Pasquale Pugliese

Decostruzione del mito della violenza. Una ricerca sull’efficacia della resistenza civile

di Pasquale Pugliese

In un tempo nel quale non solo la guerra è tornata perfino in Europa, ma il bellicismo – ossia l’ideologia della guerra – ha assunto un’inedita centralità mediatica e politica nella storia repubblicana del nostro Paese, la traduzione in italiano dell’importante lavoro sulla resistenza civile della ricercatrice statunitense Erica Chenoweth Come risolvere i conflitti. Senza armi e senza odio con la resistenza civile (2023) – grazie all’impegno di Angela Dogliotti del Centro studi Sereno Regis di Torino e delle Edizioni Sonda – rappresenta una contro-narrazione rispetto alla vulgata della inevitabilità dell’esito violento dei conflitti. Una vera e propria decostruzione di un mito. Questo volume è uno degli esiti dello studio ultra decennale, svolto insieme a Maria Stephan, sulla quantità ed efficacia delle lotte nonviolente nel mondo dal 1900 ai giorni nostri, una mappa sistematica e ragionata dell’evoluzione della nonviolenza nei conflitti degli ultimi 120 anni, i cui frutti ribaltano secoli di pensiero dominante, anche storiografico, secondo il quale solo “quando c’è guerra c’è storia” (Anna Bravo, La conta dei salvati, 2013). “La vita quotidiana” – scrive Erica Chenoweth – “è piena di innumerevoli racconti, film, miti e altri desiderata culturali che glorificano la violenza. E questa costante esaltazione della violenza serve anche a cancellare la straordinaria storia umana della resistenza civile e dei movimenti popolari che nel corso dei millenni hanno portato avanti battaglie nonviolente”.

Intanto la definizione pragmatica – come nello stile dei ricercatori statunitensi, a cominciare dallo storico lavoro di Gene Sharp The politics of nonviolent action (1973) – di resistenza civile: “la resistenza civile” – scrive Erica Chenoweth – “è un metodo di azione diretta in cui persone disarmate utilizzano diversi metodi coordinati, non istituzionali per promuovere il cambiamento senza fare fisicamente del male o minacciare di fare fisicamente del male all’avversario”. Ciò significa che la resistenza civile è un metodo attivo di gestione dei conflitti sociali e politici, che viene agita da cittadini che intenzionalmente rinunciano all’uso della violenza – non perché siano necessariamente (e capitinianamente, potremmo aggiungere) persuasi della superiorità morale della nonviolenza, ma perché la violenza è per lo più inefficace – e fanno uso di varie tecniche di disobbedienza civile (scioperi, proteste, manifestazioni, boicottaggi, costruzione di istituzioni alternative e molte altre raccontate nel documentato volume) nei confronti di leggi ingiuste, regimi oppressivi, occupazioni militari.

Poi i dati. Tra il 1900 e il 2019 sono state censite 627 campagne di lotta di massa, violente e nonviolente: 303 di queste sono state prevalentemente di carattere violento, 324 invece si sono affidate alla resistenza civile nonviolenta, di cui 96 solo nel decennio 2010-2019. Ebbene, mentre solo il 26% delle lotte armate hanno avuto successo, hanno raggiunto i propri obiettivi oltre il 50% di quelle nonviolente. “Si tratta di una percentuale sbalorditiva che invalida l’opinione diffusa secondo cui l’azione nonviolenta è debole e inefficace mentre l’azione violenta è forte ed efficace”, commenta Chenoweth, che elenca in appendice tutte le campagne degli ultimi 120 anni di storia, con i loro rispettivi esiti. Pur con la consapevolezza che le trasformazioni sociali e politiche non sono risultati che si ottengono una volta per tutte, ma è necessario l’impegno di più generazioni affinché siano consolidati, Chenoweth illustra i principali fattori di successo delle lotte nonviolente: la partecipazione, più ampia e diversificata è la base dei partecipanti ad una campagna di resistenza civile più è probabile che abbia successo (empiricamente si è visto che la massa critica è l’attivazione del 3,5% dei cittadini); le defezioni avversarie, la capacità di un movimento di far passare dalla propria parte i sostenitori del potere; la varietà delle tattiche, sono più efficaci le lotte che si esprimono attraverso una diversificazione delle azioni; infine, l’autodisciplina e la resilienza di fronte alla repressione.

Il punto di riferimento storico di tutte le forme di resistenza civile sono naturalmente le campagne gandhiane per l’indipendenza e l’autogoverno dell’India dall’imperialismo britannico, rispetto alle quali l’obiezione che viene posta sempre è che non avrebbero potuto funzionare contro un’eventuale occupazione nazista. Ma questa obiezione parte da due presupposti errati, spiega Chenoweth, che è il caso di ribadire ancora: “il primo è l’idea che quello istituito in India dall’Impero britannico fosse un sistema coloniale benevolo. Il secondo è che il regime di Hitler non abbia mai dovuto affrontare una resistenza nonviolenta e che abbia comunque annientato quella poca che trovò sul suo cammino”. La ricercatrice decostruisce ciascuno di questi presupposti, dimostrando sia la ferocia del dominio coloniale britannico e dei suoi eccidi, che le molte efficaci resistenze nonviolente – dalla Danimarca alla Norvegia, ma anche nella stessa Germania (per esempio le donne della Rosenstrasse, episodio raccontato anche in un film di Margarethe Von Trotta) – che sfidarono con successo il regime nazista.

Del resto, aggiungiamo infine, anche in Ucraina sono state censite da diversi centri di ricerca internazionali (per esempio dall’International Catalan Institute for Peace), molte azioni di resistenza civile da parte dei cittadini, soprattutto nei primi mesi di occupazione russa, ma sono state sommerse dal frastuono dalla narrazione dominante del governo ucraino, supportata dalla montagna di armi occidentali ed amplificata dall’”informazione” italiana, secondo la quale non c’è resistenza possibile al di fuori della guerra. Ovvero l’alimentazione forzata del mito della violenza.

L’articolo è stato pubblicato su Annotazioni il 21 giugno 2023

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L’obbedienza non è più una virtù: la più attuale delle lezioni di don Milani

di Pasquale Pugliese

[Intervista per l’agenzia di stampa Pressenza, a cura di Olivier Turquet, in preparazione della riflessione per i 100 anni di Don Milani che concluderà domenica 28 Maggio la seconda edizione di Eirenefest, il festival del libro per la pace e la nonviolenza]

Intanto un chiarimento: non sempre la figura di Don Milani viene associata alla nonviolenza, come mai secondo te? E puoi spiegare i legami profondi tra il priore di Barbiana e la nonviolenza?
E’ destino comune a molti personaggi, dirompenti nel proprio tempo, di essere trasformati in innocui “santini” nella narrazione pubblica successiva, come per esempio è successo a Martin Luther King negli USA: in Italia è accaduto a don Milani, che ha innumerevoli scuole a lui dedicate, ma del quale è andata persa la radicalità trasformativa del messaggio. Se c’è un ambito nel quale, invece, il suo insegnamento non solo ha resistito ma è stato generativo, è proprio nel mondo della nonviolenza, in particolare tra gli obiettori di coscienza. Generazioni di giovani nel nostro paese (tra i quali il sottoscritto, a suo tempo) si sono dichiarati obiettori di coscienza al servizio militare dopo aver letto gli atti del suo processo: la lettera incriminata ai cappellani militari e la successiva lettera ai giudici. Pubblicati in origine dalla Libreria Editrice Fiorentina con il titolo “L’obbedienza non è più una virtù”, sono stati anche il quarto “Quaderno” di materiali di approfondimento pubblicato da “Azione nonviolenta”, la rivista fondata da Aldo Capitini, e negli anni più volte ristampato. Anche negli attuali percorsi di formazione generale rivolti ai volontari in servizio civile sulla storia dell’obiezione di coscienza, il riferimento a don Lorenzo Milani è imprescindibile. Per me, in quanto formatore di formatori, una lettura obbligatoria sulla quale svolgo lavori di gruppo con formatori e ragazzi. Il rapporto di don Milani con la nonviolenza è, dunque, strutturale, tanto su piano del contributo di idee e di impegno civile ed educativo, quanto sul piano dell’interlocuzione diretta con le figure di riferimento del movimento nonviolento italiano, a cominciare da Aldo Capitini, che fu più volte a Barbiana e con il quale fu progettato e stampato (seppur per soli quattro numeri) il “Giornale scuola”, una sorta di ipertesto ante litteram e artigianale.

Uno dei temi canonici pensando a Don Milani è appunto quello dell’obiezione di coscienza: lo puoi inquadrare storicamente?
La vicenda di don Milani e dell’obiezione di coscienza al servizio militare s’inquadra tanto all’interno della dimensione nazionale di quella storia – che, politicamente, aveva avuto inizio in Italia nel 1948 con il rifiuto della divisa da parte di Pietro Pinna – che nella specifica vicenda toscana, e fiorentina in particolare, dove era già stato condannato un altro sacerdote, Ernesto Balducci. Per la storia dell’obiezione di coscienza in Italia rimando all’ottimo libro di Marco Labbate, Un’altra patria (2020), qui preme dire che, sul piano nazionale, all’interno dello scenario della corsa agli armamenti tra Est e Ovest, dopo la Marcia della pace per la fratellanza tra i popoli voluta da Aldo Capitini nel 1961, da Perugia ad Assisi, nacque il Movimento Nonviolento che aveva l’impegno per il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza tra gli specifici obiettivi politici e da esso il Gruppo di Azione Nonviolenta (GAN), guidato dallo stesso Pietro Pinna in azioni dirette nonviolente represse o attenzionate dalle questure di varie città d’Italia, tra il 1963 e il 1966. Nel 1962 c’è anche l’obiezione di coscienza, e il carcere, per il primo obiettore di coscienza cattolico, Giuseppe Gozzini.  A Firenze – che in quegli anni vede sindaco Giuseppe La Pira porre la pace al centro del suo mandato – la condanna di Balducci nel 1964, che in un articolo aveva difeso “il diritto di disertare”, aveva diviso la città. Ed è in questo clima che il quotidiano La Nazione pubblica il 12 febbraio 1965 il comunicato stampa dei cappellani militari in congedo della Toscana che definiscono “espressione di viltà” l’obiezione di coscienza, che vedeva in quel momento decine di giovani nelle carceri militari. La lettura di questo testo insieme ai ragazzi della Scuola di Barbiana, genera l’indignata lettera di risposta che, firmata da don Milani, verrà pubblicata dal settimanale comunista Rinascita. Le associazioni combattentistiche denunciano così il priore di Barbiana per “apologia di reato”. La sua auto-difesa al processo, al quale non potrà partecipare perché già ammalato, diventa la straordinaria Lettera ai giudici nella quale risponde sia “come maestro” che “come sacerdote”. Assolto in primo grado, don Lorenzo morirà prima del processo di appello voluto dall’accusa. L’eco della sua vicenda giudiziaria e la circolazione dei suoi scritti contribuirono in maniera significativa a costruire il clima culturale e politico che porterà al primo riconoscimento legislativo dell’obiezione di coscienza nel 1972.

Qual è il valore civile ed educativo, per noi oggi, della testimonianza di don Milani su questo tema?
Nella risposta ai cappellani militari c’è una rimessa in discussione dell’angusto concetto nazionalista di patria, del quale – dice – un giorno “i nostri figli rideranno”. E lo scrive con quelle parole nitide e scolpite che hanno un valore universale: “se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, in non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri”. Aggiungendo un passaggio fondamentale sulla scelta dei mezzi, che è tema centrale della nonviolenza: “le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto”. Aggiunge poi un ripasso – alla luce del rasoio di Occam degli articoli 11 e 52 della Costituzione italiana – di tutte le guerre italiane dall’unità alla seconda guerra mondiale, dimostrando come i soldati avrebbero dovuto sempre obiettare anziché obbedire. E se c’è stata una “guerra giusta (se una guerra giusta esiste)”, specifica, è stata proprio quella combattuta da coloro che hanno disobbedito al fascismo, anziché obbedire, facendo la Resistenza. Una lezione civile, condivisa con i suoi ragazzi, in questa scrittura collettiva che anticipa la più famosa Lettera ad una professoressa. Che continua nella Lettera ai giudici, ai quali spiega la differenza tra il tribunale e la scuola: i giudici devono applicare le leggi esistenti, la scuola invece “deve condurre i ragazzi su un filo di rasoio; da un lato formare in loro il senso della legalità, dall’altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico”. Per questo è necessario educare anche alla disobbedienza, quando le leggi sono ingiuste. E’ il criterio universale del valore formativo e costituente dell’obiezione di coscienza, rispetto alla quale don Milani rivendica le letture fatte con i ragazzi: da Socrate ai Vangeli, da Gandhi alle lettere tra uno dei piloti di Hiroshima e Günther Anders. Ossia la scuola come laboratorio permanente e incarnato di educazione civica – anche attraverso l’esempio personale del maestro portato fino in fondo – per compiere scelte consapevoli e responsabili: “avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni”. Oggi, di fronte al rischio mai così vicino di una guerra nucleare ed al riarmo ed al bellicismo dilaganti anche nel nostro paese, è una lezione da ribadire ovunque. Ogni giorno.

L’articolo è stato pubblicato su Annotazioni il 12 maggio 2023

Foto di Oliviero Toscani da wikimedia

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La liberazione si chiama disarmo, la resistenza si chiama nonviolenza. Oggi più che mai

di Pasquale Pugliese

Sono passati dieci anni da quando, in un articolo per il 25 aprile, scrivevo che oggi la liberazione si chiama disarmo e la resistenza si chiama nonviolenza – formula che il 25 aprile dell’anno successivo sarebbe diventata lo slogan della grande manifestazione pacifista nazionale all’Arena di Verona, dalla quale fu lanciata la campagna Un’altra difesa è possibile – eppure in un decennio c’è stata una tale precipitazione delle cose che quell’auspicio di allora diventa urgenza improrogabile di oggi.

Nel 2013 il rapporto annuale del SIPRI, l’autorevole istituto di ricerca internazionale di Stoccolma, segnalava una già preoccupante crescita delle spese militari globali ad oltre 1.700 miliardi di dollari; secondo il rapporto reso noto oggi, con un salto di oltre 500 miliardi in soli dieci anni e di 127 rispetto all’anno precedente (+ 3,7%), nel 2022 sono giunte alla nuova cifra record di 2240 miliardi di dollari. In Italia allora si spendevano in armamenti 24 miliardi di euro, oggi l’Osservatorio sulle spese militari italiane documenta che sfioriamo i 27 miliardi di euro, che nel giro di alcuni anni diventeranno quasi 40 con l’aumento al 2% del PIL, come voluto dalla Nato e votato un anno fa dal Parlamento italiano. Risorse nazionali e globali sottratte agli investimenti civili, sociali ed ambientali, necessari a fare fronte alla crisi sistemica globale che genera quei conflitti che, invece, proprio le armi trasformano in guerre.

Dieci anni dopo, una nuova guerra fratricida divampa in Europa, esplosa fin dal 2014 nel Donbass ucraino e internazionalizzata nel 2022, con l’invasione russa da un lato e il sostegno armato della Nato all’Ucraina dall’altro, in un processo di escalation che non prevede alcuna possibilità di “cessate il fuoco”, ma una irresponsabile retorica della impossibile “vittoria” da entrambe le parti. Anziché una ricerca della mediazione e della pace, giusta e sostenibile per tutti, che preservi il popolo ucraino, in primis, e il resto dell’Europa successivamente da un catastrofico esito nucleare. Pure, incredibilmente, più volte minacciato.

Inoltre, un governo di estrema destra ha preso il potere in Italia e – dopo alcuni mesi di martellante controriforma culturale del Paese – la seconda carica dello stato, il presidente del Senato Ignazio La Russa, in un’intervista rilasciata a Repubblica a pochi giorni della Festa della Liberazione, ha dichiarato che “nella Costituzione non c’è alcun riferimento all’antifascismo”. Senza comprendere – ma non è l’unico e non solo a destra – che al di là della XII Norma transitoria e finale, che vieta la ricostruzione del partito fascista, sono i “Principi fondamentali” che fondano (appunto) l’antifascismo della Costituzione. A cominciare proprio dall’Articolo 11 che, con il “ripudio della guerra” rigetta – con schifo e disonore – il bellicismo e il militarismo, ossia gli elementi identitari primari del fascismo. Operando così una rivoluzione culturale e politica che inaugura una antitetica weltanschauung, visione del mondo, rispetto a quella fascista e delle relative relazioni interne e internazionali. Cosa non ancora sufficientemente messa a fuoco nelle sue conseguenze, come del resto ricordava anche Aldo Capitini, il filosofo italiano della nonviolenza, nel 1968: “il rifiuto della guerra e della sua preparazione è la condizione preliminare per parlare di un orientamento diverso”.

Infine, da quest’anno, grazie al Centro studi Sereno Regis di Torino e all’editore Sonda, è possibile leggere in italiano l’esito dell’importante ricerca della politologa statunitense Erica Chenoweth (Come risolvere i conflitti. Senza armi e senza odio con la resistenza civile), condotta insieme a Maria Stephan, che dimostra come negli ultimi 120 anni di campagne di lotta – violente e nonviolente – in giro per il mondo, più del 50% delle resistenze civili e nonviolente abbiano avuto successo contro solo il 26% di quelle che hanno fatto ricorso violenza. Si tratta di una documentazione analitica del fatto che la resistenza civile e nonviolenta, spiega Chenoweth, “è un’alternativa realistica e più efficace alla resistenza violenta nella maggior parte dei contesti. La resistenza civile non ha nulla a che fare con l’essere gentili o educati, ma fa riferimento alla resistenza radicata nell’azione comunitaria. Significa ribellarsi e costruire alternative nuove attraverso l’utilizzo di metodi che siano più inclusivi ed efficaci della violenza”.

Per tutte queste ragioni è necessario ribadire ancora, più che mai, che oggi la liberazione si chiama disarmo e la resistenza si chiama nonviolenza. Ne va ormai della sopravvivenza di tutti.

L’articolo è stato pubblicato il 24 aprile 2023 su Annotazioni

Foto di jacqueline macou da Pixabay

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Un anno dopo sull’orlo dell’abisso: adesso mettere in campo i saperi della nonviolenza

di Pasquale Pugliese

Dall’invasione militare russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022 ad oggi è in corso una doppia guerra: quella combattuta sul territorio ucraino, di fatto tra due superpotenze nucleari, e quella mediatica che si svolge all’interno di entrambi i fronti, che Edgar Morin chiama “isteria di guerra”. La guerra sul terreno è ormai un “aggirarsi come sonnambuli sull’orlo dell’abisso”, com’è stata efficacemente definita dal filosofo Jürgen Habermas (la Repubblica, 19 febbraio 2023), evocando forse il libro “I sonnambuli” dello storico Christopher Clark che racconta come le case regnanti del 1914 portarono il mondo dentro l’abisso della “grande guerra” muovendosi come sonnambuli, apparentemente vigili ma non in grado di vedere l’orrore nel quale stavano facendo precipitare l’umanità. Ma l’abisso sul cui orlo ci troviamo adesso è quello incomparabilmente più devastante della guerra nucleare, rispetto al quale i governi e i popoli sono stati ripetutamente avvisati. Per esempio dall’Associazione degli scienziati atomici che il 24 gennaio scorso hanno spostato le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse a soli 90 secondi dalla mezzanotte, situazione di pericolo mai raggiunta prima; oppure dal Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres: “siamo al più alto rischio da decenni di una guerra nucleare che potrebbe iniziare per caso o per scelta” (Twitter, 8 febbraio 2023).

Nonostante questo scenario apocalittico, durante questo anno non sono stati messi in campo, né dai confliggenti né dalle terze parti – che è cosa più grave – gli strumenti della ragione per risolvere il conflitto attraverso il negoziato, ma le armi della follia che hanno versato – e versano ancora – benzina sul fuoco in una “santa barbara” nucleare. Lo stessa parola “pace” nel discorso pubblico è stata sostituita dalla parola “vittoria”. Ossia dall’illusione della vittoria, come è stato autorevolmente dichiarato dal Capo di stato maggiore USA Mark Milley, “nessuno può vincere la guerra” (Il sole 24 ore, 16 febbraio 2023), e dal Capo di stato maggiore italiano Giuseppe Cavo Dragone, “non esiste una soluzione militare” (Il secolo XIX, 24 febbraio 2023). Ma le decisioni dei governi, anziché fondarsi sull’etica della responsabilità, che è il principio della politica nell’era atomica, sulla quale sono fondati la Carta dell’ONU, la Costituzione italiana, il Manifesto Einstein-Russell – come definito dal filosofo Hans Jonas: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione non distruggano la possibilità di vita futura sulla terra” (Il principio responsabilità) – si fonda ancora sull’etica antica delle intenzioni, alimentando lo “scarto prometeico” (Günther Anders) – la distanza – tra le parole pronunciate, le azioni realizzate e la consapevolezza delle loro possibili conseguenze apocalittiche.

La rinuncia all’etica della responsabilità porta con sé la rimozione di tutti i saperi della nonviolenza, necessari per affrontare e risolvere ragionevolmente questo conflitto con “mezzi pacifici” (Carta ONU, Art. 2), come tutte le “controversie internazionali” (Costituzione italiana, Art. 11). E’ stato rimosso, per esempio, il sapere dei mediatori, i quali sanno che se i conflitti degenerano in violenza armata e sono lasciati a se stessi (o, peggio, alimentati da coloro che inviano armi) ad ogni azione violenta di una parte corrisponde un’azione contraria di livello di violenza superiore dall’altra, in un crescendo che – trattandosi in questo caso di potenze atomiche – può portare alla distruzione di tutti, a cominciare dal martoriato popolo ucraino. Se non intervengono soggetti terzi a mediare tra le parti, anziché a spingere sull’incremento del conflitto. Si chiama dinamica dell’escalation, quella che Mohandas K. Gandhi spiegava dicendo che “occhio per occhio, il mondo diventa cieco”.

E poi nella vulgata binaria – resistenza o resa – che costruisce fin dagli inizi di questa guerra la narrazione tossica anti-pacifista, mancano i saperi di oltre un secolo di lotte nonviolente e resistenze disarmate, anche di fronte al nazifascimo. Saperi che non mancavano, per esempio, ad Hannah Arendt che ne La banalità del male faceva un appello per lo studio della resistenza disarmata del popolo danese all’occupazione nazista in tutte le facoltà di scienze politiche del mondo “per dare un’idea della potenza enorme della nonviolenza, anche se l’avversario è violento e dispone di mezzi infinitamente superiori”. Unica resistenza in Europa, quella danese, capace di salvare dai campi di sterminio la quasi totalità dei cittadini di origine ebraica.

E poi sono stati rimossi i saperi dei movimenti per la pace che, almeno dalla guerra nei Balcani, propongono all’UE e ai governi italiani la costituzione dei Corpi civili europei di pace – secondo il progetto che già nel 1995 Alex Langer aveva avanzato al Parlamento europeo – e mettono in campo esperienze di interventi civili di pace gestiti dal basso. Per esempio, con un esperimento di storia controfattuale potremmo immaginare che cosa sarebbe potuto accadere se nelle regioni del Donbass, a partire dal 2014, invece di far arrivare armi e armati a entrambe le parti, fosse stato inviato un Corpo civile di pace internazionale per fare interposizione, mediazione, riconciliazione tra le comunità, presidiando sul terreno l’applicazione degli accordi di Minsk, che invece sono stati puntualmente disattesi preparando così l’escalation successiva della guerra. Ma ai pacifisti viene chiesto “dove sono?” dopo l’escalation bellica, mai ascoltati prima, quando propongono strumenti pacifici per prevenire le guerre e manutenere la pace.

E ancora i saperi degli obiettori di coscienza che in migliaia disertano in Russia, in Ucraina e in Bielorussia non solo l’obbligo di imbracciare le armi – e per questo sono perseguitati dai rispettivi governi – ma anche di fare propria la logica dell’odio per il “nemico” che viene ossessivamente propagandata da ciascuna delle parti in guerra. E’ quanto hanno spiegato anche le attiviste pacifiste ucraina, russa e bielorussa ospitate in Italia recentemente dal Movimento Nonviolento: “in tempo di pace” – ha ricordato la giovane ucraina Kateryna Lanko – “sei considerato un buon cittadino se non uccidi, invece in tempo di guerra chi si rifiuta di combattere è considerato traditore della patria e condannato alla prigione. Sono qui a chiedere il vostro supporto, insieme alle mie colleghe attiviste, per difendere e promuovere il diritto all’obiezione di coscienza come via concreta alla pace e cercare tutte le vie possibili per dimostrare che anche oggi la nonviolenza è possibile.”(azionenonviolenta.it, 2 marzo)

Infine, ricordiamo che quello in corso in Ucraina – come documenta l’Uppsala Conflict Data Program del Dipartimento sulla pace e i conflitti dell’Università di Uppsala – è solo uno del 170 settanta conflitti armati – a bassa, media e alta intensità (di cui 54 guerre) – in corso in questo momento sul pianeta. Si tratta degli effetti a catena della crisi sistemica globale – climatica, idrica, energetica, alimentare, pandemica – che sta avviluppando il pianeta, per cui o mettiamo in campo i saperi della nonviolenza per affrontare e gestire questa moltiplicazione dei conflitti senza l’uso della violenza, oppure non ne usciremo vivi.

[Testo della relazione al seminario Un anno di guerra è troppo. La pace è la vittoria di cui abbiamo bisogno svolto il 24 febbraio 2023 a Reggio Emilia. Un estratto della quale, con qualche aggiunta (e cofirmato con Giorgio Beretta), è stata pubblicata su il Fatto Quotidiano, vedi qui]

Pubblicato su Annotazioni. Per la nonviolenza e il disarmo, militare e culturale, 11 marzo 2023

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E’ tempo di dispiegare gli strumenti della ragione anziché le armi della follia

Note su un anno di guerra in Ucraina e nelle nostre menti, in dialogo con Edgar Morin

di Pasquale Pugliese

Già in tempi cosiddetti normali, è predominante
la conoscenza compartimentata e decontestualizzata.
Quando imperversa l’isteria fanatica o l’isteria di guerra,
essa diventa sovrana e provoca l’odio di ogni conoscenza complessa
e di ogni contestualizzazione.

(Edgar Morin, Di guerra in guerra)

Per fare riflessioni dotate di senso in occasione di questo primo anno dall’invasione russa dell’Ucraina, tra le tante pubblicazioni uscite, suggerisco anche la lettura di un libretto tanto denso quanto essenziale, ossia di “Di guerra in guerra” (Raffaello Cortina, 2023), che raccoglie le riflessioni di Edgar Morin sulla guerra, il quale nella sua lunga vita (101 anni e una chiarezza di analisi e visione inarrivabili dalla maggior parte degli “analisti” che da dodici mesi ripetono su tutti i media il mantra del circolo vizioso più armi-più guerra-più armi) ha partecipato attivamente alla resistenza contro il nazifascismo ed ha osservato con sguardo lucido le tante guerre che da allora hanno tragicamente contrassegnato il mondo contemporaneo. E’ una lettura che aiuta a uscire da alcuni dei principali vizi interpretativi della nuova guerra in corso in Europa, che continuano a determinare irresponsabili scelte politiche e militari da parte dei governi europei e statunitense per rispondere all’ingiustificabile invasione russa: l’isteria di guerra, il presentismo decontestualizzante, l’illusione della vittoria. Sono questioni che più volte abbiamo messo a fuoco nei mesi passati – dall’interno del movimento per la pace – ma che è necessario rilanciare, anche con l’autorevole legittimazione fornita dal grande filosofo francese.

L’isteria di guerra ha come scopo la necessità di instillare la guerra nelle menti, ha come effetto la semina dell’odio per la parte avversa, necessaria e legittimare l’uso crescente della violenza contro i “nemici” passando anche attraverso l’identificazione dei popoli con i rispettivi governi. E’ la caratteristica culturale che attraversa tutti i fronti di tutte le guerre ed è alimentata dalle rispettive propagande di guerra. Anche da quella dalla parte giusta del conflitto: Morin ricorda, a questo proposito, i bombardamenti a tappeto degli Alleati sulle città tedesche, per esempio su Dresda rasa al suolo, e le atomiche USA su Hiroshima e Nagasaki, che colpivano scientemente la popolazione civile, come “crimini di guerra sistemici”, prima legittimati dalla propaganda e poi rimossi dalla coscienza dei vincitori. “Ogni guerra, per sua natura” – scrive Morin – “per l’isteria alimentata dai governanti e dai media, per la propaganda unilaterale e spesso menzognera, comporta una criminalità che va al di là dell’azione strettamente militare”. E’ quanto rilevava per esempio il politico pacifista inglese Arthur Ponsonby dopo la prima guerra mondiale analizzando le “bugie in tempo di guerra” diffuse dalla propaganda di tutti i governi in conflitto. La storica belga Anne Morelli ha recuperato quel testo e ne ha fatto un una verifica alla luce delle guerre successive, fino all’aggressione militare USA dell’Iraq del 2003, nelle quali tutti i “Principi elementari della propaganda di guerra” (Ediesse, 2005) risultano confermati, ripetuti e adattati ai diversi contesti, per convincere le opinioni pubbliche tendenzialmente pacifiste dei rispettivi paesi (come quella italiana nella guerra in corso). Le guerre hanno degli enormi costi sia umani che economici e per esse bisogna essere disponibili a uccidere, a morire e ad aumentare le spese militari a discapito di quelle civili e sociali: per questo è necessario mettere in campo gli specifici meccanismi comunicativi di persuasione, che si ripropongono, guerra dopo guerra, attraverso sistemi mediatici sempre più sofisticati, pervasivi e persuasivi. Ecco l’elenco dei dieci principi elementari di propaganda di guerra, riproposti ossessivamente anche nell’ultimo anno – oltre che sui media russi – con le relative variazioni sul tema, anche sui democratici media occidentali: non siamo noi a volere la guerra (ma siamo costretti a prepararla e, se necessario, a farla); i nemici sono i soli responsabili della guerra; il nemico ha l’aspetto del demonio o del male assoluto (salvo averci fatto affari fino a poco prima); noi difendiamo una causa nobile, non i nostri interessi; il nemico provoca volutamente delle atrocità, i nostri sono involontari effetti collaterali; il nemico usa armi illegali (noi rispettiamo le regole); le perdite del nemico sono imponenti, le nostre assai ridotte; gli intellettuali, gli artisti (i giornalisti) sostengono la nostra causa; la nostra causa ha un carattere sacro (letterale o metaforico); quelli che mettono in dubbio la propaganda sono dei traditori. Quante volte abbiamo sentito – e sentiamo ancora – queste formule, diversamente e ripetutamente declinate, invece di analisi capaci di entrare ed affrontare con consapevolezza e responsabilità l’estrema complessità e pericolosità della tragedia della guerra in corso?

Il presentismo, l’assenza di contestualizzazione e di visione prospettica, narra la guerra come se si svolgesse attraverso istantanee che non hanno né con-cause passate né con-seguenze future: un eterno presente, rispetto al quale si disconoscono anche le più elementari regole del pensiero complesso, dall’equilibrio delicato del sistema delle relazioni internazionali – “il battito d’ali di una farfalla in Brasile può generare un uragano in Texas” (Edward Lorenz) – alle dinamiche di escalation dei conflitti – “condotta delle operazioni belliche caratterizzata da un aumento progressivo e graduale nell’impiego delle armi e nell’estenione delle misure militari, sotto il controllo dell’autorità politica” (enciclopedia Treccani). “La guerra fra l’invasore e l’invaso” – annota ancora Edgar Morin – “non si può isolare dai suoi antecedenti e dai suoi contesti storici e geopolitici, né, a fortiori, dalle relazioni tra Stati Uniti e Russia”. Per comprendere le ragioni di quanto avvenuto a partire dal 24 febbraio 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina e in questo anno che ci separa da quella data – consapevoli che “è una debolezza intellettuale estremamente diffusa pensare che la spiegazione sia una giustificazione” (Edgar Morin, Twitter, 21 marzo 2022)  è necessario tornare indietro non solo al 2014, quando avvenne la cosiddetta rivoluzione del Maidan (o colpo di stato, a seconda della prospettiva), con le conseguenti occupazione della Crimea da parte della Russia e ribellione e repressione delle repubbliche separatiste russofone e russofile da parte del governo ucraino, ma ancora indietro all’implosione del sistema di relazioni internazionali con la fine della “guerra fredda”, di cui il conflitto in corso è un ulteriore effetto. Quando – grazie alla saldatura dei movimenti pacifisti occidentali con i movimenti per la democrazia dei paesi dell’Est e il disarmo unilaterale voluto dal presidente Michail Gorbacëv (morto, sostanzialmente dimenticato da tutti, sei mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina) – furono abbattuti muro di Berlino e “cortina di ferro” ed ebbe termine la lunga guerra fredda, ma non fu costituto quell’ordine globale fondato sulla cooperazione e l’interdipendenza egualitaria e pacifica che Gorbacëv aveva teorizzato e attivamente promosso, per un’Europa unita dall’Atlantico agli Urali. Le conseguenze della fine della guerra fredda, nonostante generassero enormi rivolgimenti che hanno dato un nuovo assetto all’Europa, non essendo esito di una vittoria militare – anzi, sfuggendo al paradigma bellico come motore della storia – non sono state sancite da alcuna Conferenza di pace ma solo da accordi verbali, man mano, nel tempo disattesi. Il 6 febbraio del 1992, già premio Nobel per la pace ma ormai estromesso dal potere del suo paese, su La Stampa di Torino Gorbacëv scriverà: “Il presidente George Bush ha ripetuto che gli Stati Uniti hanno vinto la guerra fredda. Vorrei rispondere così: rimanendo per anni nel clima della guerra fredda, tutti hanno perduto. E oggi, quando il mondo ha saputo liberarsi di quel clima, tutti hanno vinto”. E invece le speranze di Gorbacëv sono state tradite e la fine di quella guerra non ha costruito visioni e strategie di pace ma una narrazione di “vittoria” di una parte che ha costruito strategie di nuove guerre, calde e fredde: “di fatto, negli anni Novanta cominciò una dialettica infernale in cui ciascuno dei due partner si sentì minacciato e si fece minaccioso”, sintetizza Morin. E, nel nuovo secolo, dopo le aggressioni USA di Afghanistan e Iraq siamo all’aggressione russa dell’Ucraina.n questo quadro l’illusione di poter perseguire la “vittoria” militare, anziché la pace, all’interno di un contesto dominato dall’arsenale nucleare dei “due imperialismi” (Morin) che si fronteggiano in Ucraina, porta con sé la fine della ragione oltre che potenzialmente dell’umanità. ”Nel 1945 è iniziata una nuova era con la minaccia di morte dell’umanità” – scrive Morin – “minaccia che è continuamente accresciuta dalla proliferazione di armi nucleari, dalla loro sofisticazione e dal loro possibile utilizzo qualora l’escalation continui ad aggravare e ad amplificare la guerra d’Ucraina”. Gravissimo rischio che stiamo correndo come mai prima d’ora, del quale siamo stati avvisati anche poche settimane fa dagli scienziati atomici che hanno posizionato le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse a soli 90 secondi dalla mezzanotte nucleare – mentre nella fase del disarmo voluto da Gorbacëv avevamo raggiunto la maggiore distanza di sicurezza mai rilevata nell’epoca nucleare – e pochi giorni fa dal Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres: “siamo al più alto rischio da decenni di una guerra nucleare che potrebbe iniziare per caso o per scelta. Il cosiddetto uso “tattico” delle armi nucleari è assurdo. I paesi dotati di armi nucleari devono rinunciare all’uso di queste armi irragionevoli, sempre e ovunque” (Twitter, 8 febbraio 2023). Invece la rinuncia alle armi nucleari, come la rinuncia all’uso della guerra per la “risoluzione delle controversie internazionali” – sancita solennemente dalla Costituzione italiana – come la ricerca negoziale della pace sono stati banditi dal discorso pubblico sulla guerra che, ormai, parla esclusivamente di “vittoria”. Ossia dell’illusione di vittoria (perfino il Capo di stato maggiore statunitense, generale Mark Milley ha ammesso che “nessuno può vincere la guerra”) rincorrendo la quale, attraverso la continua intensificazione, da entrambe le parti, dell’invio e dell’uso di armi sempre più distruttive, l’esito inevitabile sarà la sconfitta totale non solo di ucraini e russi, ma – almeno – di tutta l’Europa. “Più la guerra si aggrava, più la pace è difficile e più è urgente. Evitiamo una guerra mondiale. Sarebbe peggio della precedente”, conclude Edgar Morin. Per farlo, come indica la maggioranza dei cittadini italiani che ribadiscono – sondaggio dopo sondaggio – la contrarietà all’ingaggio militare del nostro paese, ignorati da quasi tutti i partiti che siedono in parlamento (con grave danno per la democrazia, come si è visto anche con il crollo di partecipazione alle ultime elezioni) è necessario attingere ai saperi della nonviolenza e dei facitori di pace. Quelli che da sempre indicano e praticano le vie alternative alla guerra per affrontare i conflitti. Dispiegando finalmente gli strumenti della ragione, anziché le armi della follia.

L’articolo è stato pubblicato sul sito di Pasquale Pugliese il 19 febbraio 2023

Foto di Natalie da Pixabay 

E’ tempo di dispiegare gli strumenti della ragione anziché le armi della follia Leggi tutto »