Il gesto della mano aperta, simbolo di rifiuto e affermazione personale, diventa qui un segno visivo immediato di confine e libertà individuale. (Foto di Lucia Montanaro)
Mobilitazione promossa dal Comitato “Senza consenso è stupro – Napoli e Campania” per difendere la centralità del consenso nelle norme sulla violenza sessuale
Napoli e la Campania si preparano a scendere in piazza domenica 15 febbraio alle ore 11 in piazza del Plebiscito per difendere la centralità del consenso nelle norme che regolano il reato di violenza sessuale. L’iniziativa si svolgerà in contemporanea con altre città italiane e precederà una manifestazione nazionale prevista a Roma il 28 febbraio.
Per comprendere il senso della mobilitazione è necessario chiarire il contesto. L’articolo 609 bis del Codice Penale è la norma che definisce il reato di violenza sessuale.
Negli ultimi mesi la Camera dei Deputati ha approvato all’unanimità un testo che introduce in modo esplicito il concetto di “consenso libero e attuale”. In termini semplici, significa che per stabilire se vi sia stata violenza non è più necessario dimostrare una costrizione fisica o una minaccia, ma verificare che non sia stato espresso un sì libero, consapevole e presente nel momento dell’atto.
Il testo approvato alla Camera, tuttavia, non è ancora definitivo perché deve essere esaminato dal Senato. Ed è proprio in questa fase che si inserisce il dibattito. Alcune proposte di modifica, secondo le realtà promotrici del presidio, rischierebbero di spostare l’attenzione dal consenso al cosiddetto dissenso, cioè alla necessità di dimostrare di aver rifiutato o resistito. Il timore espresso è che ciò possa riportare il peso della prova sul comportamento della vittima piuttosto che sulla responsabilità di chi compie l’atto.
La mobilitazione del 15 febbraio non chiede quindi una nuova legge, ma di mantenere il principio del consenso così come votato alla Camera oppure di evitare modifiche che ne riducano la portata. Il Comitato “Senza consenso è stupro – Napoli e Campania”, nato dopo precedenti iniziative davanti al Senato, riunisce centri antiviolenza, associazioni femministe, cooperative sociali, sindacati e organizzazioni civiche del territorio.
La data scelta ha anche un valore simbolico. Il 15 febbraio ricorre infatti l’anniversario della legge n. 66 del 1996, che trasformò la violenza sessuale da reato contro la morale a delitto contro la persona, segnando un passaggio storico nel diritto italiano. A trent’anni da quella riforma, le organizzazioni coinvolte dichiarano di voler difendere un percorso considerato non solo giuridico ma anche culturale.
Il tema del consenso non riguarda esclusivamente il linguaggio delle leggi. Coinvolge il modo in cui una società interpreta le relazioni, l’educazione al rispetto e la responsabilità individuale. Il presidio napoletano invita alla partecipazione associazioni, collettivi e singole persone con l’obiettivo dichiarato di mantenere alta l’attenzione pubblica su una questione che intreccia diritto, cultura e vita quotidiana.
L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 10 febbraio 2026
Ad António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite
Mi prendo la libertà di scriverle, per sottoporle un’idea. Le Nazioni Unite potrebbero rilasciare una carta d’identità a qualsiasi cittadino del mondo che ne faccia richiesta. La carta non deve necessariamente comportare privilegi o diritti. Potrebbe avere qualche utilità pratica, ma avrebbe, credo, un immenso valore simbolico: tutti gli esseri umani appartengono a un’unica famiglia di cittadini.
Esperti mi dicono che il progetto è facilmente realizzabile tecnicamente, data la tecnologia odierna; la maggior parte delle carte potrebbe essere consegnata concretamente per conto dell’ONU da singoli paesi che lo vogliano fare. Forse l’ONU stessa aumenterebbe la sua legittimità simbolica, con miliardi di persone che hanno la sua carta in tasca. Penso che sarebbe meraviglioso offrire a qualsiasi essere umano il senso di appartenenza a un unico popolo.
Con rispetto e ammirazione per la sua difficile leadership e la sua voce di saggezza, rara nel mondo contemporaneo.
[Carlo Rovelli]
La lettera è stata pubblicata su Comune.info il 1° novembre 2025
Il 3 luglio, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite (ONU) sui Territori Palestinesi Occupati, Francesca Albanese, ha presentato un rapporto intitolato “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, in cui accusa oltre sessanta multinazionali di trarre profitto dal genocidio a Gaza e dall’occupazione di altri territori palestinesi (From economy of occupation to economy of genocide).
Il rapporto indaga i meccanismi aziendali che sostengono il progetto coloniale israeliano di sfollamento e sostituzione dei palestinesi nei territori occupati. Mentre i leader politici e governi si sottraggono ai propri obblighi, troppe entità aziendali hanno tratto profitto dall’economia israeliana di occupazione illegale, apartheid e ora genocidio. La complicità denunciata da questo rapporto è solo la punta dell’iceberg; porvi fine non sarà possibile senza chiamare a rispondere il settore privato, compresi i suoi dirigenti. Il diritto internazionale riconosce diversi gradi di responsabilità, ognuno dei quali richiede esame e accertamento delle responsabilità, in particolare in questo caso, in cui sono in gioco l’autodeterminazione e l’esistenza stessa di un popolo. Questo è un passo necessario per porre fine al genocidio e smantellare il sistema globale che lo ha permesso.
Eleanor Roosevelt presenta la Dichiarazione universale dei diritti umani
Il 10 dicembre 1948, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite proclamava la Dichiarazione universale dei diritti umani. Per la prima volta nella storia dell’umanità, era stato prodotto un documento che riguardava tutte le persone del mondo, senza distinzioni. Per la prima volta veniva scritto che esistono diritti di cui ogni essere umano deve poter godere per la sola ragione di essere al mondo.
Cliccando QUI potete scaricare il testo della DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI