19 luglio 2026, Genova. Foto di Paolo Palazzo (che ringraziamo), tratta dalla pag. fb di Elena Giuliani
Venticinque anni fa sono uscito da questa scuola in barella, umiliato e offeso potrei dire, e dopo tanto tempo sono di nuovo qui, in piedi, ancora offeso, perché lo stato in questi anni non è stato all’altezza della situazione e non ha avuto nemmeno la dignità e il coraggio di chiedere scusa, ma ho superato l’umiliazione, che è diventata consapevolezza e soprattutto voglia di fare, di pensare, di non essere come mi e ci volevano loro, cioè atterriti, impotenti, ridotti all’inerzia.
Questo luogo, la scuola Diaz, è oggi un luogo della memoria, come piazza Alimonda, come la caserma di Bolzaneto, come il G8 di Genova nel suo insieme: non è ancora nella memoria di tutti gli italiani, ma è nella memoria di tutte le persone che non si rassegnano al mondo così com’è, delle persone che vogliono cambiare il mondo nella direzione della giustizia climatica e sociale e quindi lo stanno immaginando e anche costruendo. Perché la memoria serve a questo: a capire il presente, a immaginare il futuro, e intanto agire, costruire reti e anche spezzoni della società di domani.
La scuola Diaz, in questo senso, è un luogo del futuro. Se siamo qui è perché siamo coscienti della storia che abbiamo alle spalle, di che cos’è stato davvero il G8 di Genova, e perché sappiamo che il nostro compito è politicizzare i nostri desideri, trasformarli in un desiderio collettivo e su questa base lottare per un mondo nuovo, un mondo che farà tesoro delle idee portate in piazza 25 anni fa.
Questo è anche un luogo del dolore e della consapevolezza: un luogo in cui le persone, noi che dormivamo nella scuola, sono state ridotte a oggetti, umiliate e offese appunto, ed è per questo che in tutti noi, noi che abbiamo subito le violenze ma anche chiunque abbia compreso che cos’è stata l’irruzione alla Diaz, tutti noi abbiamo acuito, non perduto, l’empatia e l’attenzione per tutti quei casi nei quali le vite umane sono squalificate, ridotte a non-persone, a vite di scarto. Per questo la memoria della Diaz ci porta a indignarci e a chiedere non solo giustizia – quella dovrà arrivare nei tribunali – per Abderrahim Fakir, morto nelle mani della polizia due giorni fa a Bologna, come Federco Aldrovandi, Riccardo Magherini, George Floyd e troppi altri in passato. Noi da qui chiediamo alla polizia spiegazioni, e le vogliamo adesso, perché nel 2001 e negli anni seguenti le forze di polizia hanno dimostrato, nei loro vertici, d’essere incapaci di assumersi le proprie responsabilità e di rendere conto ai cittadini del proprio operato. Ora devono farlo. Non possono pensare di normalizzare queste pratiche, queste morti, così come hanno tentato di normalizzare le violenze istituzionali del 2001.
La memoria della Diaz – l’attenzione alle “vite di scarto” di questa società sempre più violenta – ci fa essere vicini alla popolazione della Striscia di Gaza sottoposta a genocidio con la complicità delle democrazie occidentali, alle persone migranti che vengono lasciate morire in mare e ai confini dell’Europa, umiliate e offese ben più di noi. Chi ha riempito le piazze contro il genocidio nell’autunno scorso, chi è salpato con la Flotilla, chi soccorre in mare, chi aiuta le persone migranti a esercitare il diritto a muoversi nel mondo porta in sé la memoria della Diaz, del G8, la memoria di un movimento che ha rivendicato la giustizia globale, il disarmo, il diritto alla vita, la libertà di movimento.
La memoria è utile perché ci aiuta a capire il presente e poiché viviamo anche noi in un mondo fatto di leggi, di elezioni, di governi e parlamenti, chiediamo che la lezione di Genova sia fatta propria da chi si candida a governare in futuro al posto della destra e quindi diciamo loro – dalla scuola Diaz – che occorre cambiare le leggi e anche cambiare registro. Devono impegnarsi, queste forze politiche, ad abrogare gli ultimi decreti sicurezza del governo Meloni, e anche buona parte di quelli precedenti, che hanno inutilmente e scioccamente limitato libertà e diritti; devono impegnarsi a introdurre l’obbligo per gli agenti di avere un codice di riconoscimento sulle divise; devono fare in modo che le polizie abbiano regole di condotta ben chiare, trasparenti, note a tutti e pensate per garantire la salute e l’incolumità dei cittadini in qualsiasi situazione si trovino, anche al momento del fermo e dell’arresto; devono prevedere la formazione degli agenti alle tecniche della nonviolenza, come chiedemmo inascolati più di vent’anni fa; devono lavorare perché in futuro le polizie siano disarmate nei servizi di ordine pubblico: la memoria di piazza Alimonda ce lo impone. Serve anche cambiare registro e dare un nuovo senso, anzi il vero senso, alla nozione di sicurezza. Non è vero che la sicurezza non è né di destra né di sinistra; la sicurezza della quale si parla nel discorso pubblico, la sicurezza armata, repressiva, basata sulla paura e sulla percezione di insicurezza senza dati statistici che la confortino, è di destra, è sempre stata di destra, anche quando è stata ed è praticata dalla sinistra; la nostra sicurezza è la sicurezza sociale, la sicurezza sul posto di lavoro, la sicurezza di avere una vita almeno dignitosa: questa è la sicurezza che dobbiamo perseguire se vogliamo essere degni della Costituzione e di chi la scrisse.
Un’ultima cosa, la più importante, con la quale vorrei non celebrare ma dare un senso ai miei 25 anni di sopravvissuto all’irruzione alla scuola Diaz, per usare la definizione di Mark Covell, “survivors”. In tutti questi anni Io non ho mai dimenticato, neanche per un minuto, che cosa facevo qui. Ero a Genova perché avevo letto i comunicati e i testi dell’Ezln e del subcomandante Marcos, perché ero stato al primo Forum sociale mondiale di Porto Alegre, perché sentivo che un movimento pieno di competenza, di slancio, di creatività stava conquistando i pensieri e i desideri di tanta gente, di sempre più gente, e stava lavorando per rendere possibile la trasformazione di questo mondo verso la giustizia sociale. Se ne sono accorti anche nei palazzi del potere, si sono spaventati e hanno agito di conseguenza, con la violenza e con il preciso intento di criminalizzarci. Ma non mi hanno e non ci hanno cambiati: continuiamo a lottare per un mondo di giustizia, di conciliazione con Madre Terra, per un mondo disarmato e nel quale chiunque possa muoversi liberamente, perché il movimento fa parte della natura umana. Ci dicono che è impossibile, che è un’illusione, che nulla può essere davvero cambiato, ma noi sappiamo, perché conosciamo la storia e la memoria dei movimenti sociali, che questo non è vero.La storia è fatta di sorprese, di imprevisti e di rivoluzioni.
Alla scuola Diaz ci hanno umiliati e offesi ma non ci hanno cambiati e perciò questa scuola è un luogo della memoria non solo per noi che abbiamo subito le violenze, o per chi partecipò alle giornate del luglio 2001, ma anche per chi è venuto dopo: è un luogo nel quale il dolore si è trasformato in desiderio e in azione. Non siamo qui per fare le vittime; siamo qui ma per riprendere il filo del discorso e condividere, più che passare, il testimone: un altro mondo era e continua a essere possibile. La scuola Diaz è un luogo della memoria e un luogo del futuro.
L’articolo è stato Pubblicato su Comune-info.net il 22 luglio 2026
Il 18 marzo 2026 la Commissione Europea ha ufficializzato (COM 0321-2026) la proposta di introdurre nell’ordinamento dell’Unione Europea una nuova forma di società denominata EU inc., assai semplificata nelle modalità di costituzione, gestione e scioglimento. La proposta, intitolata 28 regime, contiene anche uno schema di regolamento, attualmente all’esame dei 27 stati membri: in Italia tale esame è in corso presso la IV (politiche europee) e la IX (industria agricoltura turismo commercio) commissione del Senato; non è coinvolta invece la X sezione (lavoro) nonostante le oggettive ricadute della normativa sui salari e sul trattamento contrattuale dei dipendenti. L’intero piano di regolamento omette (con un significativo silenzio) ogni passaggio normativo che riguardi salari, contribuzioni, rappresentanza sindacale dei dipendenti; e tralascia altresì ogni questione connessa alle sanzioni (amministrative e soprattutto penali) connesse all’insolvenza delle nuove società introdotte nell’ordinamento.
Liberismo selvaggio nelle premesse della proposta
La proposta si riallaccia alla bussola per la competitività del 29 gennaio 2025, a sua volta redatta sulla base dei rapporti elaborati nel 2024 da Mario Draghi ed Enrico Letta su richiesta della Commissione; la radice neoliberista e filoamericana dei due lavori costituisce un dato oggettivo e, del resto, non ne hanno mai fatto mistero gli autori, avversari convinti di ogni forma di welfare o, più in generale, di limiti alle operazioni economico-finanziarie delle imprese multinazionali in Europa. Il 28 maggio 2025 si era aggiunto l’ulteriore documento che delineava la strategia UE in materia di start up. Bisogna tener presente che nei 27 paesi dell’UE è già diffuso il meccanismo delle c.d. Shelf Companies, società regolari e legittime secondo il diritto nazionale dei singoli paesi, lasciate inattive (dormienti) e pronte per essere utilizzate dagli acquirenti senza trafile burocratiche e con una almeno apparente anzianità di vita che consente di partecipare a concorsi o gare d’appalto. Le Shelf Companies sono state nel recente passato anche uno strumento di elusione fiscale e contributiva, oltre che di aggiramento delle regole in materia di sicurezza e di salario; l’applicazione in concreto di sanzioni nei confronti dei reali manovratori di queste strutture è sempre stata assai difficile, non solo per i lavoratori danneggiati, ma anche per le procure inquirenti e per la Guardia di Finanza. Individuare le esatte competenze dell’autorità preposta alla sanzione non è facile; la filiera a scatole cinesi dei prestanome è complicazione ulteriore. Ma evidentemente non bastava; mai sazi coloro che vogliono essere i padroni delle nostre vite vogliono di più.
La proposta del 18 marzo 2026, con un astuto colpo di mano, prepara il terreno alle future frodi mediante un espediente tecnico-giuridico. Come in altri interventi normativi del passato il punto di partenza rimane l’art. 50 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TfUE), sull’attuazione della libertà di stabilimento delle imprese e dei lavoratori nei 27 paesi; ma, con una modifica di enorme peso rispetto ai precedenti e anche rispetto ai lavori preliminari, l’art. 50 questa volta viene legato proceduralmente all’art. 114 TfUE e non più all’art. 352. La differenza fra le due procedure non è un semplice cavillo: l’art. 352 esige l’unanimità dei 27 membri, l’art. 114 no. La relazione del 29 giugno 2026, a firma di René Repasi, è un grimaldello per abbattere ogni forma di resistenza al progetto; il giurista tedesco è anche il capodelegazione socialista e viene considerato il pontiere dell’alleanza con i conservatori, comunque un sostenitore convinto della maggioranza Ursula e della sua linea politica.
L’allarme lanciato da European Trade Union Institut (ETUI)
Non dovete pensare che ETUI sia un covo di rivoluzionari decisi ad insorgere con le armi in pugno per costruire il comunismo. Più modestamente raccoglie, in un centro studi, i ricercatori segnalati dalle principali organizzazioni sindacali europee, con il finanziamento di ETUC, la Confederazione Europea di cui fanno parte (per l’Italia) CGIL-CISL-UIL. Attualmente l’unico italiano al vertice è Giulio Romani, moderatissimo esponente del settore bancario CISL (sono cariche a rotazione ovviamente). Non fanno parte di ETUC (e conseguentemente di ETUI) i sindacati di base nostrani, come CUB o COBAS o USB o altri simili.
Eppure il rapporto redatto da Marcus Meyer-Erdmann e Aline Hoffmann è un attacco durissimo alla proposta e alla relazione di René Repasi: Marcus è il ricercatore senior che più si è occupato degli aspetti societari per conto di Etui; Aline, storica funzionaria sindacale di IG Metal, gode di enorme prestigio nell’area della socialdemocrazia in Germania. Con la policy brief diffusa con la sigla ufficiale di ETUI viene aperto lo scontro all’interno della sinistra tedesca; non a caso entrambi i firmatari della critica hanno la medesima nazionalità del relatore, quella tedesca. La policy brief è facilmente reperibile in rete presso il sito di ETUI: chiarisce benissimo quanto sia subdola e pericolosa la forzatura procedurale utilizzata, posto che la Corte di Giustizia, nel caso analogo della SCEA (la società cooperativa europea) aveva già escluso che potesse ritenersi giuridicamente ammissibile l’uso della procedura eccezionale di cui all’art. 114 (per le ricadute su finanza e salario) in luogo dell’art. 352. Marcus e Aline hanno rotto il silenzio complice costruito nel parlamento europeo intorno all’iniziativa, spiegando quanto sia pericolosa e come spalanchi la porta ad ogni sorta di elusioni e di abusi in danno dei lavoratori, stimolando un liberismo selvaggio senza più regole e senza più freni. L’allarme è dovuto anche ai brevi tempi per il deposito di emendamenti correttivi, visto che la discussione in aula europea dovrebbe cadere non molti mesi dopo la pausa estiva.
Che cosa sono le EU inc e perché sono insidiose
Le nuove società semplificate che la Commissione Europea ha in animo di introdurre nell’ordinamento europeo svolgeranno, di fatto e con maggiore efficacia, le funzioni in precedenza assegnate alle Shelf Companies, con minore costo e soprattutto con minore controllo. Sono strutture agili e sostanzialmente anonime; non solo i soci sono liberati da ogni responsabilità patrimoniale propria (rispondono solo i beni delle Eu inc. non quelli di chi le controlla) ma possono, liberamente e rapidamente (48 ore), insediarsi a piacere in uno qualunque dei 27 paesi dell’Unione con la semplice iscrizione al Registro, valida senza limite territoriale e senza necessità di ulteriore esame. Basta un capitale minimo (cento Euro!) e (art. 3) per iniziativa di una o più persone (fisiche o giuridiche non importa), con uno statuto standard, per ottenere un codice fiscale (TIN) e una partita iva con cui operare, senza altre domande o verifiche. Le società possono (non debbono) aprire filiali nei territori dell’Unione Europea in cui si trovano ad operare in concreto; ma vige il generale principio di separazione fra sede legale, sede reale e luogo di attività. Basterà dunque insediarsi legalmente dove (secondo necessità e occasione) si pagano meno imposte o sono più convenienti le norme salariali-previdenziali per acquisire l’applicazione della legge più utile; con una filiera di società utilizzabili diventa semplicissimo aggirare i diritti e i doveri connessi ad una qualunque attività d’impresa. Il meccanismo apre poi la strada a legislazioni nazionali in concorrenza fra loro per attirare insediamenti: lo abbiamo già constatato in questi ultimi anni con il trasferimento delle sedi legali di grandi corporation anche italiane in paesi fiscalmente ospitali.
Gli amministratori delle EU inc. possono essere più di uno, ma almeno uno deve risiedere nei 27 paesi dell’Unione. Dunque basta costituire un terzetto di responsabili, un prestanome residente e due irraggiungibili collocati fuori portata, per sottrarre ad eventuali azioni giudiziarie tutti i responsabili delle società, tutti i loro soci (persone fisiche o giuridiche) e tutti i loro beni. Tutto avviene senza il corpo fisico, mediante i sistemi informatici: costituzione delle società, loro scioglimento, vendita delle azioni e controllo operativo. Esiste già ora il marchingegno delle quote cedute in bianco (ovvero con firme cartacee pronte per l’uso), ma non cancella i rischi in capo a chi mette in opera la frode. Ora diventa più facile: basta un tasto e la firma digitale legittima qualunque passaggio, organizzando tutto in località sicure, irraggiungibili, nell’aria.
Parcellizzando le singole attività (magari a mezzo di appalti, ma non solo) si evita l’apertura formale di una filiale (che sarebbe probabilmente, anche se non sicuramente, tenuta ad applicare la legge nazionale del luogo in cui si opera). La temporaneità (parente prossima della precarietà) consente di applicare ai contratti di lavoro la legge del luogo in cui ha sede l’impresa, aggirando le tutele, comprese quelle connesse al regolamento Roma 1 teso a salvaguardare il trattamento dei dipendenti utilizzati in un determinato ambito territoriale. E apre la via, con opportuni accorgimenti legali, ad imporre (come condizione preventiva per l’assunzione) normative capestro ai lavoratori, costringendoli, nella migliore delle ipotesi, a complicate e costose azioni legali per tutelare i propri diritti aggirati e violati. Ancora più a rischio e compromessa appare la contribuzione previdenziale connessa ai rapporti lavorativi, con intuibili future conseguenze sul trattamento pensionistico dei singoli addetti, per via di un intreccio inestricabile di diversi trattamenti in essere nei 27 paesi. Per non parlare poi dei vantaggi fiscali legati ad un uso spregiudicato di queste nuove società, atte per loro natura a favorire elusione e crimine.
Insolvenze e sanzioni
I promotori battono la grancassa sulla semplificazione delle procedure, che, di per sé appare sempre come cosa buona e ragionevole. Ma la semplificazione presuppone la fiducia e un apparato sanzionatorio tale da sconsigliare le frodi. E qui casca l’asino. Invece di affiancare alla nuova forma societaria idonei strumenti punitivi e di protezione delle parti deboli il regolamento lascia campo libero a qualunque comportamento spregiudicato e antisociale. L’insolvenza (art. da 88 a 102) viene considerata quasi un irrilevante incidente di percorso, anche in questo caso semplificato e senza conseguenze per chi l’ha provocata, magari intenzionalmente (l’ipotesi non viene presa neppure in considerazione). Quando gli amministratori delle EU inc. (pigiando un tasto dal loro rifugio chissà dove) annunciano di non avere soldi per far fronte agli impegni il regolamento prevede il blocco delle azioni giudiziarie esecutive nei loro confronti, li lascia a gestire i beni rimasti e affida loro la liquidazione (rapida) a mezzo di asta elettronica (senza controllo e dunque basta far acquistare tutto a prezzo stracciato da un’altra EU inc. preparata per l’occasione. Nessuna sanzione è prevista: penale, amministrativa, giudiziaria, salvo poche risibili conseguenze per la società (che comunque viene chiusa e dunque i soci non ne ricevono alcun danno).
Uno strumento come questo, accompagnato dalle criptovalute e dai sistemi bancari coperti, pare fatto apposta per le cosche criminali (presenti nel settore immobiliare e negli appalti, non solo in quello della droga e della prostituzione); ma anche per l’intera economia connessa ai beni immateriali, il cuore della ricchezza ai giorni nostri. Liberalizzare lo strumento societario senza controllo alcuno è perfettamente funzionale al programma di cancellazione del residuo welfare e di riduzione del salario complessivo in un quadro di esistenza messa a valore, senza diritti e senza garanzie, totalmente precarizzata.
L’esame della proposta giace al Senato
L’esame della proposta avviene in Commissione parlamentare ove sono presenti tutte le forze politiche, di maggioranza e di opposizione; non solo i partiti ma anche strutture associative interessate possono depositare osservazioni e avanzare rilievi. Ad oggi hanno provveduto alla redazione di note la CISL e la UIL: la prima con una sostanziale adesione al testo, la seconda limitandosi ad una prudentissima segnalazione di possibili rischi per i salari dei lavoratori, ma senza mettere in discussione l’impalcatura del testo. Non stupisce la scelta di CISL, da tempo schierata con il governo Meloni e di recente apertamente disponibile a firmare una normativa capestro nel settore rider rompendo l’unità sindacale in una fase delicata della trattativa; meno scontato il comportamento rinunciatario della UIL, per giunta nel pieno del congresso nazionale. L’Alleanza delle Cooperative, in pari data (15 giugno), è intervenuta con un pieno aperto sostegno, preparandosi ad un rinnovato inserimento negli appalti, senza più fastidiosi controlli, grazie alle nuove norme. Manca ancora (è allo stato di bozza) il parere della CGIL, che (da ottimisti) vogliamo sperare sia più in armonia con il sindacato europeo che con quello italiano, senza ascoltare le sirene del senatore PD Filippo Sensi, amico delle imprese più che dei lavoratori. E manca anche la presa di posizione, quella certamente critica, dei sindacati di base, in questo caso troppo lenti nell’aprire il contenzioso.
Una patente di corsa
Negli anni della prima era moderna gli stati nazionali, spesso in guerra fra loro, concedevano a privati (audaci e con pochi scrupoli) le cosiddette patenti di corsa. I corsari erano autorizzati, con un regolare contratto, ad assalire città, villaggi, imbarcazioni, saccheggiando e rubando i beni delle nazioni ostili a quella committente, totalmente impuniti; una quota del bottino (in genere il 20%) veniva consegnata al governo che aveva rilasciato la patente di corsa. A differenza dei pirati (che rubavano a tutti, in proprio, senza un rapporto di committenza) i corsari erano agenti statali; spesso ottenevano cariche pubbliche e titoli nobiliari (per esempio il celebre Francis Drake, 1540-1596, nominato cavaliere dalla regina d’Inghilterra). Non è solo materia del passato: può sembrare strano ma la Costituzione degli Stati Uniti, articolo 1, sezione VIII, capo 11 afferma il diritto del Congresso di concedere, ancora oggi, lettere di corsa. L’Unione Europea non intende essere da meno, si pone in concorrenza con Trump su chi sia più pronto ad affermare con la violenza legalizzata il diritto di abuso.
Ecco: il regolamento predisposto dalla Commissione e offerto alla discussione del parlamento (europeo ma anche delle singole nazioni UE) è una patente di corsa. Le nuove società EU inc. altro non sono che uno strumento legale offerto al liberismo selvaggio e al capitalismo finanziarizzato per depredare il comune, sfruttare senza intoppi la manodopera, frodare i creditori, eludere il fisco, sottrarre risorse a ciò che resta del welfare e dello stato sociale. Un saccheggio indifferente all’ecologia e alla sicurezza del lavoro, entrambi neppure presi in esame come limite dal Regolamento proprio perché considerati un ostacolo da rimuovere senza conseguenze laddove risultasse in contrasto con le esigenze del profitto.
Il vantaggio che ne ricaveranno anche i criminali di professione viene considerato un danno collaterale; peraltro le mafie sono abbastanza intelligenti da aver già messo in conto una trattativa, disposte a versare una quota del bottino ai funzionari di governo perché chiudano un occhio. A questo serve l’assenza di sanzioni: a salvare la trattativa e ad assicurare l’impunità. La mobilità societaria sottrae i corsari, legalmente, ai procuratori penali dei 27 paesi che non riusciranno ad uscire dal labirinto normativo costruito grazie a regime 28: un 28 stato in cui vige una sola libertà, quella dei predoni.
L’articolo è stato pubblicato su Effimerail 22 luglio 2026
Immagine: Edvard Munch, lavoratori sulla via verso casa, 1914
A volte le cose accadono in modo più lento, più subdolo, più amministrativo. E non succedono solo a te. Succedono nel modo in cui accadono le cose davvero decisive nei paesi diseguali: per piccoli spostamenti, per moduli, per costi, per scarti, per scelte presentate come tecniche e neutrali.
Studi, segui le tue passioni, ti laurei, prendi anche un dottorato, sempre senza sconti né mediazioni, e nel frattempo fai rete, costruisci amicizie, percorsi collettivi, mosso dal viaggio di scoperta nel suo farsi. E intanto il mondo si sposta un poco più in là, ogni volta, come una linea che arretra mentre tu avanzi. La linea del diritto si allontana. La linea della dignità si sottrae. La linea della possibilità si fa più stretta, più cara, più riservata. E io, soprattutto durante il dottorato, capivo, sempre più chiaramente, che non stavo inseguendo una carriera: stavo inseguendo il permesso di poter vivere del mio sapere.
Per molto tempo ho pensato che questo percorso fosse una traiettoria personale da tenere in (dis-)ordine, una vicenda in cui la volontà avrebbe dovuto battere la sfortuna, e la passione avrebbe dovuto compensare la mancanza di mezzi. Questo è uno dei grandi imbrogli del nostro tempo: farti credere che ciò che è strutturale sia psicologico, che la mancanza di denaro sia una nostra insufficienza, che l’esclusione sia una nostra debolezza di carattere. Ci raccontano che tutto dipende da quanto siamo stati bravi a “investire su noi stessi”. Quando il velo cade ecco che si vede il trucco: il mondo intero cambia forma. È la macchina che è stata costruita per filtrarci, per stancarci, per scoraggiarci, per renderci docili prima ancora che vinca qualcun altro.
Mi viene in mente Claudio Lolli quando canta “Attenzione lo so che il mantello di quel vecchio partigiano è sempre in prima fila lì sull’attaccapanni / E poi che la pazienza è una virtù e che il sole nascerà con l’acqua e con la neve di chissà tra quanti anni / Attenzione lo so che il fucile è lì nascosto in quel libro di racconti / Però che non diventino ricordi o fantasie, che non sia caricato solamente a sogni / Attenzione che non ci troviamo una mattina per le strade / A raccontarci le nostre storie di bambini nati morti / E magari, magari anche con soddisfazione / Attenzione che non ci ritroviamo tra le mani la paura calda immensa e vera dentro il corpo nella testa / Tra le mani la paura calda immensa e vera della rivoluzione”.
Lo scriveva bene Pierre Macherey: oggi siamo un soggetto produttivo intrappolato nelle maglie di un nuovo potere che penetra nelle pieghe stesse della vita quotidiana. Pur tuttavia, siamo anche dotati di una capacità di resistenza: piuttosto che sognare rivoluzioni impossibili, si tratta di sviluppare «bio-resistenze» disperse e creative, delle linee di fuga cercando però un’arma mentre fuggiamo. Forse è possibile affrontare il sistema senza un grande progetto unitario. Forse possiamo cominciare con piccole forme di opposizione quotidiana, mosse dal desiderio di sottrarre spazi di vita all’assoggettamento. Forse possiamo ribaltare i rapporti di forza adattando alcuni elementi del potere alle nostre esigenze: usare la flessibilità del sistema a nostro vantaggio, coltivare reti di cooperazione, affinare abilità che sfuggano alla mercificazione totale. Attraverso tentativi ed errori, tenendo assieme arte, cultura, impegno sociale, sforzarci di stare assieme e di fare-assieme, forse possiamo inventare “tecnologie di resistenza” per riconquistare e liberare parte del nostro quotidiano e della nostra vita. E se fosse, in questo senso, che ogni istante di sogno urbano sulla metro o sull’autobus possa essere un minuscolo atto di libertà? Un momento di bio-resistenza personale in un mondo sempre più orientato alla produttività totale? Probabilmente è per questo che ho un viscerale bisogno del cinema, della musica, di libri di cui non ricordarmi nulla. Forse è il mio modo di essere improduttivo, di praticare una liberazione.
Ho navigato questo mare con una fedeltà quasi religiosa all’idea che la cultura fosse un bene comune. Poi ho sbattuto contro il muro, contro qualcosa a cui dentro di me non volevo credere. E cioè che, in Italia, insegnare non è soltanto un lavoro: è un tributo. Devi pagare per avere il diritto di presentarti. Devi pagare per accedere ai percorsi abilitanti, ai tirocini, alle certificazioni, ai master, ai corsi, agli attestati che servono a farti punteggio in graduatoria. Devi pagare per dimostrare che sai stare in classe. Devi pagare per essere considerato, almeno in teoria, degno di entrare in una scuola che dovrebbe appartenere a tutti. E mentre paghi, ti raccontano che è meritocrazia. Ti parlano di qualità. Ti parlano di selezione. Ti parlano di formazione continua. Ma la verità è più semplice e più feroce: hanno monetizzato l’accesso al lavoro pubblico. Hanno trasformato il sapere in una tassa. Hanno reso la vocazione un lusso. Vuoi fare il lavoro che forse più di tutti gli altri ti permette un monte ore umano, la quantità di giorni di vacanza più dignitosa? Allora devi pagare. Se sei povero e non puoi permetterlo, puoi andare a fare qualcos’altro. E io che pensavo che l’accesso all’insegnamento dovesse essere gratuito e accessibile a tutti.
Questa è la forma concreta del ricatto. Non un ricatto emotivo, non soltanto. Un ricatto materiale, economico, politico. Se vuoi insegnare devi avere soldi. Se non hai soldi devi cercare scorciatoie. Se non puoi permetterti il TFA o il percorso abilitante o l’ennesimo master, allora devi arrangiarti, accumulare anni, sperare in un varco, fare supplenze, attraversare graduatorie, vivere sospeso. Oppure devi uscire dal paese, andare in Spagna o altrove, comprare a peso d’oro un’abilitazione, farti riconoscere il titolo in Italia, rientrare in un circuito che già sa come spremerti. E allora ti accorgi che la libertà di movimento, tanto celebrata dai discorsi ufficiali, è in realtà una libertà per i ricchi e un obbligo per i poveri. I ricchi scelgono. I poveri fuggono. I ricchi costruiscono itinerari. I poveri cercano una via di sopravvivenza.
Io ho visto persone straordinarie restare impigliate in questo meccanismo. Persone brillanti, generose, solidissime, con competenze vere, con anni di studio, con una capacità autentica di stare in relazione con gli studenti, eppure bloccate fuori, non perché incapaci ma perché prive del capitale iniziale necessario a comprare il passaggio.La scuola non è neutra, non è mai stata neutra. È un campo di forze. È una soglia di classe. È un filtro che decide per noi. In questo paese, troppo spesso, i nostri “titoli” aprono soltanto la lista delle spese che ancora ti mancano per poterti presentare. E se non paghi, resti fuori. Non perché non sai. Perché non puoi permettertelo.
Non riesco a non provare rabbia. Una rabbia che non è solo personale, perché la mia storia non è solo mia. È la storia di una generazione (non in termini anagrafici) intera costretta a fare i conti con una scuola e un’università che chiedono sempre più lavoro, sempre più disponibilità, sempre più competenze, e restituiscono sempre meno sicurezza, meno tempo, meno salario, meno riconoscimento. È una rabbia che nasce quando capisci che il problema non è la tua resistenza individuale ma la forma sociale della tua esclusione. È una rabbia che diventa politica nel momento in cui smetti di chiederti “perché io?” e cominci a chiederti “perché così?”. Perché insegnare deve costare? Perché il titolo non basta? Perché il punteggio si compra? Perché la scuola pubblica si è lasciata colonizzare da un lessico aziendale che chiama “valorizzazione” ciò che è in realtà stratificazione delle disuguaglianze?
Il “mio” viaggio (che poi è un viaggio collettivo) mi ha permesso di non pensare il reale come una somma di individui isolati, ma come una trama di relazioni, composizioni, alleanze, differenze in atto, come un tessuto di piccole idee, di affetti, di scontri, di correnti, di imitazioni, di invenzioni che circolano tra corpi e ambienti, sempre in rapporto a un fondo transindividuale, per il quale nessuno si produce da solo: non c’è ambiente senza rapporti di potere, non c’è soggettività senza istituzioni, non c’è cura dell’aria se non si cura anche la forma dei legami. E allora guardo la mia situazione e la vedo per quello che è: non una semplice infelicità privata, ma una frattura nelle forme dell’alleanza collettiva.
L’impasse in cui mi trovo è la seguente.
Continuo a vivere all’estero, in un territorio che non sento davvero vicino, in un ambiente che non è quello in cui avrei mai immaginato di costruire la mia vita, lontano dalla mia terra, dalla mia lingua quotidiana, dagli affetti che mi hanno formato. È un luogo che, con il passare del tempo, sento pesare sempre di più sul mio equilibrio mentale. Eppure qui ho qualcosa che in Italia sembra diventato quasi un privilegio: la possibilità concreta di lavorare nella scuola, orari umani, una relativa stabilità, un sistema che, pur con tutti i suoi limiti, non pretende ogni volta di ricominciare da capo né di pagare continuamente il prezzo d’ingresso al proprio mestiere.
Oppure torno in Sicilia. Torno nella terra in cui sono nato, nel luogo in cui vorrei vivere e contribuire, vicino alla mia famiglia, ai miei amici, ai legami che considero parte della mia stessa esistenza. Ma dovrei farlo senza avere né il tempo né le risorse economiche per affrontare il costosissimo percorso necessario a entrare nell’insegnamento. Dovrei lasciare una sicurezza reale per inseguire una possibilità che lo Stato stesso ha trasformato in un investimento privato, in una scommessa economica che chi non possiede capitale affronta già in svantaggio.
E questa non è più una scelta soltanto mia.
Ho una compagna che condivide lo stesso desiderio: anche lei vorrebbe tornare in Italia e insegnare. Anche lei si trova davanti agli stessi ostacoli, agli stessi costi, alle stesse incertezze. E insieme abbiamo una figlia di un anno. Da quando è nata, ogni decisione ha cambiato significato. Non mi chiedo più soltanto dove si possa vivere meglio. Mi chiedo quale vita stiamo costruendo per lei. Mi chiedo se crescerà lontana dai nonni, dagli zii, dai cugini, dalle relazioni che fanno di una comunità qualcosa di più di un semplice luogo geografico. Mi chiedo se avrà la possibilità di abitare la terra da cui provengono i suoi genitori oppure se anche per lei l’appartenenza diventerà soltanto un ricordo raccontato durante le vacanze.
È questo che rende il ricatto ancora più duro. Perché non mi viene chiesto semplicemente di scegliere un lavoro. Mi viene chiesto di scegliere tra due forme di vita. Da una parte la sicurezza professionale conquistata al prezzo della distanza; dall’altra la possibilità di tornare a casa accettando però anni di precarietà economica, di spese, di attese, di incertezza. Da una parte la serenità lavorativa, dall’altra la vicinanza alle persone che amo. Come se dignità professionale e appartenenza territoriale fossero diventate incompatibili.
Ed è forse questa la violenza più profonda del sistema. Non costringerti soltanto a partire, ma costringerti a considerare irragionevole il desiderio di tornare. Trasformare ciò che dovrebbe essere un diritto elementare – vivere e lavorare nella propria terra – in un lusso riservato a chi possiede già il denaro necessario per attraversare tutti i passaggi richiesti. Il ricatto, allora, non riguarda soltanto il lavoro. Riguarda il tempo della vita, la possibilità di crescere una figlia vicino alla propria comunità, di condividere la quotidianità con le persone che ami, di costruire un futuro senza dover continuamente scegliere quale parte di te sacrificare.
Perché il punto, alla fine, è proprio questo: chi decide chi può restare? Chi decide chi deve emigrare? Chi decide chi può abitare la propria terra senza essere cacciato da un sistema che rende la permanenza economicamente impossibile? Ho imparato a diffidare delle parole che usano la permanenza come colpa e la fuga come scelta libera. C’è sempre un’idea di potere dietro queste parole. C’è sempre una distribuzione ineguale delle possibilità dietro il racconto delle “opportunità”. Restare, per molti di noi, non è mai stato un gesto passivo. È una lotta. È una rivendicazione. È un modo di opporsi a una modernità che vuole trasformare il Sud, i territori periferici, le province, le città impoverite, in luoghi di passaggio o di abbandono. È una presa di posizione contro la grande centrifuga che espelle competenze e giovani, e poi finge di essere sorpresa della desertificazione.
Mi sento vicino a chi dice di voler restare. Mi sento vicino a quella lingua ostinata, meridiana e politica, che rifiuta di ridurre il futuro a una valigia. Mi sento vicino ai movimenti che hanno fatto della possibilità di restare una postura critica, una forma di resistenza, una pratica di costruzione dal basso. Restare non vuol dire restare comodi. Restare vuol dire non lasciarsi convincere che l’unico orizzonte possibile sia l’espatrio. Vuol dire dire no a un paese che ti vuole costringere a scegliere tra dignità professionale e appartenenza territoriale. Vuol dire rivendicare il diritto a una vita buona nella propria terra, senza essere puniti economicamente per questo desiderio. Vuol dire smettere di considerare la fuga come l’unico modo adulto di sopravvivere.
Eppure, lo so bene, restare è difficile proprio perché il paese ti rende difficile tutto. Ti rende difficile perfino l’idea di futuro. Ti chiede di essere flessibile, adattabile, mobile, pronto a trasferirti, ma solo se questo spostamento non mette in discussione le sue gerarchie. Ti chiede di essere internazionale, ma senza potere reale. Ti chiede di costruirti un curriculum adeguato, ma senza darti il tempo materiale per farlo. Ti chiede di essere appassionato, ma la passione non paga i corsi. Ti chiede di essere vocato, ma la vocazione non paga gli affitti. Ti chiede di tenere aperta la scuola, ma ti lascia lavorare in scuole dove le risorse sono insufficienti, gli spazi sono sovraffollati, i carichi sono assurdi, la burocrazia è una muraglia, e l’unica cosa che sembra crescere davvero è la tua capacità di sopportazione.
Sento sempre più quanto sia necessaria la parola “alleanza”. Anche qui, anche nella scuola, nel lavoro docente, nel precariato. Perché la precarietà ci isola. Ci spinge a considerarci concorrenti, a confrontare i punteggi, a custodire gelosamente le informazioni, a trattare gli altri come rivali in una gara senza fine. Ma questa è la logica che ci rende più deboli. Invece bisogna riconoscere le parzialità, farle incontrare, costruire composizioni, rendere visibile ciò che il sistema frammenta. Tarde direbbe che i grandi insiemi nascono da piccole correnti e Guattari che serve una rivoluzione molecolare. Da soli siamo facili da spezzare, mentre insieme possiamo nominare il sistema che ci spezza.
Non si tratta di romanticizzare il collettivo. Non si tratta di fingere che l’unità sia semplice, o che tutte le differenze siano automaticamente armoniose. L’alleanza non è una fusione, ma una composizione di eterogeneità. È una costruzione fragile, dinamica, attraversata da tensioni. È un’arte di tenere insieme senza cancellare. È la capacità di non chiedere omologazione come prezzo per la solidarietà. E questo per me, è prezioso anche politicamente. Perché il mondo della scuola è pieno di gerarchie, di differenze di ruolo, di asimmetrie materiali, di territori che non hanno lo stesso peso, di istituti che funzionano come mondi separati. Eppure proprio lì, dentro questo paesaggio diseguale, bisogna imparare a comporre alleanze: tra docenti, tra precari e di ruolo, tra studenti e insegnanti, tra chi vive la scuola come spazio di cura e chi la subisce come macchina, tra chi è stanco e chi è arrabbiato, tra chi lavora nelle periferie e chi nei centri, tra chi ha già una cattedra e chi la sta inseguendo da anni.
La scuola italiana è un terreno impoverito. Non perché manchi la vita, ma perché la vita è stata compressa sotto strati di procedure, di risparmi, di tagli, di riforme che hanno preteso di ottimizzare tutto tranne la possibilità di insegnare bene. E allora mi torna in mente l’idea del compost, così come la propone Nina Ferrante: trasformare gli scarti in humus, fare dei residui una condizione per nuova fertilità, capire che ciò che sembra rifiuto può diventare nutrimento se cambia il contesto e se c’è una pratica capace di accompagnare la trasformazione. Anche noi siamo stati trattati come scarti: scarti del sistema scolastico, scarti dell’università, scarti di una politica che celebra la formazione ma non la rende abitabile. Eppure, proprio come nel compost, non è vero che il residuo sia solo morte. Nello scarto c’è ancora possibilità. C’è ancora vita da rimettere in circolo. C’è ancora materia politica da comporre.
È questa la ragione per cui non voglio limitarmi a raccontare il dolore dell’esclusione. Voglio raccontare anche la potenza che nasce dalla sua comprensione. Perché quando capisci di essere dentro un meccanismo di classe, smetti di vergognarti della tua fatica. E quando smetti di vergognarti, puoi finalmente vedere gli altri. Non più come concorrenti, ma come compagni di una stessa condizione storica. E da lì può nascere una politica diversa. Non la politica dell’aspirazione individuale a salire, ma quella della costruzione comune di condizioni di permanenza. Non la politica del “faccio il mio percorso e spero di farcela”, ma quella del “ci organizziamo per rendere possibile la vita di tutti”. È una differenza enorme. È la differenza tra un mondo che ti chiede di essere vincente e un mondo che ti permette di essere vivo.
Per questo mi riconosco nelle parole di chi lotta contro la precarizzazione della scuola, contro l’idea che il lavoro docente possa essere governato soltanto con graduatorie, punteggi e ricatti; nei collettivi di precari, nei gruppi che denunciano l’assurdità di un sistema che obbliga a pagare per insegnare, nelle pagine che raccontano il vissuto concreto degli insegnanti come una questione strutturale e non come una somma di sfortune individuali; in quelle voci che non si limitano a chiedere una riforma, ma smascherano la logica che ha reso il lavoro culturale un privilegio accessibile ai figli della stabilità; in chi dice che la scuola non è un bene di mercato e che il diritto all’istruzione non può essere separato dal diritto di chi insegna a vivere decentemente.
Perché, diciamolo fino in fondo, il problema non è solo trovare un posto. Il problema è poterci arrivare senza essere rovinati. Il problema è poter insegnare senza indebitarsi. Il problema è non dover considerare normale l’umiliazione del lavoro intellettuale. Il problema è non dover scegliere tra la propria terra e la propria professione. Il problema è non dover lasciare la casa per colpa di un sistema che ha trasformato il servizio pubblico in una corsa a ostacoli costosa e classista. E allora la mia posizione diventa sempre più netta: voglio restare (anzi, tornare), ma voglio tornare in un paese che smetta di trattarmi come una riserva da utilizzare solo se già finanziata. Voglio tornare in una terra che non obblighi alla migrazione come forma ordinaria di realizzazione. Voglio tornare dove sono nato, se questo vuol dire vivere bene e lavorare con dignità.
Quando non è possibile, lo so, si va via. E non c’è nulla di vergognoso in chi emigra per necessità. Anzi, sento una solidarietà profonda per chi, come me, parte, per chi costruisce altrove una vita dignitosa, per chi trova in altri sistemi scolastici la possibilità di fare il proprio mestiere senza essere continuamente schiacciato. Anche l’estero, per molti, è una forma di difesa. Ma non voglio che diventi l’unica via. Non posso accettarlo. Non voglio che il paese formi le sue energie per poi consegnarle al mercato globale o ad altri Stati forse meglio organizzati. Non voglio che il nostro destino sia di essere espulsi. Non voglio che il nostro futuro collettivo venga raccontato come una diaspora inevitabile. Non voglio che la normalità sia la fuga.
Abbiamo bisogno di un’idea di politica più vicina a quella di una ecologia critica dell’alleanza che a qualsiasi narrazione eroica del singolo. Smettiamola di credere all’idea dell’individuo che si salva da solo. Credo invece a una costellazione di pratiche, parole, reti,… che si sostengono reciprocamente. Credo a un mondo in cui il sapere non sia proprietà privata ma materia comune. Credo che la scuola possa essere un luogo in cui si impara non solo una disciplina, ma una forma di vita condivisa. Credo che un’altra istituzione sia possibile solo se smettiamo di accettare quella attuale come destino naturale.
Non possiamo separare il pensiero dalla forma della vita. Voglio una scuola che non sia un dispositivo di selezione di classe. Voglio una società che non costringa i giovani a fare i conti con il prezzo della loro stessa formazione. Voglio un paese in cui il diritto a vivere nella propria terra non sia un privilegio per chi può comprare i passaggi necessari. Voglio che il sapere sia riconosciuto come bene comune e che chi lo trasmette non debba pagare per farlo.
Sono stanco di vedere la cultura trattata come un investimento privato e la scuola come una spesa da ottimizzare. Sono stanco di vedere giovani costretti a partire per non essere schiacciati. Sono stanco di vedere il Sud, le periferie, le province, i territori marginali raccontati come luoghi di arretratezza mentre vengono svuotati delle energie che potrebbero rifarli vivere. Sono stanco di sentire che tutto dipende dalla resilienza individuale, quando ciò che ci manca è una giustizia materiale condivisa. Sono stanco di una politica che chiede pazienza ai corpi e non tocca mai i rapporti di forza. Sono stanco di una scuola che pretende dedizione infinita senza garantire stabilità minima. E proprio per questo non voglio smettere di parlare, perché non voglio che la mia storia venga tradotta in una formula di adattamento, perché la mia condizione non è un incidente, ma una prova della struttura, perché se non nominiamo il ricatto, il ricatto vince, perché c’è una memoria collettiva di chi ha resistito prima di me, di chi ha tenuto aperti i luoghi di studio, di chi ha costruito alleanze nei momenti peggiori, di chi ha pensato il mondo non come un insieme di proprietà ma come una composizione di esistenze intrecciate, perché credo ancora che si possa vivere bene nella propria terra senza essere costretti a emigrare, perché credo che insegnare debba tornare a essere un lavoro accessibile ai figli e alle figlie di chi non ha rendite, perché credo che il futuro non sia ancora stato sequestrato del tutto.
E noi, che siamo stati trattati come scarti del sistema, possiamo invece diventare il terreno di un’altra istituzione, di un’altra scuola, di un’altra vita comune.
Non voglio più una promessa, ma una condizione materiale, una scuola pubblica che non chieda denaro in cambio del diritto di insegnare, un paese che non costringa alla partenza, una terra abitabile, una città giusta, un lavoro dignitoso, una formazione non mercificata. Voglio poter dire che restare non è un atto di sacrificio eroico ma una possibilità concreta. Voglio che questa possibilità esista per me e per chi viene dopo di me. E finché non esisterà, continuerò a chiamare le cose col loro nome: classe, ricatto, esclusione, sfruttamento, alleanza, resistenza, futuro. Perché solo così si può ricominciare a immaginare un mondo in cui il sapere non costi più del pane, e in cui la propria terra non sia un privilegio, ma una casa.
L’articolo è stato pubblicato su Effimerail 17 luglio 2026
Il 4 giugno 1975 fu sequestrato dalle Brigate Rosse l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, morto poi nel 2022. Era rinchiuso in una cascina nei pressi di Aqui Terme, chiamata Spiotta, oggi ristrutturata dai nuovi proprietari, con un bel cancello all’ingresso.
Il Gancia fu liberato da quattro carabinieri; uno (D’Alfonso) morì durante la sparatoria; un altro (Rocca) fu ferito, venne decorato, divenne generale e venne a mancare nel 2023, vecchio e pensionato. Sono morti nel frattempo anche gli altri due: Cattafi (ferito) e Barberis (illeso, ebbe la croce di guerra). Quest’ultimo, l’unico in borghese durante l’azione, uccise Mara Cagol. Una morte oggetto di molte polemiche: nel combattimento dicono le istituzioni; un’esecuzione a freddo, quando già era ferita e disarmata, secondo i militanti delle Brigate Rosse. Non ci fu mai un processo sul punto. L’unico condannato fu all’epoca un giovane lodigiano, Massimo Maraschi, ancora vivo, oggi ha 73 anni. L’avevano preso il giorno prima del conflitto a fuoco, per via di un incidente d’auto del tutto casuale; stava in carcere quando ci furono gli spari e i morti, ma gli diedero ugualmente 26 anni per la morte del carabiniere D’Alfonso, un concorso anomalo secondo una sentenza che fece assai discutere i giuristi per la particolarità del caso (condanna per omicidio avvenuto quando già il preteso colpevole stava in galera). Il Maraschi si fece la sua galera, dal 1989 con lavoro esterno presso la Caritas, defilato, lontano dalla ribalta.
50 anni dopo arriva il processo
La corte d’assise di Alessandria, nel luglio 2026, ha condannato Lauro Azzolini a 6 anni di reclusione per lo scontro a fuoco di oltre 50 anni or sono, quando alla Cascina Spiotta morirono Margherita Cagol e Giovanni D’Alfonso.
Azzolini era stato prosciolto alcuni decenni prima, ma la decisione era sparita dagli archivi a causa di infiltrazioni (non di spie ma) d’acqua (alluvione del 1994). E ciò aveva consentito (con un artifizio giuridico di fondamento a dir poco dubbio) di revocare il provvedimento fantasma (la regola generale per la verità -ma qui non vale- non dovrebbe consentire vantaggi al responsabile del danno, le istituzioni).
Rimane Lauro Azzolini, classe 1943, oggi anni 83, iscritto al PCI nel 1960 (suggestione dei morti di Reggio Emilia, la sua città). Si era beccato già 4 ergastoli, da tempo vive in semilibertà (semi, non piena) e assiste i disabili (ma a 83 anni dovrebbero essere gli abili ad assistere lui). Non ha soldi, con la vita che ha fatto non stupisce che non abbia messo da parte un gruzzolo e neppure maturato una pensione sufficiente per vivere.
Quindi il risarcimento del danno rimane teorico e l’aggiunta di sei anni a quattro ergastoli (quattro vite: la fantasia dei giuristi criminali non conosce limiti, abbatte le leggi della natura) per fortuna non dovrebbe comportare conseguenze in capo al condannato.
Ma siamo certi che sarà interposto appello: il suo avvocato, che è simpatico e bravo, si chiama Davide Steccanella, è nato nel 1962, quando Azzolini era iscritto al PCI da 2 anni. Dunque la sentenza non sarà definitiva fino alla Cassazione e Steccanella non è tipo da mollare la presa senza averle tentate tutte.
Gli archeologi della repressione hanno ancora da lavorare alle loro vendette per gli anni a venire!
L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 9 luglio 2026 Immagine in apertura: Catacombe di Priscilla, II-V secolo, Roma
“Io non ho voluto avere un figlio perché ho vissuto Auschwitz” (Imre Kertész, Kaddish per il bambino non nato)
اللهم اجعله طيراً من طيور الجنة “O Allah, rendilo un uccello tra gli uccelli del Paradiso” (Duʿāʾ islamico per un bambino defunto)
Imre Kertész scrisse un Kaddish per il figlio che decise di non avere. Dopo Auschwitz, il mondo gli appariva troppo crudele per essere consegnato a una nuova vita. La Shoah non gli aveva tolto soltanto il passato: aveva incrinato la fiducia stessa nel futuro.
Circa un milione e mezzo di bambini ebrei furono uccisi durante lo sterminio nazista, insieme a migliaia di bambini rom e con disabilità. Quei bambini appartengono alla memoria dell’umanità e nessuno può permettersi di dimenticarli.
Ma ricordare non significa soltanto custodire il passato. Non significa sovrapporre tragedie diverse né cancellarne l’unicità storica. Significa chiedersi quale valore abbia la memoria se non diventa un principio universale, capace di proteggere ogni vita umana, soprattutto quella più indifesa.
La memoria non è un premio riservato alle vittime della storia. È una responsabilità verso le vittime di oggi. Oggi quella responsabilità ci conduce a Gaza.
Ci sono immagini che dovrebbero essere impossibili. Un bambino ucciso mentre cerca acqua. Una bambina colpita mentre torna da scuola. Un neonato ferito mentre viene allattato. Non sono soltanto episodi di guerra. Sono la negazione dell’infanzia.
I bambini non appartengono a uno Stato, a un esercito o a una bandiera. Appartengono all’umanità.
La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, nel rapporto L’essenza dell’infanzia è stata distrutta, afferma che nei primi due anni di guerra almeno 20.179 bambini sono stati uccisi e 44.143 sono rimasti feriti nella Striscia di Gaza. Parla di azioni che hanno «cancellato l’infanzia» e sostiene che l’uccisione e il ferimento dei minori abbiano contribuito a distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del popolo palestinese. Israele respinge queste conclusioni. Ma nessuna contestazione cancella il fatto essenziale: decine di migliaia di bambini sono stati uccisi, mutilati o segnati per sempre.
Se oltre il trenta per cento delle vittime sono bambini, non possiamo rifugiarci nel linguaggio degli “effetti collaterali”. Quando una guerra divora l’infanzia, non colpisce soltanto il presente: cancella il domani.
Dietro quei numeri ci sono volti, nomi, famiglie. Ci sono bambini colpiti nelle scuole, negli ospedali, nelle tende dei campi profughi, mentre cercavano un pezzo di pane o un sorso d’acqua. Ci sono migliaia di piccoli sopravvissuti che porteranno dentro di sé ferite che nessuna ricostruzione potrà cancellare. È qui che la memoria viene messa alla prova. Il popolo ebraico ha conosciuto uno dei punti più bassi della storia umana. Proprio per questo, vedere lo Stato di Israele accusato di una violenza che colpisce in modo così devastante l’infanzia palestinese apre una ferita morale che attraversa il mondo intero. Non perché le due tragedie siano uguali. Non lo sono. Ma perché nessuna memoria del dolore può perdere il suo carattere universale. Se il ricordo della persecuzione non ci rende più sensibili alla sofferenza di altri bambini, allora qualcosa si è spezzato.
Primo Levi scriveva che «è avvenuto, quindi può accadere di nuovo». Non era una profezia rivolta a un solo popolo. Era un monito per tutta l’umanità. Ogni volta che l’altro viene disumanizzato, ogni volta che la vita di un bambino diventa un prezzo accettabile, quel monito torna a interrogarci.
Eppure il mondo sembra già voltare pagina. Le crisi si susseguono, l’attenzione si sposta altrove, Gaza scompare lentamente dai notiziari. L’orrore si consuma, poi si normalizza. Infine viene dimenticato. È sempre così che l’indifferenza vince.
Per questo oggi non basta ricordare Auschwitz. Non basta commemorare. Non basta pronunciare “mai più” una volta all’anno. Occorre avere il coraggio di riconoscere il dolore ovunque si manifesti, anche quando ci mette a disagio, anche quando riguarda chi consideriamo lontano, anche quando ci obbliga a criticare chi pensavamo immune da ogni giudizio morale.
Nel ghetto di Terezín il giovane Pavel Friedmann ha scritto: “Le farfalle non vivono nel ghetto”. Quelle parole sembrano attraversare il tempo fino a Gaza. Perché le farfalle non vivono dove viene cancellata l’infanzia. E nemmeno la pace può nascere dove ai bambini viene negato il futuro.
Sotto cieli diversi, due preghiere continuano a salire verso lo stesso Dio. Il Kaddish ebraico e il duʿāʾ islamico per un bambino morto. Parlano lingue diverse, ma custodiscono lo stesso dolore. Ci ricordano che il pianto di una madre non ha nazionalità e che nessun bambino smette di essere bambino perché nasce dalla parte sbagliata di un confine.
La domanda, allora, riguarda tutti noi. A cosa serve la memoria, se non ci impedisce di accettare l’inaccettabile? A cosa serve dire «mai più», se quel principio non vale per ogni bambino? La memoria è l’inizio. L’umanità è il suo compimento. Se la memoria non ci conduce fin lì, allora non basta più.
L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 26 giugno 2026
La foto è di Hosny salah, fotografo palestinese residente a Gaza