Favole (Recensione)

di Sergio Tardetti
Sulla scia dei favolisti classici, come Fedro ed Esopo, e moderni, come La Fontaine, si inseriscono questi brevi racconti poetici in versi liberi di Luca Biancardi, autore poliedrico che fa della parola quasi una ragione di vita. Come i favolisti, mette in scena piccole quotidiane vicende, che ruotano tutte intorno al tema del rapporto amoroso, e che hanno per protagonisti non solo esseri animati ma anche in prevalenza oggetti. Si avverte in ciascuna di queste storie il piacere che ha messo l’autore nel comporle e provato nell’inventarle e raccontarle. A differenza dei favolisti classici, che raramente mettevano in scena soggetti inanimati – qualche rara eccezione in Fedro con la maschera e la volpe, o le rane e il re travicello – spesso la coppia di innamorati è formata da oggetti di uso quotidiano, dei quali non verrebbe mai in mente di immaginare un rapporto di coppia così intenso come lo descrive Luca. Colpisce, ad esempio, la storia della penna e del suo cappuccio, separati ad un tratto a causa di un evento accidentale e che si perdono di vista, disperando di poter ritornare a congiungersi in un qualche futuro. O l’amore tragico e fatale tra il leone e la cerbiatta, che termina drammaticamente, come è nella tradizione del mondo animale, ma anche, purtroppo, di quello umano. Sotto le spoglie dei leoni e delle gazzelle possono celarsi tanti drammi quotidiani di femminicidi, divenuti ormai così comuni che corriamo il rischio di assuefarci. Ci sono poi le coppie stabili, quelle destinate a durare nel tempo, come la musica e il silenzio, o l’ignoranza e il sapere, coppie che si compensano e si arricchiscono a vicenda, nelle quali l’uno non può fare a meno dell’altra. La morale di questi racconti in versi si esplicita nel momento in cui proviamo a trasportare le storie nella realtà di tutti i giorni, perché allora vengono alla luce tutti i sentimenti e i risentimenti che si accendono nel rapporto amoroso, passione, gelosia, dolore, rabbia, fiducia nell’altra/altro, desiderio di confondersi in un’unica anima, desiderio di amplessi a volte impossibili. Il tutto rappresentato e descritto con un linguaggio che affascina e coinvolge il lettore, senza intenti moraleggianti, ma con l’attenzione rivolta a ricordargli che, in ogni caso, “de te fabula narratur”. Storie narrate con il consueto brio e l’abituale vivacità che costituiscono la cifra stilistica di Luca Biancardi. Consigliato a chi ama non solo la poesia ma anche le storie avvincenti e ben raccontate.
Luca Biancardi – Favole. Bertoni Editore, 2022

Bloomsday – Du caplèt par Joyce

Biblioteca Classense / Sala Dantesca
Giovedì 16 giugno

I cento anni dell’Ulisse

100 anni dalla pubblicazione dell’Ulisse di James Joyce
Il Bloomsday (dal cognome del protagonista del romanzo, Leopold Bloom) rievoca gli eventi narrati nel capolavoro dello scrittore irlandese, che si svolgono a Dublino nell’arco di una sola giornata, il 16 giugno 1904. Ogni anno il Bloomsday viene festeggiato in molte città del mondo e in particolare a Dublino – città in cui Joyce nacque e in cui è ambientato l’Ulisse – con letture pubbliche e spettacoli.

Ore 16.30
Lettura dell’Ulisse
Ore 17.30
Eliseo Dalla Vecchia
Joyce a Ravenna, breve storia di una supposta presenza in città
Racconto in dialetto romagnolo
Ore 17.45
Andrea Pagani
Joyce e Proust, un incontro bizzarro
Lettura di brani da Il giardino d’acqua (Ronzani editore)
Ore 18.10
Paolo Albani
Il Finnegans Wake, un sorprendente caso di refuso letterario?
Ore 18.30
Antonio Castronuovo
Detestare Joyce

Albergo Cappello, via IV novembre 41, Ravenna
Du caplèt par Joyce
Ore 19.30
Progettazione di un mosaico per Joyce
Letture dell’Ulisse di Joyce. Letture dialettali
Letture da Dublinesque di Enrique Vila-Matas
Ore 20.30
Cena a base di cappelletti

MARINA CICOGNA | LA VITA E TUTTO IL RESTO

Mercoledì 15 giugno 2022 – Ore 21:00

MARINA CICOGNA
LA VITA E TUTTO IL RESTO
Un documentario di Andrea Bettinetti
scritto con Alejandro de la Fuente e Elena Stancanelli
prodotto da Riccardo Biadene con Carole Solive
 distribuzione sala: Luce Cinecittà 

Teatro all’aperto Ettore Scola
Casa del Cinema
Largo Marcello Mastroianni 1 – Roma

Ingresso libero fino ad esaurimento posti 

MARINA CICOGNA. La vita e tutto il resto, il documentario sulla storica produttrice cinematografica che il regista Andrea Bettinetti ha scritto con Alejandro de la Fuente e Elena Stancanelli, torna in visione a Roma mercoledì 15 giugno, al Teatro all’aperto Ettore Scola, nei giardini della Casa del Cinema di Roma. Un evento particolare, alla presenza della stessa protagonista, Marina Cicogna Mozzoni Volpi di Misurata, indiscussa icona di stile, creatività e indipendenza, del regista e della direttrice della fotografia Maura Morales Bergmann, recente vincitrice del Premio Pianeta Donna per questo lavoro e del produttore Riccardo Biadene, che riceveranno dalla  presidente SNGCI e dei Nastri d’Argento Laura Delli Colli la targa per la recente candidatura in cinquina ai Nastri d’Argento del film. Interverranno anche Giorgio Gosetti, direttore della Casa del Cinema e Enrico Bufalini, direttore Archivio Luce Cinecittà.

Sotto falso nome

E’ FINITO LO ZUCCHERO

di Sergio Tardetti

Fu quando si accorse di aver finito lo zucchero che si decise ad uscire di casa. Non lo aveva fatto quando era finita l’acqua minerale – berrò quella del rubinetto, aveva pensato. Né lo aveva fatto quando era finito il vino – magari, una volta tanto, riesco anche a smettere di bere. Lo zucchero no, quello non poteva mancare, l’acqua minerale sì, il vino sì, lo zucchero no. Uscire, però, gli costava fatica, uscire significava lavarsi, vestirsi, pettinarsi anche, pettinarsi quel cespuglio ispido che era diventata la sua testa. Uscire era una gran fatica, ma per lo zucchero, solo per lo zucchero, lo avrebbe fatto. Allora, un bagno, ma un bagno no, richiede troppo tempo. Una doccia, allora, sì, una doccia, poi cercare camicia, pantaloni, biancheria, calzini puliti, ce ne deve essere ancora un paio da qualche parte. Passò un bel po’ di tempo prima che si ritrovasse sulle scale di casa, meravigliato di vederle ancora lì, meravigliato persino che ci fosse ancora qualcosa, oltre le scale, fuori di casa.
Il giardinetto, con le siepi basse di nuovo da tagliare, anche quello era ancora lì, i fiori nel giardinetto, freschi, qualcuno doveva averli innaffiati tutti i giorni, lui non aveva avuto tempo per quello, non aveva avuto tempo per niente. Tranne che per Elisa, tutto il suo tempo – quanto ne era passato? – era stato per lei, tutto il suo tempo, fino a quando era mancato lo zucchero. Prima era mancato il vino, era mancata l’acqua minerale, e prima ancora era mancata Elisa. Ogni volta lui aveva sempre pensato: “Farò senza il vino, senza l’acqua minerale. E anche senza Elisa”. Fino a quando era mancato lo zucchero. Non era uscito di casa, neppure quando era mancato il vino o l’acqua minerale, neppure quando era mancata Elisa. Al vino e all’acqua minerale non ci aveva pensato nessuno, lui solo, ad Elisa ci avevano pensato in molti, alcuni li conosceva, altri non ricordava di averli mai visti. Visi lunghi e tirati, qualcuno pallido, occhi rossi. I suoi non li aveva guardati, non gli mancavano.
Vide il cespuglio delle rose, un paio di boccioli ancora chiusi sulla cima di rami senza foglie, accanto a quello che rimaneva di un fiore, tre petali bianchi, scossi dall’aria mossa dal passaggio delle auto. In quel momento se ne staccò uno, rimase per un breve istante sospeso nell’aria, poi cadde, planando quasi in verticale sopra la siepe incolta. Lo guardava cadere così, come aveva guardato Elisa, quando il coperchio di legno aveva nascosto il suo viso per sempre. Ad un tratto, pensò che non aveva ancora pianto, doveva essersi dimenticato, o forse gli erano mancate le lacrime, adesso poi gli era mancato persino lo zucchero. Il sole aveva appena superato il tetto del palazzo di fronte, la luce improvvisa lo costrinse a strizzare gli occhi. I limoni, anche quelli erano finiti, ce n’erano voluti quasi cinque ogni giorno per Elisa, quella sete che non smetteva mai di bruciarla. Li strizzava così, tra le dita, mentre lei lo guardava e sorrideva, con quel poco di sorriso che era rimasto sulle labbra secche.
Si passò una mano davanti al viso, come per togliersi la tela di un ragno, la ritirò bagnata. Si appoggiò al muro, proprio accanto alla buca delle lettere, passò di nuovo la mano davanti agli occhi, era sempre bagnata. Lo zucchero. Si ricordò che era finito, ma per quello adesso c’era tempo.

© Sergio Tardetti 2015-2022