34 anni dopo

di Ghismunda

Quello che più mi colpisce di un attentato o di una strage è l’attimo, quella frazione di secondo che fa sì che qualcun altro sia al posto tuo; quel momento in cui il puro caso si fa destino, lasciando te illeso e un altro, pochi metri più in là, dilaniato a terra. Manlio e sua moglie Livia erano in piazza quella mattina. Lì avrebbero senz’altro incontrato altri compagni, come Alberto e Clementina. La sera prima erano convenuti, insieme ad altri, circa l’importanza ideale di essere presenti ad una manifestazione che non era per rivendicazioni economiche, ma per opporsi alle ultime violenze fasciste in città e nel paese; per ribadire, una volta di più, la fedeltà ai valori “plurali” della Resistenza e della Costituzione. Ad un certo punto, Manlio viene trattenuto da un conoscente per un’informazione, Livia prosegue, poi si volta a cercare lo sguardo di suo marito, rimasto indietro… i loro occhi si incrociano per un attimo, poi il boato… Anche Arnaldo cercava, tra la folla, di raggiungere suo fratello Alberto e sua cognata, ma era un po’ in ritardo, forse loro erano più avanti… poi il boato, e un agghiacciante presentimento, confermato di lì a poco da quei capelli brizzolati che spuntavano da sotto uno striscione rosso, steso per pietà, e da quel corpo bocconi di donna, coperto anch’esso per pietà, alla meglio… Poi il getto dell’idratante, precoce e sospetto, lava via tutto: sangue e prove, carne e indizi. Quella organizzata a Brescia, a Piazza della Loggia, il 28 maggio 1974 era una manifestazione politica, come politica fu la strage. Strage neo-fascista, senza mai alcun dubbio. Ma ancora, dopo 34 anni, senza nessun colpevole.

E’ di questi giorni la notizia del rinvio a giudizio per sei persone. Per tutti l’accusa è di concorso in strage. Un reato da ergastolo. Dopo 34 anni. Rabbia e vergogna i sentimenti. E scetticismo, sfiducia, inevitabilmente. Noi siamo il “Paese delle Associazioni delle vittime”, cioè un paese in cui le persone uccise negli affetti più cari hanno bisogno di stringersi in associazione per reclamare verità e giustizia. Perché in questo paese, evidentemente, vige la consapevolezza che verità e giustizia sono destinate a non emergere attraverso i canali ordinari della magistratura e della democrazia. Di più: vige la constatazione che anche attraverso i “memento” ripetuti ed accorati da parte dei parenti delle vittime, la verità non salta fuori. Ripercorrere la storia processuale della strage di Brescia significa elencare un intreccio impressionante di connivenze, complicità, depistaggi; fughe, sparizioni, assassini; denunce e omissioni, condanne trasformate in assoluzioni. Ciò che resta, è un nulla di fatto. In Italia le verità sono sempre due: una storica, l’altra processuale. Quest’ultima deve accertare le responsabilità personali, trovare i colpevoli ed è la verità più “difficile”, più distorta, più coperta, mistificata, truffata; l’altra, la storica, è quella più “facile”, per chi studia, conosce e sa. E’ la verità dei fatti contro le sentenze, del contesto vero di un’epoca contro le prove architettate di un singolo episodio o di una singola persona. In realtà, sappiamo tutto da tempo, meno i nomi. Solo questi mancano all’appello, “solo” chi deve ancora pagare. “La strage di Brescia- scrive Manlio Milani, presidente dell’Associazione dei caduti di Piazza della Loggia – ha una sua precisa identità: perpetrata durante una manifestazione antifascista, assume un connotato particolarmente esplicito su quale fosse il clima politico di quell’epoca e su quale fosse il prezzo che lo Stato era disposto a pagare per ostacolare l’ascesa delle forze di sinistra. Piazza della Loggia è una vicenda paradigmatica della ‘strategia della tensione’. Ed i tanti ostacoli posti lungo il cammino delle indagini ci illumina su quale fosse il livello a cui giunsero i legami (e conseguentemente le coperture) fra apparati statali e gruppi neofascisti… Recentemente sono stati desegretati dagli americani dei documenti che gettano nuova luce su quegli anni e che confermano che quelle stragi facevano parte di quel contesto di contrapposizione a livello mondiale che divise l’Europa in due blocchi; l’Italia era un Paese caratterizzato da una forte presenza del PCI ma apparteneva al blocco occidentale, e ciò era sufficiente a giustificare qualsiasi azione tesa ad ostacolare l’andata al governo del Partito Comunista e della sinistra nel suo insieme…” Una strage di Stato, insomma, all’indomani, non a caso, del golpe cileno e del primo abbozzo berlingueriano di un “compromesso storico” che permettesse al paese di uscire, in qualche modo, dalla sua “sovranità limitata” e dalla pregiudiziale anticomunista. La strage, si sa, destabilizza, incute paura e tensione; genera quindi una domanda di governo forte, di “ordine”, rispondendo alla quale si crea, paradossalmente, proprio quella “stabilità”, quella “normalizzazione”, voluta dal blocco di potere (e dalle pressioni internazionali) che sono dietro la strage stessa. Insomma, il meccanismo è risaputo. Ogni indagine ha evidenziato il coinvolgimento, oltre che della Destra di Ordine Nuovo, di elementi dello Stato e dei servizi segreti. La speranza in più, oggi, anche se una distanza di 34 anni offusca di per sé la credibilità della giustizia, sta nel fatto che nei sei rinviati a giudizio sono presenti in modo chiaro e netto tutte le componenti dell’attentato: da quella della destra estrema (Pino Rauti, suocero dell’attuale sindaco di Roma) a quella dei servizi segreti (Maurizio Tramonte) a quella dello Stato, in uno dei suoi apparati, i carabinieri (il generale Francesco Delfino). Se ne riparlerà, per l’ennesima volta, per l’ennesimo tentativo, il 25 novembre…

Due verità, ho detto. La mia preoccupazione è che si riesca ad occultare e far naufragare, oltre che la verità giudiziaria (a questa siamo abituati), anche quella storica, che si fonda sulla memoria e sulla conseguente esplorazione dei fenomeni e delle loro radici. Un cappa di ignoranza voluta o di mistificazione cala in Italia sul nostro recente passato, di cui fanno le spese le giovani generazioni. Quando il 9 maggio, nelle scuole, si è fatto un minuto di silenzio per commemorare (almeno in quelle che se ne sono ricordate…) le vittime di tutte le stragi, alcuni alunni sono rimasti stupiti di sentir parlare (almeno da quegli insegnanti che l’hanno fatto…) anche di un terrorismo nero e di tante bombe, tanti morti: per loro il terrorismo è solo di sinistra e porta il nome di Brigate Rosse, poco più o poco meno che un nomignolo da stadio. Spetta non solo alle Associazioni delle Vittime, ma a ciascuno di noi che voglia capire e mantenersi libero, tener viva la memoria storica di ciò che è stato. E di ciò che continua ancora.

In ricordo di:

Giulietta Banzi Bazoli
Clementina Calzari Trebeschi
Livia Bottardi Milani
Euplo Natali
Luigi Pinto
Bartolomeo Talenti
Alberto Trebeschi
Vittorio Zambarda

La voce di Ghismunda, 18 maggio 2008

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.