Legalita’

Perugia in America

22 ottobre 2008
22 ottobre 1970
Assassinio del generale cileno René Schneider. Il colpo di stato di Pinochet inizia ancor prima dell’elezione di Allende.

Mi è stato chiesto come avrebbero trattato gli americani il delitto di Perugia.

Provo a rispondere e, per prima cosa, tolgo di mezzo la polemica sulla polizia scientifica e i forensic labs, ribadendo che gli americani farebbero meglio a guardare in casa loro, dove una quantità di laboratori di polizia sono stati investiti da furiose polemiche e inchieste di cui sarebbe troppo lungo parlare. Mi limito a ricordare che il laboratorio dello Houston Police Department è stato chiuso d’autorità. Fra le molte ragioni quella che ci pioveva dentro, come del resto pioveva nel laboratorio di Dallas. Rammento poi che da quelle parti hanno fatto più del dieci per cento delle esecuzioni americane.

Tornando a Perugia iniziamo notando che il sistema giudiziario americano è completamente diverso dal nostro (come è diverso dagli altri sistemi di common law) e che è basato sull’assoluta libertà d’azione di cui dispone il District Attorney. E’ il Procuratore che decide se incriminare, chi incriminare e per quali reati, ed è sempre la Procura che decide se patteggiare e in che termini. Questa incondizionata libertà consente una enorme pressione sugli accusati e produce una totale arbitrarietà nell’imposizione della pena capitale.

La Procura ha il completo controllo della situazione e decide se chiedere o meno la pena di morte (magari dopo essersi consultata con la famiglia della vittima), se patteggiare o andare al processo con un’imputazione minore, o se utilizzare la minaccia della morte per ottenere un patteggiamento. In Europa lo chiamiamo torturare la gente, ma in America accade facilmente che le cose vadano così:
”Sei in prigione da due anni in attesa del processo quando si presenta un tizio che dice  – Se ti dichiari colpevole questa è la condanna e fra due anni sei fuori, ma, se ti ostini a proclamarti innocente, fra un anno c’è il processo e se vinciamo noi ti ammazziamo –
Voi cosa fareste?”  (Birmingham News “A Death Penalty Conversion”, 06/11/2005 e articoli seguenti)

Nei casi di omicidio con più complici la funzione del DA è stata paragonata a quella di un regista che assegna le parti in una recita teatrale. Il paragone è calzante; non tanto perché è lui che decide tutto, quanto per la pratica americana di spezzettare il processo in tanti procedimenti quanti sono gli imputati, ognuno dei quali avrà il “suo” processo. In ognuno di questi la Procura può presentare alla giuria una versione dei fatti completamente diversa dalle altre e costringere un imputato, in cambio del patteggiamento, a fornire la testimonianza adatta alla sua parte. (Il caso paradigmatico è quello di Napoleon Beazley)

La recita di cui parliamo è allestita a beneficio di un pubblico esiguo ma scelto: i dodici giurati, le loro fobie e pregiudizi, con il vantaggio che il loro gradimento non deve essere motivato perché, al contrario dei nostri giudici, non devono spiegare le ragioni per cui accettano le tesi di una parte piuttosto che quelle dell’altra. I giurati devono decidere se l’imputato è colpevole o non colpevole del reato ascrittogli, ma non devono spiegare il ragionamento che li porta a tale conclusione.

Nel processo americano (in cui non c’è la parte civile) vince chi inizia con gli opening statements più facilmente comprensibili e conclude con le arringhe (closing arguments) che raccontano una storia semplice da capire e ricordare.

Quello che convince una giuria non è la solidità delle prove, ma la coerenza del racconto del Procuratore. Se la storia che le viene esposta funziona sotto l’aspetto narrativo è difficile che la giuria vada poi a vedere se vi sono prove sufficienti della colpevolezza dell’imputato. Solo così si spiegano tante condanne a morte e tantissime condanne alla prigione: alla giuria è piaciuto di più il racconto che le ha fatto l’Accusa rispetto a quello della Difesa.

Più che un processo un premio letterario.

In America, i tre presunti complici di Perugia, sarebbero passibili di pena capitale, ma ben difficilmente questa sarebbe chiesta per tutti e gli scenari possibili sono almeno due.

Nella prima sceneggiatura, che chiameremo “Impicca il negro”, la parte principale è assegnata all’imputato di colore per il quale sarà chiesta la pena di morte. Al ragazzo bianco sarà invece data la parte del complice pentito che, in cambio di una condanna all’ergastolo, dà alla giuria una versione concordata con l’Accusa. La ragazza bianca, in questa versione della recita, se la caverebbe con poco o nulla; l’importante è che si presenti in aula in veste di vittima.

La seconda sceneggiatura è ben più intrigante e originale della prima e ha per titolo “A morte la strega”. In essa la parte principale è assegnata alla ragazza (che i tabloid inglesi chiamano Foxy Knoxy), mentre i due maschi reciteranno quella dei poveri coglioni irretiti dalla dark lady. La bionda dallo sguardo di ghiaccio sarà dipinta come una perversa mangiatrice di uomini che, nel suo delirio di onnipotenza, non si ferma davanti a nulla. Una sadica pervertita che merita la morte.

Queste sono ovviamente le mie fantasie di studioso, ma occorre tenere presente che la realtà la fantasia la supera sempre. Non per nulla a Washington (lo Stato da cui arriva Amanda Knox) un tizio ha patteggiato 48 omicidi.

Altro che spegnere la speranza

di Vincenzo Andraous

Molti hanno detto che per conoscere le fondamenta e i caratteri di una democrazia, occorre indagare anzitutto il sistema penitenziario come la misura più indicativa della civiltà di un popolo.
Da detenuto ho avuto la fortuna di conoscere un grande uomo e un grande cardinale, che mi ha  mostrato in pochi minuti come la sola ritorsione non solo è contraddetta dall’etica evangelica, ma non porta i risultati desiderati.
Da qualche tempo sul carcere italiano è calato un silenzio refrattario all’impegno dell’ascolto, una indifferenza che genera un trascinamento lontano dal dolore  e dalla sofferenza, come se dialogare sulla umanizzazione della pena fosse diventato un atto di lassismo politico e istituzionale.
Eppure il carcere è luogo deputato alla elaborazione della pena, della colpa, dove l’uomo della pena nel tempo non sarà più l’uomo della condanna, ma quale uomo potrà diventare in una condizione di perenne disagio, costretto fino alle ginocchia nel proprio malessere, e in quello dell’altro.
Un tempo il dentro e il fuori interagivano, riuscendo a edificare ponti di socializzazione, attraverso una capacità di coinvolgimento-partecipativo da parte del personale penitenziario, con impegno da parte di quel volontariato solidale perché costruttivo, basato sulla fatica dialogica e comportamentale, e con una interazione proficua e necessaria con la società tutta.
Perfino a chi disconosce la  funzione del carcere e l’utilità della pena, non può sfuggire il valore educativo del lavoro, che la stessa Costituzione pone a fondamento del nostro Stato Repubblicano: senza occasioni di lavoro, senza l’acquisizione di strumenti formativi  professionali,  il carcere come istituzione non può raggiungere gli obiettivi che gli sono richiesti, gli scopi per cui esiste nella sua utilità sociale.
In questa inquietante insicurezza, che spinge a richiedere maggiori tutele e garanzie per le vittime e i cittadini onesti, forse è proprio questo il momento di ripensare non all’abolizione della Riforma Penitenziaria, non a rendere nuovamente invisibili uomini che hanno saputo ravvedersi e tornare ad essere parte viva del consorzio sociale.
E’ necessario ripensare un carcere dove esistano veramente tempi e modi di ristrutturazione educativa, rifacendo per davvero i conti con la metà della popolazione detenuta non italiana, con un buon altro quarto di tossicodipendenti, mentre la rimanenza è quella criminalità che ben conosciamo.
Riforme e innovazioni non sono istituti-totem da imbalsamare, ma vista prospettica per rispondere efficacemente alla richieste della collettività, che si duole di una recidiva che permane un mostro a due facce: una dimostra che la pena non aiuta a migliorare le persone, l’altra che il carcere non si riappropria della funzione di salvaguardia della comunità.
Altro che ammazzare la speranza annullando la legge Gozzini, è urgente trasformare l’ozio e un tempo pericolosamente bloccato in occasioni di lavoro e abitudine alla fatica progettuale, affinché il rispetto per la dignità personale divenga qualcosa da guadagnarsi durante l’arco della condanna, proprio perché quella speranza di essere uomini  migliori dipenderà dal lavoro che ognuno di noi sarà disponibile a fare con se stesso.

American Gulag

11 giugno 2008

La crescita dell’universo concentrazionario americano prosegue inarrestabile.
Ogni settimana 1.000 detenuti si aggiungono al più grande esperimento di imprigionamento di massa dai tempi di Stalin.
Un milione e seicentomila carcerati riempiono le prigioni statali e federali (trent’anni fa erano duecentomila), ottocentomila quelle locali (cinquecentomila sono in attesa di giudizio), con in più centoventimila minorenni nei riformatori (20-30.000 sono i minori nelle carceri per adulti) [BJS – Sourcebook]
Gli Stati Uniti d’America detengono il record mondiale di un carcerato ogni 120 abitanti, con un tasso di detenzione di 833 per 100.000, ma, se ai 2,5 milioni in prigione aggiungiamo i 5 milioni e passa che sono in libertà vigilata (probation e parole), arriviamo a un condannato ogni 40 abitanti e a un tasso di 2.500 per centomila.
Un adulto americano ogni cento è dietro le sbarre e per i neri si arriva a uno ogni nove. [Liptak 28/02/2008, 23/04/2008]
Metà dei carcerati sono neri, ma i neri sono il 13% della popolazione.
Un terzo dei ventenni di colore è in prigione o in libertà vigilata e per i giovani neri passare un periodo di tempo in prigione è un “rito di passaggio” come lo era per noi fare il servizio militare. Il loro tasso d’incarcerazione è di 13.000 per centomila, mentre per i loro coetanei bianchi è di 1.700. [Sentencing Project – HRW]
Ci sono più ragazzi neri in prigione che all’università [Donohoe]
Le donne detenute sono 200.000 e spesso si ha notizia di una di loro costretta a partorire ammanettata mani e piedi. [AI – Liptak 02/03/2006]
100.000 detenuti sono in isolamento nei supermax.
3.300 sono nel braccio della morte.
Gli ergastolani sono 130.000. Un quarto non ha la possibilità di rilascio sulla parola (LWOP) e di questi 2.200 sono minorenni (fra cui ragazzini di 13 e 14 anni) [Liptak 17/10/2007]
Il prezzo del mantenimento del gulag americano è di 60 miliardi di dollari annui e l’intero sistema giudiziario-penale ne costa 200. [Webb]
In California ogni detenuto costa 40.000 dollari all’anno (come tenerlo a studiare ad Harvard), ma se i matti fossero in manicomio e i drogati in comunità la spesa diventerebbe di 20 e 10 mila rispettivamente.
Il Governatore Schwarzenegger sta tentando di salvare il bilancio rilasciando 22.000 dei 160.000 carcerati californiani. [International Herald Tribune 11/01/2008]
A tenere gremito il sistema concentrazionario Usa ci pensano le diciottomila polizie americane che, anche se metà dei crimini gravi non è denunciata, arrestano ogni anno 15 milioni di persone: 5.000 arresti ogni 100.000 abitanti. 1 milione e 500.000 sono arresti per guida in stato di ebbrezza (DUI). 2,5 milioni sono arresti di minorenni e almeno 500.00 di bambini sotto i 14 anni. [UCR]
Questa enorme massa di persone schiaccerebbe qualsiasi sistema giudiziario, ma quello americano è salvato dalle infinite possibilità di ricatto e contrattazione che offre il patteggiamento. Così i processi con giuria sono appena 155.000 su di un totale di 45 milioni e duecentomila casi giudiziari civili e penali, mentre gli appelli sono solo 273.000. [BJS – Mize]
La famosa efficienza giudiziaria americana si basa esclusivamente sulla frettolosa sommarietà del giudizio, senza certezza del diritto e della pena.
Il 6% degli americani è afflitto da gravi problemi mentali, ma per i detenuti si passa al 20% e le carceri, con i loro 500.000 matti, sostituiscono gli ospedali psichiatrici. [Time – HRW]
Il sovraffollamento di jails e prisons non produce solo gente che dorme per terra o nei corridoi, ma condizioni igienico sanitarie atroci, con altissimi tassi di violenza, stupro e suicidio, tanto che una prigione in Georgia è stata definita da un giudice federale “una nave di schiavi”. [SCHR]
Se, ai due milioni e mezzo in prigione e ai cinque in libertà vigilata, aggiungiamo i cinque milioni che hanno perso il diritto di voto (con gravi conseguenze sia per loro che per il sistema elettorale) e i bambini che hanno almeno un genitore in prigione vediamo che l’Incarceration Nation, ha creato una sottoclasse di 15 milioni di persone, un ventesimo della popolazione americana.

E pensare che da noi c’è chi si balocca facendo improbabili confronti fra il numero delle intercettazioni.

Come ho fatto i conti

1,6 prisons
0,8 jails
0,1 juvies
2,5 in totale

300 milioni di americani diviso 2,5 milioni di galeotti fa un galeotto ogni 120 abitanti
2,5 milioni diviso 3.000 fa 833 galeotti per 100.000 abitanti
Con i 5 milioni in parole e probation passiamo a uno ogni 40 abitanti e 2.500 ogni 100.000

Attenzione.
Molti dei dati in circolazione sono vecchi o non tengono conto dei minorenni in riformatorio.

Note bibliografiche
AI: Amnesty International
AMR 51/019/1999 Not Part of my Sentence. Violation of H R of Women in Custody
www.amnesty.org

BJS: Bureau of Justice Statistics Bulletin
“Prison Inmates at Midyear 2007”
“Jails Inmates at Midyear 2007”
“Probation and Parole in the United States 2006”
”State court Organization, 1987-2004”
www.ojp.usdoj.gov/bjs/

Donohoe Martin
“Incarceration Nation” 2006
www.medscape.com/viewarticle/520251?src=search

HRW: Human Rights Watch
“Ill-Equipped: U.S. Prisons and Offenders with Mental Illness” 2003
www.hrw.org/reports/2003/usa1003/

Adam Liptak
“Prisons Often Shackle Pregnant Inmates in Labor”
New York Times March 2, 2006

“Lifers as Teenagers, Now Seeking Second Chance”
New York Times October 17, 2007

“1 in 100 U.S. Adults Behind Bars, New Study Says”
New York Times February 28, 2008

“Inmate Count in U.S. Dwarfs Other Nations’”
New York Times April 23, 2008

G. E. Mize et al.
“The State of the State Survey of Jury Improvement Efforts”
State Justice Institute April 2007
www.ncsconline.org/D_Research/cjs/pdf/SOSCompendiumFinal.pdf

The Sentencing Project
“Young Black American and the Criminal Justice System”
www.sentencingproject.org/

Sourcebook of Criminal Justice Statistics
www.albany.edu/sourcebook/

SCHR: Southern Centre for Human Rights
www.schr.org/

Tallying Mental Illness’ Costs
Time Magazine Friday, May. 09, 2008
www.time.com/time/health/article/0,8599,1738804,00.html

UCR: Uniform Crime Report 2006
US Department of Justice, FBI.
www.fbi.gov/ucr/prelim06/index.html

Senator Jim Webb
“Facts About The Prison System In The United States”
webb.senate.gov/pdf/prisonfactsheet4.html

34 anni dopo

di Ghismunda

Quello che più mi colpisce di un attentato o di una strage è l’attimo, quella frazione di secondo che fa sì che qualcun altro sia al posto tuo; quel momento in cui il puro caso si fa destino, lasciando te illeso e un altro, pochi metri più in là, dilaniato a terra. Manlio e sua moglie Livia erano in piazza quella mattina. Lì avrebbero senz’altro incontrato altri compagni, come Alberto e Clementina. La sera prima erano convenuti, insieme ad altri, circa l’importanza ideale di essere presenti ad una manifestazione che non era per rivendicazioni economiche, ma per opporsi alle ultime violenze fasciste in città e nel paese; per ribadire, una volta di più, la fedeltà ai valori “plurali” della Resistenza e della Costituzione. Ad un certo punto, Manlio viene trattenuto da un conoscente per un’informazione, Livia prosegue, poi si volta a cercare lo sguardo di suo marito, rimasto indietro… i loro occhi si incrociano per un attimo, poi il boato… Anche Arnaldo cercava, tra la folla, di raggiungere suo fratello Alberto e sua cognata, ma era un po’ in ritardo, forse loro erano più avanti… poi il boato, e un agghiacciante presentimento, confermato di lì a poco da quei capelli brizzolati che spuntavano da sotto uno striscione rosso, steso per pietà, e da quel corpo bocconi di donna, coperto anch’esso per pietà, alla meglio… Poi il getto dell’idratante, precoce e sospetto, lava via tutto: sangue e prove, carne e indizi. Quella organizzata a Brescia, a Piazza della Loggia, il 28 maggio 1974 era una manifestazione politica, come politica fu la strage. Strage neo-fascista, senza mai alcun dubbio. Ma ancora, dopo 34 anni, senza nessun colpevole.

E’ di questi giorni la notizia del rinvio a giudizio per sei persone. Per tutti l’accusa è di concorso in strage. Un reato da ergastolo. Dopo 34 anni. Rabbia e vergogna i sentimenti. E scetticismo, sfiducia, inevitabilmente. Noi siamo il “Paese delle Associazioni delle vittime”, cioè un paese in cui le persone uccise negli affetti più cari hanno bisogno di stringersi in associazione per reclamare verità e giustizia. Perché in questo paese, evidentemente, vige la consapevolezza che verità e giustizia sono destinate a non emergere attraverso i canali ordinari della magistratura e della democrazia. Di più: vige la constatazione che anche attraverso i “memento” ripetuti ed accorati da parte dei parenti delle vittime, la verità non salta fuori. Ripercorrere la storia processuale della strage di Brescia significa elencare un intreccio impressionante di connivenze, complicità, depistaggi; fughe, sparizioni, assassini; denunce e omissioni, condanne trasformate in assoluzioni. Ciò che resta, è un nulla di fatto. In Italia le verità sono sempre due: una storica, l’altra processuale. Quest’ultima deve accertare le responsabilità personali, trovare i colpevoli ed è la verità più “difficile”, più distorta, più coperta, mistificata, truffata; l’altra, la storica, è quella più “facile”, per chi studia, conosce e sa. E’ la verità dei fatti contro le sentenze, del contesto vero di un’epoca contro le prove architettate di un singolo episodio o di una singola persona. In realtà, sappiamo tutto da tempo, meno i nomi. Solo questi mancano all’appello, “solo” chi deve ancora pagare. “La strage di Brescia- scrive Manlio Milani, presidente dell’Associazione dei caduti di Piazza della Loggia – ha una sua precisa identità: perpetrata durante una manifestazione antifascista, assume un connotato particolarmente esplicito su quale fosse il clima politico di quell’epoca e su quale fosse il prezzo che lo Stato era disposto a pagare per ostacolare l’ascesa delle forze di sinistra. Piazza della Loggia è una vicenda paradigmatica della ‘strategia della tensione’. Ed i tanti ostacoli posti lungo il cammino delle indagini ci illumina su quale fosse il livello a cui giunsero i legami (e conseguentemente le coperture) fra apparati statali e gruppi neofascisti… Recentemente sono stati desegretati dagli americani dei documenti che gettano nuova luce su quegli anni e che confermano che quelle stragi facevano parte di quel contesto di contrapposizione a livello mondiale che divise l’Europa in due blocchi; l’Italia era un Paese caratterizzato da una forte presenza del PCI ma apparteneva al blocco occidentale, e ciò era sufficiente a giustificare qualsiasi azione tesa ad ostacolare l’andata al governo del Partito Comunista e della sinistra nel suo insieme…” Una strage di Stato, insomma, all’indomani, non a caso, del golpe cileno e del primo abbozzo berlingueriano di un “compromesso storico” che permettesse al paese di uscire, in qualche modo, dalla sua “sovranità limitata” e dalla pregiudiziale anticomunista. La strage, si sa, destabilizza, incute paura e tensione; genera quindi una domanda di governo forte, di “ordine”, rispondendo alla quale si crea, paradossalmente, proprio quella “stabilità”, quella “normalizzazione”, voluta dal blocco di potere (e dalle pressioni internazionali) che sono dietro la strage stessa. Insomma, il meccanismo è risaputo. Ogni indagine ha evidenziato il coinvolgimento, oltre che della Destra di Ordine Nuovo, di elementi dello Stato e dei servizi segreti. La speranza in più, oggi, anche se una distanza di 34 anni offusca di per sé la credibilità della giustizia, sta nel fatto che nei sei rinviati a giudizio sono presenti in modo chiaro e netto tutte le componenti dell’attentato: da quella della destra estrema (Pino Rauti, suocero dell’attuale sindaco di Roma) a quella dei servizi segreti (Maurizio Tramonte) a quella dello Stato, in uno dei suoi apparati, i carabinieri (il generale Francesco Delfino). Se ne riparlerà, per l’ennesima volta, per l’ennesimo tentativo, il 25 novembre…

Due verità, ho detto. La mia preoccupazione è che si riesca ad occultare e far naufragare, oltre che la verità giudiziaria (a questa siamo abituati), anche quella storica, che si fonda sulla memoria e sulla conseguente esplorazione dei fenomeni e delle loro radici. Un cappa di ignoranza voluta o di mistificazione cala in Italia sul nostro recente passato, di cui fanno le spese le giovani generazioni. Quando il 9 maggio, nelle scuole, si è fatto un minuto di silenzio per commemorare (almeno in quelle che se ne sono ricordate…) le vittime di tutte le stragi, alcuni alunni sono rimasti stupiti di sentir parlare (almeno da quegli insegnanti che l’hanno fatto…) anche di un terrorismo nero e di tante bombe, tanti morti: per loro il terrorismo è solo di sinistra e porta il nome di Brigate Rosse, poco più o poco meno che un nomignolo da stadio. Spetta non solo alle Associazioni delle Vittime, ma a ciascuno di noi che voglia capire e mantenersi libero, tener viva la memoria storica di ciò che è stato. E di ciò che continua ancora.

In ricordo di:

Giulietta Banzi Bazoli
Clementina Calzari Trebeschi
Livia Bottardi Milani
Euplo Natali
Luigi Pinto
Bartolomeo Talenti
Alberto Trebeschi
Vittorio Zambarda

La voce di Ghismunda, 18 maggio 2008

Che fine ha fatto il poliziotto di quartiere?

25 Aprile 2008, Anniversario della Liberazione
Dedicato a Maria Giovanna Cortesi Giusti

“Non vorrete mica che arresti i miei elettori, vero?”
Sceriffo H. J. Lee, Jefferson Parish LA

Durante la campagna elettorale del 2001 il tema del poliziotto di quartiere era il cavallo di battaglia dei Berluscones. Questa entità leggendaria (in cui nessuno si è mai imbattuto) doveva risolvere tutti i problemi di sicurezza del Bel Paese. Grazie a lui saremmo dovuti entrati nell’era della pace e della tranquillità.
In quei giorni il Berlusconi condiva la sua campagna con le consuete falsità affermando che, con i governi di centro sinistra, gli omicidi erano triplicati e replicando, a chi gli faceva notare che era accaduto l’esatto contrario e si erano ridotti a un terzo, che la gente era scoraggiata e non denunciava i crimini.
Persino i padani sanno che una parte rilevante dei reati non è denunciata, che negli Usa almeno la metà dei reati gravi è sconosciuta alla polizia, ma che le autorità sono a conoscenza della quasi totalità degli omicidi e che solo una parte molto piccola di questi è rubricata come sparizione, incidente, morte naturale o suicidio. Ma questi sono discorsi da grandi e non interessano l’italiano medio che invece adora farsi terrorizzare da qualche morbosa trasmissione televisiva.
Così, al grido (ma pensa te) di legge e ordine, il Berlusca vinse le elezioni: ebbe una solida maggioranza parlamentare, formò un governo di soli 99 membri e fece sparire le statistiche sul crimine.
Il suo intento era lodevole: non voleva ci preoccupassimo scoprendo che sotto di lui i reati erano, come del resto i debiti, cresciuti, passando da 2,1 a 2,8 milioni, e che persino gli omicidi, dopo un crollo decennale, erano saltati all’insù di un buon 15 per cento.
Perché spaventarci con la realtà quando ci piace tanto essere truffati da un po’ di statistiche taroccate? Fu quindi a fin di bene che il Berlusconi ci elargì una serie di rassicuranti medie pluriennali, dalle quali risultava che tutto andava bene. (bugie, maledette bugie e statistiche)
Nella campagna elettorale 2008 invece il poliziotto di quartiere è scomparso ed è stato sostituito dalla “ronda padana” (che non è un formaggio di grosse dimensioni). La ragione di ciò sta nel fatto che i consumatori-elettori non vogliono poliziotti fra i piedi.
Soprattutto non vogliono il poliziotto di quartiere, perché questo non ha il compito di reprimere il crimine, non va in giro manganellando zingari e negri, non se ne sta acquattato dietro un cassonetto con il dito sul grilletto, pronto a sgominare bande di stupratori albanesi. Il suo compito è invece quello di reprimere il disordine. Egli fa le multe alle auto in doppia fila, impedisce il lavoro nero e gli abusivismi edilizi e non si limita a dare la caccia ai feroci lavavetri e agli spietati graffittari, ma cerca anche gli affitti in nero. Il poliziotto di quartiere reprime le infrazioni e i piccoli  reati che gli italiani considerano normale commettere. Al contrario delle ronde mette il naso nei nostri affarucci.

Questi sono i motivi per cui non abbiamo e mai avremo poliziotti di quartiere.