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Appunti per una critica del diritto prossimo venturo

Sciopero alla Fiat, Torino 1943

di Gianni Giovannelli

Fu un linguaggio del dispotismo e della tirannia il dire che la sola regola della legislazione è la volontà
del legislatore.
Gaetano Filangieri
(La scienza della legislazione, I, III Napoli, Raimondi, 1780)

Costituisce un dato di fatto, oggettivo e incontestabile, che siano in corso mutamenti profondi nella legislazione italiana e che questi mutamenti trovino un puntuale riscontro anche negli altri territori del pianeta, perfino a prescindere dalle diverse strutture politico-istituzionali. Non si tratta di una generica stretta repressiva limitata al diritto penale, come un esame soltanto superficiale potrebbe indurre a credere; la trasformazione – di questo si tratta come ogni giorno appare sempre più evidente – si estende all’insieme complessivo delle norme ordinamentali, civili, amministrative, lavoristiche, marittime, militari, interstatuali.

Il mutamento

Scricchiola e vacilla il tradizionale riferimento ai codici e perfino alle costituzioni, ovvero a uno stabile quadro di regole dei rapporti contrattuali e sociali, dentro un orizzonte temporale tale da consentire una qualche programmazione esistenziale. Certo: le guerre, le catastrofi naturali o le epidemie potevano imporre il varo di provvedimenti eccezionali, ma con l’intesa che poi sarebbe tornata la normalità. Perfino la Seconda guerra mondiale non riuscì a cancellare questa concezione dei patti di convivenza, nata durante il terremoto napoleonico e articolatasi nel concreto in mille diverse versioni. L’attuale capitalismo, rinnovato e finanziarizzato, procede invece, con determinazione, nel perseguire questa radicale mutazione, ritenuta ormai necessaria al processo di valorizzazione; non intende rallentare e tantomeno fermarsi.

La pandemia, la guerra – ormai endemica e diffusa, non limitata alla punta ucraina – e la crisi, anch’essa a carattere permanente, sono un fattore di accelerazione, utilizzato con crescente professionalità nelle singole situazioni dagli addetti alla cabina di controllo e di comando. La pandemia ha generato ansia, timore, soprattutto un senso di rassegnazione servile, di accettazione della subordinazione quale unica possibile via di sopravvivenza. La guerra ha aggiunto una preoccupata insicurezza (per le fonti energetiche e per i rischi atomici) su cui viene coltivato sapientemente l’odio in luogo della solidarietà. Infine la crisi ha allargato la forbice fra ricchi e poveri, ha logorato il vecchio welfare e consentito tramite inflazione il prelievo del risparmio, così andando a indebolire la resistenza delle famiglie popolari, costrette ad accettare condizioni lavorative e retributive in costante peggioramento; le organizzazioni sindacali assistono, o impotenti o qualche volta complici, al disastro, comunque senza reagire.

La scelta del capitale

La scelta del capitale – e dei diversi esecutivi incaricati di mantenere l’ordine, pur variando il metodo per giungere allo scopo – par essere quella di un moderno dispotismo, adattato al territorio in cui si cala. Si tratta di una forma istituzionale adottata, per fatti concludenti, dalla teocrazia iraniana, dai laburisti australiani, dai nazionalisti indiani, dai comunisti cinesi e, ora, in continuità con Draghi, dai neofascisti italiani. Siamo in presenza di un concetto aggiornato di quella che viene definita come costituzione materiale. Come aveva intuito quasi duecentocinquant’anni or sono il nostro Filangieri, giurista geniale, il mezzo per imporre una sostanziale tirannia del più forte (economicamente e militarmente) consiste in una legislazione caratterizzata, in via principale, dalla sola volontà del legislatore insediato nelle sale del potere. Al tempo stesso un meccanismo di estrazione del valore (con esproprio dei frutti della cooperazione sociale) fondato sulla conquista dell’esistenza e dei corpi non può sopravvivere senza la sopraffazione che assicura il controllo; al cittadino della borghesia fordista subentra il suddito, diviso per separati segmenti (religione, ideologia, etnia, genere, nazione, censo).

Ricomposizione e repressione

Il nemico del capitale è la ricomposizione che si annida dentro la resistenza, dentro la protesta; la miscela di rivendicazioni, diritti certi, solidarietà, unità ed emancipazione rischia sempre di trasformarsi in rivolta e va disinnescata prima di esplodere, non dopo. La repressione del dissenso risponde dunque, nella fase attuale di transizione, al duplice scopo di assicurare il controllo e di incrementare la produzione sociale complessiva. Al tempo stesso l’attacco al welfare, il saccheggio del risparmio, l’esproprio di ricchezza collettiva consentono di recuperare risorse con cui far fronte ai costi delle singole crisi. Alla pianificazione del socialismo reale e del liberalismo fordista – fondata in entrambi i casi sul consenso, sul contratto e sulla certezza del diritto – si sostituisce, in ogni regime attuale, nessuno escluso, un orizzonte normativo di breve respiro, mobile, modificabile, piegato alle esigenze della crisi e a quelle del profitto. Un comportamento lecito può, per volontà del legislatore al comando, diventare illecito; le sanzioni possono essere cancellate, alleviate o aggravate per decreto di governo, secondo le oscillazioni della moneta o della carenza di materia prima; il patto o il contratto, anche fra privati, può essere rimosso, annullato, modificato dall’autorità.

Variazioni del diritto

Il sistema delle norme, dei diritti e delle obbligazioni diventa, nell’attuale assetto capitalistico, soggetto a sbalzi quotidiani come fosse una quotazione in borsa: il mercato si è impadronito della legislazione, rendendola fluttuante, abbattendo ogni certezza.

Dopo la manovra finanziaria, con il decreto governativo di fine anno (30 dicembre), perfino inquinare diventa opinabile: nella produzione di acciaio quel che si vieta come veleno a Catania o a Firenze lo si consente (e impone agli abitanti) a Taranto e Priolo. Il legislatore, nel tempo del dispotismo, giunge così ad arrogarsi il potere di colpire la salute pubblica, di favorire i tumori, statuendo pure uno scudo penale (così i media di regime chiamano l’impunità) ai funzionari incaricati del crimine legalizzato in nome della produzione d’interesse nazionale. Assolti gli inquinatori e presumibilmente condannati coloro che cercheranno di opporsi al loro avvelenamento; in questa vicenda potrebbe tornar buono il severissimo apparato sanzionatorio auspicato in forma di decreto punitivo dalla seconda carica dello Stato, avvocato Ignazio La Russa, contro i giovani verniciatori di Ultima Generazione.

Nel paese degli Acchiappacitrulli, del resto, funziona proprio così; infatti Maya Bossier, giovane ribelle No Tav piemontese, dopo aver denunciato alla magistratura il poliziotto che le aveva tirato un cazzotto in faccia nel corso del fermo, ne ebbe puntuale conferma. Infatti il Tribunale di Torino (Giudice la dottoressa Costanza Goria) ha assolto il bastonatore e inflitto quattro mesi alla bastonata. Ancora: nessun risarcimento Inail riconosce a Giuliano De Seta, morto schiacciato in fabbrica durante lo stage, perché lavorava senza essere ancora stato promosso lavoratore da certificazione idonea. Al tempo stesso, tuttavia, una buona dose di carcere preventivo per i quattro ribelli che manifestavano contro la pericolosa insicurezza della legge di alternanza scuola-lavoro, senza rispetto per la gerarchia.

La legge del capitale

Questi episodi sono significativi, ma rientrano, in fondo, nel tradizionale indirizzo della cattiva giustizia italiana, sempre lesta nel punire i deboli e salvare i potenti, a volte dietro compenso, più spesso per convinzione. Ma quel che accade in questa fase della crisi è diverso da quanto avveniva in passato: alla violazione delle regole si sostituisce la cancellazione di norme giuridiche certe, rimettendo alla volontà dell’esecutivo la decisione in ordine al confine fra lecito e illecito, alla scelta di assolvere o punire, secondo le convenienze contingenti di governance e produzione. Questo processo è articolato, non è univoco, viene attuato per segmenti: sia con decisioni della magistratura sia con disposizioni normative sia ancora con interventi di carattere amministrativo. C’è del metodo in tale confusa strategia legata a obiettivi contingenti di brevissimo periodo, ma al tempo stesso mirata ad annientare il dissenso prima che diventi un fatto, criminalizzando come antisociale ogni tentativo di opposizione al regime.

Criminalizzazione continua

Questa è la scelta del capitale dentro la crisi e dentro la transizione in corso: trasformare qualsiasi esperimento sul campo di ricomposizione, di solidarietà e di unità in una associazione per delinquere. Lo strumento tecnico giuridico per tale piano del capitale è, in Italia, l’art. 416 del vecchio codice penale fascista (Regio Decreto 19.10.1930 n. 1398), interpretato con la necessaria disinvoltura nella sua concreta applicazione, fino a innovarlo e stravolgerlo. Lo schema del 416 è semplice: prevede, a carico di promotori e organizzatori e per ciò solo, la sanzione da 3 a 7 anni (e dunque consente le intercettazioni, telefoniche o ambientali) quando 3 o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti. Per i semplici partecipanti all’associazione (per il solo fatto di partecipare) la pena oscilla fra 1 e 5 anni di carcere. Questo è il grimaldello con cui, qui e oggi, il dispotismo forza il contenitore dei diritti residui, per rimuoverli e affermare il proprio pieno dominio.

Precedente di rilievo per questo filone giuridico è la sentenza n. 607/21 del Tribunale di Locri (Presidente il dott. Fulvio Accursio), a carico di Mimmo Lucano e di molti altri imputati; il reato associativo fu riconosciuto sussistente in una ipotesi di gestione dei fondi per lo sciame migrante in Calabria da parte di organismi no profit con le conseguenti durissime condanne oggi al vaglio d’appello (13 anni e 6 mesi al sindaco di Riace). Soprattutto, anche a prescindere dal caso specifico, fu l’occasione politica per criminalizzare l’intera rete del volontariato, dal salvataggio in mare al supporto tecnico di sportello fornito ai richiedenti asilo, fino all’assistenza sindacale durante lo svolgimento di lavori necessariamente precari. Questa operazione, nata e cresciuta quando il governo contava su larghe intese, prosegue ancora più violenta e astiosa con l’esecutivo Meloni (si consideri da ultimo il recentissimo decreto Piantedosi per contrastare le navi Ong).

A Piacenza nella logistica

Assai significativa è, successivamente, l’ordinanza del Giudice per le Indagini Preliminari di Piacenza, dottoressa Sonia Caravelli, nel procedimento penale radicato dal Pubblico Ministero già nel 2016 (R.G. 1827/2016), contro i dirigenti dei sindacati di base nel settore della logistica (Usb e Si Cobas) e su impulso delle grandi imprese di settore (da Amazon a Gls). Per quasi sette anni i quadri sindacali furono costantemente pedinati, intercettati, tenuti sotto sorveglianza occulta, proprio in ragione dell’ipotesi criminosa a carattere associativo; il numero di ruolo assegnato dal Gip (2023/2021 e 2019/2022) certifica l’indagine come secretata per almeno 5 anni, dal 2016 al 2021, in attesa dell’occasione storica per utilizzare un tale archivio ancora oggi sottratto nella sua interezza alla difesa degli indagati. Non ha remore la dottoressa Caravelli nell’esprimere il suo punto di vista sui militanti sindacali: alimentavano attorno alle loro persone reti clientelari di lavoratori interessati alla stabilizzazione e volevano poi sostenerli con la forza ricattatoria del sindacato di appartenenza (il corsivo è citazione testuale del provvedimento). L’organizzazione delle lotte salariali diviene dunque associazione per delinquere, volta a commettere i reati tipici del conflitto fra capitale e lavoro: il picchetto (610 c.p., violenza privata), l’occupazione dei piazzali e l’invasione dei reparti (508 c.p.), il mancato scioglimento dell’assembramento (650 c.p.), l’interruzione del servizio di recapito (340 c.p.), la resistenza alla forza pubblica (337 c.p.), il disservizio nelle linee (513 c.p.), l’oltraggio al pubblico ufficiale (341 c.p.), il blocco stradale (la legge Togliatti del 1948 modificata dal D.L. 113/2018 di Gentiloni), il danno al pubblico servizio in genere (331 c.p.). Neppure il ministro di polizia più anticomunista della prima repubblica, l’avvocato Mario Scelba, nel suo lungo mandato (1947-53) era giunto a concepire un simile quadro accusatorio in danno degli scioperanti; al più usava la mitica Celere o, per i più riottosi, il battaglione Padova che interveniva secondo necessità un po’ dappertutto. Ora, in questa nuova e aggiornata versione, l’associazione per delinquere è quella che raccoglie i lavoratori interessati alla stabilizzazione (intesi come reti clientelari!) e i delitti che costituiscono lo scopo della struttura criminale sono quelli dello sciopero e del picchetto, mentre le lotte salariali diventano la costruzione di una forza ricattatoria.

Il capitalismo contemporaneo (delle piattaforme e della finanza) si discosta ormai dalla separazione sociale fra tempo di lavoro e tempo libero; l’intera esistenza dei corpi precari può, dunque deve, essere produttiva, va ricondotta dentro il complessivo processo di valorizzazione. Per questo, specie nell’ambito della crisi (o delle crisi) tutte le forme di dissenso diventano immediatamente nemiche del capitale e, pertanto, criminali.

L’occupazione di case a Milano

La quarta sezione del Tribunale di Milano (Presidente il dott. Giuseppe Fazio) ha accolto la tesi accusatoria del Pubblico Ministero dott. Leonardo Lesti e qualificato associazione per delinquere l’attività di Solidarietà Popolare nel quartiere del Giambellino. In pratica questa struttura territoriale fungeva da supporto agli occupanti di case popolari pubbliche, sfitte e abbandonate dall’Istituto, nel contempo dando vita ad attività culturali gratuite in zona. Secondo il periodico Internazionale su 2667 alloggi circa 900 risultavano vuoti; ma sostenere l’occupazione di quelli inutilizzati concreta associazione per delinquere e comporta nove condanne da 1 anno e 7 mesi fino a 5 anni e 4 mesi.

E il Tav

Non potevano, naturalmente, mancare nel mazzo i militanti contrari al Tav in Val di Susa: fallito ormai il tentativo della procura piemontese di colpire con la più nobile associazione sovversiva, la P.M. dottoressa Manuela Pedrotta si è servita del 416 c.p. ottenendo, dopo quasi tre anni di intercettazioni e pedinamenti, alcuni arresti nel corso dell’inchiesta chiamata «Sovrano»Si collocano fiduciosi in lista d’attesa i verniciatori di Ultima Generazione consapevoli che non tarderà l’intervento di qualche parlamentare in cerca di notorietà o di qualche magistrato solerte nei compiti assegnati dai tempi.

Decreto Rave

In linea con il disegno complessivo si pone, a fine anno, la conversione in legge con modifiche del decreto legge 31.10 2022 (c.d. decreto Rave), all’ultimo giorno, con la fiducia e l’aggiunta della cosiddetta ghigliottina (il nome rende bene l’idea di questo meccanismo parlamentare volto a tagliar corto e ad approvare in fretta qualunque cosa, senza necessariamente sapere di che si tratta). Rimane la pena da 1 a 6 anni, il che consente le intercettazioni, telefoniche e ambientali; rimane pure una certa vaghezza nel delineare l’area disciplinata dal decreto, il «raduno musicale» si presta a letture molteplici. In aggiunta all’occupazione arbitraria di terreni o edifici potrebbe infatti bastare la (inevitabile per gruppi spontanei non imprenditoriali) violazione della normativa (anche di un solo comma poco significativo!) sulla sicurezza e l’igiene (sterminata!) per far scattare la trappola accusatoria; anche i locali d’impresa (per prime le discoteche) incorrono spesso nell’infrazione di norme sull’igiene e sulla sicurezza (una jungla di disposizioni, spesso contraddittorie, di non facile lettura), ma con conseguenze ben diverse (sono contravvenzioni e si prescrivono presto) e incassi ben più sostenuti! In ogni caso rileva la premessa associativa nell’articolo 5 del decreto (promuove organizza), via maestra che consente senza troppa fatica di giungere al 416 c.p. solo aggiungendo un qualche altro delitto al già criminalizzato raduno musicale (questi Torquemada in sedicesimo avrebbero incarcerato volentieri quelli di Woodstock o dell’isola di Wight). Dalla frode fiscale per la vendita dei prodotti con marchio Genuino Clandestino alla ricettazione di chitarre hanno solo l’imbarazzo della scelta. L’importante è dominare.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 16 gennaio 2023, su Machina e tradotto e pubblicato su El Salto

NEL FOLTO DELLE RIGHE

Considerazioni su un’opera di Aldo Merce “Non leggete tra le righe – meta esercizio di lettura”

di Sergio Tardetti

Ci fu un tempo in cui l’invito a leggere tra le righe veniva raccolto da pochi sceltissimi studiosi, che passavano ore e ore del proprio preziosissimo tempo per individuare in quel candido lucore significanti che fossero eventualmente sfuggiti a una prima lettura. Salvo poi scoprire che tra le righe c’era solo il bianco della pagina che fa da spazio tra una riga e un’altra.

Col tempo i pasdaran della lettura tra le righe hanno reiterato e potenziato i loro appelli, diventando via via sempre più insistenti e minacciosi, imponendo così il loro punto di vista, secondo il quale tra le righe c’era da scoprire molto di più che nelle singole righe. Così, tanto per compensare in qualche modo il tempo perso in questa sterile operazione, molti studiosi cominciarono a raccontare e a scrivere di apparizioni miracolose, scorte proprio lì dove l’ordine ricevuto e puntualmente eseguito non aveva poi dato i frutti sperati. Chi riuscì in questo modo a scoprire doppi e tripli significati ai significanti riportati nelle righe, qualcuno arrivò addirittura a individuare quadrupli significati.

Per puro spirito di emulazione, altri studiosi presero a cercare doppi e tripli sensi all’interno di quelli trovati dai loro colleghi, continuando questo genere di ricerche fino ai giorni nostri. Eppure, un modo di rompere questa catena, che rischiava di trascinarsi all’infinito, doveva pur esserci. E, in effetti, un modo c’è e ce lo dimostra Aldo Merce con la sua recentissima opera “Non leggete tra le righe – meta esercizio di lettura”. Il suo è un esplicito invito a desistere da quell’operazione – la lettura tra le righe, appunto – che, se condotta per troppo tempo e senza adeguati strumenti ottici – leggi occhiali – rischia di far perdere non solo il cervello ma anche la vista della gran parte degli studiosi. Se il problema è leggere tra le righe, ha pensato l’artista, allora una soluzione c’è: eliminare il “tra le righe”, lo spazio bianco che ormai da tempo viene lasciato, tradizionalmente per lunga abitudine, tra una riga e un’altra. Vedo già i tralerighisti agitarsi, li sento quasi gridare: impossibile! Impossibile, cosa? “Nihil difficile volenti” e nemmeno impossibile, basta volerlo. La soluzione? Scrivere le righe una attaccata all’altra, senza nessuno spazio in mezzo. Un’idea semplice, decisamente lapalissiana direi. E perché fino ad ora nessuno ci aveva pensato? Proprio perché i tralerighisti, il partito di chi proclama, impone, ordina la lettura tra le righe è potente, si è infiltrato in tutte le istituzioni e mai nessuno avrebbe osato opporsi ai loro diktat, votando una risoluzione che imponesse di annullare lo spazio tra le righe. Con evidente guadagno di spazio e risparmio di pagine, direi. E anche di tempo, perso da parte degli studiosi nei loro sterili tentativi di leggere tra le righe. Niente più “tra le righe”, nessuna tentazione di provare a leggervi lasciamo il “tra le righe” al suo destino. Lasciamo gli studiosi ad operazioni ben più fruttuose che non il leggere tra le righe, che ritornino finalmente al compito iniziale che si erano scelti, capire cosa c’è scritto nelle righe e ricercarne il significato, diffondere il verbo erga omnes. E’ bastato dunque il gesto anarchico di un artista, un moto di ribellione alle parole d’ordine, per far crollare un mondo che era rimasto in piedi inalterato per secoli. Le opere di Aldo Merce, artista capace di stimolare riflessioni su argomenti di solito considerati marginali da chi si occupa soltanto di “questioni importanti”, hanno sempre un alto contenuto di provocazione. Del resto, se così non fosse per un artista, la sua opera diverrebbe banale e scontata, cosa che non è certo proprio ciò che ci si attende dai veri artisti.
Quanto a me, lascio uno spazio bianco tra una riga e un’altra: legga tra le righe chi vuole e chi sa!

© Sergio Tardetti 2023

Il futuro della guerra

di Guido Viale

Le guerre non bisognerebbe mai iniziarle. Una volta “scoppiate”, bisognerebbe adoperarsi per farle cessare il più presto possibile. Ma soprattutto bisognerebbe evitare tutte le iniziative che possono portare al loro “scoppio”. Non per una astratta pretesa di armonia tra i popoli, ma per evitare il costo che le guerre comportano sia per chi le “vince” che per chi le “perde” – se parliamo di popoli e non di governi – sia in termini di distruzione degli habitat che di danni agli uomini e alle donne che ci vivono.

Questo non vuol dire rinunciare a difendersi, anche con le armi, ma convenire sul fatto che tra le opzioni possibili non c’è solo la guerra e nient’altro che la guerra. Prima, durante e oltre la guerra ci sono tregua, diplomazia, mediazione, costruzione di alternative politiche e sociali, difesa delle vite e delle condizioni di esistenza delle popolazioni, convivenza tra etnie, lingue e “culture” diverse. L’autodifesa armata del Rojava ha il suo presupposto nel confederalismo democratico promosso da Ocalan. Nessuna di quelle esigenze è stata invece rispettata dalle parti coinvolte nella guerra in Ucraina.

Putin non pensava a una guerra quando ha invaso l’Ucraina. Pensava a una soluzione come quella che oltre cinquant’anni prima era riuscita a Breznev in Cecoslovacchia: molti carri armati, poco sangue e un cambio di regime imposto con la forza per arrestare e riequilibrare la marcia verso est della Nato. La resistenza dell’Ucraina, del suo esercito e delle sue milizie lo ha costretto a cambiare i piani: non a ritirarsi e chiedere scusa, ma a ripiegare su una vera guerra, a cui con tutta evidenza non era preparato. La sua devastante vittoria in Cecenia gli aveva fatto credere di poter risolvere la questione con un altro massacro.

Dall’altro lato del fronte si è puntato fin dall’inizio sulla temporanea superiorità ucraina, supportata dal sostegno politico, ma soprattutto militare, della Nato, degli Usa e dell’Unione Europea, per sferrare un colpo decisivo. Ben sapendo che questo avrebbe innescato un confitto molto lungo, che nelle dichiarazioni iniziali di Biden (poi corrette) avrebbe dovuto portare alla destituzione di Putin o addirittura alla dissoluzione della Federazione Russa.

Non si è messo in conto quanto una guerra prolungata e combattuta con sempre più uomini e armi (fino al limite della minaccia e del sempre possibile ricorso a quelle nucleari) sarebbe costata alle popolazioni dell’Ucraina e alla gioventù della Federazione Russa mobilitata a partire dalle sue periferie. La mobilitazione di entrambe le parti (e dei loro fan, soprattutto in Occidente) ha offuscato finora lo sguardo sulla devastazione del territorio, a est e a ovest del fronte e sul futuro di quel Paese. Ancora oggi si pensa – qualcuno pensa, e si mette in viaggio per prenotarne una quota – al business della ricostruzione, mentre la distruzione dell’Ucraina è ancora in pieno corso. E questo senza mettere in conto il suo indebitamento presente e futuro, pagabile solo in parte con la svendita delle sue risorse. E immemori del passato, si progetta di farne pagare i danni alla Russia, come a Versailles, dopo la Prima Guerra Mondiale, si era pensato di farli pagare alla Germania…

L’ostinazione della Russia non ha provocato, come forse sperava Putin, una crisi dell’Unione Europea e meno che mai la sua “nazificazione”, come ritiene il generale Mini, ma i regimi dispotici di molti suoi membri ne sono stati rafforzati, grazie soprattutto alla militarizzazione imposta dalla Nato. Un dominio in cui è facile entrare, ma da cui molto difficile uscire, o anche solo disobbedirgli, come insegna la sorte toccata ad Aldo Moro. Ma che il più democratico regime europeo abbia scambiato la sua adesione alla Nato con la consegna dei dissidenti curdi al tiranno Erdogan è cosa da non sottovalutare.

La guerra in Ucraina è un esito scontato dell’allargamento passato, in corso e futuro della Nato, un processo di cui l’Ucraina è una componente essenziale: il come e il quando erano (in parte) ignoti. Ma l’Ucraina era già membro di fatto della Nato, con le esercitazioni congiunte (“L’abbaiare ai confini della Russia”), il suo potenziamento bellico e il ruolo affidato, dopo Maidan, alle sue milizie (naziste? Sì) nel fare una vera e propria guerra alle aspirazioni autonomistiche delle sue province orientali.

È vero che nel confronto tra Ucraina e Federazione Russa non contano solo le armi, la loro potenza, la loro precisione, la loro quantità. Conta anche il “fattore umano”: il fatto che molti dei combattenti ucraini considerino ora una questione vitale la riconquista dei territori sottratti – anche se avevano fatto ben poco per fermare il bombardamento di otto anni del Donbass e la discriminazione dei loro concittadini russofoni – mentre uno spirito analogo non anima certo i coscritti a forza delle forze armate russe. Ma fino a che punto si potrà evitare di mettere in conto anche il “fattore disumano”: le centinaia di migliaia (ormai) di morti da entrambe le parti, la distruzione, in gran parte irreversibile, dei territori contesi, a qualsiasi delle due parti rimangano poi in mano. E un futuro non di prosperità (che l’Unione Europea non fornisce più nemmeno ai suoi membri), ma di miseria, di debiti, di rancore e di soggezione.

L’Ucraina non uscirà da questa guerra, se mai ne uscirà, più democratica e “denazificata”, ma più autoritaria e militarizzata, come già è ora e con partiti di opposizione e sindacati fuorilegge, scioperi proibiti, informazione controllata, giornalisti indipendenti perseguitati, servizi segreti e ambasciate straniere onnipotenti.

Quanto alla Russia, l’esito perseguito, se è la caduta di Putin, non consegnerà il potere a un’élite più conciliante e aperta, bensì a figure ancora più feroci e guerrafondaie. Se è la dissoluzione della Federazione, essa lascerà il campo a una “grande Libia”, con le nazioni del dissolto impero contese tra le potenze vicine e lontane, e anche ubique, come il mai dissolto Isis. Qualcuno ha forse pensato di poter parare il colpo senza adoperarsi da subito per la pace? E non sarebbe forse l’Unione Europea l’attore più adatto a proporre una mediazione, se non fosse anch’essa parte del conflitto? Ma non si può mediare partecipando alla guerra: questo, almeno, bisognerebbe saperlo.

L’articolo è stato pubblicato su COMUNEinfo l’8 gennaio 2023

L’ARTICOLO

di Sergio Tardetti

Entri, entri, si accomodi. Se l’ho mandata a chiamare? Certo che l’ho mandata a chiamare, caro Sismondi, altrimenti perché lei sarebbe qui? Non glielo hanno detto? In effetti, non lo ho detto neanche io a chi ho mandato a chiamarla, caro Sismondi. Comodo, comodo, stia pure lì in piedi, è una faccenda di pochi minuti, giusto il tempo di dirle… Chi è che mi chiama, adesso? Eccola qui, sempre lei… Caterina! Che piacere sentirti, stavo giusto parlando di te con Sismondi. Te lo ricordi Sismondi, vero? Come chi sarebbe? Il mio redattore capo, quel gran genio del Sismondi, quello che reinventa la grammatica e la sintassi. Te lo avevo presentato alla festa del giornale, sai quel giovanotto un po’ anziano, che ha l’età di mio figlio, ma sembra mio padre … Ah, hai capito di chi parlo, vero? Pensa che l’ho fatto assumere proprio io all’Eco di Montretto, sì, insomma, al giornale, e sempre io l’ho nominato redattore capo. Se è stata una buona idea, dici? Ancora non mi sono dato una risposta, anzi, la sto ancora cercando, ma prima o poi la troverò, stai sicura. Mi stavi dicendo? Scusa se divago, ma ho un piccolo problema da risolvere… Di che problema si tratta? Niente di serio, ma è un problema da non sottovalutare, per questo ho chiamato Sismondi, che mi darà senz’altro una mano… Oppure la darò io a lui, ma per salutarlo, arrivederci, anzi, forse addio. Abbia pazienza, Sismondi, finisco questa telefonata e sono da lei. Allora, ci vediamo stasera? No, non dico a lei Sismondi, parlavo con Caterina… Stasera, sì, otto in punto, ristorante? Tre Cervi? È nuovo?
Non lo conosco… Lei, Sismondi, lo conosce? Mi fa cenno di sì, si vede che lui esce molto più spesso di me, Caterina. E, scusi Sismondi, ci va spesso? Ah, anche di recente? E, mi dica, mi dica: come si mangia? Molto bene, mi sta dicendo, mi segui Caterina? E, mi dica, mi dica: come si beve? Ah, molto bene anche per quello? Non è che c’è stato ieri sera, per caso? Perché, scusi sa, se c’è stato ieri sera e si beve molto bene, magari stamattina non sarà stato poi così lucido da poter scrivere l’articolo di fondo. Ah, l’aveva già scritto ieri sera, prima di uscire a cena? E, se non sono indiscreto, mi scusi Sismondi, con chi era? Preferisce non dirmelo, capisco… Capisci, Caterina? Ah, anche tu capisci benissimo, non è che per caso vi siete messi d’accordo? Comunque, si è trovato bene, vero? E qui al giornale, mi scusi, come si trova? Bene, anche qui. E, se insistessi per sapere con chi era ieri sera? Non me lo vuole dire… Me lo dici tu, Caterina? Perché, tu che ne sai? Ah! Eri tu con lui… Scusa, Caterina, se sono stato indiscreto, perdonami, ma c’è che stamattina mi sento un po’ fuori fase, specialmente dopo avere letto l’articolo di Sismondi. Non che sia scritto male, con quel tanto di ironia che il nostro buon Sismondi sa mettere nelle sue parole, con quella dose di buona retorica che tutti gli riconosciamo, ma, abbia pazienza, Sismondi, anche con quella sciattezza per la quale l’ho dovuto riprendere più volte. Capisci, Caterina? No, Sismondi, per favore, non mi dica che le dispiace, che un errore può capitare a tutti e che la prossima volta ci starà più attento, perché me lo ha già detto tre giorni fa, una settimana fa, due settimane fa e anche un mese fa.
Come posso fidarmi di lei, se continua a commettere errori così banali? Siamo giornalisti, che diamine, mica graffitari? Come dici, Caterina? Ah, capisco… Questo però non me lo avevi mai detto prima, perché? Giusto, giustissimo, affari tuoi… Scusami se sono stato inopportuno, d’accordo, fai conto che non te lo abbia mai chiesto. Dunque, Sismondi, a quanto sembra c’è qualcuno che si sta prendendo molta cura di lei, qualcuno disposto a scendere in campo a sua difesa… Però, anche lei! Scusi, sa, ma mi commette certi errori che neanche uno scolaretto… E lei è laureato, vero? Ah, non è laureato? Avrà almeno frequentato l’università, spero! Scusi, sa, Sismondi… Come dici, Caterina? Siete stati compagni di corso? Ed è proprio lì che vi siete conosciuti… E con voi c’era anche… Ma no! Davvero? E voi tre eravate inseparabili, e siete tuttora, molto amici… Capisco, capisco benissimo, però Sismondi non si è laureato. Non è colpa sua, dici? Sì, certo, anche Sismondi mi fa cenno di no, magari tutto questo avrà una spiegazione, ma ciò non toglie che… Insomma, certi errori finiranno per compromettere la buona immagine del giornale, non è d’accordo anche lei, Sismondi? E, quindi, che dovrei fare, secondo te, Caterina? Certo, capisco, ma non ti sembra un po’ troppo chiudere un occhio di fronte a certi errori? Come sarebbe a dire: quali errori? Andiamo, Caterina, errori che neanche alle elementari si sarebbero commessi, figurarsi poi da un quasi laureato… Perché lei non è laureato, me lo conferma, Sismondi? Me lo conferma.
E allora, perché al momento dell’assunzione mi ha detto che era laureato? Ah, glielo ha consigliato lui, anzi glielo hanno consigliato loro… Ma loro, chi? Tu, Caterina? E, immagino che l’altro sia lui… E va bene, si vede proprio che oggi non è giornata. No, non ce l’ho con te, Caterina, ce l’ho con me stesso, che qualche volta dovrei stare un po’ più attento a scegliermi i collaboratori. O, per lo meno, dovrei evitare di farmeli imporre. Adesso devo lasciarti, Caterina, ho qui da fare con il nostro Sismondi, un ripassino di grammatica, che forse potrebbe tornargli utile. Ciao, Caterina, a presto! Anzi, a stasera, vero? Come sarebbe a dire: dipende? Ma dipende da cosa? Ah, da quello che ti farà poi sapere Sismondi. Dai, Caterina, non scherziamo, che c’entra Sismondi, adesso? C’entra, dici? Perché, dalla sua risposta a una certa tua domanda, dipenderà se stasera usciremo insieme o no… Capisco, anzi, non capisco: a quale domanda ti riferisci? Ah, ecco: chiederai a Sismondi come l’ho trattato, e, a seconda della risposta, deciderai. Ma perché dovrà decidere lui di quello che farò stasera? Perché lui è stato un tuo compagno di corso all’università, insieme a… Ci siamo capiti! Tranquilla, Caterina, te lo rimanderò tutto intero! Ma è uno scherzo, una battuta, Caterina! Via, adesso non possiamo più nemmeno scherzare? Non su certi argomenti, dici… E va bene, allora non scherziamoci, diciamo che facciamo sul serio. Adesso parlo un attimo con Sismondi e poi ti faccio richiamare, così ti dirà lui come è stato trattato, con i guanti bianchi, come sempre, del resto. Sì, ciao Caterina, a stasera, allora… forse.
Allora, Sismondi, veniamo a noi. Dunque, lei ha detto di avere scritto l’articolo che è uscito oggi fin da ieri sera. Sì, ho capito, prima di uscire con Caterina. Immagino, però, che avesse molta fretta, sa, io la conosco Caterina, e lei non sopporta che si arrivi in ritardo a un appuntamento con lei. Perciò, forse, data l’ora, sarà stato costretto ad affrettarsi, immagino. Giusto? E immagino anche che, una volta terminato di scrivere l’articolo, lo avrà riletto e poi spedito… Ah, lo ha soltanto spedito. Senza rileggerlo, quindi, perché se lo avesse riletto, allora se ne sarebbe accorto… Come, accorto di cosa? Allora, guardi, proviamo ad arrivarci un poco alla volta, dopotutto Caterina mi ha chiesto di essere paziente con lei, e poi c’è sempre quell’altro amico vostro, sì, lui, insomma… Dovremo tenerlo presente, anzi, io dovrò tenerlo presente, non vorrei creare qualche caso, che poi potrebbe… Sì, insomma, lo so ben io cosa potrebbe. Perché sorride, Sismondi? Dice che ha capito cosa intendo dire? E, sentiamo, che cosa avrebbe capito? Su, me lo spieghi! No, non mi altero, non mi sto alterando, anzi, glielo chiedo con tutta la calma possibile: potrebbe cortesemente spiegarmi quello che ha capito? Dice che altrimenti lui… Va bene, basta, vedo che anche per lei è tutto chiaro, torniamo a noi, per favore. Dunque, l’ho fatta chiamare… Oh, insomma, non è il caso di finire un discorso che subito ti interrompono! Ma chi è che…? Ah, buongiorno, è lei, mi fa piacere sentirla… Tutto bene? E a casa tutto bene? Con chi ha appena parlato? Dice che dovrei indovinarlo? Mah, difficile poterlo dire, lei ha a che fare con così tanta gente che… Ah, la conosco anch’io questa persona, dice…
Scusi, sa, ma non sarà stata per caso Caterina? Ah, ecco, volevo ben dire… Dire cosa, mi chiede? Niente, niente, un pensiero mio, capitato in testa quasi per caso. Dunque, lei ha parlato con Caterina. E, mi scusi se sono curioso, ma a proposito di cosa? Non di cosa, dice? Allora di chi? Ecco, lo immaginavo, ma ho preferito che me lo confermasse lei… Sismondi, sempre Sismondi, fortissimamente Sismondi! Scusi, sa, la citazione mi è venuta spontanea, naturale. No, non era affatto mia intenzione fare dello spirito, non mi permetterei mai, specialmente poi con lei… Come dice? Se Sismondi è ancora qui da me? Sì, in effetti è ancora qui, stavamo discutendo sa, ma bonariamente, s’intende, perché con lui non potrei farlo che in questo modo, bonariamente. Come dice? Vorrebbe, anzi vuole, che glielo passi? Sì, subito, eccolo… Caro Sismondi, è per lei, naturalmente immaginerà chi possa essere… Come dice? Bravo, sì, proprio lui! Eccolo, glielo passo! (Ma tu guarda un po’ che mi doveva capitare oggi… Del resto, me lo sentivo che non sarebbe stata una giornata tranquilla. E poi, accidenti a me e alla mia pignoleria! Ma, del resto, che posso farci? Sono fatto così, punto e basta). Tutto a posto, Sismondi? Vi siete consultati abbastanza? Via, non faccia quella faccia, per favore, si parla, si dice, si fa tanto per scherzare! Mi vuole parlare ancora, dice? E sentiamo… No, sì, no, sono ancora qui… Va bene, adesso parlo con Sismondi. Grazie, grazie… A presto!
Allora, caro Sismondi, tutto chiarito! E, mi scusi se l’ho fatta chiamare, ma purtroppo io sono fatto così… Fatto male, come dice a volte anche Caterina, malissimo, ma, d’altronde… Insomma, tornando a noi, ecco, venga qui, si avvicini… Vede qui? Non lì, qui! Cosa nota? Non nota anche lei qualcosa che stona con il resto dell’articolo? Qui, qui, dove sta guardando, scusi? Ah, lo vede anche lei! E, mi scusi, non nota niente di strano? Niente… Tutto normale, dice. Eppure, guardi bene, anzi, guardi meglio… Qui, qui! Non sto alzando la voce, mi scusi, sa, a volte mi infervoro, mi faccio prendere la mano dal mio carattere… Come sarebbe a dire: un brutto carattere? Lo dice lei! Ah, non lo dice lei, si limita al più a riferire, lo dice Caterina… E anche lui, quello, insomma? Ho capito, ho capito… Allora, guardi Sismondi, guardi qui, lo vede? Cosa c’è scritto? Un uomo… Bravo, è così che si leggerebbe, ma guardi meglio. Lo vede quel cosino pressoché invisibile tra “un” e “uomo”? Saprebbe dire anche come si chiama? Bravo, quel cosino si chiama apostrofo… Come sarebbe a dire: cosa c’entra? Come sarebbe a dire: è per questo che mi ha fatto chiamare? Per un apostrofo? Sì, per un apostrofo, proprio! Senta, Sismondi, io magari perderò il posto, ma lei mi faccia un favore: ripassi la grammatica!

© Sergio Tardetti 2023