Cultura

Il Dante di Dossena

di Dino Silvestroni

DanteCon piacere vedo nelle vetrine delle librerie la ristampa del libro di Giampaolo Dossena: “DANTE” (prima edizione 1995), forse un segno della potenza dell’anniversario dantesco. Con più modestia ma con chiara forza Dossena non indica nessuna lettura, perché non tocca all’autore far leggere la Divina Commedia, per quello ci pensa la scuola, suggerisce solo di “non averne paura”.   Per questo più che scrivere una pedante guida, Dossena ci fornisce una precisa piantina della metropolitana per accompagnarci gioiosamente alla fermata giusta.  “Dante Alighieri, inesistente come personaggio storico è invece un personaggio letterario. … padre della lingua italiana…”: per questo il racconto che segna queste pagine si muove fra avvenimenti storici e note quotidiane, il tutto in “tono confidenziale (bonario e delatorio) “. Giampaolo Dossena (1930-2009) non è più fra noi però riesce sempre ad accompagnarci in questa lettura, magari con qualche borbottio, che ci richiama ad una più attenta rilettura.
Lancio fra i  lettori non una catena di sant’Antonio dei commenti, ma una segnalazione (positiva/ negativa non interessa) per il Dante di Dossena

Giampaolo Dossena – Dante. TEA, 2020

Puişì/Poesie

Foto di Oriano Golnelli

di Pierluigi Canestrari

I sogni sono prestiti che vanno ripagati: allora s’era giovani con cuori da riempire e sfide con la vita che si apriva, anche il rifiuto vestiva d’esotismo orientale.  
Quasi per sentito dire chiudevo una storia millenaria in un libretto rosso e in italiano.
Poi passato il tempo, il caso, i sentimenti, placate le avventure incoscienti, ho scoperto la letteratura, che c’era sempre stata ma non così per me: totale nel senso di ogni fare. Leggere poesia: tutta la poesia, e la storia: tutta la storia, e il pensiero: tutti i pensieri, e accorgersi che tutto era impossibile d’avere.  Ma qualcosa più del giorno prima rimaneva.  Il tempo dava forma al cumulo d’immagini e parole. Confronti, similitudini fra epoche diverse e mondi e lingue cercando leggi umane che spieghino e acquietino le ansie.
” Non trovi che lo spirito cinese della campagna, della nostalgia, dei sentimenti, di incompiuti amori, sono gli stessi in Cina e qui da noi?”
” Un poco, sì, si possono tradurre fra di loro, certo, un’esistenza non uguale ma tristemente simile in quello che rimane”.

Êiba

Am scid,

e sol int i occ,

dop una scaia

ch’la m’a fat sugné

‘d  puté murì a e bur,

‘d no piò pinsé.

Am so alvé,

al gamb al ciapa forza

e al brazi e e col

e nenca i mi pinsir.

Acmenz a vdé e paesag

Cun i occ e cun e cor,

la s’s-cida la pasion

par la mi tera, e d’li,

una pasion bastérda,

un dè a toc e zil

e dop a so int la mérda

(Hai Zi)

Alba//mi sveglio/il sole negli occhi/dopo una sbronza/che m’ha fatto sognare/di poter morire al buio/di non pensare più. /Mi sono alzato, /le gambe prendono forza/e le braccia e il collo/e anche i miei pensieri. /Comincio a vedere il paesaggio/con gli occhi e con il cuore/si sveglia la passione/per la mia terra, e per lei/una passione bastarda/un giorno tocco il cielo/e dopo sono nella merda.

Ultramodum (la sparizione dell’immanente)

Dal risvolto di copertina la presentazione della raccolta:

Singolare figura di intellettuale “eretico”, Gian Ruggero Manzoni si misura da sempre con un’espressione poetica dai toni crudi ed essenziali: si pensi a quella sorta di trittico composto dalle raccolte “Il dolore” (1991), “L’evento” (1997) e “Gli addii” (2003). A proposito
di quest’ultimo lavoro un critico finissimo come Paolo Lagazzi dichiarava: «Manzoni ci ricorda anzitutto che non si finisce mai di dire addio; l’addio, a chi amiamo e a ciò che amiamo, è il movimento fondamentale del nostro stare confitti nel tempo». E al tema dell’addio è dedicata anche questa nuova raccolta di Manzoni, “Ultramodum (la sparizione dell’immanente)” che, fin dal titolo, rivela gli intenti esoterici (i riferimenti all’alchimia, alla numerologia ecc.) e, al contempo, essoterici (la ricerca del sacro, il contrasto fra bene e male). Si tratta di un viaggio metaforico nel nihil del deserto, composto in cinquantacinque tappe, lungo un itinerario impervio che si manifesta attraverso folgoranti prose. Vi si ricostruisce un mondo onirico e favoloso ma che, nella sua esemplarità, non ha niente di “esotico” e che diviene metafora del nichilismo attuale, di un percorso privato e collettivo in cui non è possibile non riconoscere il sigillo della precarietà che ci attanaglia (si pensi anche al suo profetico romanzo “Il morbo”, edito nel 2002). La scrittura di Manzoni si dipana così, tra suggestioni veterotestamentarie e richiami agli autori più compositi (da Pound a Eliot, da Char a Genet), configurandosi come un’esperienza irrinunciabile, toccata dai crismi sempre più rari dell’autenticità.
(Pasquale Di Palmo)

 

Gian Ruggero Manzoni – Ultramodum. MC Editrice, 2021

 

Gravità (recensione)

di Sergio Tardetti

Quanto conta il titolo di un libro nella decisione di acquistarlo? E in quella di leggerlo? Perché, è inutile, si acquistano molti più libri di quanti se ne possano leggere, magari incuriositi proprio dal titolo, con l’intenzione di prenderli in mano, un giorno o l’altro, e quanto meno di assaggiarli, se non proprio di divorarli fino in fondo. Leggi “Gravità” in copertina ed è subito un richiamo immediato a quella forza che ci consente di stare con i piedi per terra, ma che, per poeti e narratori che amano circondarsi di poesia, è l’ostacolo che impedisce di volare, di librarsi in aria con disinvolta leggerezza. E già fin da questo punto si accendono in testa mille domande: si può essere “gravi” e al tempo stesso leggeri? Si può stare con i piedi per terra e insieme sollevarsi in volo? Si può essere duri e delicati al tempo stesso? Domande necessarie, preparatorie in qualche modo alla lettura di quello che troveremo all’interno, al netto delle conferme e delle smentite.
Ma è “Gravità” anche prendere le cose sul serio, dire pane al pane e vino al vino, senza finzioni né edulcorazioni, perché così è la vita, e il non detto, o anche il semplicemente sottaciuto, spesso può causare più danni di ciò che viene detto a cuore aperto. Ed ecco, fin dalla prima pagina, fin dalle prime parole, la vita presentarsi come uno strenuo e incessante combattimento tra chi va perennemente alla ricerca della verità e chi invece, per convenienza, connivenza o quieto vivere, preferisce evitarla. Guendalina Pace vuole, fin dall’inizio, porre con insistenza la realtà sotto gli occhi del lettore, senza ipocrite finzioni né mistificazioni, perché così è la vita, ed è con la gravità, in ogni senso, che dobbiamo fare continuamente i conti. Il procedere in direzione temporale inversa, rispetto allo scorrere di una esistenza è già di per sé una scelta programmatica, quasi un voler ricordare che il senso della vita lo si comprende solo alla fine e che, se fosse possibile, sarebbe meglio conoscerlo da subito. Riprendendo la metafora della vita come viaggio, anche qui si insiste sul fatto che ciò che conta del viaggio è il viaggiare e della vita è il vivere.
Man mano che si avanza nella lettura, si avverte in ogni capitolo, pur nella crudezza della verità, una sensazione di piena e completa adesione al testo che si va leggendo, un invito a una riflessione ed a un ripensamento della propria esistenza. Colpisce particolarmente una considerazione che emerge a un tratto dalle pagine, un punto di vista che non si può non condividere, quello di non prendersi mai troppo sul serio, perché è proprio credersi superiori agli altri l’origine di tutti i malanimi e i dissapori, qualcosa capace di causare nel corso della vita danni irreparabili, fino al punto di odiare tutto e tutti e farsi odiare da tutti.
Della scrittura di Guendalina Pace mi piace sottolineare soprattutto l’esattezza nell’uso delle parole e la leggerezza dello stile; la “lezione americana” di Italo Calvino è qui compresa e applicata magnificamente. L’esattezza è una virtù misconosciuta che si apprezza particolarmente in un’epoca di sciatteria grammaticale e sintattica; quanto alla leggerezza, non è certo da correlare all’idea di superficialità ma alla capacità di rendere piacevole e scorrevole anche la lettura di pagine di elevata intensità e densità di significati. Una scrittura, insomma, elegante e raffinata che si fa apprezzare soprattutto in certi passaggi che richiedono l’attenzione del lettore, quasi un implicito invito a inoltrarsi nella lettura della pagina, gustando il piacere di ogni singola parola. Per come è concepito e organizzato, il libro di Guendalina può anche considerarsi una specie di eserciziario di stile, mediante il quale l’autrice affronta e propone diverse modalità di scrittura, dalla narrativa alla prosa poetica alla poesia tout court, un romanzo senza protagonisti né antagonisti, tranne lo scrittore e il lettore al quale l’autrice si rivolge. Ne risultano una prosa rivestita dei toni morbidi della poesia e una poesia che ha la durezza e la ruvidezza della prosa. Particolarmente avvincente il capitolo scritto senza punteggiatura, un vero flusso di coscienza emozionante e coinvolgente, nel quale, nonostante l’assenza di segni di interpunzione, si riesce facilmente a individuare e seguire il filo della narrazione.
A un certo punto, da lettore curioso quale ammetto di essere, non ho resistito alla tentazione di accantonare la lettura sequenziale e correre direttamente alle pagine finali. Ed è stato proprio qui che ho trovato la vera sorpresa! È stato come se il realismo pessimistico delle pagine precedenti si fosse stemperato – non dico dissolto, perché continuava ancora ad aleggiare fra le righe. L’incoraggiamento che i due immaginari personaggi di un piacevole duetto – un medico e un’ostetrica – rivolgono al neonato che hanno appena aiutato a venire al mondo è decisamente commovente, soprattutto perché viene rivolto da adulti che hanno conosciuto e sperimentato tutte le durezze della vita, continuando tuttavia a trovarla ancora bella. È soprattutto l’invito ad essere un uomo in armonia con se stesso e con il mondo quello che si apprezza e si percepisce in quelle pagine e tra quelle righe, l’invito che quotidianamente, come un mantra o come una preghiera, mi sento anch’io di rivolgere a me stesso, in primo luogo, e poi anche agli altri. Un libro “differente”, che emerge in un panorama piuttosto povero di tentativi di innovazione, un libro che invito a leggere per apprezzare a pieno un’autrice che mi ha sinceramente stupito e coinvolto.
 
Guendalina Pace – GRAVITA’. Bertoni Editore, 2021

Che estate, il ’75, per i burattini (ed altro)

di Stefano Giunchi

Fine luglio del ’75, a Cervia. Giovedì, giorno di folla e di mercato.
Un tempo caldo, oltre i trenta gradi, e una pioggia battente, come solo i violenti acquazzoni estivi possono scatenare. Si crea in questi casi, nella città del sale e del mare, un clima un po’sovraeccitato, con odori più forti catalizzati dall’ozono e un gioco divertente di bagnato e asciugato, attraversamenti di spazi urbani di corsa, sotto ombrelli e nylon improvvisati.

In più si aggiungeva in quei giorni, il tifo per Agostini che tentava di conquistare il suo XV mondiale in sella alla sua poderosa Yamaha. Per gli impegnati aleggiava l’attesa per un comunicato che i tre Partiti Comunisti dell’Occidente, avrebbero di lì a poco emanato, che segnava il distacco definitivo dall’URSS e la nascita dell’Eurocomunismo (quanti sogni…). 
La Juve stava cedendo il giovanissimo Paolo Rossi, che avevamo visto giocare quell’anno a Cesena, al Como. Era una bella mossa? A molti di noi juventini di Romagna era piaciuto il ragazzino. In cambio ci prendevamo Tardelli, un altro giovanissimo dalla fama già di terzino tosto.
In più, ve lo devo dire, eravamo giovani, ostia come eravamo giovani. Avevamo “fatto” il ’68, a Firenze e un numero già elevato di altre cose. Ma ancora tutto ci pulsava dentro e il futuro sembrava non avere limiti…

Io da funzionario comunale alla cultura e da coordinatore del Crad, una roba estiva dell’Associazionismo che riceveva contributi dalla Regione, facevo la spola dal mio ufficio al vecchio Teatro Comunale.
Lì stavamo allestendo una curiosa mostra, che avrebbe inaugurato il sabato e che portava il pomposo titolo “Mostra – museo del burattino dell’Emilia -Romagna, scaturita dalla testa di Dino Silvestroni, ma fatta subito propria dalla Compagnia Drammatico Vegetale.
Il progetto (ispirato dalla nostra comune passione per i Muppets, in particolare dei due vecchietti turbolenti sulla Barcaccia del teatrino televisivo) era quello di svuotare la platea dalle sedie, cosicché il pubblico potesse camminarvi in tondo, e di riempire di burattini i due ordini di palchi.
Tu passeggiavi in platea e guardavi la splendida baracca montata sul palco del Teatro. Sentivi occhi che ti guardavano da dietro e di fianco. Poi realizzavi che eri circondato da decine di esserini di legno che… stavano dalla tua parte, pronti a prendere movimento e parola. Una collocazione spaziale completamente rivotata, che ti metteva subito in gioco come spettatore “partecipante”.

Montare il tutto, fra pannelli di iuta, note esplicative, fondali e burattini che uscivano dalle scatole per entrare in un palchetto… beh prese il suo tempo.
Quel week-end tropicale sembrava insufficiente, ma alla fine (pochi minuti prima dell’inaugurazione la mostra era montata. 
Il successo fu pieno, per tutto il mese di agosto, dove avvennero molte cose, ma dove a Cervia si andava a vedere quella strana ed affascinante mostra.
In quella esperienza vi sono svariati elementi “seminali” (di cui non eravamo del tutto consapevoli) che poi furono sviluppati e diedero una spinta alla nascita rigogliosa di un nuovo settore teatrale.

– Intanto l’uso del singolare “burattino” preconizzava una rinnovata attenzione al genere, più che ai reperti materiali: il burattino come epitome di un intero genere teatrale, per noi già affascinante, il cui apprezzamento volevamo rilanciare al grande pubblico. Ciò, da lì a qualche anno, diventò il nuovo lemma “teatro di figura” sempre al singolare, per definire una meta-area semantica e una casa accogliente per tutti i generi e i sottogeneri (marionette, pupazzi, ombre, pupi, oggetti, ecc.).

– Un secondo seme era la scelta di presentare in modo vivo e originale una materia (pezzi di legno scolpiti e fondali dipinti), altrimenti facile allo sbadiglio. I pezzi, messi a disposizione da burattinai e da collezionisti erano appartenuti alle più importanti “famiglie”, dai Ferrari, a Gualtiero Mandrioli, alla famiglia Preti, a Vasco Monticelli, Guglielmina Zaffardi, a Luigi-Ugo-Francesco Campogalliani, Giordano Mazzavillani, Benigno Zaccagnini (!), a Nino Presini, Augusto Galli, Gaetano Chinelato, Ciro Bertoni, Umberto Malaguti, Pilade Zini, Carlo Salici, per dire dei più noti.

– Un terzo elemento era l’impostazione antropologico-culturale piuttosto che “antiquariale” o strettamente storicista. I materiali era organizzati ed esposti per dare una idea concreta di cos’era il “teatro” dei burattini. Abbondavano i copioni, le scenografie, le attrezzerie, le foto d’epoca, le locandine e i manifesti, nonché documenti “vecchi e nuovi di vario genere”, come diceva il libretto che avevamo stampato.
Roberto Leydi mi confessò, la sera che gli consegnammo la “Sirena d’Oro”, che questa nostra mostra gli suggerì  l’idea che poi prese forma nella mega-mostra di Palazzo Reale, a Milano, cinque anni dopo.

-Durante quel fantastico agosto, sul palco del Comunale organizzammo anche alcuni spettacoli, affollatissimi, con la partecipazione del mitico Gottardo Zaffardi, afflitto da una balbuzie cosmica, che scompariva d’incanto appena prendeva in mano i burattini. Quel piccolo seme fece nascere la determinata convinzione che dall’anno dopo sarebbe sorto a Cervia un grande festival (cosa che è successa veramente con “Arrivano dal Mare!”).

– Forse quella bella esperienza servì anche a rafforzare la determinazione a proseguire la strada della Drammatico Vegetale (soprattutto di Elvira Mascanzoni, di Piero Fenati e Sergio Diotti che avevano in primavera battezzato la loro compagnia col nome che poi è rimasto). Cercarono burattinai e collezionisti in tutta l’Emilia Romagna, selezionarono e cartellinarono i reperti. Lavoro che poi continuò con le loro tesi di laurea.

– Mi pare rilevante che la Mostra fosse accompagnata da un libricino/catalogo che collegava fortemente, nelle motivazioni, la cultura e il turismo. In un articoletto dal titolo “Perché una mostra di burattini, nel caldo dell’estate, a Cervia” davamo la “linea” a un connubio che si è dimostrato vincente in tutta Italia.
Ora più che mai importante, visto il ruolo determinante affidato dal nuovo Governo e dallo Stato a questi due “motori” per la salvezza e lo sviluppo del Paese.

Il prezioso libricino/catalogo contiene inoltre un raro intervento di Andrea Emiliani, avanguardia storica della tutela e della valorizzazione dei Beni Culturali, ove si colgono gli aspetti “strutturalisti” del nostro Teatro, fatto di linguaggi efficaci e quindi durevoli nel tempo, la sua stretta correlazione con le piazze, la Commedia dell’Arte e “il grido dei cantastorie”. Non ultima, una annotazione sulla necessità di rilanciare il Teatro dei Burattini nella sua capacità di attualizzare caratteri “classici”, anche attraverso un uso vivo della lingua e dei dialetti.

Completa la preziosità del librino, un gioiello unico: lo scritto amichevole e appassionato di Giordano Mazzavillani (dentista, burattinaio amatore e collezionista), uno dei protagonisti ravennati della emerita compagnia del “Trì Dutùr”. La sua muta di burattini antichi passò alla figlia Cristina e fa ancora bella mostra di sé nello studio del marito Riccardo Muti ove continua ad allietare ed ispirare il lavoro del Maestro.

Mazzavillani, nel suo pezzo fa un bel excursus delle famiglie di burattinai emiliani e romagnoli e dei repertori e conduce una intensa perorazione a favore dell’uso dei burattini “tradizionali”. Scrive profeticamente: “mi auguro che quanto prima possa istaurarsi un rapporto artistico (di sviluppo) ed economico (provvidenze e previdenze) fra organi competenti e burattinai. Si assegnino sovvenzioni e aiuti finanziari, si estenda lo spettacolo agli Enti di cultura, alle scuole e agli asili”.
Questa scheggia di saggezza del lontano ’75 fu da guida a molti di noi, per tutto il lavoro successivo, che produsse molti dei risultati che Mazzavillani ci indicava in quello scritto e in appassionate discussioni private.
Arte burattinesca e cultura, ma anche arte e professione: tre binari paralleli da percorrere e intrecciare.

Conclude lo scritto di Giordano una breve nota sugli artisti presenti in Romagna in quel periodo. E ricorda Otello Monticelli, figlio d’arte, ma anche i più giovani Stefano Zaccagnini “entusiasta e infaticabile dilettante” e, a Mezzano il “gruppo drammatico di avanguardia, che si esprime con personaggi moderni e avveniristici”. Si parla infine naturalmente della Compagnia Drammatico Vegetale, nata con “Storie di Peppi” e rapidamente evoluta verso la ricerca estetica e di linguaggio più avanzata, nonché realizzatrice di una raffinata linea di TdF per la prima infanzia.

A seguire quello storico agosto, Agostini raggiunse il suo record, i tre leader lanciarono la loro idea di futuro europeo, la Juve realizzò di avere in squadra uno dei più grandi difensori della storia (per Rossi doveva passare altra acqua sotto i ponti), viene brutalmente massacrato P.P.Pasolini, in Spagna riparte la democrazia, i Ramones lanciano il primo long Play e arriva Ron Wood nei Rolling Stones, il grande Miles (dopo Agharta) crolla e scompare per cinque anni, mentre arrivano ad Umbria Jazz Cecil Taylor e Archie Shepp con il loro free e “Tamurriata Nera” entra nelle top list, Forman becca l’Oscar con “Il nido del cuculo..”, Niki Lauda rivince con una strepitosa Ferrari il campionato di formula uno, esce in Italia “L’uomo stocastico” di Silverberg, George Lucas pubblica “Guerre Stellari” (da cui poi la saga)..

Per me e molti di noi, in quella estate del ’75, stava incominciando una lunga, difficile ma meravigliosa strada. Non lo sapevamo ancora bene, ma lo capimmo quasi subito. L’avremmo poi chiamata “Teatro di Figura”.