Politica

USA : condanne a vita per i ragazzini con processi non equi

di Rico Guillermo*

Mentre l’Europa chiedeva all’Iran di sospendere l’esecuzione per un giovane condannato a morte per un delitto forse non commesso e comunque avvenuto quando aveva 16 anni, un rapporto di Equal Justice Initiative mostrava che negli Stati Uniti almeno 73 giovani fra i 13 e i 14 anni sono stati condannati all’ergastolo senza possibilita’ di parola dopo un processo svoltosi come se fossero adulti. E il numero cresce a 2225 se si considerano i ragazzi minori di 17 anni.

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Con i monaci birmani. O no?

di Ettore Masina

I primi giorni, guardando alla televisione i loro cortei, ci sembrava di udire lo scalpiccìo dei piedi nudi dei monaci birmani. Avevano deposto i sandali per camminare così, in segno di umiltà o forse per somigliare di più ai poveri che volevano difendere o anche per dire che quelle strade erano diventati luoghi sacri. Mostravano, rovesciate, le ciotole in cui elemosinando raccolgono abitualmente il loro cibo: voleva dire che rifiutavano i doni degli uomini della dittatura militare perché fosse chiaro che non volevano sembrare garanti di una fede esibita nei templi e violata nelle camere di tortura. Anche, ci sembrava di udire le preghiere recitate per le strade: gli uomini e le donne della contemplazione erano usciti dalle loro incantevoli pagode per difendere la giustizia, ma non c’era contrasto fra azione e contemplazione, la preghiera era diventata voce di libertà.
Poi i Potenti hanno mandato i loro soldati, i monaci sono stati portati via: certamente molti rinchiusi nelle carceri, moltissimi confinati nei loro templi: preghino, preghino e non si occupino di politica. Nelle strade sono rimasti i morti. Qualche fotografia mostra monaci riversi nel fango, scomposti, con occhi sbarrati ai quali nessuno si cura di calare le palpebre. Nelle foto non si vede se hanno accanto le loro ciotole. Io penso che noi dovremmo deporvi qualche briciola di amorosa attenzione.

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Darfur, la guerra dimenticata

Si parla troppo poco di quanto sta accadendo in Darfur. I nostri politici, almeno fino a non molto tempo fa, non sapevano nemmeno dove fosse, né cosa fosse. Tutti ricorderete, infatti, la tragica figuraccia fatta da alcuni rappresentanti del nostro governo intervistati da un’inviata delle “Iene” nell’ottobre scorso. Alla domanda “Che cosa è il Darfur?” nessuno dei parlamentari intervistati fu in grado di dire che si tratta di un Paese martoriato dalle guerre. Qualcuno disse persino, più o meno, che “Darfur è un modo di dire, che si usa quando si intende qualcosa che va di fretta, insomma uno stile di vita frettoloso”. Penoso, non c’è che dire.

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Visco, Speciale e la legalità.

Il Corriere della sera del 23 Settembre 2007 pubblica (pagine 1 e 34) un commento di Piero Ostellino con il titolo che volutamente (e polemicamente) abbiamo copiato. E’ davvero incredibile che si consenta (per di più in riquadro a due colori per richiamo del lettore) un tal guazzabuglio di imprecisioni e di asinerie: sottoposto ad una seria commissione d’esame l’elaborato non potrebbe che condurre all’insufficienza e alla conseguente bocciatura. …

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Finestre rotte

15 settembre 2007
15. settembre 1935 – leggi razziali di Norimberga

S’è tornati a parlare di lotta alla criminalità e di Tolleranza Zero. Pochi sanno che TZ, attribuita al sindaco di New York Rudolf Giuliani, è la corruzione di una teoria e di una pratica ben più nobile nota come Fixing Broken Windows (letteralmente riparare le finestre rotte), ideata da Kelling e Wilson (The Atlantic Monthly, March 1982), che si basa su tre pilastri.
La quantità reale del crimine e la percezione che di esso ha la gente sono due entità diverse e non necessariamente collegate fra di loro.
La presenza della polizia non dev’essere sentita dai cittadini come un’occupazione militare, ma come un aiuto.
L’abbandono crea abbandono. Se una casa ha una finestra rotta e nessuno la ripara ben presto tutte le finestre saranno rotte.
Da qui il nome della teoria.

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