Cultura

La pace oltre i confini: l’impegno eretico di Hermann Hesse 

di Laura Tussi

In un’Europa nuovamente attraversata dalla guerra, dal riarmo e dalla retorica dello scontro tra blocchi, la figura di Hermann Hesse torna a interrogare la coscienza contemporanea. A oltre ottant’anni dalla pubblicazione de Il giuoco delle perle di vetro, il suo rifiuto del nazionalismo, della guerra e dell’obbedienza collettiva conserva una forza sorprendentemente attuale. Hesse non fu un teorico della pace, nel senso politico del termine, né costruì un’organizzazione pacifista. Fu, piuttosto, uno scrittore che fece della libertà della coscienza una forma di resistenza alla barbarie. La sua vicenda dimostra quanto possa essere difficile, e proprio per questo necessario, difendere la pace quando il conformismo trasforma la guerra in un destino inevitabile.

Hermann Hesse non è stato un teorico della politica né un attivista da barricata. Il suo impegno per la pace è stato viscerale, solitario e, per questo, profondamente scomodo. In un’epoca nella quale l’Europa veniva travolta da due guerre mondiali e dal nazionalismo, Hesse scelse di non consegnare la propria coscienza a nessuna bandiera, difendendo invece quella che considerava l’unica patria autentica: l’umanità, la cultura e la libertà dello spirito.

Il rifiuto del delirio bellico

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, mentre la Germania veniva travolta da un’ondata di entusiasmo nazionalista che coinvolse anche numerosi intellettuali, Hesse reagì pubblicamente contro la logica della mobilitazione patriottica. Nel 1914 pubblicò sulla Neue Zürcher Zeitung il celebre appello O Freunde, nicht diese Töne! (“O amici, non questi toni!”), nel quale invitava gli intellettuali tedeschi a non lasciarsi trascinare dall’odio e a preservare i legami culturali e umani al di sopra delle frontiere politiche.

La reazione fu durissima. Hesse venne accusato di disfattismo e di tradimento della patria, mentre il suo atteggiamento gli procurò ostilità, isolamento e la rottura con parte dell’ambiente culturale tedesco. Ma quella solitudine non trasformò la sua posizione in un semplice gesto individuale. Al contrario, divenne l’inizio di un impegno concreto.

Trasferitosi stabilmente in Svizzera, Hesse si dedicò infatti all’assistenza ai prigionieri di guerra, contribuendo alla raccolta e alla distribuzione di libri e materiali destinati ai soldati detenuti. Attraverso il Deutsche Kriegsgefangenenfürsorge, sostenne iniziative di aiuto ai prigionieri e promosse una rete culturale che cercava di mantenere vivo il rapporto umano oltre la separazione imposta dalla guerra.

Il suo pacifismo, dunque, non fu soltanto una posizione teorica. Si tradusse nella scelta concreta di aiutare persone che, secondo la logica bellica, avrebbero dovuto essere considerate semplicemente “nemici”.

La pace come cammino interiore

Per Hesse la guerra non era soltanto un incidente della storia o il prodotto delle decisioni dei governi. Era anche la manifestazione esterna di una frattura profonda dell’essere umano. La violenza collettiva nasceva da quella incapacità di riconoscere nell’altro una parte della propria stessa umanità.

Per questo, nella sua opera, la ricerca della pace si intreccia con la ricerca della propria integrità interiore. Nei romanzi e nei racconti maturati tra le due guerre, la contrapposizione tra spirito e istinto, ordine e caos, razionalità e desiderio non viene risolta attraverso l’eliminazione di una delle due dimensioni, ma attraverso la ricerca di una sintesi.

In Demian, nel Siddhartha, nel Narciso e Boccadoro e, con una diversa impostazione, ne Il lupo della steppa, Hesse racconta individui impegnati a confrontarsi con la complessità della propria identità. La pace, in questa prospettiva, non coincide con la cancellazione del conflitto, ma con la capacità di attraversarlo senza trasformare la diversità in un nemico da annientare.

È una concezione particolarmente significativa anche nel presente. Una società che non sa accettare le proprie contraddizioni tende facilmente a proiettarle all’esterno, costruendo avversari assoluti. Il nemico diventa allora il contenitore di tutto ciò che una comunità non vuole riconoscere in se stessa. La guerra può così diventare anche il risultato di una gigantesca rimozione collettiva.

La resistenza al nazismo

Negli anni Trenta, con l’ascesa del nazismo, Hesse mantenne una posizione di distanza radicale rispetto al regime. La sua casa di Montagnola, in Svizzera, divenne un punto di riferimento per numerosi intellettuali e scrittori tedeschi perseguitati o costretti all’esilio. Hesse sostenne inoltre autori messi al bando dalla dittatura e continuò a pubblicare testi incompatibili con l’ideologia nazista.

Il regime non poteva tollerare la sua concezione della libertà individuale, il suo cosmopolitismo e il rifiuto del nazionalismo aggressivo. Le sue opere furono osteggiate e progressivamente escluse dalla cultura ufficiale del Reich.

Hesse non rispose al totalitarismo attraverso la propaganda contraria, ma attraverso la difesa ostinata dell’autonomia dello spirito. In questo consiste una parte essenziale della sua forma di resistenza: non permettere al potere di colonizzare completamente il linguaggio, l’immaginazione e la coscienza.

Il gioco delle perle di vetro e il rischio dell’isolamento

Pubblicato nel 1943, Il giuoco delle perle di vetro rappresenta il vertice della riflessione di Hesse sul rapporto tra cultura, potere, educazione e responsabilità.

La provincia pedagogica di Castalia appare inizialmente come un luogo separato dalla violenza della storia, nel quale intellettuali e studiosi custodiscono la musica, la matematica, la filosofia e le altre grandi espressioni della cultura umana. Ma proprio questa separazione contiene un’ambiguità fondamentale.

La cultura non può salvarsi definitivamente dalla storia semplicemente ritirandosi da essa. L’intellettuale rischia di trasformare la propria distanza dal potere e dalla barbarie in una forma di isolamento sterile. Il protagonista Joseph Knecht comprende progressivamente che il sapere acquista significato soltanto quando viene restituito alla comunità e messo al servizio dell’educazione e della responsabilità.

È forse questo uno degli insegnamenti più profondi del romanzo: non basta conservare la cultura mentre il mondo precipita nella barbarie. Occorre portare la cultura dentro il mondo, assumendosi la responsabilità delle sue conseguenze.

Un pacifismo senza schemi

Il pacifismo di Hesse è radicale proprio perché non si lascia facilmente trasformare in un’ideologia chiusa. La sua prima forma di resistenza è la libertà di giudizio.

Hesse comprese quanto il totalitarismo avesse bisogno non soltanto della repressione, ma anche della conformità, dell’obbedienza e della trasformazione dell’individuo in una componente indistinguibile della massa. Per questo, pensare con la propria testa e rimanere fedeli alla propria coscienza poteva diventare un atto profondamente politico.

Il suo messaggio non consiste quindi nella semplice esaltazione dell’individualismo. Al contrario, la libertà individuale acquista valore quando si traduce in responsabilità verso gli altri. La coscienza non è una fuga dal mondo, ma il luogo nel quale matura la decisione di non partecipare alla disumanizzazione dell’altro.

Hesse ci ricorda così che la pace non è soltanto l’assenza temporanea della guerra. È una cultura, una pratica quotidiana, una capacità di riconoscere la pluralità senza trasformarla in minaccia. È anche il rifiuto della semplificazione che divide il mondo in buoni e cattivi, amici e nemici, civiltà e barbarie.

Una lezione per il presente

Oggi, mentre il linguaggio politico torna a parlare con crescente insistenza di riarmo, deterrenza, contrapposizione tra blocchi e preparazione alla guerra, la lezione di Hesse acquista una nuova urgenza. Non perché le sue opere possano fornire ricette immediate alle crisi geopolitiche contemporanee, ma perché ci aiutano a riconoscere il meccanismo culturale attraverso il quale la guerra diventa progressivamente normale.

Prima ancora delle armi, infatti, esiste un processo di preparazione delle coscienze. Il nemico deve essere rappresentato come assoluto, la paura deve diventare permanente, il dissenso deve essere considerato irresponsabile e la pace deve apparire come una posizione ingenua o irrealistica.

È proprio contro questa normalizzazione che la voce di Hesse continua a essere scomoda.

La sua eredità può essere tradotta oggi in una responsabilità concreta: difendere la libertà di pensiero, contrastare la propaganda che disumanizza l’avversario, sostenere l’educazione alla pace e alla mediazione dei conflitti, rafforzare gli strumenti diplomatici e multilaterali e considerare il disarmo e la cooperazione internazionale non come utopie, ma come obiettivi politici da costruire.

La pace, per essere credibile, deve inoltre entrare nei luoghi della formazione. Scuole, università, biblioteche e spazi culturali possono diventare laboratori di educazione alla complessità, al dialogo interculturale e alla gestione nonviolenta dei conflitti. È attraverso queste pratiche quotidiane che la cultura smette di essere una torre d’avorio e diventa uno strumento di trasformazione sociale.

Hermann Hesse ci consegna, in definitiva, una domanda più che una risposta: che cosa siamo disposti a fare quando la storia ci chiede di scegliere tra il conformismo e la coscienza?

La sua risposta fu quella di un uomo che preferì l’isolamento alla complicità e la libertà dello spirito all’obbedienza collettiva. In un tempo nel quale la guerra torna a essere presentata come inevitabile, recuperare questa scelta significa restituire alla pace la sua dimensione più radicale: non l’attesa passiva della fine delle ostilità, ma la costruzione quotidiana di una cultura capace di impedire che l’altro venga trasformato in un nemico da cancellare.

La pace, allora, comincia molto prima dei trattati. Comincia nel linguaggio, nell’educazione, nella capacità di ascoltare, nella difesa del dissenso e nella scelta di non rinunciare alla propria umanità. È questa, forse, la più attuale ed “eretica” lezione di Hermann Hesse.

Nella foto: Laura Tussi e Fabrizio Cracolici con lo zio Ambrogio Pellegrini, curatore del Museo di Montagnola, e con il figlio di Hesse

L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 15 agosto 2026

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La sofferenza mentale e lo stigma sociale in due libri da leggere

di Ray Man

Aristotele e Platone hanno scritto anche di malinconia e mania, attribuendo a questi stati d’animo capacità creative o divine. Oggi molti disagi psichici si possono curare o quantomeno ci puoi convivere.
Ho letto due libri molto interessanti, perché parlano in prima persona di due vite da bipolari. Credo che sia importante parlarne senza pregiudizi, in modo da lottare contro lo stigma sociale che affligge la malattia mentale.
L’avvocato Fabio Macaluso ha scritto Volevo un te’ al limone, la mia vita da bipolare, editore Marsilio.
E la giornalista Alessandra Arachi ha scritto Lunatica, storia di una mente bipolare, edizioni Solferino.
Entrambi i libri sono drammatici e intensi con sublimi viaggi interiori e situazioni di suicidio scampato. Li ho letti senza staccarmi un minuto. Ti prendono in un vortice di pensieri e disavventure tra manie e depressione.
Tuttavia si può riconoscere un livello di profondità nella sofferenza e un livello di genialità in entrambi gli autori.
Per entrambi è stato fondamentale il sostegno di cure adeguate e il sostegno affettivo di amici e parenti. Dove si trova una rete relazionale chiaramente si può uscire dalla depressione senza arrivare al suicidio, che è sempre in agguato, inutile negarlo.
Anche colleghi che non stigmatizzano la follia sono fondamentali per ritrovarsi nel lavoro.
Due libri a tratti allucinatori, ma non voglio raccontarvi queste due storie terribili e luminose.
Per me sono due lavori notevoli e meritevoli. La malattia mentale va interpretata per quello che è: una malattia da cui si può uscire a due condizioni.
Non restare soli, una rete affettiva è fondamentale, come anche prendersi cura di sé stessi e trovare uno psichiatra che sia in grado di inquadrare bene la diagnosi e la cura.
Non abbiate paura, non bisogna spaventarsi, ma è necessario essere consapevoli che spesso la mente mente, e se restate soli, non vi arrendete e cercate aiuto, perché tante volte “ci vorrebbe un amico” o un familiare, a cui affidarsi e di cui fidarsi.
Lo stigma sociale è un problema che porta all’isolamento e ai pregiudizi. La comunità sociale dovrebbe agire sempre con compassione e coraggio, perché si salverebbero molte persone dal suicidio e dalla solitudine.
La sofferenza mentale può aggredire chiunque. In Italia si stima che almeno una persona su 5 abbia avuto o ha problemi psicologici. Il disagio non è una colpa, e non dipende dalla volontà.
Spesso si scambia una depressione per pigrizia. Questo atteggiamento isola le persone e rende più difficile il recupero, che è sempre possibile, anche nei casi apparentemente più gravi.
Faccio un appello in questi giorni di vacanza a non lasciare sole le persone in difficoltà. Lo stigma sociale può uccidere. Ritroviamo tutti un po’ di compassione e umana comprensione per coloro che soffrono, senza colpevolizzare nessuno.


L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 14 agosto 2026

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La vita deve essere un’opera d’arte: per Raoul Vaneigem

di Roberto Brioschi


“Lo stato non è più niente
sta a noi essere tutto”

Raoul Vaneigem


A Barcellona, il 28 luglio, è mancato Raoul Vaneigem (Lessines, 21 marzo 1934 – Barcellona, 28 luglio 2026). Come annota Giorgio Moroni era, e rimane, uno dei classici del pensiero critico, uno dei nostri classici. Lo ricordiamo con questo intervento di Roberto Brioschi e, a seguire, con alcuni passi di uno fra i suoi scritti più significativi, le Banalità di base, pubblicate per la prima volta sulla rivista dell’Internazionale Situazionista a cavallo fra il 1962 e il 1963. Sessant’anni dopo, il 19 settembre 2023, ancora sosteneva “lo stato non è più niente, sta a noi essere tutto” come proposizione capace di esprimere, nella gravitazione esistenziale e sociale, la poesia pratica. Ciao compagno Raoul e un grazie da parte di tutta la nostra piccola comunità ribelle (G.G.).


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Raoul Vaneigem: saper vivere il Tempo della Rivoluzione
di Roberto Brioschi


Il 22 novembre 1966, a Strasburgo, durante l’inaugurazione del Palais Universitaire viene distribuito il pamphlet Della miseria nell’ambiente studentesco, che inizia con “allo studente gli cagano in bocca e gli pisciano in culo …”. Il testo è una critica radicale alla istituzione scolastica universitaria disvelata quale fabbrica del consenso sociale, ove lo studente è cooptato in una servitù volontaria, entro una vita che è tale solo in apparenza poiché governata dalle caste degli intellettuali, dei partiti politici, dei sindacati, dei professori universitari: la condizione studentesca viene sezionata sul tavolo dell’obitorio della società dei consumi. Il libretto esplode in tutta Europa: il ‘68 è dietro l’angolo e il testo ispirerà teorie e riots nella Francia del Maggio e non solo. L’autore è il collettivo della Internazionale Situazionista (IS).  L’Internazionale Situazionista (Imperia 1957- Parigi 1972) espresse una critica inappellabile e rivoluzionaria al capitalismo. Di ispirazione marxista-libertaria, dapprima influenzato dalle avanguardie artistiche del ‘900 quali il Costruttivismo sovietico, Dada, il Surrealismo, in breve recepì le teorie e le esperienze del movimenti del “comunismo dei consigli” e degli spartachisti, unitamente agli scritti di Rosa Luxemburg, Riforma sociale o Rivoluzione e L’accumulazione del capitale (storicamente il “comunismo di sinistra”, dai situazionisti corretto con venature anarco individualiste e il comunismo libertario della Comune di Parigi).

Una miscellanea mirante alla abolizione delle separazioni tra quotidiano e politica, tra vissuto e militanza, tra essere e avere, tra il chi sei e il che cosa fai.

I situazionisti proponevano la vita come un susseguirsi di eventi, situazioni creative, proprie della gioia di vivere, che destrutturavano e abolivano il presente: un presente inteso come sudditanza al feticismo delle merci – che occulta e rende “naturali” i rapporti di produzione-riproduzione della economia sociale capitalista – e alla burocratizzazione della esistenza. Il rifiuto di vissuti estranei quanto alienati era stato un sentire, un malessere diffuso nella società francese, esplicato da Albert Camus ne La peste e Lo straniero e da Herbert Marcuse con L’uomo a una dimensione ma anche dai blouson noir delle banlieue. Sarà Guy Debord con La società dello spettacolo (1967) a creare un testo formativo per generazioni di militanti, ricercatori e sociologi.

La IS demolisce anche il mito del socialismo reale sovietico e cinese, nonché di ogni consociativismo con le istituzioni rappresentative dell’economia, del lavoro e dello stato.

Con gli anni ‘70 il situazionismo diverrà una pratica politico-esistenziale diffusa nelle soggettività radicali delle periferie urbane di ogni dove, tra i disertori dell’ordine sociale vigente che ogni giorno “si giocano il tutto per tutto” in quell’ “andare ai resti” che anni dopo verrà descritto dal sociologo Emilio Quadrelli (E. Quadrelli, Andare ai resti, DeriveApprodi).

In Italia i gruppi e individualità che fecero riferimento alla IS daranno origine, a Torino e Milano, ai collettivi Ludd e Organizzazione Consiliare, poi al Comontismo, oggi rintracciabili nelle Edizioni Nautilus di Torino.

L’IS venne fondata da sociologi, critici d’arte, intellettuali dis-allineati: Walter Olmo, Giuseppe Pinot Gallizio, Elena Verrone, Piero Simondo, Michèle Bernstein, Guy Debord, Asger Jorn. Seguiranno Gianfranco Sanguinetti e Raoul Vaneigem.

Raoul Vaneigem aderisce alla IS nel 1961 e vi collabora sino al novembre del 1970 intervenendo sulla omonima rivista. Nel 1967 pubblica il Trattato di saper vivere ad uso delle giovani generazioni. L’opera esprime la consapevolezza che il capitalismo non si limita più a costruire e controllare modi e tempi del lavoro e del consumo ma permea l’intera giornata, la vita quotidiana, le relazioni interpersonali; riesce a governare e rendere produttivo il Tempo di ciascuno e di tutti, a ridefinire il sé di ognuno, entra nei corpi e nelle menti, si impossessa, rimodella pensieri e desideri. È la intuizione dell’attuale capitalismo bio-cognitivo: in Italia sarà l’economista Andrea Fumagalli ad analizzarlo dal 2005 (A. Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo, DeriveApprodi). Il libro è una lima per evadere.

Nel successivo volume Contributo all’emergenza di territori liberati dall’impresa statale e mercantile (edito da DeriveApprodi), Vaneigem suggerisce la autogestione della vita per mezzo della liberazione della quotidianità dalle profittevoli attività estrattive materiali e immateriali generate dai processi sociali capitalistici.

Le due opere saranno propedeutiche allo sviluppo delle teorie rivoluzionarie  che troveranno riscontro nelle prassi delle insorgenze dei movimenti degli invisibili, che accompagneranno le pratiche antagoniste in Europa, dalle occupazioni degli squatter sino alle disobbedienze metropolitane, ai collettivi di lotta delle periferie, alla radicalizzazione dei “Gilet gialli”.

Oggi si riverberano nella frattura che marca la separazione tra una significativa parte della società civile, della Generazione Z e la società politica: una faglia espressa dai movimenti Pro Pal, No TAV, contro le guerre, dagli ambientalisti, per i diritti LGBT+, dal NO al referendum meloniano. Le analisi di Vaneigem non sono mai rimaste solo cartacee: appartengono alle esperienze dei Centri Sociali, delle occupazioni che mutano le proprietà in beni comuni, della riappropriazione individuale e collettiva dei Desideri che si trasformano in Bisogni diventando i Diritti alla vita altra.

Raoul Vaneigem è un contemporaneo poiché i suoi anni non appartengono al calendario ma bensì a tutto ciò che collega, unifica gli avvenimenti entro un quadro significativo, entro un unico tempo della Storia. Il Tempo della Rivoluzione.

NOTE

(1) Testo per lo più scritto da Mustapha Khayati, sociologo tunisino, membro del collettivo redazionale della IS. Il libretto venne stampato in 18.000 copie con la cassa della Association Fédérative Générale des Etudiants de Strasbourg, ovviamente ignara, che verrà subito sciolta dalle autorità accademiche. (Ibex Edizioni).

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Banalità di base – di Raoul Vaneigem

Estratti dal n. 8 del Bulletin Central Edité par le Sections de l’International Situationniste, gennaio 1963.

(traduzione italiana integrale della rivista Internationale Situationniste, edita da Nautilus, Torino, 1994).

Capitolo 16

… Ciò che noi rivendichiamo esigendo il potere della vita quotidiana contro il potere gerarchizzato è tutto. Noi ci situiamo nel conflitto generalizzato che va dalla lite domestica alla guerra rivoluzionaria, ed abbiamo scommesso sulla volontà di vivere. Significa che dobbiamo sopravvivere come antisopravviventi. Noi ci interessiamo fondamentalmente ai momenti in cui la vita zampilla attraverso la glaciazione della sopravvivenza. Ma occorre arrendersi all’evidenza, noi siamo anche impediti di seguire liberamente il corso di questi momenti (eccettuato il momento della rivoluzione stessa) tanto da parte della repressione generale del potere quanto da parte della nostra lotta, della nostra tattica….ciò che impedisce che quanto diciamo sulla costruzione della vita quotidiana sia recuperato dalla cultura e dalla sottocultura è precisamente il fatto che ognuna delle idee situazioniste è il prolungamento fedele dei gesti abbozzati, in ogni istante e da migliaia di persone, per evitare che una giornata sia costituita da 24 ore di vita sciupata.

Capitolo 17

… Tutto ciò che riguarda il pensiero riguarda lo spettacolo. Gli uomini vivono per la maggior parte nel terrore, sapientemente coltivato dal potere, di un risveglio a se stessi. Il condizionamento, che è la poesia speciale del potere, spinge così lontano la sua influenza (ha tutto l’equipaggiamento materiale in mano: stampa, TV, stereotipi, magia, tradizione, tecnica, il linguaggio sequestrato) che arriva quasi a dissolvere ciò che Marx chiamava settore non dominato per sostituirlo con un altro. Ma il vissuto non si lascia ridurre così facilmente ad una successione di figurazioni vuote. La resistenza all’organizzazione esteriore della vita, ovvero all’organizzazione della vita come sopravvivenza, contiene più poesia di tutto quanto sia stato pubblicato, in versi e prosa; il poeta nel senso letterario del termine è colui che lo ha compreso e provato e su tale poesia incombe una pesante minaccia…è per mezzo dell’isolamento che il potere accerchia e contiene l’irriducibile e tuttavia l’isolamento è invivibile. Le due pinze della tenaglia sono da una parte la minaccia di disintegrazione dall’altra le terapie telecomandate; la prima permette l’uso della morte, la seconda permette la sopravvivenza nuda e cruda. L’Internazionale Situazionista dovrà definirsi, presto o tardi, come terapia.

Capitolo 18

… Noi siamo pronti a cancellare ogni traccia di questi ricordi raccogliendo in una prossima lotta radicale tutta l’energia contenuta negli antichi antagonismi. Da tutte le sorgenti che il potere ha murato può sgorgare un fiume che modificherà il rilievo del mondo. Caricatura degli antagonismi, il potere preme su ciascuno affinché sia pro o contro Brigitte Bardot, il nuovo romanzo, la 4 cavalli Citroen, gli spaghetti, il mescal, le minigonne, l’ONU, la nazionalizzazione, la guerra termonucleare o l’autostop. A tutti si chiede il loro parere su tutti i dettagli per meglio impedir loro di averne uno sulla totalità.

Capitolo 20

… Al livello di spettacolo il potere è incontestabile. Il candidato di Lascia o raddoppia e l’impiegato delle Poste che spiegano minuziosamente le raffinatezze meccaniche della propria vettura 2CV si identificano, l’uno e l’altro, nello specialista; ed è cosa nota quanto i capi della produzione traggano poi profitto da simili identificazioni per addomesticare gli operai. La vera missione dei tecnocrati consisterebbe soprattutto nell’unificare il Logos se, per una delle contraddizioni del potere parcellare, essi non restassero confinati in un isolamento derisorio. Alienati come sono dalle reciproche interferenze essi conoscono tutto di una particella ma sfugge loro ogni realizzazione. Quale controllo reale possono esercitare su di un’arma nucleare il tecnico atomico o lo specialista politico? Quale controllo assoluto può sperare di imporre chi detiene il potere ad ogni gesto che viene magari solo abbozzato contro di lui? Sono così tanti gli attori che compaiono in scena che il caos la fa da padrone. L’ordine regna ma non governa.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 4 Agosto 2026

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Una Breve nota

di Dino Silvestroni


Amici e tutti poeti, poeti e tutti amici. Ferruccio Benzoni, Stefano Simoncelli e Walter Valeri condividono e progettano ben più di un semplice spazio fisico in una quotidianità geograficamente e culturalmente provinciale. Il confronto continuo attraverso letture, riletture, scritti e revisioni porta gli autori a fondare un vero e proprio presidio di produzione culturale. Non una casa editrice, né un contenitore di programmi istituzionali al centro ci sono le parole, capaci di generare relazioni e sensazioni, non amministrazione. La rivista si rivela così uno strumento agile nella diffusione e comunicativo nella sua brevità. Questo avamposto culturale esprime una forza tale da attrarre l’attenzione di grandi autori, spesso considerati veri e propri maestri, ben distanti dalla dimensione provinciale. Rileggendola oggi, emerge come la rivista «Il Porto» abbia suscitato l’ampio interesse documentato nella storia della letteratura, senza tuttavia intercettare un nuovo pubblico di lettori. Il dialogo, all’epoca, era rivolto ai maestri e non agli studenti. In quest’ottica, il presidio perde lentamente la sua spinta propulsiva e smette di tessere legami. Senza addentrarmi in dettagli che non conosco, ritrovo nel celebre verso «Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale» il destino della futura scelta individuale di ogni autore: il presidio resta storia comune, la scrittura diventa pagina autonoma.



Appunti dimenticati e ritovati in occasione del Convegno per Simoncelli, organizzato a Cesenatico dal Comune e da Casa Moretti il 22 maggio 2026

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Conoscere in profondità Rodari

di Gianluca Carmosino

Con una produzione sterminata e con capolavori letterari come Favole al telefono e Le avventure di Cipollino, Gianni Rodari ha rivoluzionato l’editoria per l’infanzia ed è l’autore italiano per ragazzi più tradotto in assoluto con Carlo Collodi. L’impatto culturale di Rodari è dimostrato anche dalla mole imponente di saggi critici, tesi di laurea, biografie e analisi pedagogiche che continuano a studiarlo. Oggi per la prima volta un volume, Biblioteca d’autore Gianni Rodari (Pensa MultiMedia ed.), cataloga i libri personali di Gianni Rodari, il suo fondo librario. Gli eredi Rodari hanno reso disponibile questo importante spazio di ricerca, che Ilaria Capanna, già da anni responsabile della catalogazione dell’opera rodariana, ha svolto nel quadro di una più complessiva azione regolata dal Piano Nazionale della Ricerca (finanziato dal ministero dell’Università e della Ricerca italiano), coordinato dall’ente INDIRE (grazie alla ricercatrice Pamela Giorgi che ha curato il piano di lavoro e il suo sviluppo nonché la collaborazione con l’Università di Siviglia). A parlarci della Biblioteca di Rodari l’autrice del libro Ilaria Capanna.

Il volume è il frutto di un’accurata catalogazione tra migliaia di volumi con i quali Gianni Rodari ha studiato ogni giorno. Quali generi, quali temi e quali autori sono stati fondamentali per lo scrittore omegnese?

I generi fondamentali sono quelli che ho diviso per le sei tematiche: arte, musica, fotografia; politica e storia; favolistica, folklore e antropologia; filosofia, scienze e religione; letteratura, critica letteraria, poesia; scuola, didattica e pedagogia. Quindi tutti sono stati fondamentali. Inoltre, ognuna di queste sezioni, organizzate per agevolare l’orientamento all’interno del fondo e rendere più leggibili i principali ambiti tematici, è preceduta da un mio saggio introduttivo di carattere filologico e storico-critico. Gli autori fondamentali sono in parte quelli che lui stesso cita in Grammatica della fantasia poi ovviamente i maestri e le maestre del Movimento di Cooperazione Educativa e tutti coloro hanno fatto un’approfondita analisi sui temi della scuola e della pedagogia del Novecento. Molti letterati russi tra cui Fëdor Michajlovič Dostoevskij, scrittori suoi contemporanei quali Cesare Zavattini, molti sono i libri dedicati alla poesia, del resto Rodari è stato uno scrittore e un poeta, oltre che un bravo giornalista, quindi tanti sono i volumi sulla storia e la politica, tra cui molti su Antonio Gramsci. Molte edizioni della Bibbia, l’interesse per le religioni, al di là del suo percorso personale nella prima adolescenza, che ben accenno nel libro, sono, come lo sono diversi testi sacri, ricerche antropologiche oltre che spunti letterari. Poi ci sono le favole d’autore, le favole provenienti da paesi del mondo, Vladimir Jakovlevič Propp, Giuseppe Cocchiara, Carlo Collodi e molti altri autori di interesse su questa tematica. Anche la sezione dedicata all’arte è ricca di personalità come Bruno Munari, Paul Kleen, tanti poi i libretti dedicati alla musica, del resto Rodari sapeva suonare il violino.

Cosa emerge in particolare dello scrittore Rodari?

Emerge un uomo capace di studiare, di approfondire, un ricercatore instancabile che sapeva confrontarsi con la politica del suo tempo mantenendo salde le sue idee e i suoi principi, un intellettuale attivo nelle scuole italiane come quelle in URSS dove si è recato più volte e anche in Cina, dove la sua esperienza è stata pubblicata. Le numerose postille e appunti trovati nei suoi libri, che ho trascritto nelle note della catalogazione della sua biblioteca, lo dimostrano. Ogni volume che ho catalogato l’ho sfogliato pagina per pagina e ho potuto notare l’attenzione che gli ha dato. È stato un uomo appassionato e curioso del suo lavoro e del conoscere e proporci immaginari nuove. Le sue storie cambiano, con l’uscita del volume Favole al telefono la struttura della favola tradizionale. Romanzi o racconti brevi, storie di fantasia che ci fanno conoscere il presente sia negli oggetti di tutti i giorni sia nelle tematiche sociali, predisponendo, come è giusto che sia, con ironia e semplicità, la comprensione di realtà importanti anche ai bambini e alle bambine. È stato, ed è ancora un autore contagioso che trasmette gioia, coraggio nell’idea che tutto può essere trasformabile, migliorabile, che non dobbiamo mai smettere di sognare e che la pace è possibile se tutte e tutti cooperiamo affinché avvenga.

Il testo è pensato per un utilizzo educativo e didattico. In che modo può orientare e favorire le attività a scuola?

Il testo è finalizzato a una conoscenza più approfondita e veritiera della figura di Gianni Rodari, quindi non una bandiera comunista da sventolare, non un santino commemorativo da celebrare nelle scuole con le sue filastrocche più semplici, dove, comunque, anche dietro queste c’è un lavoro di immagini, di conoscenza linguistica e indagine del presente, ma per conoscerlo e riconoscerlo certamente come uomo di sinistra, dai valori veramente sinceri e concreti, ma come un intellettuale profondo del nostro Novecento, giornalista attento e ricercatore attivo. Il mio non è un lavoro sulla didattica, ma una ricerca e catalogazione sistematica ben strutturata per, ripeto, garantire un’approfondita conoscenza sull’autore. Mi auguro che in tutti gli ordini scolastici, nonché universitari-accademici ci sia attenzione e una buona preparazione su Rodari e la sua opera, e non solo per citarlo. Il mio libro mette a conoscenza la genesi dei suoi studi e delle sue opere. Di certo la sezione Scuola, Pedagogia, Didattica, Psicologia, Psichiatria può, per le insegnanti che vorranno, dare spunti su cui poter lavorare. Intanto, consiglio di avere sempre a casa e a scuola una copia di Grammatica della fantasia. Ringrazio per avermi concesso la possibilità di lavorare alla catalogazione la famiglia Rodari, ha permesso così la conoscenza del fondo librario non solo ai lettori appassionati dell’ autore.

L’attualità di Rodari risiede nella sua pedagogia rivoluzionaria, che mette la creatività e la parola al centro dell’emancipazione umana. Tuttavia forse oggi abbiamo bisogno di riscoprire soprattutto il suo impegno civile e la sua straordinaria capacità di affrontare temi universali a cominciare dal rifiuto categorico della guerra…

Esatto, il suo impegno civile fin da giovanissimo, la sua biografia ci racconta la sua esperienza come partigiano e poi immediatamente dopo la guerra l’inizio del lavoro come giornalista, prima in testate locali poi nel giornale di partito l’Unità, fino all’ultimo giorno sul quotidiano Paese Sera, senza tralasciare l’importante impegno nel Pioniere, nel Giornale dei genitori, la collaborazione in NOI DONNE e con altri giornali. Della parte giornalistica ho scritto approfondendo nel saggio di Politica, Storia del libro. Tengo inoltre a precisare, per corrette ricerche, che, nonostante l’importante lavoro svolto da coloro che si occupano di arricchire le pagine Wikipedia, quella di Rodari ha diverse inesattezze che dovranno essere corrette, consiglio quindi di prendere in considerazione, per una biografia veritiera e accurata, testi critici validi, tra gli importanti saggi, oltre al mio, quelli di Pino Boero professore di letteratura per l’infanzia e maggior esperto da decenni dell’opera rodariana, di Daniela Marcheschi docente e critica letteraria che ha curato il Meridiano Mondadori del 2020, di Giorgio Diamanti che si è occupato della pubblicazione di tutti i testi giornalistici di Rodari, e della catalogazione e organizzazione del suo lavoro e degli arrivi italiani ed esteri prima che prendessi io, dal 2010/2011 quel ruolo con la collaborazione della famiglia stessa. Tornando all’impegno civile dello scrittore e giornalista, la parola è sì fondamentale nei suoi processi creativi e nell’uso responsabile della conoscenza linguistica; non a caso la collaborazione e stima con Tullio De Mauro. Rodari vuole una pedagogia civile, tutta la sezione di libri presa da me in analisi per costruire questo volume documenta una forte consapevolezza politica dell’educazione. I testi sulla scuola sovietica, sull’educazione negli USA, sul tempo pieno, nella scuola di massa, sulla disuguaglianza sociale, l’educazione dei ragazzo con disabilità, sulla deistituzionalizzazione, mostrano, come già abbiamo potuto approfondire, un Rodari intellettuale militante, attento alle trasformazioni concrete del sistema scolastico ma della vita tutta in generale, dell’educazione dell’infanzia, ma anche degli uomini e delle donne. Poi c’è da dire che la scuola non è mai neutra: è campo di conflitto, di possibilità, di costruzione. In questo senso, Rodari si avvicina anche a Baudelot-Establet, a Borghi, a Lombardo Radice, ma mantiene sempre una cifra propria: la fiducia ostinata nella parola del bambino. Dunque gran parte del mio lavoro di ricerca si basa su l’intento di far emergere la straordinaria ricchezza culturale di Gianni Rodari. La sua profonda analisi del presente e la sua conoscenza della storia ci permettono ancora oggi di comprendere il suo netto e categorico rifiuto della guerra. Sì, sono numerose le opere nelle quali affronta il tema della pace, proponendo riflessioni di grande attualità, farle conoscere a tutti e tutte è fondamentale.

L’aricolo è stato pubblicato su Comune-info il 3 luglio 2026

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