giornalistico. È entrata nel linguaggio come entrano certe muffe: silenziosamente, senza che nessuno se ne accorga, finché non è troppo tardi.

Ha l’aria neutra e pulita delle parole amministrative, quelle che sembrano fatte apposta per mettere in ordine i fogli, per classificare, per rendere gestibile ciò che è complesso. Ed è proprio questo che inquieta. Perché un dublinante non nasce con quel nome. Lo diventa dentro uno sportello, in un momento che spesso non riconosce nemmeno come decisivo. È un’etichetta che non descrive una condizione umana, ma una procedura. Eppure finisce per sostituire tutto il resto: la storia, la vulnerabilità, le relazioni, le speranze.

La genealogia di una parola

Il termine deriva dal sistema di Dublino, l’insieme di norme europee pensate per stabilire quale Stato debba esaminare una domanda di asilo. Nasce con la Convenzione di Dublino del 1990, diventa Regolamento — con Dublino II, nel 2003, poi Dublino III, nel 2013 — via via che l’Unione ne irrigidisce i meccanismi. In teoria, uno strumento di coordinamento. In pratica, un sistema che ha finito per concentrare una parte importante della responsabilità sui Paesi di primo ingresso e per sottoporre gli spostamenti dei richiedenti asilo all’interno dell’Unione a procedure di trasferimento verso lo Stato ritenuto responsabile.

Il linguaggio tecnico ha fatto il resto: da “persona soggetta al Regolamento di Dublino” si è passati a “dublinante”.

Una parola che non dice quasi nulla della persona, ma molto del sistema che la nomina. In concreto, succede questo: un uomo o una donna arriva in Europa, attraversa un confine e appoggia un dito su uno scanner. Un gesto minimo, quasi invisibile. In quel momento, spesso senza saperlo, lascia una traccia amministrativa che può accompagnarlo nel suo percorso. La prima impronta digitale diventa un segno che può inseguirlo attraverso l’Europa. Se poi prova ad andare altrove — per raggiungere un parente, un amico, un luogo dove si sente più sicuro — può trovarsi davanti alla procedura di trasferimento verso lo Stato considerato responsabile della sua domanda. Non perché abbia commesso un reato. Non perché rappresenti un pericolo. Ma perché, secondo quella procedura, “spetta a un altro Stato”.

E intanto c’è una vita che aspetta. Una fila. Un appuntamento. Una stanza. Una risposta. Un sì o un no che può arrivare dopo mesi. La paura di essere trasferiti. La necessità di lasciare ancora una volta un luogo nel quale, forse, si era cominciato a costruire qualcosa. E poi ricominciare.

La neutralità come maschera

È qui che il linguaggio rivela la sua postura politica. Trasformare una persona in una categoria amministrativa significa anche rendere più facile pensarla come un caso da gestire, un fascicolo da spostare, una procedura da chiudere. La categoria burocratica diventa una copertura perfetta: permette di parlare di esseri umani attraverso il linguaggio delle pratiche e, allo stesso tempo, rassicura chi guarda.

Il linguaggio amministrativo non è mai soltanto neutro: è anche uno strumento di governo, che organizza la realtà per conto delle istituzioni.

Una vita reale dietro la parola

Dietro ogni “dublinante” c’è una storia che la parola non contempla. C’è, per dire, Amir — chiamiamolo così — ventitré anni, arrivato a Lampedusa in ottobre con addosso una giacca troppo leggera per il mare aperto. Ha un fratello a Norimberga, un letto già pronto in un appartamento condiviso, un numero di telefono imparato a memoria prima ancora del proprio documento. Quel dito appoggiato sullo scanner in Sicilia, quel gesto di un secondo, ha già deciso per lui: la Germania non potrà mai essere sua, non su questa domanda. Il fratello resta a un treno di distanza che non prenderà. Ma la parola non vede nulla di tutto questo.

La parola serve a non vedere. Non vediamo la persona che aspetta una risposta: vediamo una procedura. Non vediamo la paura di dover partire ancora: vediamo un trasferimento. Non vediamo il tempo sospeso di chi non sa dove potrà vivere domani: vediamo una pratica.

E forse dovremmo chiederci se abbiamo mai provato davvero a immaginare che cosa significhi vivere dentro una parola come questa. Vivere dentro una procedura che decide dove puoi restare e dove devi andare. Aspettare. Non sapere. Ricominciare.

Fermarsi davanti alle parole nuove

Forse dovremmo fermarci di più davanti alle parole nuove. Chiederci non solo da dove arrivano, ma quale idea di umanità stanno servendo. Perché ogni volta che accettiamo una categoria senza interrogare ciò che nasconde, rinunciamo a un pezzo della nostra responsabilità.

Prima delle procedure, delle impronte e della propaganda, c’era — e resta — semplicemente un essere umano. E il modo in cui lo nominiamo dice molto di noi.

L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 24 agosto 2026

La foto è di Ramakanth Chilekampalli su Pexels

Dublinanti Leggi tutto »

La pace oltre i confini: l’impegno eretico di Hermann Hesse 

di Laura Tussi

In un’Europa nuovamente attraversata dalla guerra, dal riarmo e dalla retorica dello scontro tra blocchi, la figura di Hermann Hesse torna a interrogare la coscienza contemporanea. A oltre ottant’anni dalla pubblicazione de Il giuoco delle perle di vetro, il suo rifiuto del nazionalismo, della guerra e dell’obbedienza collettiva conserva una forza sorprendentemente attuale. Hesse non fu un teorico della pace, nel senso politico del termine, né costruì un’organizzazione pacifista. Fu, piuttosto, uno scrittore che fece della libertà della coscienza una forma di resistenza alla barbarie. La sua vicenda dimostra quanto possa essere difficile, e proprio per questo necessario, difendere la pace quando il conformismo trasforma la guerra in un destino inevitabile.

Hermann Hesse non è stato un teorico della politica né un attivista da barricata. Il suo impegno per la pace è stato viscerale, solitario e, per questo, profondamente scomodo. In un’epoca nella quale l’Europa veniva travolta da due guerre mondiali e dal nazionalismo, Hesse scelse di non consegnare la propria coscienza a nessuna bandiera, difendendo invece quella che considerava l’unica patria autentica: l’umanità, la cultura e la libertà dello spirito.

Il rifiuto del delirio bellico

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, mentre la Germania veniva travolta da un’ondata di entusiasmo nazionalista che coinvolse anche numerosi intellettuali, Hesse reagì pubblicamente contro la logica della mobilitazione patriottica. Nel 1914 pubblicò sulla Neue Zürcher Zeitung il celebre appello O Freunde, nicht diese Töne! (“O amici, non questi toni!”), nel quale invitava gli intellettuali tedeschi a non lasciarsi trascinare dall’odio e a preservare i legami culturali e umani al di sopra delle frontiere politiche.

La reazione fu durissima. Hesse venne accusato di disfattismo e di tradimento della patria, mentre il suo atteggiamento gli procurò ostilità, isolamento e la rottura con parte dell’ambiente culturale tedesco. Ma quella solitudine non trasformò la sua posizione in un semplice gesto individuale. Al contrario, divenne l’inizio di un impegno concreto.

Trasferitosi stabilmente in Svizzera, Hesse si dedicò infatti all’assistenza ai prigionieri di guerra, contribuendo alla raccolta e alla distribuzione di libri e materiali destinati ai soldati detenuti. Attraverso il Deutsche Kriegsgefangenenfürsorge, sostenne iniziative di aiuto ai prigionieri e promosse una rete culturale che cercava di mantenere vivo il rapporto umano oltre la separazione imposta dalla guerra.

Il suo pacifismo, dunque, non fu soltanto una posizione teorica. Si tradusse nella scelta concreta di aiutare persone che, secondo la logica bellica, avrebbero dovuto essere considerate semplicemente “nemici”.

La pace come cammino interiore

Per Hesse la guerra non era soltanto un incidente della storia o il prodotto delle decisioni dei governi. Era anche la manifestazione esterna di una frattura profonda dell’essere umano. La violenza collettiva nasceva da quella incapacità di riconoscere nell’altro una parte della propria stessa umanità.

Per questo, nella sua opera, la ricerca della pace si intreccia con la ricerca della propria integrità interiore. Nei romanzi e nei racconti maturati tra le due guerre, la contrapposizione tra spirito e istinto, ordine e caos, razionalità e desiderio non viene risolta attraverso l’eliminazione di una delle due dimensioni, ma attraverso la ricerca di una sintesi.

In Demian, nel Siddhartha, nel Narciso e Boccadoro e, con una diversa impostazione, ne Il lupo della steppa, Hesse racconta individui impegnati a confrontarsi con la complessità della propria identità. La pace, in questa prospettiva, non coincide con la cancellazione del conflitto, ma con la capacità di attraversarlo senza trasformare la diversità in un nemico da annientare.

È una concezione particolarmente significativa anche nel presente. Una società che non sa accettare le proprie contraddizioni tende facilmente a proiettarle all’esterno, costruendo avversari assoluti. Il nemico diventa allora il contenitore di tutto ciò che una comunità non vuole riconoscere in se stessa. La guerra può così diventare anche il risultato di una gigantesca rimozione collettiva.

La resistenza al nazismo

Negli anni Trenta, con l’ascesa del nazismo, Hesse mantenne una posizione di distanza radicale rispetto al regime. La sua casa di Montagnola, in Svizzera, divenne un punto di riferimento per numerosi intellettuali e scrittori tedeschi perseguitati o costretti all’esilio. Hesse sostenne inoltre autori messi al bando dalla dittatura e continuò a pubblicare testi incompatibili con l’ideologia nazista.

Il regime non poteva tollerare la sua concezione della libertà individuale, il suo cosmopolitismo e il rifiuto del nazionalismo aggressivo. Le sue opere furono osteggiate e progressivamente escluse dalla cultura ufficiale del Reich.

Hesse non rispose al totalitarismo attraverso la propaganda contraria, ma attraverso la difesa ostinata dell’autonomia dello spirito. In questo consiste una parte essenziale della sua forma di resistenza: non permettere al potere di colonizzare completamente il linguaggio, l’immaginazione e la coscienza.

Il gioco delle perle di vetro e il rischio dell’isolamento

Pubblicato nel 1943, Il giuoco delle perle di vetro rappresenta il vertice della riflessione di Hesse sul rapporto tra cultura, potere, educazione e responsabilità.

La provincia pedagogica di Castalia appare inizialmente come un luogo separato dalla violenza della storia, nel quale intellettuali e studiosi custodiscono la musica, la matematica, la filosofia e le altre grandi espressioni della cultura umana. Ma proprio questa separazione contiene un’ambiguità fondamentale.

La cultura non può salvarsi definitivamente dalla storia semplicemente ritirandosi da essa. L’intellettuale rischia di trasformare la propria distanza dal potere e dalla barbarie in una forma di isolamento sterile. Il protagonista Joseph Knecht comprende progressivamente che il sapere acquista significato soltanto quando viene restituito alla comunità e messo al servizio dell’educazione e della responsabilità.

È forse questo uno degli insegnamenti più profondi del romanzo: non basta conservare la cultura mentre il mondo precipita nella barbarie. Occorre portare la cultura dentro il mondo, assumendosi la responsabilità delle sue conseguenze.

Un pacifismo senza schemi

Il pacifismo di Hesse è radicale proprio perché non si lascia facilmente trasformare in un’ideologia chiusa. La sua prima forma di resistenza è la libertà di giudizio.

Hesse comprese quanto il totalitarismo avesse bisogno non soltanto della repressione, ma anche della conformità, dell’obbedienza e della trasformazione dell’individuo in una componente indistinguibile della massa. Per questo, pensare con la propria testa e rimanere fedeli alla propria coscienza poteva diventare un atto profondamente politico.

Il suo messaggio non consiste quindi nella semplice esaltazione dell’individualismo. Al contrario, la libertà individuale acquista valore quando si traduce in responsabilità verso gli altri. La coscienza non è una fuga dal mondo, ma il luogo nel quale matura la decisione di non partecipare alla disumanizzazione dell’altro.

Hesse ci ricorda così che la pace non è soltanto l’assenza temporanea della guerra. È una cultura, una pratica quotidiana, una capacità di riconoscere la pluralità senza trasformarla in minaccia. È anche il rifiuto della semplificazione che divide il mondo in buoni e cattivi, amici e nemici, civiltà e barbarie.

Una lezione per il presente

Oggi, mentre il linguaggio politico torna a parlare con crescente insistenza di riarmo, deterrenza, contrapposizione tra blocchi e preparazione alla guerra, la lezione di Hesse acquista una nuova urgenza. Non perché le sue opere possano fornire ricette immediate alle crisi geopolitiche contemporanee, ma perché ci aiutano a riconoscere il meccanismo culturale attraverso il quale la guerra diventa progressivamente normale.

Prima ancora delle armi, infatti, esiste un processo di preparazione delle coscienze. Il nemico deve essere rappresentato come assoluto, la paura deve diventare permanente, il dissenso deve essere considerato irresponsabile e la pace deve apparire come una posizione ingenua o irrealistica.

È proprio contro questa normalizzazione che la voce di Hesse continua a essere scomoda.

La sua eredità può essere tradotta oggi in una responsabilità concreta: difendere la libertà di pensiero, contrastare la propaganda che disumanizza l’avversario, sostenere l’educazione alla pace e alla mediazione dei conflitti, rafforzare gli strumenti diplomatici e multilaterali e considerare il disarmo e la cooperazione internazionale non come utopie, ma come obiettivi politici da costruire.

La pace, per essere credibile, deve inoltre entrare nei luoghi della formazione. Scuole, università, biblioteche e spazi culturali possono diventare laboratori di educazione alla complessità, al dialogo interculturale e alla gestione nonviolenta dei conflitti. È attraverso queste pratiche quotidiane che la cultura smette di essere una torre d’avorio e diventa uno strumento di trasformazione sociale.

Hermann Hesse ci consegna, in definitiva, una domanda più che una risposta: che cosa siamo disposti a fare quando la storia ci chiede di scegliere tra il conformismo e la coscienza?

La sua risposta fu quella di un uomo che preferì l’isolamento alla complicità e la libertà dello spirito all’obbedienza collettiva. In un tempo nel quale la guerra torna a essere presentata come inevitabile, recuperare questa scelta significa restituire alla pace la sua dimensione più radicale: non l’attesa passiva della fine delle ostilità, ma la costruzione quotidiana di una cultura capace di impedire che l’altro venga trasformato in un nemico da cancellare.

La pace, allora, comincia molto prima dei trattati. Comincia nel linguaggio, nell’educazione, nella capacità di ascoltare, nella difesa del dissenso e nella scelta di non rinunciare alla propria umanità. È questa, forse, la più attuale ed “eretica” lezione di Hermann Hesse.

Nella foto: Laura Tussi e Fabrizio Cracolici con lo zio Ambrogio Pellegrini, curatore del Museo di Montagnola, e con il figlio di Hesse

L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 15 agosto 2026

La pace oltre i confini: l’impegno eretico di Hermann Hesse  Leggi tutto »

Torna in alto