Politica

Diamoci una tregua: sospendiamo l’acquisto di armamenti

di Giorgio Berretta

Un anno durissimo. Segnato dalla pandemia da Covid-19. Oltre 1,8 milioni di decessi nel mondo, di cui più di 70mila in Italia. Quasi 80 milioni di persone contagiate tra cui migliaia di medici che si sono ammalati e sono morti. La pandemia da Covid-19 che, a partire dal gennaio dell’anno scorso si è diffusa nel mondo, non ha risparmiato nessuno. Ognuno di noi ha un parente, un amico, un conoscente che si è ammalato e molti sono morti. I morti per Covid-19 in Italia assommano ad oggi a 70.900: più persone di quante potrebbe contenerne lo stadio Olimpico di Roma (70.634 posti).

Riflessioni severe, ma carenti

“L’anno che va chiudendosi, profondamente e drammaticamente segnato dalla pandemia, impone a tutti noi severe riflessioni” – ha detto il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo discorso al Corpo Diplomatico. “Dalla prova che stiamo dolorosamente vivendo scaturisce, con forza ancora più intensa, l’esigenza di una collaborazione internazionale senza riserve, conseguenza diretta di un mondo sempre più interconnesso. Sfide globali devono essere fronteggiate da una “governance” effettivamente ed efficacemente globale. Il tema della lotta per la salute dei popoli e dell’ambiente appartengono, a buon titolo, a questa categoria”.

Il discorso del Presidente della Repubblica elenca poi numerose crisi e ribadisce che “Accanto alle misure di contrasto servono azioni che vadano a incidere sulla crescita e lo sviluppo secondo modelli inclusivi e sostenibili, a partire da investimenti adeguati nell’istruzione, nella salute, nella cultura, per i giovani” .

Per questo – ha sottolineato il Capo dello Stato – è necessario “infondere maggior vigore al multilateralismo contro resistenze che, mascherate con il rilancio di polverose parole d’ordine nazionalistiche, sono inevitabilmente causa di tensioni, di crisi e di povertà”. Un discorso importante e condivisibile. Ma sembra dimenticare un tema improrogabile che dovrebbe essere messo subito sul tavolo dell’agenda internazionale e italiana: la spesa militare

La nuova corsa mondiale alle armi

L’anno che ha preceduto la pandemia ha segnato, infatti, un record della spesa militare: nel 2019 sono stati spesi nel mondo più di 1.917 miliardi di dollari, “una cifra mai così alta dalla fine della guerra fredda” – avvertiva lo scorso aprile una dettagliata analisi dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI). Una spesa di cui hanno beneficiato soprattutto le principali aziende del settore militare che, come ha riportato il SIPRI in un recente studio, nel 2019 hanno hanno fatto affari per oltre 361 miliardi di dollari con un incremento dell’’8,5% rispetto all’anno precedente: affari che si sono concentrati soprattutto nelle zone di maggior tensione del mondo a cominciare dal Medio Oriente.

La questione riguarda da vicino anche l’Europa, Italia compresa. Non solo perché tra le prime 25 aziende militari (qui l’elenco) sono presenti tre aziende europee (BAE Systems, Airbus e Leonardo ex-Finmeccanica), ma soprattutto perché le esportazioni di sistemi militari degli Stati membri dell’Unione Europea (Regno Unito incluso) nel 2019 ammontano al 26% del totale globale nel periodo 2015-19 con un incremento del 9,0% rispetto al quinquennio precedente. Tra i primi cinque esportatori di armamenti dell’Europa occidentale figurano, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna e Italia: nell’insieme questi cinque paesi rappresentano il 23% dell’esportazione mondiale di armamenti – evidenzia un ulteriore ricerca del SIPRII Paesi dell’Unione Europea hanno dunque un ruolo di primo piano nelle esportazioni di sistemi militari e, di conseguenza, hanno precise responsabilità anche nella nuova corsa agli armamenti.

L’Italia che si rilancia con gli armamenti

E’ ormai evidente che i recenti governi hanno cercato di rilanciare l’economia italiana puntando su due elementi: l’aumento delle esportazioni di armamenti e l’incremento della spesa militare. Lo ha dimostrato chiaramente la ricerca pubblicata dalla Rete italiana per il Disarmo in occasione del trentesimo anniversario della legge 185 del 1990. “Il trend evidenzia una forte risalita nell’ultimo decennio che fa seguito ad un primo rialzo avvenuto tra il 2006 e il 2010 poi attenuato dalla crisi finanziaria globale: dopo un paio di decenni negli anni novanta di applicazione abbastanza rigorosa, i Governi hanno iniziato ad avere come obiettivo il sostegno all’export militare e non più il suo controllo” – commentava Rete Disarmo.

Le ingenti autorizzazioni all’esportazione di armamenti destinati alle monarchie assolutiste islamiche, ai Paesi del Medio Oriente e alle autocrazie delle ex repubbliche socialiste sovietiche si spiegano col tentativo di dare impulso e creare nuovi mercati per le due principali aziende a controllo stataleLeonardo (ex Finmeccanica) e Fincantieri. Un’operazione per sostenere i piani, messi in atto da Leonardo a cominciare dagli anni duemila, di dismettere il settore civile per concentrarsi su quello militare e della sicurezza.

Non solo. Per favorire le aziende del settore militare, i recenti governi hanno aumentato anche la spesa militare: la Legge di Bilancio per il 2021, attualmente in discussione in Parlamento prevede una spesa militare di 24,5 miliardi di euro. Una cifra complessiva che è in forte aumento rispetto agli ultimi anni e che deriva dalla somma di fondi diretti del Ministero della Difesa e di quelli messi a disposizione per il Ministero per lo Sviluppo Economico. Continuare ad incentivare l’economia armata non solo è insensato, è folle. Come ho spiegato in un sintetico studio per la rivista “Il Mulino”, il sistema della difesa e il sistema sanitario italiano sono due sistemi da riformare ampiamente se vogliamo davvero che rispondano alle effettive esigenza di salute e di sicurezza del nostro Paese.

Una moratoria sull’acquisto di sistemi militari

Di quei 24,5 miliardi previsti per la spesa militare per il 2021, oltre 6 miliardi di euro sono destinati ad acquistare nuovi sistemi d’armamento tra cui cacciabombardieri, fregate e cacciatorpedinieri, carri armati e blindo, missili e sommergibili. Ma c’è di più: il principale aumento, di circa 1,6 miliardi di euro, consisterebbe nelle cosiddette “spese di investimento” che, tradotto, vuol dire proprio nell’acquisto di nuovi armamenti. Un ottimo affare per le nostre aziende militari a scapito dei contribuenti. A fronte della pandemia che sta ancora mietendo vittime (ieri 505 morti e 18mila nuovi casi), nelle scorse settimane Rete Italiana Pace e Disarmo e la Campagna Sbilanciamoci! hanno chiesto al governo una moratoria di un anno sull’acquisto di nuovi armamenti. Come ha scritto Giulio Marcon, “contro il Covid queste armi non servono”.

Non è una questione di poco conto. Con i soldi di un carro armato ariete (7 milioni di euro) – spiegano le due associazioni – potremmo riaprire 20 piccoli ospedali e con il costo di una fregata potremmo assumere 1200 infermieri per 10 anni. Con i soldi che spendiamo per un elicottero Nh-90 (44 milioni) potremmo acquistare 4.500 ventilatori polmonari. Al posto di spendere soldi per un pattugliatore d’altura (427 milioni) potremmo ammodernare 410 ospedali. Con la spesa di un sommergibile U-212 (670 milioni) – a proposito, si sta pensando di acquistarne quattro e per di più in aggiunta – potremmo pagare lo stipendio a mille medici per dieci anni…

Rivedere le priorità

La crisi economica a seguito della pandemia rende ancor più urgente rivedere le priorità che riguardano gli investimenti statali. Più in generale va ripensato e reso sostenibile il “modello di difesa” che deve includere a pieno titolo la difesa civile e nonviolenta (come propone la Proposta di Legge di iniziativa popolare), e va ridefinito il Piano Sanitario Nazionale e la gestione delle emergenze. Nel frattempo, però, potremmo farci per il nuovo anno un regalodiamoci una tregua e sospendiamo l’acquisto di nuovi armamenti.

Pubblicato il 25 dicembre 2020 in Unimondo

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Promemoria brasiliano su Bolsonaro, il giudice Moro e il lawfare contro Lula

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La cooptazione del giudice Sergio Moro nel governo di Jair Bolsonaro in Brasile era decisa da tempo e getta nuove ombre sulla condanna di Lula. Facciamo luce sull’arte del lawfare in America latina.

1) Oggi i media mondiali raccontano come un successo di Jair Bolsonaro l’accettazione da parte del giudice Sergio Moro (rappresentato come un eroe senza macchia e senza paura, che condannò Lula nell’ambito dell’inchiesta Lava Jato), di diventare ministro della giustizia nel nuovo governo. Superministro dicono, accorpando giustizia e sicurezza, un potere immenso. Giova ricordare che Sergio Moro condannò Lula essendo lui stesso candidato in pectore alla presidenza della Repubblica, partecipando sistematicamente a manifestazioni politiche contro il governo. Oggi sappiamo da una fonte al di sopra di ogni sospetto, niente meno che il vicepresidente di Bolsonaro eletto in Brasile, il generale Hamilton Mourão, apertamente nostalgico del regime civico-militare, che lo dichiara senza pudori o politicismi al quotidiano “Valor Económico”, che l’accordo Moro/Bolsonaro (che evidentemente comportava la desistenza del primo in cambio di un ministero) fosse ben anteriore. Dobbiamo credere alla terzietà di Moro al momento di condannare Lula?