Sergio Tardetti

LA QUINTA DIMENSIONE

E’ in uscita presso l’editore Bertoni una pregevole raccolta poetica, autrice Simona Chiesi, dal titolo “Diorami notturni”. Ne ho curato la pubblicazione nella mia collana “Emergenze” e ne ho scritto la prefazione…

LA QUINTA DIMENSIONE – prefazione

Ogni volta che prendiamo in mano un libro, per aprirlo e iniziarne la lettura, avvertiamo in noi prepotente l’aspettativa di volerne essere sorpresi. Sorpresi dalle parole che ci avviamo a leggere, sorpresi dalla sapiente abilità con la quale l’autore/ autrice si impegna a combinare quelle parole per rappresentare situazioni, descrivere sensazioni, suscitare emozioni che non dimenticheremo facilmente, una volta giunti all’ultima pagina, perfino a distanza di tempo. La raccolta poetica di Simona Chiesi, “Diorami notturni”, riesce ad andare ben oltre queste attese, proiettandoci in una dimensione che si aggiunge alle quattro classiche dello spazio-tempo. È quella che definisco la “quinta dimensione”: la dimensione “poetica”. Libera e non dipendente dal qui e ora, al di là e al di fuori di questi parametri, è una dimensione costituita di sensazioni, di voli fantastici tesi ad inseguire i pensieri e ad inoltrarsi nelle profondità dell’infinito. Tutto quello che è dotato di una qualche fisicità scompare lentamente, si dissolve, svapora, fino a sublimarsi, disperdendosi oltre una muraglia fatta di parole che rimandano a suoni, i quali, a loro volta, rimandano a immagini, sogni e visioni. È l’insormontabile muraglia di montaliana memoria, “che in cima ha cocci aguzzi di bottiglia”, quella che noi seguiamo, costeggiando un territorio invisibile del quale proviamo a immaginare geografia e consistenza attraverso fonemi che appartengono ad un linguaggio comune.

Quello che viene percepito e appare ai nostri sensi, nella dimensione dello spazio-tempo, non è che una rappresentazione – una delle tante possibili – della quale ci serviamo per dare corpo e forma alla dimensione ideale che riusciamo a raggiungere attraverso l’Arte, in particolare attraverso la poesia. È in questo modo che avviene la “sublimazione” del significante, operazione questa che ne amplifica il significato e la potenza espressiva. Così avviene l’elevazione della parola, che consente di prendere le distanze dall’immanente, per riuscire ad aprirsi un varco nella siepe oltre la quale si immagina la presenza dell’infinito, con la mente rivolta verso il trascendente che a volte, tramite la potenza evocativa delle parole, riusciamo persino a percepire. Impossibile non sentirsene attratti, coinvolti e quasi ammaliati, con il costante desiderio di andare oltre una forma letteraria costruita con parole sceltissime e giungere al nucleo – o meglio, al cuore – della poesia passando, come Alice di Lewis Carroll, attraverso lo specchio.

È a questo punto che facciamo il nostro ingresso nel gioco della “fruizione” del testo poetico, del come e perché avvicinarsi a un testo che richiede la nostra attenta e continua partecipazione. Possiamo scoprire, leggendo, che una poesia parla di noi, avvertiamo la sua vicinanza nel sentircene rappresentati, talvolta perfino ritratti, ma più spesso ci limitiamo soltanto a vederci riflessi in lei, come se si trattasse di uno specchio per la nostra anima. L’invito che rivolgo al lettore è quello verso una “fruizione attiva”, l’incoraggiamento ad “attraversare lo specchio”, per ritrovarsi in un mondo del quale siamo parte da sempre, entrare nella dimensione poetica, per l’appunto. Tutto questo con l’obiettivo di “comprendere” la poesia, non certo di “capirla”, operazione quest’ultima priva di senso e di scopo, limitata spesse volte ad una mera parafrasi del testo. “Comprendere” la poesia equivale, in un certo qual modo, a stringerla in un abbraccio e a farsi abbracciare da lei, per lasciarsi emozionare dalle sensazioni che è capace di suscitare nell’anima, più che raccogliere gli stimoli che dovrebbero raggiungere la mente. Tutto questo, e molto altro, accade nel corso della lettura di “Diorami notturni”, raccolta poetica di rara fascinazione. Un lettore appassionato ed attento può sperimentarlo pagina dopo pagina, verso dopo verso, come ad esempio quelli che rivelano il senso del titolo della raccolta. Il misterioso e fascinoso titolo trova la sua esplicitazione nei versi di una poesia “Diorami”: Inutili costruzioni/ di una irrealtà latente/ che non avrà il sopravvento/ su quella prepotente e vera./ Vivono notturni,/ Vibratili, evanescenti.

Nei versi di Simona Chiesi predomina la frequente e attenta riflessione sull’essere e sul divenire, il voler mettere alla prova la consistenza e la ricchezza di una lingua che si trova a dover esprimere profondi stati d’animo e originali punti di vista sulla realtà. Testi ricchissimi di un lessico prezioso, elegante e a tratti ricercato, per quanti cercano, attraverso un personale muto dialogo con la poesia, di scavare a fondo nella propria anima, per interrogarla e chiederle conforto sulla propria visione della realtà e del mondo. Il fare, l’agire, l’attualizzare quella affermazione di padre David Turoldo, secondo la quale “poesia è rifare il mondo” sembrano gli stimoli, gli spiriti guida che danno impulso e vitalità alla scrittura della autrice, che sollecita il lettore, affermando: “basta non restare nel limbo/ ad attendere indicazioni/ e indugiare arresi.” Si avverte costante la tensione di una ricerca della perfezione, dell’incastro ben connesso, che possa far ammettere che lì e soltanto lì poteva trovare collocazione quella parola o quella frase; è trasparente la ricerca di un lessico personale che mira a prendere le distanze da un frasario quotidiano, frammisto di ovvietà replicate all’infinito e di rinuncia a qualsiasi forma di dubbio. Istintivo corre, d’altra parte, anche il richiamo al verso montaliano “Non chiederci la parola…”. I limiti della poesia, i confini in cui opera e agisce, sembrano tracciati e definiti, anche se, passo dopo passo e metro dopo metro, il suo territorio, grazie all’azione dei poeti, è in continua espansione. Forse, fra le tante parole delle quali è intessuta la raccolta, ognuno potrà trovare quella che va cercando, magari l’unica e la sola che possa motivarlo a cercare una personale ragione di continuare a resistere ogni giorno agli attacchi dell’esistenza. Una poesia-approdo, una poesia che possa salvarci dagli inevitabili naufragi ai quali possiamo andare incontro nel corso della vita. Una poesia, insomma, alla quale poter fare continuo ricorso nelle proprie letture, per raccogliere preziose forme di alchemiche trasformazioni dei propri sentimenti in parole di velate verità.

Simona Chiesi – Diorami notturni. Bertoni editore, 2024

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ORE CINQUE

Tratto da “VENTIQUATTRO ORE”, raccolta inedita di racconti brevi, a volte brevissimi…

Insonnia, Taccuino Sanitatis (ritaglio)

di Sergio Tardetti

Eccomi ancora qui! È già la terza volta che mi sveglio e sono costretto ad alzarmi, per andare… in bagno, naturalmente! Quando si raggiunge – e a volte, addirittura, si supera – una certa età, ecco che si può finalmente godere di qualche privilegio. Per esempio… Per esempio? A dire il vero, in questo momento non me ne viene in mente nessuno, avrei voluto dire “poter disporre liberamente del proprio tempo”, ma vedo che la strada che conduce alla dimostrazione di questa affermazione è lunga e irta di ostacoli. Chi potrebbe affermare, infatti, di poter disporre liberamente del proprio tempo? E dimostrarlo, per giunta? Forse alle cinque di mattina, quando anche gli altri sono impegnati in qualche sonno profondo, o impigliati nella rete di un sogno assurdo, dalla quale non riescono a districarsi, allora potrebbe essere anche probabile che lascino agli altri la possibilità di poter disporre liberamente del proprio tempo. Ma solo fino al risveglio, perché, da quel momento in poi, il loro tempo sarà a disposizione degli altri. E se c’è qualcuno disposto a smentirmi, che si faccia pure avanti! Ma, per tornare all’elenco dei privilegi concessi dall’avanzare degli anni, direi che uno di questi è non avere orari che vincolano la giornata. Per esempio, puoi essere in piedi già alle cinque di mattina, anche senza una motivazione precisa. Ormai per te non è più quel tempo e quell’età in cui avevi forti e pressanti motivazioni per essere in piedi a ore improprie – come le chiamavi allora – ormai ti svegli, ti alzi, e basta.

Naturalmente, facendo attenzione a non svegliare gli altri, quelli che vivono con te nella casa, o, peggio ancora, i vicini – giovani, beati loro! – che tra poco dovranno alzarsi davvero per andare al lavoro. Cercherai di muoverti con la massima cautela, per evitare che qualche rumore improvviso li svegli; e allora sai benissimo che qualche parola fuori luogo, rivolta al vicino insonne, potrebbe uscire fuori anche da quelle loro bocche, di solito sempre vocate al sorriso. È capitato un po’ a tutti, in quella fase che segue immediatamente il risveglio, di avere pensieri piuttosto violenti nei confronti del prossimo, non tanto per un prossimo specifico, ma così, in generale. Perfino per quel prossimo mai conosciuto, che non ti ha mai fatto niente, eppure in quel momento preciso ti si propone come un nemico da combattere e da abbattere. Le cinque del mattino ridestano in ciascuno di noi gli istinti primordiali, di quando ancora si riteneva che ogni uomo fosse un lupo per un altro uomo. A quest’ora è piuttosto facile essere aggressivi, soprattutto se si è trascorso il resto della nottata in un aggirarsi insonne tra le stanze di casa. I motivi? Anche qui possono essere i più disparati, ma il più comune è certamente un pensiero che si è insediato nella mente al momento di coricarsi e non ne è venuto più fuori. Non necessariamente un pensiero importante, ne basta uno qualunque, ad esempio dover chiamare l’idraulico il giorno dopo per un rubinetto o uno scarico che perde.

Conosciamo tutti per esperienza quanto possa dare da pensare la necessità di chiamare un idraulico, che di solito non ha mai tempo da dedicare a te, sempre così oberato di altri impegni. E, se per caso si rende disponibile, allora sì che cominci a pensare seriamente. E a preoccuparti, come è naturale. Prima di tutto per il conto che ti presenterà, e anche per la lunga lista di difetti che sembra presentare il tuo impianto idraulico, quello che a prima vista sembrava perfettamente funzionante. Non sai che le normative cambiano di anno in anno? E che una corretta manutenzione ti farà risparmiare spese future e, soprattutto, futuri problemi? Alla richiesta di un preventivo, sai già che l’idraulico scuoterà la testa, impossibile farne uno come si deve senza prima aver potuto visionare l’intero impianto. Sotto quel fuoco di fila di future domande e future spese, la tua mente difficilmente sarà capace di abbandonarsi al sonno. E allora non ti resta che continuare ad andare avanti e indietro, fra la camera da letto e il bagno, e ritorno, in attesa che arrivino le sei e con loro la luce di un nuovo giorno. A quel punto, come per un incantesimo al contrario, l’idraulico con i suoi conti, i suoi preventivi e le sue minacce di dover rifare l’impianto ex novo, si dissolveranno insieme alle foschie mattutine, all’apparire del primo raggio di sole. Intanto, però, sono ancora poco più delle cinque e per l’incantesimo che fa sparire gli idraulici c’è ancora molto da aspettare. Così non resta che rimettersi a letto e sperare di non doversi alzare di nuovo per qualche impellente necessità, anche se è vero che è impossibile fare pronostici su questi argomenti.

Non hai saputo da un po’ di tempo che noi siamo fatti essenzialmente di acqua? E, dunque, ne hai ancora a sufficienza per tornare a percorrere l’itinerario letto-bagno e ritorno almeno per tre o quattro volte, prima che sia ora di alzarsi. Ma poi, alla fine, questo idraulico bisognerà chiamarlo davvero, o proverai tu stesso a riparare il guasto? Sei ancora impegnato nel dover decidere sul da farsi, quando, ecco, di nuovo lo stimolo ad andare in bagno. Che nottataccia! Stavolta devi avere fatto più rumore del solito, perché ecco che nella tua stanza si accende una piccola luce, la torcia del cellulare, che sta ormai soppiantando la vecchia lampada sempre presente sul comodino accanto al tuo letto. “Che succede?”, chiede una voce impastata dal sonno. “Niente, niente. Dormi…”, rispondi sottovoce, perché non vorresti svegliare qualcun altro, magari il vicino o la vicina di casa, che potrebbe essere insonne a sua volta. Ti è sembrato, in effetti, di sentire i passi di qualcuno andare e venire da una stanza all’altra – nelle nuove abitazioni antisismiche i suoni si trasmettono facilmente, perfino amplificati da questo silenzio, raggiunto grazie ai nuovi vetri termicamente e acusticamente isolanti. E certamente, anche il tuo viavai non sarà sfuggito al vicino o alla vicina, a cui sfuggirà un sorriso di magra consolazione, al pensiero di qualcuno che condivide la stessa sorte. L’insonnia, madre di tutti i vizi e di tutte le virtù, regna sull’umanità persa nel tentativo di chiudere gli occhi, almeno fino al sopraggiungere delle prime luci dell’alba.

© Sergio Tardetti 2024

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VENERDÌ

di Sergio Tardetti

Mai e poi mai avrei potuto credere, nel corso della mia quasi dimenticata adolescenza, che il venerdì avrebbe finito per assumere nel tempo un’importanza così capitale. Ci sono voluti anni, a dire il vero, prima che il venerdì diventasse il Venerdì, con tanto di maiuscola. Ai tempi in cui ero un ragazzo, il venerdì era semplicemente il giorno che precedeva il sabato, un giorno come tutti gli altri, differente soltanto per certe pratiche quaresimali alle quali non avevamo l’abitudine di sottoporci in famiglia, vale a dire digiuno e astinenza dalle carni. Ma, mentre il digiuno era un rischio che poteva capitare di correre, a volte perfino una necessità, quando si aveva poco o anche niente da mettere in tavola, praticare l’astinenza dalle carni era impossibile. “Non di solo pane vive l’uomo”, infieriva in quel giorno il predicatore dall’alto del pulpito, tenendosi piuttosto distante dal bordo, impedito nell’accostarsi da un giro vita di tutto riguardo. Difatti, non doveva vivere di solo pane, ma anche di qualche abbondante gustoso companatico, che pure non nominava mai. Pane sì, tanto, companatico mai. A noi sarebbe bastato, e perfino avanzato, quel pane che veniva acquistato in modeste quantità per tutta la famiglia e terminava nel giro di un paio d’ore, assaggiato, sgranocchiato, masticato, trangugiato, consumato in ogni forma e modalità. Quanto al companatico, alla fine si cadeva sempre sulla carne, non certo di alta qualità e di prima scelta, ad esempio zampe di pollo e spuntature di ali di pollo, quelle che la cuoca del ristorante accanto scartava, perché non presentabili ai clienti.

Confesso che quel ristorante con i suoi scarti, nobilitati dall’arte culinaria di mia madre, ha salvato spesso il pranzo e la cena, soprattutto il venerdì. Come avrà fatto il venerdì a diventare Venerdì? È successo tutto da quando la gente ha scoperto che, con un’opportuna e differente organizzazione del lavoro, si poteva lasciare il sabato libero. Così è accaduto che il Venerdì sia diventato “di sette il più gradito giorno”, soppiantando quel sabato che aveva mantenuto per secoli la sua egemonia sopra tutti i fratelli della settimana. È nelle serate e nelle notti del Venerdì che si sfoga tutta la frustrazione repressa di chi è costretto spesso ad accontentarsi di un lavoro e di uno stipendio, che considera assolutamente inadeguati alle sue capacità e al suo titolo di studio. Così, nelle serate del venerdì si consuma il sacro rito dell’apericena, un qualcosa a metà strada tra l’aperitivo – quello, però, è previsto per tutti i giorni – e la cena, leggera per lo più, perché il piatto piange e il borsellino langue. L’apericena, con ulteriori rinforzi di bevande nel giro obbligato dei locali della movida, innesca poi comportamenti che definire trasgressivi è un eufemismo. È questo, dunque, “di sette il più gradito giorno”? Sicuramente lo è per l’inventore dell’apericena e per tutti coloro che si sono dedicati a coltivare questa passione, vuoi per piacere personale, vuoi per interesse economico, essendo i ricavi dell’apericena parte sostanziosa e integrante del bilancio della propria attività commerciale. A volte capita di domandarmi come abbiamo fatto noi cosiddetti boomers – noi nati e cresciuti negli anni ‘50 e ‘60 del 1900 – a sopravvivere fino a questi giorni senza la pratica ossessiva-compulsiva dell’apericena.

Che dire? Non se ne avvertiva la mancanza, specialmente nelle piccole città, nelle quali l’unico locale aperto dopo le ventitré era spesso il bar della stazione – là dove c’era una stazione ferroviaria, naturalmente. Il venerdì, in fondo, non era che un altro giorno della settimana, un giorno lavorativo che preludeva al sabato, anch’esso giorno lavorativo, l’unico a poter aspirare al riconoscimento di “più gradito” tra i sette giorni. “Le cose cambiano”, mi ha detto il barista quando gli ho chiesto quale, secondo lui, fosse il giorno più gradito dei sette. E ci ha tenuto a precisare che cambiano a seconda delle stagioni, delle mode e delle disponibilità economiche. C’è stato un tempo, infatti, in cui era impossibile distinguere tra i sette quale fosse il più gradito e se, in effetti, ce ne fosse uno in particolare. Tutti, senza alcuna distinzione, risultavano graditi, anzi graditissimi, almeno fino a quando le disponibilità economiche permettevano di potersi gratificare tutte le sere, rendendo ciascun giorno unico e insuperabile. Salvo poi superarlo con il giorno successivo, facendolo diventare il nuovo “più gradito” dei sette, e così via, fino alla fine della settimana. Oggi, però, come direbbe, non senza rimpianto, qualcuno, il mondo è cambiato. Ce ne accorgiamo da come spendiamo il nostro tempo, perché, in effetti, mai come oggi il tempo è diventato denaro. Ma, mi capita spesso di chiedermi, lo spendiamo o lo sprechiamo? Non ho mai osato rivolgere questa domanda agli altri, nessuno vorrebbe mai ammettere di stare sprecando il proprio tempo. Eppure, il dubbio resiste e insiste a proporsi con incredibile frequenza. E, quello del venerdì, sarà tempo speso o sprecato? Senza dover rinviare ai posteri l’ardua sentenza, gli interrogati, specialmente quelli più dotati di spirito, affermeranno che, piuttosto, tempo sprecato è il tuo che continui ad arrovellarti con simili domande e che non hai ancora capito che questa vita va attraversata ad occhi chiusi. Che dire? Quando si ha il vizio assurdo di porsi domande, è poi difficile smettere, sai già che continuerai a interrogarti fino all’ultimo istante, anche se le eventuali risposte non cambieranno il mondo, ma forse aiuteranno a rendere più sopportabile la tua vita.

© Sergio Tardetti 2024
Foto di di Rachel Claire da Pexels

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QUEL CERTO PASSATO CHE TORNA

Recensione del libro “LE AQUILE DELLA NOTTE” di Alice Basso (Garzanti)

di Sergio Tardetti

Non scrivo più recensioni con la frequenza e la continuità di un tempo, complice, allora, il fatto che utilizzassi la recensione come tecnica di promemoria, per richiamare alla mente, almeno a grandi linee, quello che mi era passato davanti agli occhi durante la lettura di un libro. Non scrivo più con la stessa agilità – ostacolo, forse, l’età che induce a maggiore cautela e riflessione? – e trovo che tutto questo non sia bene, almeno per me. Ho bisogno di scrivere, tutti i giorni, come se si trattasse di un delicato esercizio psicofisico, avente come fine la ricerca della serenità del vivere – considerando la felicità una pura utopia e un sogno dal duro risveglio, che, ad esperienze e a conti fatti, non vale la pena inseguire. Da una rilettura di quello che scrivevo anni fa, nelle pagine del mio antico blog, quando il tempo da dedicare alla scrittura era limitato al poco concesso dagli impegni di lavoro, è fatalmente scoccata la scintilla che ha riacceso la fiammella necessaria ad incendiare il ricordo delle righe e della pagine scorse davanti agli occhi. Riprendo, dunque, l’attività parlando-scrivendo di un libro, acquistato di recente e letto con relativa calma, “Le aquile della notte” di Alice Basso.
Ricomincio da qui, ma solo per così dire, perché nel frattempo non ho mai smesso di leggere né tanto meno di scrivere, recensioni comprese. Sottolineo quel “ricomincio”, perché, nelle intenzioni, vorrei poterlo fare con maggiore sistematicità e frequenza. Intanto, me ne assumo l’impegno, con la speranza, anzi, la volontà, di poter riuscire a portarlo avanti. Dicevamo, dunque, del libro di Alice Basso, autrice che ho avuto il piacere di conoscere, pur senza esserci presentati, in occasione di una iniziativa di due giorni dal titolo “Giallo Natale”, tenutasi a Gubbio, presso la Biblioteca Sperelliana, un minifestival tutto imperniato sulla “letteratura di genere giallo, mistery, horror e dintorni”, così recitava la locandina recante il programma. L’autrice è venuta, nell’occasione, a presentare il suo libro che ho prontamente acquistato e, poco alla volta, letto, quasi centellinandolo. Sono stato immediatamente conquistato dallo stile leggero e arioso della scrittrice, capace di dare vita a personaggi che, se pure collocati in un’epoca alquanto distante nel tempo – siamo nel ventennio fascista, a metà degli anni Trenta del secolo scorso – non sfigurerebbero affatto se agissero al giorno d’oggi.
Curiosamente, la protagonista femminile, Anita Bo, condivide con l’autrice le stesse iniziali di nome e cognome, ragazza giovane, spigliata, indipendente, intraprendente e intelligente, capace di pensiero autonomo, tutte doti che la pongono in stridente contrasto con l’ambiente conformista, bigotto e ideologicamente addomesticato che la circonda. È lei la vera stella, motore apparentemente immobile del piccolo universo nel quale si trova ad agire, intorno alla quale si sviluppa e prende forma e consistenza la trama. Le fa da spalla un fascinoso datore di lavoro, Sebastiano Satta Ascona, fatalmente trascinato in tutte le avventure nelle quali Anita si getta a capofitto. Intorno a loro un gruppo felicemente assortito di comprimari e comparse che si trovano coinvolti nell’inevitabile detective story alla quale Anita, con il supporto di Sebastiano, saprà infine trovare la soluzione. Romanzo di ambientazione storica, ma non storico, in cui l’atmosfera dell’epoca è perfettamente ricostruita, grazie soprattutto al solerte lavoro di documentazione condotto dalla autrice, che rievoca accuratamente la situazione socioculturale di quegli anni. In più, sorpresa nella sorpresa, la descrizione di un ambiente, quello delle Langhe, nel periodo della piena vendemmia, con le sue cascine, i suoi vigneti e i suoi boschi in versione autunnale, rievocazione di una civiltà agreste ormai da tempo scomparsa, ma nella quale il lettore di buona memoria e di non più verde età riesce a calarsi alla perfezione.
Sapientemente raccontata e rappresentata anche la borghesia dell’epoca, con tutti i suoi miti e i suoi riti, compresa l’ostentazione della propria opulenza, raggiunta spesso a discapito delle classi subalterne e di una nobiltà che sta perdendo, oltre che il patrimonio degli avi, anche l’antico predominio sociale. Quanto al lettore di scarsa memoria, suggerisco a costui di confrontare i tempi in cui è ambientato il romanzo con quelli attuali. Sono più che certo che, se porrà la dovuta attenzione nella sua analisi, arriverà a scoprire che quel certo passato non è mai del tutto morto, ma che sta addirittura ritornando in maniera subdola e strisciante. Basta guardarsi intorno e leggere i segni dei tempi per avvertire quella atmosfera, ancora non così strettamente sorvegliata, di irrigidimento da parte del potere nei confronti di tutto quello che può costituire una forma più o meno aperta o più o meno velata di opposizione. A cominciare dal rapporto tra l’attuale classe governante e la cultura, avvertita con un aperto senso di fastidio e vissuta già come forma di chiaro dissenso. Quarto volume di una serie ambientata negli anni Trenta, confezionata forse per essere adattata ad una fiction, nella quale speriamo di vedere Anita Bo impersonata da qualche attrice beniamina del vasto pubblico televisivo. E chissà che qualcuno dei telespettatori, stimolato dalla visione delle storie, non decida in seguito di immergersi anche nelle pagine del libro.

Alice Basso – Le aquile della notte. Garzanti, 2023.

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I TRENI DELLA VITA

Recensione del libro “LE CAREZZE DEI LAMPI” di Fabio Mongardi

di Sergio Tardetti

Ammetto sinceramente – e confesso – che l’ultimo romanzo di Fabio Mongardi, “Le carezze dei lampi”, mi ha dato molto da riflettere, a cominciare dal titolo. Per l’intero volume ho rincorso l’indizio/ chiave di lettura celato in quel titolo, sperando in una sua incarnazione in una scena, in un avvenimento, in un dialogo, in un personaggio che ne rivelasse l’essenza reale. L’ho rincorso avendo trascurato, per mia distrazione, il fatto che l’enigma si era praticamente chiarito da sé fin dalle prime pagine, con quel riferimento in esergo ai versi di Isacco Turina, la cui citazione, nelle intenzioni dell’autore, voleva essere un suggerimento che indirizzasse verso la comprensione del titolo, e che, di fatto, ha acceso una luce soltanto a lettura avanzata. Dimostrazione questa che, ancora una volta, il lettore va in cerca di qualcosa che si nasconde proprio davanti ai suoi occhi.
Parole del titolo che poi rinviano ad un avvenimento non secondario, che coinvolge due dei protagonisti del romanzo. E qui mi fermerei, per evitare di rivelare eccessivi dettagli della trama e dei personaggi, ma proseguirei piuttosto con considerazioni che sono emerse nel corso della lettura. Una lettura – posso affermarlo senza tema di smentita – che scorre via continua e fluida, non senza lasciare profonde tracce di sé sotto forma di sensazioni e di impressioni, che risultano così note (vorrei dire comuni) a quanti, come me, sono cresciuti e continuano a vivere in un contesto di provincia. L’immagine che mi ha accompagnato per tutto il corso della lettura è stata quella del treno che apre la storia e che poi ne determina lo sviluppo. Da lì a trasformare quell’immagine in metafora dell’esistenza il passo è stato breve, complice un’espressione francese, train de vie, “stile di vita”, che mi è tornata in mente seguendo qualche percorso contorto e accidentato della memoria. Da qui a ricondurla agli accadimenti di una comune esistenza il passo è stato breve.
Così sono le vite di provincia, inquiete nel profondo e fintamente serene di fuori, quella provincia avvertita a volte come ambiente del quale si è prigionieri, ridotti in catene dalle convenzioni di rapporti instaurati nel corso di intere esistenze. Una provincia apparentemente perdente nel confronto con la megalopoli, luogo di sfrenate libertà, dove nessuno ti giudica per quello che sei né per quello che fai, ma in cui ciascuno si tiene a distanza dalle vite di chi l’abita, senza nemmeno tentare di avvertirne lo scorrere sulla pelle. La megalopoli spesso dura e ostile, corazzata contro ogni vizio ma anche contro ogni virtù, indifferente al bene così come al male. Si pensa, invece, alla provincia come a una miriade di piccoli e piccolissimi borghi, dove tutti si conoscono e ognuno sa tutto – o almeno immagina di sapere tutto – di tutti gli altri, dove l’osservanza della regola è elogiata e l’eccezione è considerata devianza dagli schemi sociali imposti da secolari tradizioni e comportamenti. Ed è così che viene chiesto, spesso anche preteso, dalle vite di provincia il rispetto di questi vincoli, dai quali non consentito deviare se non “deragliando”, uscendo cioè dai binari della norma. Tenendo costantemente presente che ci sono sempre, comunque e ovunque, prezzi da pagare per il proprio “train de vie”.
I treni della vita sono quelli che, a volte, decidiamo di prendere, altre volte, invece, di perdere, per libera scelta, per distrazione o perché semplicemente li ignoriamo. Sono treni che, una volta presi, portano un po’ ovunque, a volte ci travolgono, più spesso ci limitiamo a guardarli passare, mentre altri personaggi ne scendono e salgono di continuo. Accade ad ogni esistenza, in ogni luogo. L’incidente rimane in ogni caso l’evento traumatico che cambia vite e destini, quello che fa deragliare il treno, lo fa uscire dai binari della quotidianità e delle abitudini. Le vite subiscono in questo modo uno scossone violento, alcune diventano incontrollabili e irrecuperabili, perché ognuno è legato a tutti gli altri, che lo desideri o no. Complice del “deragliamento” diventa anche la distrazione di chi “guida” questo treno, ma che poi, alla fine, può fare ben poco per evitare l’evento traumatico che costringe a ripensare le vite di molti e a modificarne il percorso attuando nuove scelte e nuove decisioni. “Le carezze dei lampi” è un romanzo “corale”, in cui ogni personaggio è, in qualche modo, oltre che protagonista della propria vicenda personale, anche di quella collettiva, passeggero volontario o involontario, consapevole o meno, di quel treno che sconvolge il piccolo mondo in cui si sviluppa la storia.
Chiudo con un’ultima annotazione, della quale mi corre l’obbligo di non tacere. È interessante sottolineare come il paesaggio, così come minuziosamente descritto, diventa non solo spettatore e fondale animato – nel senso di “dotato di anima” -della vicenda, ma anche esso stesso personaggio, insinuandosi in molte pagine, per attribuire alla narrazione una precisa collocazione spaziale e temporale; un “personaggio” che fa da collante allo sviluppo della trama, rappresentato attraverso descrizioni di tale intensità e realismo che non può essere ignorato né dimenticato, anche molto tempo dopo il termine della lettura.

Fabio Mongardi – Le carezze dei Lampi. Morellini Editore, 2023.

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