Cultura

ORE CINQUE

Tratto da “VENTIQUATTRO ORE”, raccolta inedita di racconti brevi, a volte brevissimi…

Insonnia, Taccuino Sanitatis (ritaglio)

di Sergio Tardetti

Eccomi ancora qui! È già la terza volta che mi sveglio e sono costretto ad alzarmi, per andare… in bagno, naturalmente! Quando si raggiunge – e a volte, addirittura, si supera – una certa età, ecco che si può finalmente godere di qualche privilegio. Per esempio… Per esempio? A dire il vero, in questo momento non me ne viene in mente nessuno, avrei voluto dire “poter disporre liberamente del proprio tempo”, ma vedo che la strada che conduce alla dimostrazione di questa affermazione è lunga e irta di ostacoli. Chi potrebbe affermare, infatti, di poter disporre liberamente del proprio tempo? E dimostrarlo, per giunta? Forse alle cinque di mattina, quando anche gli altri sono impegnati in qualche sonno profondo, o impigliati nella rete di un sogno assurdo, dalla quale non riescono a districarsi, allora potrebbe essere anche probabile che lascino agli altri la possibilità di poter disporre liberamente del proprio tempo. Ma solo fino al risveglio, perché, da quel momento in poi, il loro tempo sarà a disposizione degli altri. E se c’è qualcuno disposto a smentirmi, che si faccia pure avanti! Ma, per tornare all’elenco dei privilegi concessi dall’avanzare degli anni, direi che uno di questi è non avere orari che vincolano la giornata. Per esempio, puoi essere in piedi già alle cinque di mattina, anche senza una motivazione precisa. Ormai per te non è più quel tempo e quell’età in cui avevi forti e pressanti motivazioni per essere in piedi a ore improprie – come le chiamavi allora – ormai ti svegli, ti alzi, e basta.

Naturalmente, facendo attenzione a non svegliare gli altri, quelli che vivono con te nella casa, o, peggio ancora, i vicini – giovani, beati loro! – che tra poco dovranno alzarsi davvero per andare al lavoro. Cercherai di muoverti con la massima cautela, per evitare che qualche rumore improvviso li svegli; e allora sai benissimo che qualche parola fuori luogo, rivolta al vicino insonne, potrebbe uscire fuori anche da quelle loro bocche, di solito sempre vocate al sorriso. È capitato un po’ a tutti, in quella fase che segue immediatamente il risveglio, di avere pensieri piuttosto violenti nei confronti del prossimo, non tanto per un prossimo specifico, ma così, in generale. Perfino per quel prossimo mai conosciuto, che non ti ha mai fatto niente, eppure in quel momento preciso ti si propone come un nemico da combattere e da abbattere. Le cinque del mattino ridestano in ciascuno di noi gli istinti primordiali, di quando ancora si riteneva che ogni uomo fosse un lupo per un altro uomo. A quest’ora è piuttosto facile essere aggressivi, soprattutto se si è trascorso il resto della nottata in un aggirarsi insonne tra le stanze di casa. I motivi? Anche qui possono essere i più disparati, ma il più comune è certamente un pensiero che si è insediato nella mente al momento di coricarsi e non ne è venuto più fuori. Non necessariamente un pensiero importante, ne basta uno qualunque, ad esempio dover chiamare l’idraulico il giorno dopo per un rubinetto o uno scarico che perde.

Conosciamo tutti per esperienza quanto possa dare da pensare la necessità di chiamare un idraulico, che di solito non ha mai tempo da dedicare a te, sempre così oberato di altri impegni. E, se per caso si rende disponibile, allora sì che cominci a pensare seriamente. E a preoccuparti, come è naturale. Prima di tutto per il conto che ti presenterà, e anche per la lunga lista di difetti che sembra presentare il tuo impianto idraulico, quello che a prima vista sembrava perfettamente funzionante. Non sai che le normative cambiano di anno in anno? E che una corretta manutenzione ti farà risparmiare spese future e, soprattutto, futuri problemi? Alla richiesta di un preventivo, sai già che l’idraulico scuoterà la testa, impossibile farne uno come si deve senza prima aver potuto visionare l’intero impianto. Sotto quel fuoco di fila di future domande e future spese, la tua mente difficilmente sarà capace di abbandonarsi al sonno. E allora non ti resta che continuare ad andare avanti e indietro, fra la camera da letto e il bagno, e ritorno, in attesa che arrivino le sei e con loro la luce di un nuovo giorno. A quel punto, come per un incantesimo al contrario, l’idraulico con i suoi conti, i suoi preventivi e le sue minacce di dover rifare l’impianto ex novo, si dissolveranno insieme alle foschie mattutine, all’apparire del primo raggio di sole. Intanto, però, sono ancora poco più delle cinque e per l’incantesimo che fa sparire gli idraulici c’è ancora molto da aspettare. Così non resta che rimettersi a letto e sperare di non doversi alzare di nuovo per qualche impellente necessità, anche se è vero che è impossibile fare pronostici su questi argomenti.

Non hai saputo da un po’ di tempo che noi siamo fatti essenzialmente di acqua? E, dunque, ne hai ancora a sufficienza per tornare a percorrere l’itinerario letto-bagno e ritorno almeno per tre o quattro volte, prima che sia ora di alzarsi. Ma poi, alla fine, questo idraulico bisognerà chiamarlo davvero, o proverai tu stesso a riparare il guasto? Sei ancora impegnato nel dover decidere sul da farsi, quando, ecco, di nuovo lo stimolo ad andare in bagno. Che nottataccia! Stavolta devi avere fatto più rumore del solito, perché ecco che nella tua stanza si accende una piccola luce, la torcia del cellulare, che sta ormai soppiantando la vecchia lampada sempre presente sul comodino accanto al tuo letto. “Che succede?”, chiede una voce impastata dal sonno. “Niente, niente. Dormi…”, rispondi sottovoce, perché non vorresti svegliare qualcun altro, magari il vicino o la vicina di casa, che potrebbe essere insonne a sua volta. Ti è sembrato, in effetti, di sentire i passi di qualcuno andare e venire da una stanza all’altra – nelle nuove abitazioni antisismiche i suoni si trasmettono facilmente, perfino amplificati da questo silenzio, raggiunto grazie ai nuovi vetri termicamente e acusticamente isolanti. E certamente, anche il tuo viavai non sarà sfuggito al vicino o alla vicina, a cui sfuggirà un sorriso di magra consolazione, al pensiero di qualcuno che condivide la stessa sorte. L’insonnia, madre di tutti i vizi e di tutte le virtù, regna sull’umanità persa nel tentativo di chiudere gli occhi, almeno fino al sopraggiungere delle prime luci dell’alba.

© Sergio Tardetti 2024

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VENERDÌ

di Sergio Tardetti

Mai e poi mai avrei potuto credere, nel corso della mia quasi dimenticata adolescenza, che il venerdì avrebbe finito per assumere nel tempo un’importanza così capitale. Ci sono voluti anni, a dire il vero, prima che il venerdì diventasse il Venerdì, con tanto di maiuscola. Ai tempi in cui ero un ragazzo, il venerdì era semplicemente il giorno che precedeva il sabato, un giorno come tutti gli altri, differente soltanto per certe pratiche quaresimali alle quali non avevamo l’abitudine di sottoporci in famiglia, vale a dire digiuno e astinenza dalle carni. Ma, mentre il digiuno era un rischio che poteva capitare di correre, a volte perfino una necessità, quando si aveva poco o anche niente da mettere in tavola, praticare l’astinenza dalle carni era impossibile. “Non di solo pane vive l’uomo”, infieriva in quel giorno il predicatore dall’alto del pulpito, tenendosi piuttosto distante dal bordo, impedito nell’accostarsi da un giro vita di tutto riguardo. Difatti, non doveva vivere di solo pane, ma anche di qualche abbondante gustoso companatico, che pure non nominava mai. Pane sì, tanto, companatico mai. A noi sarebbe bastato, e perfino avanzato, quel pane che veniva acquistato in modeste quantità per tutta la famiglia e terminava nel giro di un paio d’ore, assaggiato, sgranocchiato, masticato, trangugiato, consumato in ogni forma e modalità. Quanto al companatico, alla fine si cadeva sempre sulla carne, non certo di alta qualità e di prima scelta, ad esempio zampe di pollo e spuntature di ali di pollo, quelle che la cuoca del ristorante accanto scartava, perché non presentabili ai clienti.

Confesso che quel ristorante con i suoi scarti, nobilitati dall’arte culinaria di mia madre, ha salvato spesso il pranzo e la cena, soprattutto il venerdì. Come avrà fatto il venerdì a diventare Venerdì? È successo tutto da quando la gente ha scoperto che, con un’opportuna e differente organizzazione del lavoro, si poteva lasciare il sabato libero. Così è accaduto che il Venerdì sia diventato “di sette il più gradito giorno”, soppiantando quel sabato che aveva mantenuto per secoli la sua egemonia sopra tutti i fratelli della settimana. È nelle serate e nelle notti del Venerdì che si sfoga tutta la frustrazione repressa di chi è costretto spesso ad accontentarsi di un lavoro e di uno stipendio, che considera assolutamente inadeguati alle sue capacità e al suo titolo di studio. Così, nelle serate del venerdì si consuma il sacro rito dell’apericena, un qualcosa a metà strada tra l’aperitivo – quello, però, è previsto per tutti i giorni – e la cena, leggera per lo più, perché il piatto piange e il borsellino langue. L’apericena, con ulteriori rinforzi di bevande nel giro obbligato dei locali della movida, innesca poi comportamenti che definire trasgressivi è un eufemismo. È questo, dunque, “di sette il più gradito giorno”? Sicuramente lo è per l’inventore dell’apericena e per tutti coloro che si sono dedicati a coltivare questa passione, vuoi per piacere personale, vuoi per interesse economico, essendo i ricavi dell’apericena parte sostanziosa e integrante del bilancio della propria attività commerciale. A volte capita di domandarmi come abbiamo fatto noi cosiddetti boomers – noi nati e cresciuti negli anni ‘50 e ‘60 del 1900 – a sopravvivere fino a questi giorni senza la pratica ossessiva-compulsiva dell’apericena.

Che dire? Non se ne avvertiva la mancanza, specialmente nelle piccole città, nelle quali l’unico locale aperto dopo le ventitré era spesso il bar della stazione – là dove c’era una stazione ferroviaria, naturalmente. Il venerdì, in fondo, non era che un altro giorno della settimana, un giorno lavorativo che preludeva al sabato, anch’esso giorno lavorativo, l’unico a poter aspirare al riconoscimento di “più gradito” tra i sette giorni. “Le cose cambiano”, mi ha detto il barista quando gli ho chiesto quale, secondo lui, fosse il giorno più gradito dei sette. E ci ha tenuto a precisare che cambiano a seconda delle stagioni, delle mode e delle disponibilità economiche. C’è stato un tempo, infatti, in cui era impossibile distinguere tra i sette quale fosse il più gradito e se, in effetti, ce ne fosse uno in particolare. Tutti, senza alcuna distinzione, risultavano graditi, anzi graditissimi, almeno fino a quando le disponibilità economiche permettevano di potersi gratificare tutte le sere, rendendo ciascun giorno unico e insuperabile. Salvo poi superarlo con il giorno successivo, facendolo diventare il nuovo “più gradito” dei sette, e così via, fino alla fine della settimana. Oggi, però, come direbbe, non senza rimpianto, qualcuno, il mondo è cambiato. Ce ne accorgiamo da come spendiamo il nostro tempo, perché, in effetti, mai come oggi il tempo è diventato denaro. Ma, mi capita spesso di chiedermi, lo spendiamo o lo sprechiamo? Non ho mai osato rivolgere questa domanda agli altri, nessuno vorrebbe mai ammettere di stare sprecando il proprio tempo. Eppure, il dubbio resiste e insiste a proporsi con incredibile frequenza. E, quello del venerdì, sarà tempo speso o sprecato? Senza dover rinviare ai posteri l’ardua sentenza, gli interrogati, specialmente quelli più dotati di spirito, affermeranno che, piuttosto, tempo sprecato è il tuo che continui ad arrovellarti con simili domande e che non hai ancora capito che questa vita va attraversata ad occhi chiusi. Che dire? Quando si ha il vizio assurdo di porsi domande, è poi difficile smettere, sai già che continuerai a interrogarti fino all’ultimo istante, anche se le eventuali risposte non cambieranno il mondo, ma forse aiuteranno a rendere più sopportabile la tua vita.

© Sergio Tardetti 2024
Foto di di Rachel Claire da Pexels

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Roberto Gianinetti a Faenza

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