Sessualità e liberazione: perché abbiamo bisogno di rileggere Reich

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di Laura Tussi

Sono ancora attuali le analisi di Wilhelm Reich che collegano la “miseria sessuale delle masse” alle devianze contemporanee: molestie, stupri, pedofilia, femminicidi, violenza di genere e dominio patriarcale.

Nel pieno di una crisi sociale segnata da femminicidi quotidiani, violenze sessuali, abusi sui minori, pornografia estrema, mercificazione dei corpi e solitudini affettive di massa, tornare a Wilhelm Reich non è un esercizio accademico ma un’urgenza politica e culturale. Le devianze che attraversano la società contemporanea non sono mostruosità individuali isolate, ma l’esito patologico di una repressione sistemica del desiderio, di un’educazione affettiva mutilata e di rapporti di potere che trasformano la sessualità in dominio, possesso e violenza.

La cosiddetta “emergenza sicurezza”, spesso evocata per rispondere a stupri e femminicidi, ignora deliberatamente le radici profonde di questi fenomeni. Reich le aveva già individuate quasi un secolo fa: nella miseria sessuale delle masse, nella colpevolizzazione del corpo, nella famiglia autoritaria, nella morale repressiva che non elimina l’istinto ma lo deforma, lo perverte, lo rende distruttivo. È in questo solco che il presente va interrogato, analizzando la sessualità come espressione repressa, a volte, nel popolo per mancanza di libertà anche dal bisogno economico oltre che da forme di schiavitù culturale come lo sono il machismo e il patriarcato e, in positivo, la sessualità come liberazione e riscatto delle masse.

Ed è davvero molto attuale la figura di Wilhelm Reich che fu allievo di Sigmund Freud per poi allontanarsene, a partire dal 1927, a mano a mano che il suo interesse scientifico andò concentrandosi sugli aspetti sociali delle nevrosi. Laureatosi in medicina nel 1922 all’Università di Vienna, con l’affermazione del nazismo Reich fuggì dall’Austria e nel 1939 si trasferì negli Stati Uniti d’America, dove continuò le sue ricerche. Nel 1947, a seguito di una serie di articoli sull’energia orgonica pubblicati su The New Republic e Harpers, la Food and Drug Administration (FDA), iniziò a investigare sulle affermazioni di Reich in merito alla terapia orgonica, di cui impedì la promozione come trattamento medico. Processato per aver violato il divieto della FDA, fu condannato a 2 anni di reclusione. Nell’agosto del 1956, secondo alcune fonti, le sue opere furono bruciate dalla Food and Drug Administration. Reich morì in prigione per un attacco cardiaco un anno dopo, il giorno prima del suo rilascio.

La miseria sessuale delle masse

Lavorando nei centri di igiene sessuale, Reich entra in contatto diretto con giovani, donne e proletari, con le loro difficoltà materiali, con l’impossibilità di vivere una sessualità libera e appagante, con ciò che definirà la miseria sessuale delle masse. Una miseria che oggi assume forme nuove ma non meno drammatiche: relazioni basate sul controllo, sull’umiliazione, sull’uso del corpo dell’altro come oggetto, fino alle forme estreme dello stupro e del femminicidio.

Reich riconosce nella sessualità il terreno privilegiato della repressione. Secondo Freud l’aggressività è una pulsione problematica, derivata dall’istinto di morte; per Adler una deviazione patologica dell’aspirazione alla superiorità; per Reich, invece, una potenzialità legittima che solo una repressione sessuale sistematica riesce a deviare verso obiettivi distruttivi. È in questa deviazione che si collocano molte delle violenze contemporanee: l’energia vitale non liberata si trasforma in dominio, sadismo, annientamento dell’altro.

Assistendo alle repressioni poliziesche contro le manifestazioni operaie a Vienna, Reich si interroga su un paradosso che oggi resta attuale: perché gli oppressi non reagiscono? Trasferitosi a Berlino nel 1930, osserva il divario tra condizioni materiali e ideologia delle masse. Quel divario oggi si manifesta nella contraddizione tra una società che ipersessualizza i corpi e, allo stesso tempo, ne reprime l’autonomia, soprattutto quella femminile.

L’ideologia dominante può imporsi solo se trova terreno fertile in una struttura caratteriale collettiva. Nel saggio “Analisi del carattere” Reich critica le concezioni che spiegano la storia a partire dalle pulsioni anziché dai rapporti sociali. Sono questi ultimi a deformare i bisogni umani, producendo soggettività incapaci di vivere relazioni non violente. In questo senso, la pedofilia, lo stupro e la violenza di genere non sono deviazioni naturali, ma esiti socialmente prodotti.

Gli impulsi sessuali repressi, impossibilitati a esprimersi, si trasformano nel loro contrario. L’Es diventa un serbatoio di tensioni, l’Io il custode della repressione. Il carattere si struttura come una corazza, un irrigidimento che rende l’individuo incapace di empatia, di ascolto, di riconoscimento dell’altro come soggetto. È qui che maturano le condizioni psicologiche della violenza maschile: non nel desiderio, ma nella sua mutilazione.

La nevrosi, per Reich, è sempre attuale: ciò che viene impedito è l’accesso alla genitalità intesa come pienezza relazionale, non come atto tecnico o performativo. Quando questa pienezza è negata, la sessualità regredisce, si perverte, si scarica in forme pregenitali che includono la sopraffazione e la distruzione.

L’utopia della sessualità liberata

Se la società si oppone alla natura sessuale dell’essere umano, occorre denunciare il moralismo puritano e sostituirlo con una sessuoeconomia capace di liberare le energie imprigionate. Reich contrappone l’individuo sano, in contatto con il proprio corpo, al nevrotico, prodotto di una morale coercitiva. Oggi questa distinzione si riflette nella frattura tra relazioni fondate sul consenso e relazioni basate sul potere.

L’impossibilità di raggiungere la potenza orgastica – intesa come abbandono fiducioso e reciproco – produce una stasi energetica che si traduce in aggressività. Non è un caso che molte forme di violenza sessuale siano caratterizzate dall’assenza totale di piacere condiviso e dalla centralità dell’umiliazione dell’altro.

La corazza caratteriale si forma precocemente, attraverso educazioni autoritarie, silenzi sul corpo, colpevolizzazione del desiderio. Essa genera individui rigidi, incapaci di gioco, di tenerezza, di vulnerabilità. Questa povertà affettiva è il terreno su cui prosperano misoginia, possesso, odio verso l’autonomia femminile.

Per Reich, la cura non riguarda il singolo sintomo, ma il carattere nel suo insieme. Allo stesso modo, oggi, non basta punire il singolo atto di violenza: occorre smantellare la cultura che lo rende possibile, la pedagogia che lo prepara, l’immaginario che lo giustifica.

Reich e la sinistra psicanalitica: desiderio, potere, violenza

Deleuze e Guattari, con L’Anti-Edipo, riprendono Reich mostrando come il desiderio venga catturato e normalizzato. Il vuoto prodotto dalla repressione non genera libertà, ma consumo, oggettificazione, mercificazione dei corpi. Anche la pornografia violenta contemporanea può essere letta in questa chiave: non liberazione del desiderio, ma sua colonizzazione.

La psicoanalisi tradizionale, solidale con la famiglia autoritaria, tende a privatizzare ciò che è sociale. Ma le violenze di genere dimostrano che il problema non è individuale: è strutturale. Il bambino non nasce violento; lo diventa in un mondo che reprime, umilia, impone ruoli di dominio e sottomissione.

Educare senza distruggere, come scrive Reich, significa rompere la catena che trasforma la repressione in violenza. Significa riconoscere che femminicidi, stupri e abusi non sono “devianze inspiegabili”, ma il prodotto coerente di una società che teme il desiderio libero e preferisce controllarlo.

Il progetto reichiano, con tutte le sue contraddizioni, resta attuale proprio perché pone una domanda radicale: che tipo di società produce soggetti capaci di amare senza distruggere?
Finché questa domanda resterà elusa, la miseria sessuale delle masse continuerà a manifestarsi nelle sue forme più tragiche.

L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 20-12-2025

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Leo Valli

di Dino Silvestroni

Un libro che, senza dover pronunciare le magiche parole “apriti sesamo”, permette di entrare in un favoloso mondo librario spesso citato ma poco conosciuto: “Leo Valli. Editore in Lugo. 1929–1933”.
Con questo lavoro Giuseppe Bellosi illustra, attraverso fotografie, testi e schede, la nascita e lo sviluppo di questa preziosa esperienza editoriale. Con l’attenzione di un botanico che osserva la foglia senza perdere di vista l’intera foresta, Giuseppe ci guida in questa selva di edizioni e nelle loro varianti.

Tra le tante meraviglie spicca un mazzo di carte romagnole, il cui retro è usato come pagina per ospitare il Carmen votivum di Gabriele D’Annunzio, seguito dalla storia di questo testo che, a tratti, assume i colori del giallo. In ogni pagina si intrecciano l’ampio lavoro editoriale di Valli — che collaborò con artisti e scrittori di grande fama — e la metodica ricerca unita alla minuziosa descrizione di Giuseppe.

Qui mi fermo per ringraziare Beppe, non solo da lettore ma anche da amico, per il bellissimo dono di questo libro, che ricalca con eleganza la storia che racconta.

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Il silenzio dei giusti

Foto Nilde Guiducci

 

 

In certi momenti della Storia ci troviamo di fronte a crudeltà che sembrano superare ogni limite di accettazione. Non che la violenza o l’ingiustizia fossero assenti in epoche precedenti, ma oggi – nell’era delle immagini istantanee, delle testimonianze dirette, della connessione globale – non possiamo più voltarci dall’altra parte. La sofferenza bussa alla nostra porta ogni giorno, attraverso gli schermi, le notizie, i volti dei profughi. È come guardarsi in uno specchio e scorgere ciò che di terribile può celarsi nell’essere umano, in ogni essere umano, anche in noi.
E proprio qui nasce il primo disagio: dentro di noi irrompe un’aggressività latente. La percepiamo nei gesti impazienti, nelle parole taglienti, nell’intolleranza verso chi la pensa diversamente. Questa aggressività personale ci spaventa, eppure ci rivela qualcosa di essenziale: il male storico non è un’astrazione lontana, non appartiene solo ai “mostri” della storia. È una possibilità inscritta nella condizione umana. Riconoscerlo è doloroso ma necessario: solo chi comprende la propria capacità di violenza può scegliere consapevolmente di opporvi resistenza.
Hannah Arendt ci ha insegnato che di fronte al male abbiamo una scelta fondamentale: possiamo abdicare al pensiero, lasciare che altri decidano per noi, diventare ingranaggi passivi di meccanismi distruttivi. Oppure possiamo fare l’opposto: pensare, interrogarci, rifiutare le risposte preconfezionate. Per Arendt, il pensiero critico non è un lusso intellettuale ma un atto di resistenza politica. Chi smette di pensare diventa complice; chi continua a interrogarsi mantiene viva la possibilità di dire “no”.
Ma pensare non basta. Erich Fromm ci aveva avvertiti: la libertà fa paura. Di fronte alla responsabilità etica – l’obbligo di scegliere, di prendere posizione, di rispondere delle proprie azioni – molti preferiscono fuggire. È più comodo affidarsi all’autorità, conformarsi al grupponascondersi dietro il “così fan tutti” o “non c’è nulla da fare”. La vera sfida etica non è solo riconoscere il male, ma trovare il coraggio di opporvisi, anche quando ciò significa andare controcorrente, anche quando comporta un prezzo personale.
Primo Levi ci ha mostrato con lucidità disarmante come il male si normalizzi, come diventi banale, quotidiano, quasi invisibile. La “zona grigia” di cui parlava – quello spazio ambiguo dove vittime e carnefici si confondono, dove la sopravvivenza richiede compromessi – è forse la sua lezione più inquietante. Levi non ci offre il consolante schema del bene contro il male, ma ci costringe a guardare la complessità, a riconoscere che in condizioni estreme anche le persone comuni possono essere trascinate in meccanismi di violenza. La sua testimonianza non è solo memoria storica: è un avvertimento per il presente.
Albert Camus, dal canto suo, ci ricordava che di fronte all’assurdo e alla crudeltà del mondo l’unica risposta degna dell’essere umano è la rivolta. Non la violenza cieca, ma la rivolta etica: il rifiuto di accettare l’ingiustizia come inevitabile, l’impegno ostinato a costruire senso e solidarietà in un mondo che sembra negarne la possibilità. “Bisogna immaginare Sisifo felice”, scriveva, felice non malgrado la sua condanna, ma proprio perché continua a spingere il masso, perché non si arrende.
Il nostro tempo non ci concede l’alibi dell’ignoranza. Sappiamo. Vediamo. Non possiamo più dire “non sapevamo”. Le sfide che ci attendono non sono astratte: sono nei campi profughi, nelle guerre dimenticate, nelle disuguaglianze che lacerano le nostre società, nei cambiamenti climatici che minacciano il futuro. Ma sono anche nelle nostre case, nelle nostre conversazioni, nelle piccole scelte quotidiane: come trattiamo chi è diverso da noi, come reagiamo all’ingiustizia quando non ci tocca direttamente, quanto siamo disposti a sacrificare del nostro comfort per un bene più grande.
Ogni silenzio è una scelta. Ogni parola è una scelta. Ogni gesto costruisce o distrugge un pezzo del mondo che lasceremo.
La domanda che ci interpella non è solo “cosa posso fare io, singolo individuo, di fronte a tragedie così immense?” ma anche, e soprattutto: “chi voglio essere? spettatore o testimone? complice o resistente?”. La responsabilità non può essere delegata. Non possiamo aspettare che siano sempre “gli altri” a opporsi, a denunciare, a rischiare. Ciò che siamo come esseri umani, ciò che saremo come società, si decide ora – nel modo in cui scegliamo di affrontare la crudeltà, nel coraggio di riconoscerla anche quando ci riguarda da vicino, nella capacità di resistervi anche quando il prezzo sembra troppo alto.
Perché alla fine, come ci insegna la storia, il vero male non trionfa per la forza dei violenti, ma per il silenzio dei giusti.

 

L’artcolo è stato pubblicato su Comune-info il 26 novembre 2025

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Inaugurazione Mostra

di Giovanni Zaffagnini

Inaugurazione di RIGOMMA luci vaganti nella fabbrica dismessa

Venerdì 19 Dicembre, ore  18 al Museo S.Rocco – via V.Monti 5 Fusignano

Fotografie realizzate nel 1987 presso l’ex stabilimento Rigomma, dove ora sorge il Centro Commerciale “Il Faro”, nell’ambito del Piano di riqualificazione urbana dell’epoca, Sarà presente oltre all’autore e alle autorità locali, il Dott. Oriano Pirazzini allora Sindaco di Fusignano.

Dal tetto sfondato e da finestre spalancate dal vento, entra, inattesa, una luce che sfida la desolazione del vuoto nella fabbrica dismessa. Pareti e oggetti confusi dal buio, irradiati per pochi attimi, mostrano nuovi volti e scenografie inaspettate.
Immagini realizzate nell’ambito di un programma di riqualificazione urbana che trasferiva la produzione industriale dai centri abitati ad apposite aree in periferia.
Logistica ed economia segnano fatalmente il paesaggio; ora, dove un tempo operava la produzione brillano le luci sgargianti del consumo con l’apertura di un centro commerciale.

19 dicembre 2025 > 1 febbraio 2026

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ANTISEMITISMO E SIONISMO REALE

Riflessioni sui progetti di legge in corso di esame presso le due Camere

di Gianni Giovannelli

E si perdona per certo ogni offesa
ma sempre pur nella memoria resta,
e così l’uno all’altro contrappesa.

Luigi Pulci
(Morgante, Cantare decimo, Ottava 95)

                                 Il Consiglio Europeo ha approvato già in data 6 dicembre 2018 la risoluzione n. 15.213, esortando gli stati membri che non l’hanno ancora fatto ad approvare la definizione operativa non giuridicamente vincolante di antisemitismo utilizzata da International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Il Consiglio non ha potere legislativo diretto, le sue risoluzioni sono dunque prive di effetti giuridici, indica tuttavia il percorso politico tracciato e programmato dalla maggioranza dell’Unione. Quasi otto anni dopo, nel 2025, i partiti di governo hanno ritenuto di procedere (non al riconoscimento della Palestina ma) ad inserire nell’ordinamento italiano una codificazione dell’antisemitismo connessa al testo approvato dall’IHRA il 26 giugno 2016 durante il Congresso di Bucarest.

I disegni di legge in esame

Il primo disegno (n. 2383, tre articoli) porta la data del 6 maggio 2025, per iniziativa del gruppo leghista, con prima firma Molinari, in esame della Prima Commissione Permanente della Camera dei Deputati; presso la Prima Commissione Permanente del Senato sono in corso di trattazione (congiunta per decisione unanime) ben tre disegni, il n. 1004 del leghista Romeo, il n. 1575 di Scalfarotto per Italia Viva, il n. 1627 di Gasparri per Forza Italia. Il testo Gasparri è quello più conosciuto, ha un effetto trainante, si compone di quattro articoli e contiene elementi inquietanti che lo diversificano dagli altri: l’art. 2 inserisce fra le iniziative di contrasto dell’antisemitismo, mediante formazione scolastica, anche l’antisionismo, l’art. 3 rinvia ad un Regolamento attualmente imprecisato, da varare per via governativa, sanzioni disciplinari a carico di docenti e ricercatori, l’art. 4 introduce  infine sanzioni penali (art. 604 bis) la contestazione della legittimità dell’esistenza di Israele come stato degli ebrei. Il testo di Scalfarotto omette di prendere posizione sulla questione dell’antisionismo, ma aggiunge invece la possibilità di vietare preventivamente le manifestazioni quando l’autorità di Pubblica Sicurezza (per intenderci: Questura e Prefettura, organi del Ministro di polizia) senta odore di antisemitismo, in applicazione del Regio Decreto fascista 773/1931, rimasto in vigore fino ad oggi. Nel loro insieme le norme in discussione al Senato appaiono alquanto pericolose per  la libertà di pensiero, di critica del potere, di opposizione alle strutture di comando, di lotta contro la tirannia.

Da ultimo, rubricato il 2 dicembre con il n. 1722, ma non ancora in esame, è pervenuto il testo del senatore Del Rio (e altri, tutti del PD), in sei articoli, il primo dei quali si limita a recepire la definizione IHRA. Il secondo, rinunziando a prendere posizione sul rapporto antisemitismo/antisionismo, concede delega in bianco al governo per intervenire a suon di decreti sulle piattaforme, censurando contenuti graditi; singolare il comportamento di una pattuglia di senatori dell’opposizione che si propone di consegnare al governo di estrema destra pieni poteri di decidere quel che sia lecito e quel che vada rimosso!

La definizione IHRA dell’antisemitismo

La nascita di IHRA è recente, risale al 1998, per iniziativa del primo ministro svedese, il socialdemocratico Goran Persson, con lo scopo di tener viva la memoria dell’Olocausto. Aderiscono oggi solo 35 paesi su 193 ammessi all’ONU, mancano Cina, Russia e India, fra gli stati membri uno solo è in Sudamerica (l’Argentina), nessuno in Africa e in Asia (salvo Israele, che pur essendo geograficamente in Asia guarda più verso occidente). Il Vaticano non ha ritenuto di entrare fra gli otto paesi osservatori, nonostante l’invito ricevuto. La definizione (definita operativa e non giuridicamente rilevante) di antisemitismo è stata approvata al congresso di Bucarest il 26 maggio 2016 in questi termini: l’antisemitismo è una percezione degli ebrei che può venire espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche verso ebrei o non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto. La definizione non contiene alcun riferimento a istituzioni o partiti politici, al movimento sionista, allo stato di Israele; gli ebrei da tutelare contro le ideologie dell’antisemitismo possono essere o non essere cittadini israeliani, seguire o meno i precetti religiosi, iscriversi alle comunità o rimanerne estranei. Si vuole dunque proteggere ogni (presunto) semita ritenuto tale dai fautori dell’antisemitismo, reali destinatari della definizione non a caso chiamata operativa. A mero titolo esemplificativo (ma estraneo alla definizione che vive vita propria) ci sono 11 esempi redatti a parte, alcuni dei quali vengono abitualmente utilizzati in funzione pro-sionista e pro-governo israeliano, stravolgendo in realtà il significato e la portata del testo originario. Il pericolo di letture liberticide della definizione IHRA fu colto nella Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo, redatta da numerosi studiosi chiamati a raccolta  presso il Van Lee Jerusalem Institute. Come vedremo più sotto la lettura liberticida della dichiarazione IHRA è quel che caratterizza in particolare il disegno 1627 a firma del senatore Gasparri, ma che contagia anche gli altri in esame delle due Camere.

Per comprendere lo spirito originario della definizione è utile richiamarne un’altra, sempre approvata da IHRA, come operativa e giuridicamente non vincolante, in data 8 ottobre 2020, ovvero quella relativa ad altra vittima dell’Olocausto e del nazismo, l’antiziganismo. Eccola: l’antiziganismo/discriminazione anti Rom e Sinti è manifestazione di espressioni e atti individuali, nonché di politiche istituzionali di emarginazione, esclusione, violenza fisica, svalutazione della cultura e degli stili di vita di Rom e Sinti, discorsi di odio diretti ai Sinti e ai Rom ….e li associa a una serie di stereotipi peggiorativi e immagini distorte che vanno a rappresentare una forma specifica di razzismo.

                       Il senatore Gasparri, formatosi in gioventù nel Movimento Sociale, approdato a Forza Italia in età di mezzo, non ha ritenuto di associare nello stesso disegno di legge, con pari tutela, i due bersagli contestuali del nazismo storico, zingari ed ebrei. Ha invece lasciato gli zingari al loro destino e preso un’iniziativa legislativa in appoggio (non degli ebrei ma) del governo israeliano, proprio mentre era in corso il genocidio della popolazione di Gaza consumato dall’IDF.

Dopo le imponenti manifestazioni di piazza a sostegno del popolo palestinese e gli scioperi contro il genocidio, il disegno di legge Del Rio/PD (depositato il 20 novembre quasi clandestinamente e rubricato il 2 dicembre, 1722) mira a creare ostacoli alla comunicazione pro-Pal, lasciando libero il governo Meloni di censurare e reprimere come più gli aggrada, usando anche AGCOM (l’agenzia di nomina politica designata al controllo della rete) per le sanzioni. Evidentemente sopravvive il cromosoma dello stalinismo anche nell’ala moderata del PD.

La posizione politica dell’Unione Europea e l’uso strumentale di IHRA

Il Consiglio Europeo (composto dai governanti in carica nei singoli paesi) esercita funzioni di indirizzo politico; non ha mai proposto sanzioni contro Israele o contro chi fornisce a Israele gli strumenti per uccidere, appoggiando anzi diplomaticamente ed economicamente, oltre che militarmente, il governo Netanyahu. La Repubblica Federale Tedesca, in modo particolare, ha sostanzialmente sanzionato, ai limiti di una vera e propria criminalizzazione, ogni contrasto militante del programma nazionalista-espansionista dei fautori di Heretz Israel, la mitologica terra promessa che comprende Gaza, i territori, il Libano meridionale, la Siria sudoccidentale (cfr. la dichiarazione sionista del 3 febbraio 1919, elaborata da Chain Weizmann). Tuttavia il Consiglio Europeo, senza neppure richiamare la risoluzione ONU n. 242, ha approvato il 6 dicembre 2018 la risoluzione n. 15.213 con la quale esorta gli stati membri che non l’hanno ancora fatto ad approvare la definizione operativa giuridicamente non vincolante di antisemitismo. La risoluzione non richiama in alcun modo le 11 esemplificazioni, lo stato di Israele, il sionismo; tace piuttosto ambiguamente tralasciando la questione.

Indifferenti di fronte al massacro della popolazione a Gaza i rappresentanti dei 35 paesi aderenti a IHRA hanno avuto la geniale idea di eleggere alla loro presidenza, in data 3 marzo 2025, proprio lo Stato di Israele, per giunta nella persona di Dani Dayan, uno fra i più aggressivi esponenti dell’estrema destra sionista. Dayan (nato nel 1955 a Buenos Aires), israeliano di adozione dal 1971, ha prestato servizio nell’IDF per quasi otto anni, con il grado finale di maggiore. Ha fondato, e poi ceduto, l’impresa di software Elad Systems, dedicandosi alla politica, nelle file di Tehiya; ha poi guidato, dal 2013 al 2017, YESHA (acronimo per Giudea, Samaria e Gaza), il consiglio che rappresenta l’insieme dei coloni negli insediamenti illegali. Quando Netanyahu lo nominò ambasciatore in Brasile ci fu una rottura diplomatica, in quanto persona non gradita; fu allora collocato come console a New York. Contrario alla soluzione dei due stati è invece convinto sostenitore della necessità di espropriare la Cisgiordania palestinese e di acquisire l’intera area di Heretz Israel. Con un simile rappresentante alla sua presidenza non deve stupire che la credibilità internazionale di IHRA stia toccando ormai i minimi storici. Al tempo stesso il ruolo ricoperto ha consentito a Dayan di tessere la trama di consensi che, solo due mesi dopo, si sono concretati nei disegni di legge applicativi della definizione coniata da IHRA. La trama di consensi è rinvenibile anche nella recentissima iniziativa della minoranza PD concretatasi nel deposito in Senato del disegno di legge 1722 a firma Del Rio e altri.

Antisemitismo e sionismo.

Il termine antisemitismo è relativamente recente, risale al 1879, per iniziativa di tale Wilhelm Marr (1819-1904), fondatore della Antisemiten-Liga, propugnando l’espulsione degli ebrei dalle regioni di lingua tedesca (non esisteva la Germania come entità politica); un movimento similare nacque in Francia, guidato da Edouard Drumont (1844-1917), deputato di Algeri e il più strenuo accusatore di Albert Dreyfus. Curiosamente l’anti era, almeno filologicamente, scollegato dal destinatario dell’attacco, nel senso che non esisteva alcun movimento che propugnasse il semitismo come ideologia o come programma. A differenza di altri antagonismi, quali ad esempio comunismo&anticomunismo, clericalismo&anticlericalismo, fascismo&antifascismo, l’antisemitismo prescindeva dal nemico, che neppure si riconosceva nella pretesa identità che veniva loro attribuita, se non nel ruolo di mere vittime che li accomunava.

Il rilievo non è privo di importanza sostanziale, anzi! Il punto è che il semitismo, contro cui si scatena l’odio degli antisemiti, semplicemente non esiste, è una creazione, un’invenzione tardiva di un’entità ostile causa di ogni male: rimossa la fonte dei guai tutto si aggiusterà. Per dare sostanza a un simile imbroglio chi se ne serve ricorre alla genetica, alla razza, al complotto etnico-religioso. Marr e Drumont avevano preso di mira le comunità ebraiche dell’Europa Centrale, quelle che parlavano Yiddish, la lingua degli aschenaziti. Ma è improbabile che gli aschenaziti europei del XIX secolo fossero consanguinei dei mizrahim residenti nel Regno di Giudea nel II secolo a.C.  Arthur Koestler (1905-1983), lo scrittore famoso per Darkness at noon, fu sionista (democratico) della prima ora, visse in Kibbutz già nel 1926, poi tornò a casa, diventando inglese. Ci tenne a scrivere che gli aschenaziti non erano tecnicamente semiti (nel senso di popolazioni di lingua semitica), venivano dalla Khazaria, un paese che si trovava nell’entroterra del Mar Caspio, una tredicesima tribù, per ironia della sorte, secondo la Genesi, discendente da Jafet. Il loro Khan, un certo Bulan, per sfuggire alla forbice repressiva di cristiani e musulmani, si convertì all’ebraismo nel VII secolo,  e lo stesso fecero i sudditi poiché valeva il motto cuius regio eius religio. Il nome del territorio, nel turco antico, significa vagabondare; e vagabondando i Kazari lasciarono la steppa e si insediarono nella odierna Renania, portandosi dietro i precetti dei rabbini chiamati a corte dal Khan e la loro cultura. Gli aschenaziti erano nel VII secolo il 3% della popolazione ebraica; ma nel XIX secolo erano diventati il ceppo di maggioranza, dunque l’antisemitismo prendeva di mira non-semiti!

Il sionismo, a differenza del semitismo, esiste, nacque come movimento politico nel cuore della vecchia Europa, in reazione alle discriminazioni e alle persecuzioni subite dagli ebrei nel corso del XIX secolo; i primi dirigenti furono due ungheresi, Theodor Herzl (1806-1904) e Max  (Suedfeld) Nordau (1849-1923). Il testo fondativo è Der Judenstaat (1896), manifesto per la costruzione di un insediamento ebraico protetto, non necessariamente nell’odierna Palestina, ma in un qualche luogo che consentisse agli ebrei (tutti gli ebrei, non solo gli aschenaziti) di vivere in pace. Nel congresso di Basilea, 1897, l’Organizzazione Sionista Mondiale indicò la Palestina come il luogo dello Stato Ebraico, ma solo ove possibile. I primi flussi migratori, nel XX secolo, tutti o quasi in direzione della terra promessa, segnarono la svolta, di fatto irreversibile. L’ideologia sionista, inizialmente, associava programmi stellarmente diversi fra loro: l’utopia di comunità socialiste, il fondamentalismo di religiosi quanto mai ortodossi, le aspirazioni coloniali di nazionalisti decisi alla conquista della terra, il laicismo liberale di chi voleva convivere insieme ai residenti, il desiderio di avventura di chi voleva piegare per amore o per forza alle proprie inclinazioni una terra sconosciuta. Questo variopinto insieme di migranti radunava esperienze, culti e culture di notevole diversità: la maggioranza aschenazita abitava accanto ai sefarditi (romanioti) di lingua judezmo-ladina) e ai mizrahim provenienti dal Maghreb, dalla Persia, dall’Iraq. Lo scrittore polacco (poi americano) Shalom Ash racconta con una prosa suggestiva nei suoi romanzi gli incontri e gli scontri fra i residenti e i nuovi arrivati, negli anni che hanno preceduto la fondazione dello stato d’Israele. Fra i primi sionisti Dov Ber Borochov (1881-1917) decise di lasciare la sua comune socialista in Palestina per organizzare le Brigate Ebraiche a sostegno della Rivoluzione d’Ottobre, era sionista, filologo, marxista, bolscevico.

Nel 1896 esistevano sionisti comunisti, socialdemocratici, laici, liberali, pacifisti, a fianco di quelli nazionalisti, colonialisti, predatori. Esistevano, dal 1881, anche i pogrom e proseguivano, in danno degli ebrei europei, discriminazioni, saccheggi, violenze, persecuzioni. Oggi, almeno nella vecchia Europa, pur resistendo sotto traccia la mala erba del pregiudizio contro l’ebreo, sono per fortuna venuti meno il pogrom  e la legislazione razziale; e sul piano politico esiste solo il sionismo reale, par essere l’unica corrente sopravvissuta fra quelle originarie, evoluta nelle forme sotto gli occhi di tutti, elemento portante della coalizione che governa Israele. Gli altri segmenti del sionismo originario sono scomparsi.

Il sionismo reale

                              Lo stalinismo che ha caratterizzato il c.d. socialismo reale non corrisponde necessariamente alla ben più ampia area del pensiero marxista e dei movimenti comunisti, ma era complicato spiegarlo agli operai polacchi in sciopero. La Santa Inquisizione non esauriva affatto il complesso ricco e articolato della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, ma questa considerazione storico-filosofica non muta il destino delle presunte streghe bruciate sul rogo, dopo i processi sommari di condanna. Il sionismo reale incarnato, qui e ora, dalle figure di Netanyahu, Smotrich o Ben Gvir è certamente diverso (a mio avviso perfino incompatibile) con il progetto elaborato da Theodor Herzl e Max Nordau, ma ciò risulta del tutto irrilevante per i contadini palestinesi aggrediti, espropriati, assassinati senza pietà dai coloni, protetti da IDF, certi del silenzio complice assicurato dai governi democratici dell’occidente. Gli esponenti della nostrana Sinistra per Israele se la sentirebbero di proporre ad una platea di coloni assetati di sangue il programma dello scomparso sionismo socialista, o pacifista, o laico, o liberale? Il problema (un serio problema) è proprio che, qui e ora, l’unico sionismo esistente, reale, è quello armato, colonialista, razzista, predatore, che rifiuta sia lo stato laico unico per tutti sia l’ipotesi dei due stati, che esige l’acquisizione completa di Heretz Israel per il solo popolo eletto. Il sionismo reale al governo dello stato intende raggiungere lo scopo con la guerra, con la strage e/o con la deportazione, nella migliore delle ipotesi con l’asservimento e/o la discriminazione nel trattamento.

Si tratta ora di comprendere in quale rapporto si pongano l’antisemitismo e il sionismo reale, a partire dalla precedente osservazione dell’anomalia di un anti privo di un bersaglio concreto, ovvero il semitismo. Con una concordanza d’intenti fra gli opposti estremismi l’antisemitismo reale e il sionismo reale risolvono la questione equiparando sionismo e semitismo, dunque (e anche) antisionismo e antisemitismo. Mentre il semita è pura astrazione il sionista è un soggetto concreto, esiste in carne e ossa. Il sionismo reale e l’antisemitismo reale hanno bisogno, per esistere, l’uno dell’altro; il sionismo per poter affermare di essere il legittimo rappresentante di ogni semita, l’antisemitismo per avere di fronte un nemico visibile da combattere. Lo aveva intuito il più celebre teorico dell’ideologia razzista in Italia, Julius Evola; nella prefazione (datata settembre 1937) ai Protocollo dei Savi Anziani di Sion sostiene che non ha importanza accertare se l’opera sia un falso, perché, anche se falsa, è tuttavia verosimile, e tanto basta per ritenere dimostrato il complotto volto a sovvertire tutto ciò che nei popoli non ebraici è tradizione, casta, aristocrazia, gerarchia, valore etico (Cfr. pag. XII, ed. 1938). Era un sinistro preludio al Manifesto degli scienziati razzisti e ai regi decreti del novembre 1938, noti come leggi razziali.

Per reggere il conflitto fra gli opposti estremismi deve necessariamente poggiare sull’esistenza della razza, o almeno del sangue, a supporto dell’etnia, della religione, del clan, dell’appartenenza. Per questo Arthur Koestler aveva lanciato, provocatoriamente, l’ipotesi di una discendenza degli ebrei aschenaziti dai Catari provenienti dalla steppa prossima al Caspio; voleva recidere il preteso legame biologico con gli antichi abitanti del Regno di Giuda, separare la maggioranza aschenazita degli ebrei nel mondo dalla leggenda di una razza semita. Con lo stesso scopo un geniale professore di Tel Aviv, Shlomo Sand, ha ripreso il tema pubblicando il saggio The invention of Jewish People (in italiano L’invenzione del popolo ebraico, Rizzoli, 2010). L’apparato del sionismo reale cerca invece, in ogni modo, di affermare l’esistenza del semita biologico oltre che del semita storico. Contesta l’ipotesi di Koestler, rastrellando reperti archeologici che consentano di riannodare un filo di congiungimento fra sefarditi spagnoli, aschenaziti centroeuropei, mizrahim iraniani e antichi ebrei. Il genetista americano Harry Ostrer, professore alla Yeshiva University di New York, ha pubblicato nel 2010 una ricerca in cui si affermava l’esistenza di un DNA comune per tutti gli ebrei, proponendo anche, su tali basi, di risolvere mediante ascendenza genetica le controversie territoriali in Palestina. Shlomo Sand commentò a caldo  che Adolph Hitler sarebbe stato felice di leggere un simile lavoro scientifico e i due litigarono pesantemente.

La ricerca di Ostrer, ritenuta priva di fondamento dal biologo americano-israeliano Eran Elhaik, divide il mondo scientifico e quello antropologico (sempre pro o contro l’ipotesi dei Catari), ma è al tempo stesso il segno sicuro di come il sionismo reale abbia preso la decisione di sostenere l’esistenza genetica del semita, inserendola nel proprio programma politico. Si è prodotto, nei fatti, un reciproco riconoscimento fra i due estremismi, con equiparazione sul campo, con intenti e scopi contrapposti, di semitismo e sionismo. Il falso viene trasformato in vero.

La vera natura dei disegni di legge sull’antisemitismo

Il disegno di legge n. 1627 (Gasparri, Senato) si propone di dare attuazione alla risoluzione del Consiglio d’Europa inserendo la definizione IHRA nell’ordinamento italiano. Ma già nella relazione che   il testo si comprende che lo scopo è invece quello di rafforzare l’attuale compagine di governo in Israele e di colpire l’ampia rete di solidarietà che si è formata intorno alla tragedia palestinese. Non solo viene tralasciato l’antiziganismo, ma si afferma in modo apodittico che i focolai dell’antisemitismo si sono estesi e propagati sotto la veste dell’antisionismo, dell’odio contro lo stato d’Israele, del suo diritto a esistere e a difendersi. La medesima premessa compare, con parole molto simili, nel disegno n. 2383 (Molinari, Camera). Viene così contrabbandata l’equiparazione dell’antisemitismo con l’antisionismo, stravolgendo la portata stessa della definizione IHRA da attuare. Non si discostano da questa linea neppure gli altri due disegni all’esame del Senato (1004 e 1575), mentre non emergono, ad oggi almeno, nei lavori di commissione voci apertamente contrarie a tale insidiosissima equiparazione. Il sionismo reale di Smotrich e Ben Gvir, invece di essere ripudiato, riceve nei disegni di legge una sorta di promozione sul campo a rappresentante unico degli ebrei nel mondo, a loro volta piegati ad essere biologicamente semiti.

Di fronte ad un progetto sionista che in modo aperto prevede l’esproprio dei territori ritenuti parte di Heretz Israel (l’intera Cisgiordania, Gaza, ma anche porzioni significative di Siria e Libano) non ci si può certo stupire che le vittime designate dell’esproprio tentino di resistere e si oppongano al loro massacro, più esattamente al genocidio che viene perpetrato ai loro danni. La resistenza, la lotta per l’indipendenza, la difesa delle case e dei campi sono oggettivamente, necessariamente, antisioniste, per contrastare le azioni militari del sionismo reale (non quello di Theodor Herzl, sepolto in Austria nel 1904, senza aver mai sparato un colpo, poco dopo aver proposto al sesto congresso sionista del 23 agosto 1903 una mozione, all’inizio approvata, poi bocciata nel 1905, per l’insediamento in Uganda). Contrariamente a quel che scrive il senatore Gasparri “antisionismo” è, nel caso dei palestinesi, solo il diritto a sopravvivere.

L’art. 2 del disegno Gasparri inserisce nella formazione obbligatoria degli studenti-sudditi di regime corsi di contrasto all’antisionismo, il che equivale all’apologia dei principi sostenuti da Ben Gvir e Smotrich per giustificare il genocidio in atto. Rivive il punto 7 del Manifesto degli scienziati razzisti ovvero viene riproposto in altro scenario il monito: è tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti. Il sionismo reale rivendica infatti l’esistenza biologica dei semiti, dunque una razza. L’art. 3 introduce sanzioni amministrative e disciplinari a carico di  docenti e ricercatori, per violazione dei doveri di prevenzione e segnalazione; qui manca un richiamo espresso a Israele come stato e al sionismo come movimento politico, ma la norma rinvia a un imprecisato regolamento da adottare ai sensi dell’art. 17 L. 400/88, ovvero per iniziativa del Ministro dell’Istruzione (con Giuseppe Valditara siamo tranquilli!) e senza passare dal Parlamento. Mediante regolamento diventa agevole organizzare la repressione del dissenso, la punizione arriva subito e colpisce, l’esito del ricorso giudiziario arriva sempre in ritardo, fuori tempo. L’ultimo articolo, il quarto, introduce sanzioni penali, ritoccando l’art. 604 bis, che già trattava la materia della discriminazione razziale, etnica e religiosa. La reclusione da 2 a 6 anni, prevista per l’apologia del genocidio, viene estesa alla negazione della Shoah (e fin qui nulla obiettare) e a chi neghi il diritto all’esistenza dello stato di Israele (ed entriamo nel pericoloso circolo dell’opinione), negazione ricavabile anche indirettamente da avversione ostilità lotta (e l’intenzione di reprimere ogni forma di solidarietà con i palestinesi appare evidente).

Chiudono il circolo, vista la trattazione disposta in comune, il disegno di Scalfarotto al Senato e di Molinari alla Camera introducendo il divieto preventivo di manifestare, in base alle valutazioni di polizia (Prefetto, Questore, Ministro), riesumando l’art. 18 del Regio Decreto fascista in tema di Pubblica Sicurezza. Quando ai gendarmi sembri di sentir odore di antisemitismo – magari, come suggerisce il senatore Gasparri, sotto la veste dell’antisionismo – allora si proibisce di scendere in piazza e chi non si piega andrà a processo. Ancora peggio di Scalfarotto (anche se è difficile essere peggio di Scalfarotto Del Rio ci è riuscito) ha fatto la minoranza PD presentando il disegno 1722. Rinunzia a precisare chiaramente che antisionismo e antisemitismo sono ben diversi fra loro, rinunzia a riconoscere il diritto di boicottare Israele in quanto stato (non semplice gruppo armato) autore di genocidio, delega invece al governo italiano di estrema destra, senza porre limiti, il potere di emanare in piena autonomia e senza ulteriore controllo, una sequenza di decreti legislativi sottratti alle Camere, con i quali definire che cosa in concreto possa essere ricondotto al delitto di antisemitismo, dunque anche, come suggerisce Gasparri, l’antisionismo, la critica o il boicottaggio di Israele. Propugnare il programma Heretz Israel con le bombe e le stragi è lecito, contrastare il programma è antisemitismo: questo potrà deciderlo il governo in base al testo Del Rio. Complimenti, senatore!

Dietro il nobile proposito di tutelare 30.000 ebrei italiani (di cui buona parte, a giudicare dalle elezioni nelle comunità territoriali, non si riconosce affatto nel sionismo reale di Smotrich & Dayan) si cela un intento repressivo, per imporre, con la minaccia di severe sanzioni, il sostegno alla politica del governo israeliano, l’ostracismo alla solidarietà con il popolo palestinese, l’accettazione di una divisione dell’umanità in razze disuguali, anche biologicamente. Non lo possiamo accettare.

Il futuro sarà, piaccia o no, inevitabilmente meticcio.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 6 dicembre 2025

ANTISEMITISMO E SIONISMO REALE Leggi tutto »

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