Fra dieci anni la pena di morte americana sara’ alla fine

24 maggio 2008
Dedicato ai caduti del “Conte Rosso”

Fra dieci anni la pena di morte americana sarà alla fine.
Nei prossimi anni, comunque vadano le cose e chiunque sia il Presidente, la pena di morte americana si spegnerà un po’ alla volta. Giudici, procuratori e politici se ne stancheranno e lei finirà.
Le condanne a morte sono già poco più di cento, dalle trecento del 1998, mentre le esecuzioni (che si riferiscono a condanne di dieci, venti o anche trent’anni fa) si sono quasi dimezzate, passando dalle 98 del 1999 alle 53 del 2006 (da notare che il tasso di omicidio è rimasto stabile)
Il Giudice Stevens, nella concurring opinion in Baze, ha spiegato i punti di crisi della “giustificazione” costituzionale della pena di morte.
Con la sentenza Gregg (1976) la Corte Suprema Federale aveva inteso che la pena capitale, per non essere considerata una “inflizione gratuita di sofferenze” in violazione dell’Ottavo Emendamento, doveva servire a raggiungere i tre obbiettivi di deterrenza, retribuzione e incapacitazione.
Ovvero: questa pena, per essere costituzionale, deve impedire al condannato di compiere altri reati, spaventare i criminali agendo da deterrente alla commissione di delitti capitali e ripagare con proporzionalità il crimine.
Per Stevens l’utilizzo del LWOP (ergastolo senza possibilità di rilascio) nella quasi totalità degli stati retenzionisti ha reso il patibolo un mezzo di incapacitazione “arcaico”, mentre la presunta deterrenza della pena capitale è messa in questione dalle statistiche e lo stesso concetto di retribuzione è “sempre più anacronistico”.
Al venir meno dei tre pilastri su cui si basa la giustificazione costituzionale della pena capitale il Giudice Stevens aggiunge il suo enorme costo. Costo che non è limitato alla sola parte venale (dai dieci ai duecento milioni di dollari per esecuzione), ma cui occorre aggiungere il soffocamento delle Corti d’Appello e Supreme, costrette, a scapito di tutto il resto, a passare una parte sostanziale e sproporzionata del loro tempo a rivedere più di una volta le sentenze capitali. (appelli diretti, habeas corpus, ecc.)
Altro punto debole della pena di morte è che essa è costituzionalmente “eccessiva” per alcune categorie di persone (pazzi, minori, minorati) e per quei reati che, fino a pochi anni fa, erano capitali (stupro, rapimento).
A tutto questo Stevens aggiunge lo sbilanciamento che si è venuto a creare, con la sentenza Payne e il “victims impact statement”, in favore dell’Accusa. Squilibrio reso più grave ed evidente dalla conclamata tendenza delle “death qualified juries” ad aderire passivamente alle tesi della Procura, producendo così il paradossale effetto di dare meno garanzie giudiziarie a chi rischia la vita rispetto a chi non la rischia.
Seguono poi le preoccupazioni per le discriminazioni razziali (McCleskey) e per la sempre più evidente probabilità che alcuni condannati innocenti siano stati uccisi.
In definitiva per Stevens la pena capitale americana è “l’estinzione inutile e senza scopo di una vita umana” e perciò fuori dalla Costituzione.
Noi abolizionisti sottoponiamo all’attenzione della Corte Suprema anche la penosa qualità della difesa (il cui costo assurdo lascia solo i poveri in pasto al boia) e l’assoluta arbitrarietà con cui le Procure decidono chi vive e chi muore. Arbitrarietà che dipende da fattori esterni (disponibilità di tempo e denaro, vicinanza delle elezioni, geografia, censo, sesso, razza, presenza di altri casi) che nulla hanno a che fare con l’effettiva gravità del crimine.
Nel mondo la pena capitale è sempre più appannaggio di regimi arretrati e dittatoriali, mentre negli Usa è applicata sempre più raramente e questi sono già di per sé motivi sufficienti per dichiararne l’incostituzionalità.
Il compito del Movimento Abolizionista dovrebbe essere quello di comprendere questi fatti ed elaborare una strategia coerente.

Ci riuscirà?????

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