scuola

di Vanessa Niri

Mi si perdoni il paragone un po’ azzardato per una pedagogista, ma – come tutti gli uomini sanno fin troppo bene – quando si vuole ottenere un buon risultato, non c’è nulla di peggio che concentrarsi sulla performance. Ecco perché, se è vero che inItalia gli insegnanti pensano soprattutto al raggiungimento del risultato, non può poi stupire che le mete raggiunte, alla fin fine, risultino complessivamente un po’ scarse.

Lo ha appena rivelato un sondaggio presentato dall’Ocse, secondo il quale gli alunni italiani non solo sono meno felici di andare a scuola, se paragonati ai loro colleghi europei, ma ottengono parallelamente anche risultati inferiori alla media.
L’economista Francesca Borgonovi, che ha curato lo studio, parla di un vero e proprio cortocircuito tutto italiano, a causa del quale gli studenti si annoiano sui banchi, imparano poco e accrescono le percentuali clamorose di abbandono scolastico (13 ragazzi su 100 abbandonano gli studi prima del tempo, con picchi del 25% in alcune zone del Meridione).

Le cause, commenta Borgonovi, sono molteplici: in primo luogol’immutato metodo della lezione frontale ma, si potrebbe aggiungere, anche la perversa logica dell’imbuto, secondo la quale gli studenti sono contenitori vuoti da riempire a forza di nozioni, imbottendoli di informazioni come si potrebbe fare travasando l’acqua da una bottiglia all’altra.
Del resto, ci dice il sondaggio, sono gli stessi insegnanti italiani ad intendere l’istruzione come un mero trasferimento di competenze: soltanto il 60%, infatti, si dichiara attento allo sviluppo emotivo e sociale dei propri studenti. Per gli altri, non c’è alcuna correlazione tra il benessere dell’alunno e il suo risultato scolastico.

Purtroppo per tutti noi, l’approccio di questi quattro insegnanti su dieci, non solo è anacronistico ma, ci dice l’Ocse, anchecontroproducente: i paesi in testa alla classifica del buon profitto scolastico, sono infatti gli stessi che curano maggiormente la relazione umana tra docenti e alunni.
Possiamo continuare a fare finta di nulla, e ad intendere l’istruzione come un lascito immutabile tra generazioni?
Secondo il 25% dei nostri studenti, non possiamo farlo: sono quelli che alla domanda del sondaggio si sono dichiarati “poco o per nulla felici di andare a scuola”: un grido di allarme che ci chiede di prenderci finalmente carico di un problema nazionale di portata enorme.

In una società che ha fortemente bisogno di scuola – luogo di incontro, di relazione, di crescita, di educazione, di scontro, di confronto – è proprio la scuola a fare a meno della società, costruendo quotidianamente un trasferimento asettico delle competenze, che sembra prescindere dal contesto, dalle variabili, dai tempi e dagli spazi.
Moltissimi insegnanti, invece, hanno imparato sulla loro pelle cheuna classe felice è una classe che impara, e che costruire relazioni e benessere significa darsi uno scopo quotidiano nella difficilissima professione docente.

È un vero peccato, però, che servano sondaggi come questo perché questi stessi insegnanti – quelli che si aggiornano, che si confrontano e, orrore, si mettono in discussione – possano sentirsi per un giorno dalla parte della ragione: in questo paese, infatti, nessuna Riforma Scolastica ha mai dato voce al loro successo quotidiano.

WIRED, 17 aprile 2015

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