Punto rosa

Che prezzo ha il (dis)onore?

Per le donne palestinesi in Israele il prezzo dell’onore è ancora troppo alto

scritto per peacereporter da Margherita Drago

L’11 marzo 2008 una ragazza di 19 anni veniva quasi uccisa da suo fratello, nel suo villaggio di Na’ura, vicino ad Afula in Galilea. L’omicidio era stato pianificato da tempo ma, per fortuna, la ragazza si è salvata la vita fingendosi morta dopo essere stata ferita alla testa da una pallottola. Il fratello, preso in consegna dalla polizia, è stato applaudito e lodato per la sua coraggiosa azione dalla famiglia e dalle persone presenti alla scena. Il 16 marzo 2008 Sara Abu Ghanem 40 anni, è stata ferita in un altro tentato omicidio a Jawarish, quartiere di Ramla vicino a Tel Aviv. Aveva divorziato dal marito e voleva rendere ufficiale la sua relazione con un altro uomo, di religione ebraica. In sei anni Sara è la nona vittima d’onore nella famiglia Abu Ghanem. 8 donne prima di lei sono state uccise. Entrambe le storie testimoniano gli ultimi crimini d’onore registrati nel 2008 tra la comunità palestinese in Israele.
In Israele le donne palestinesi sono sottoposte a tre diversi tipi di discriminazione, che si sovrappongono come degli strati sotto la quale la vittima viene seppellita. La prima discriminazione avviene in tutto il mondo per lo stesso motivo: sono donne. In secondo luogo sono donne palestinesi in Israele, e per questo cittadine di serie B, in un paese dove la loro cultura e storia collettiva non viene riconosciuta: i palestinesi in Israele vengono indicati come arabi israeliani, denominazione che generalizza appositamente la presenza palestinese in Israele. In terzo luogo sono donne palestinesi e come tali discriminate nella stessa comunità araba di appartenenza.
La minoranza palestinese in Israele conta il 20 percento della popolazione e vive soprattutto in centri rurali e villaggi. A partire dalla Nakba del 1948, la nascita dello Stato di Israele, la società palestinese è passata da una leadership tradizionale a una forma politica più organizzata, che ha  cercato di lottare per l’uguaglianza dei diritti civili dei palestinesi in Israele, e di sviluppare un’agenda per unire la comunità palestinese in Israele. Cercare l’unità ha fatto sì che i problemi che le donne palestinesi affrontavano quotidianamente, inclusi i crimini d’onore, passassero in secondo piano in nome di una causa più “nobile” e importante. Parlare di crimini d’onore veniva percepito come un tentativo di rompere i delicati equilibri creatisi tra diversi gruppi politici e sociali all’interno della società palestinese, già sotto pressione del governo israeliano.
Nel 1991 al-Fanar è stata la prima organizzazione femminista palestinese a protestare contro l’uccisione du una ragazza da parte del padre. Il motivo era la gravidanza della figlia al di fuori del matrimonio. Il processo mise in luce che la ragazza era stata vittima di una violenza commessa da un parente, e che il padre ne era direttamente a conoscenza. Il tabù del crimine d’onore veniva sfidato pubblicamente per la prima volta all’interno della società palestinese in Israele. Prendere coscienza dell’esistenza del problema fu un grande progresso: durante gli anni ’90 sono stati fatti molti passi avanti, attraverso la formazione di coalizioni di attiviste e intellettuali palestinesi, che si inseriscono nella comunità locale. Grazie a centri anti-violenza, centri di emergenza, assistenza sociale, psicologi e avvocati, le vittime di violenza trovano supporto, aiuto e spesso un luogo sicuro dove rifugiarsi.
I crimini d’onore non sono scomparsi in Israele. Da una ricerca condotta da Women Against Violence, associazione palestinese di Nazareth, risulta che un “buon” motivo per uccidere può essere il “modo di vestire e comportarsi”, “fumare”, “lasciare la casa senza permesso”, “la richiesta di divorzio” o il “rifiuto di relazioni sessuali in matrimoni forzati”, “relazioni extraconiugali” o “voci di relazioni extraconiugali”. Eliminando l’elemento disturbatore, l’onore è ristabilito e la famiglia può continuare a essere rispettabile agli occhi della società. In una cultura dove la donna è vista come il ricettacolo dell’onore familiare, ogni suo gesto, il suo modo di parlare, di comportarsi, di vestirsi, si carica di significati e conseguenze sociali. Le bambine, le ragazze, le donne sono coscienti della loro responsabilità fin dall’infanzia. É questo il principale motivo per cui un’altissima percentuale dei crimini e delle violenze non viene denunciata. Il 55 percento delle donne non denuncia le violenze subite e il rapporto aumenta se si prende in considerazione anche la violenza sessuale all’interno del matrimonio.
La voce della donna rimane silenziosa anche in tribunale. La vittima spesso non è fisicamente presente all’udienza o le sue parole vengono usate a suo discapito: il suo comportamento ha provocato l’aggressore e lo ha forzato ad usare la violenza. I tribunali israeliani non danno molto peso ai reati d’onore in quanto visti come “una tradizione araba”. Il carnefice solitamente non viene punito con una pena adeguata, spesso solo 2-3 anni di carcere. “Queste sono le loro usanze, questa è la loro tradizione”  è la frase spesso registrata in tribunale, per giustificare i crimini d’onore come una questione interna alla famiglia. La negligenza della polizia e dei servizi sociali fanno il resto.
Grazie alla testimonianza della madre e di un’altra sorella, in marzo, il tribunale ha condannato a 16 anni Kamil Abu Ghanem per aver ucciso sua sorella Hamda nel 2007. Il corpo è stato ritrovato solo lo scorso gennaio. Queste due coraggiose donne hanno rotto il muro del silenzio che le circondava da troppi anni, a rischio della loro stessa vita, per interrompere la catena di omicidi nella loro famiglia. Il caso di Sara Abu-Ghanem è l’ultimo esempio, per le donne palestinesi in Israele l’onore ha ancora un prezzo troppo alto.

LE ESCLUSE di Gemma Volli: fra genere e storia

Maria Corti, studiosa di letteratura, considera l’autobiografia di Sibilla Aleramo, “Una donna”, uscito nel 1906, ‘una dichiarazione di guerra’. Originale “ritratto di signora” che, scegliendo di vivere ‘solo per sé’, attraversa la cultura italiana di mezzo secolo.
Scelta ardua, anzi impossibile per le “Le escluse” di Gemma Volli, che pubblica la sua raccolta di novelle nel 1938, presso l’editore Cappelli di Bologna. Provvidamente ristampata nel 2006 da Ibiskos Editrice, offre l’opportunità al lettore e allo studioso di indagare la condizione femminile nell’Italia del Ventennio e di godere di una letteratura di genere di buona qualità.
Il libro mette in scena una serie di figure femminili, donne ritratte nel passaggio fra giovinezza e maturità, quando, nel tentativo di costruire la propria vita, lo scontro fra aspirazioni e vincoli psicologici e sociali, può farsi drammatico. Donne che per debolezza psicologica, economica o sociale non riescono a sostenere il conflitto, accomunate tutte dalla medesima condizione di vinte. E gli echi verghiani, nel tema di un destino inesorabile coi deboli, nello stile asciutto e nello sguardo oggettivo, certo non mancano.
Se l’urlo dell’Aleramo è il segnale di una rivolta, l’amaro disincanto della Volli costituisce una specie di tregua prima del riscatto. Solo dopo la seconda guerra mondiale le italiane saranno parificate sul piano delle leggi e passeranno ancora anni prima che termini come ‘emancipazione’ e ‘femminismo’ acquistino significato non solo per le élites.
Molte cose erano già cambiate, in realtà, nel periodo che intercorre fra l’uscita dei due libri. Le donne, soprattutto quelle urbanizzate, anche in seguito all’esperienza della prima guerra mondiale, si erano affacciate in maggior numero al mondo della cultura e del lavoro.
Il Fascismo, pur con atteggiamenti non univoci, impone una sorta di freno, esaltando il modello di una società ‘maschia’ che attribuisce al femminile il ruolo di custode e garante dei valori maschili. Certo esistono nella pratica delle eccezioni. Negli ambienti intellettuali alcune donne giocano un ruolo importante, come in tutte le epoche, del resto. Margherita Sarfatti, entusiasta biografa del Duce, ne è un esempio. Ma anche Grazia Deledda, Ada Negri, per citare solo le più famose. La stessa Aleramo, dopo un vago antifascismo, riesce ad ottenere, per interessamento della regina Elena, nel 1933, una pensione di 1000 lire al mese. Esisteva un’Associazione nazionale fascista delle donne artiste e laureate, ma si trattava di ‘corvi bianchi’ o ‘pecore nere’ a secondo di come la si voleva intendere
Ugo Volli nella bella prefazione a “Le escluse” individua nel testo un dualismo, più che sociale o di genere, (gli uomini sono pochi e generalmente ininfluenti rispetto al destino femminile), fra debolezza e forza. Osserva come ogni successo vi emerga quale frutto della “necessaria dose di insensibilità e disprezzo” (pag. 27) e che nella scelta dell’autrice di mettere in scena coloro su cui il sipario resta perennemente calato, sta la vocazione “provocatoria” e scandalosa del libro, in un contesto culturale che tende alla retorica e al trionfalismo.
La maestra Paola, protagonista del racconto “Ai margini della felicità” osserva “che si fa più strada a essere cattivi, e che a esser buoni non si è apprezzati nemmeno dai propri parenti” (pag. 52). Morale che ritorna spesso: il successo come eco lontana di chi ha saputo tacitare ogni scrupolo, di chi ha oltrepassato la barriera morale che si frappone fra sacrificio di sé o degli altri.
Quel salto che Sibilla Aleramo riesce a compiere rinunciando al figlio, spezzando quel ricatto sentimentale cui i personaggi di Gemma Volli non sanno tener testa.
Se l’Aleramo è un simbolo di successo, “le escluse” rappresentano tutte coloro che in qualche modo la vita ha deluso, cui è stato sottratto qualcosa, in termini di affetti, di ruolo sociale, di riconoscimento. Cui resta solo la cruda coscienza del proprio soccombere.
Donne sole che già nel loro contesto familiare risultano marginali, orfane o figlie su cui, per carattere o altro, le madri non hanno investito. Che non avendo goduto dell’accoglienza materna non maturano fiducia in sé stesse e il cui tentativo di rivolta resta illusorio e velleitario. Grande intuizione dell’autrice di origine triestina, che certo non ignorava le moderne teorie psicoanalitiche. Donne che stentano a trovare una propria collocazione anche all’interno di ciò che la società destina loro: il matrimonio o comunque un lavoro di cura. La cui debolezza è innanzi tutto interiore, inermi di fronte a una condanna sociale sostanzialmente condivisa.
Sandra, protagonista de “Il peccato”, non a caso il racconto che chiude la raccolta, sconta con la morte della madre e un conseguente devastante senso di colpa, l’aver cercato in un amore gaio e leggero compensazione ad una vita tetra e sacrificata: “Mamma non morire, non lasciarmi sola col mio rimorso, perché io so di non meritare questa pena atroce. Io ti vorrò tanto bene, non cercherò altri affetti, non penserò ad altri che a te!” (pag. 215-216).
Dora de “La vinta che ritorna” è ormai rassegnata alla regola degli affetti per cui “è legge di natura amare di più chi pretende di più, dare più amore a chi pretende più sacrificio…Perché avrebbe dovuto volerle bene sua madre, proprio a lei che non le aveva mai chiesto niente…l’unica dei suoi figli che non aveva avuto bisogno…?”(pag. 139)
Quanto diversa la vicenda di Sibilla Aleramo, già da bambina indiscussa prediletta del padre, che giovanissima si muove nel mondo con “l’andatura rapida di persona affaccendata” (“Una donna” Feltrinelli 1997, pag19), sicura di sè tanto da suscitare soggezione, oltre che nei fratelli minori, alla stessa madre.
Anche Sibilla è una donna sola, ma la sua è una solitudine elettiva, che la pone ai margini per così dire ‘alti’ del suo ambiente e che la spingerà a cercare oltre i propri orizzonti anime a lei simili. L’isolamento de “Le escluse” è invece il segno della loro inconsistenza sociale e psicologica, il marchio di una colpa, la condanna di chi non riesce ad intravedere alcuna alternativa alla propria condizione.
Non riescono a costruire, tranne poche eccezioni, rapporti autentici, tantomeno un ambiente di riferimento, scontando spesso l’ostilità delle proprie compagne di sventura, perché, in una società che le marginalizza, la lotta è accanita. Solo la maestra Paola Sandri di “Ai margini della felicità” riesce ad intravedere per un po’ la possibilità di vivere in modo diverso, proprio attraverso la solidarietà, o almeno la simpatia di altre ragazze: “Aveva conosciuto ragazze che vivevano sole come lei, ma che lungi dall’avvilirsi, cercavano di approfittare della loro libertà…Come si divertì quell’anno! com’era soddisfatta di sé e degli altri! Soltanto quell’anno, il solo, in tutta la sua vita.” (pag. 52-54)
Torna in mente la vicenda della giovane maestra Ada Negri che proprio dalla condivisione della sua esperienza con altre compagne, trova impulso a una tenace autoaffermazione.
Anche la maestra Paola aveva sognato di “uscire dalla piccola vita, facendosi conoscere…in un modo o nell’altro” (pag. 46). Ma poi “ convinta dell’impossibilità di riuscire, si era rassegnata a vivere nell’ombra” (pag. 46).
Impossibilità e rassegnazione sono la vera cifra di tutte le storie, donne la cui unica forza si esplica nella capacità di servire e di sopportare, nella inesorabile fatica di un lavoro modesto, senza prospettive: “tutto ciò che aveva ottenuto nella sua vita lo aveva raggiunto con lenta e costante fatica” (pag.45).
Esse appartengono proprio a quella “gran folla delle inconsapevoli, delle inerti, delle rassegnate, il tipo di donna plasmato nei secoli per la soggezione” (Una donna, op. cit. pag 114), che la coraggiosa Sibilla compiange.
Che Gemma Volli conoscesse il mondo di quelle donne sole, impiegate, maestre, sarte…che la vita rischia ogni momento di sommergere, lo si può rintracciare nella sua biografia. Pur nata in una famiglia benestante, la morte precoce del padre le fece probabilmente patire il venir meno della sicurezza, quel sentimento della vita come qualcosa di stabile, di cui benessere e felicità costituiscono il naturale coronamento. Il lavoro delle sorelle, le borse di studio per accedere all’Università, poi l’insegnamento in giro per l’Italia e infine l’esclusione dalle scuole superiori per una legge fascista che riteneva le donne inadeguate a formare ‘virilmente’ i giovani italiani, sono tutti elementi che possono averla spinta ad avvertire una sorta di malinconica vicinanza a quel mondo che pure non era il suo. Della sua stessa madre, costretta ad affittare alcune stanze della grande casa, si trova forse eco nel personaggio di scià Silvia del racconto “In riviera” che, incappata nella sventura del suicidio dei propri inquilini, così si difende: “Io sono di buona famiglia, non sono un’affittacamere: ma ora sono costretta, per far studiare mia figlia…capirà, sono una povera vedova” (pag. 90).
Tutte creature che Gemma ha sfiorato, donne come lei, sulla natura e sul destino delle quali si è certo interrogata. Rispetto alle quali ha probabilmente anche marcato la propria differenza, prima fra tutte il possesso di quel grande strumento di riscatto e autovalorizzazione che è la cultura. Segnata oltretutto dalla peculiarità di una storia e di un’appartenenza che, pur nell’illusione della comune italianità, andava a configurarsi come qualcosa di ‘altro’. Gemma, ebrea triestina, era nata Wohl. Come molti correligionari della città era stata un’irredentista e aveva applaudito all’assegnazione di Trieste all’Italia. Ma proprio per la sua appartenenza regionale aveva avvertito prima di altri come il nazionalismo fascista mirasse alla cancellazione di ogni diversità, macchia dell’identità nazionale, avviando una campagna d’intolleranza verso gli slavi di quelle terre. Italianizzò il suo cognome in Volli. Contemporaneamente affluivano a Trieste profughi ebrei cacciati dalla Germania, perlopiù diretti in Palestina. Gemma si dedicò con passione alla loro causa. Lei stessa nel 1935 compì un viaggio in quelle terre ancora ‘esotiche’.
Insomma la radicalità della sua condizione di ebrea in un’Europa che si riscopre antisemita, procede di pari passo con l’incongruenza dell’essere donna in una società che esalta la forza virile come valore primario.
La doppia empasse dell’autrice, donna e ebrea, culmina proprio nel 1938, data di pubblicazione del libro e di promulgazione delle leggi razziali.
Perdita della condizione di ‘cittadina’, caduta di ruolo, ma anche di status economico, tutti elementi che sembrano risospingerla verso il mondo umile e affaticato delle escluse, ma da cui ancora una volta trova riscatto nella presa di coscienza, orgogliosa e consapevolmente assunta, della propria radice ebraica. Le donne, escluse dai privilegi, che tutto devono conquistare con la propria tenacia, meno abituate dell’uomo a fare del riconoscimento sociale misura del proprio valore, sembrano sopportare meglio dei loro compagni le situazioni difficili e i ribaltamenti della fortuna.
Che Gemma Volli, dopo il 1938 si dedichi in modo esclusivo a quella vocazione di storica dell’ebraismo, che già precedentemente si era manifestata, avviene nel segno di una discontinuità solo apparente.
Così l’Aleramo, dopo aver ritentato infinite volte di realizzare il sogno d’amore, quale perfetta armonia fra i sessi, si rassegna a quell’unico che sembra meno legato al capriccio del contingente, cioè quello verso l’umanità tutta, dedicandosi alla lotta politica.
Insomma due intellettuali che, pur attraverso percorsi e vissuti molto diversi, partono entrambe da una riflessione sull’identità femminile, tema che ad un certo punto sembrano accantonare in nome di una appartenenza più vasta e di una lotta più urgente.
Oggi in cui i diritti della donna sono di nuovo messi in discussione e in cui è necessario tornare a riaffermare quelli più elementari quali il diritto alla vita, all’istruzione, alla libertà di scelta, all’autodeterminazione, esistono di nuovo questioni più urgenti?
Le vecchie ideologie predicavano che solo nell’emancipazione dell’umanità si sarebbe realizzata anche quella femminile. Dopo il crollo di tante illusioni io credo esattamente il contrario: che solo la piena libertà della donna garantisca una società libera e democratica per tutti.

Gemma Volli – Le escluse.    Ibiskos Editrice Risolo  2006

Estetica e filologia di un carcere

La prigione non è una istituzione adatta alle donne

Elisabetta Liguori

Potrà in futuro esistere una società senza carcere? ”Questo interrogativo, assieme ad altri dallo stesso derivati, serpeggiava tra i sussurri della sala di Torre del Parco destinata alla giornata di studio sul tema delle “donne in carcere” il 12 giugno scorso. È passato qualche giorno, ma gli accenti di quella giornata intensa mi risuonano ancora nella testa.”

È passato qualche giorno, ma gli accenti di quella giornata intensa mi risuonano ancora nella testa.
Tutto è cominciato con la pubblicazione di un film reportage e di un saggio scritto per la Pensa Multimedia e la piena realizzazione di un progetto voluto fortemente da Caterina Gerardi, Rosamaria Francavilla e Sandra Del Bene. Tre donne dai grandi occhi.
Da quello tutto il resto. Il bisogno di approfondimento. Il passa parola. L’inquietudine. Donne che incontrano altre donne prima, ecc… come spesso accade. Perché le donne spesso segnano l’inizio di grandi trasformazioni. Da queste donne in carcere, in particolare, sono derivate Immagini, reazioni forti, legami, polemiche, dubbi, buoni e cattivi propositi.
Ma veniamo a questa giornata intensa, dunque.

Moltissime le donne in sala, sin dalla mattina. Tra le presenti all’inizio s’è insinuato il sospetto che si potesse finire per parlarsi addosso. Le donne diffidano delle altre donne. Si sa. S’agitavano, si salutavano cortesi ma sospettose, protestano per le sedie scomode, confrontavano abbigliamento e acconciature. Poi, al momento del buio e della proiezione, le immagini hanno avuto il sopravvento su ogni altra resistenza o vezzo. Dopo la visione è scattata istintiva la solidarietà, la riflessione silenziosa. I quesiti.
Tutto questo grazie ad un film che funziona, non v’è stato alcun dubbio a riguardo.

Fortunate le donne che sono riuscite a realizzarlo, incontrando tra le istituzioni coinvolte individui capaci di coglierne a pieno coraggio e potenzialità. Questo film ora c’è, esiste, resisterà nel tempo, possiamo (dobbiamo) usarlo nell’interesse collettivo, a prescindere da quello che sarà il destino futuro delle detenute che ne sono state protagoniste.

Personalmente, sin da subito mi sono resa conto che era valsa la pena far tre giri in macchina intorno all’isolato per trovare un parcheggio e poi decidermi ad acquistare un grattino che valesse l’intera giornata. La proiezione, infatti, ha subito generato tra i presenti un clima d’attesa, un bisogno del tutto rinnovato di capire meglio, di prendere tempo. Di utilizzare il tempo.
Qualcuno in sala ha parlato di docu-fiction, facendo riferimento alla dose massiccia di realtà presente nelle riprese ed alla rappresentazione (non finzione in senso stretto) che le detenute della Casa Circondariale di Borgo San Nicola di Lecce sono state capaci di dare di se stesse.

Non una sezione femminile comune, sia chiaro, ma la sezione ad alta sicurezza. Quella senza privilegi. Quella più oscura. Quella che cerca di contenere soprattutto il crimine organizzato, quello più pericoloso.
A distanza di giorni vedo e rivedo lo stesso riverbero nella mia testa. È la forza delle immagini. Le suggestioni visive devono aver avuto lo stesso peso dei suoni per le tre autrici di questo reportage.

Tutto è metallico. I colori ghiacciati, i rumori di chiavistello freddo, affiancati alle risate stracciate e grossolane e ai giri di luce solare rappresa in pochi metri quadrati. Ciascuno di questi elementi riesce a dare l’idea della sospensione, dello stop, dello spazio bianco da inventare.
Voci che si alternano ad altre voci, voci che sparano, poi frenano, tutte diverse eppure armoniche. Luci omogeneamente espanse dai neon, dentro le quali le detenute intervistate, una per una o tutte insieme, non riescono a nascondersi.
Piccoli dettagli di cella, stracci stesi sulle sbarre ad asciugare, rose di pezza in vasi di vetro, ciabatte che si muovono lungo corridoi grigi, unghie laccate di fresco, tatoo dettagliati come affreschi. Il ritmo del racconto offerto nei sessanta minuti di proiezione è alternato, le donne parlano a rotazione, s’inseguono, si sovrappongono, si contraddicono, così da garantire dinamismo e adesione emotiva. Nessun sentimentalismo, sia chiaro, solo malinconia e carattere.
È per questo che il film ha funzionato a mio avviso. Ha carattere.

Subito dopo il brusio, tra i presenti e la città con noi, ha preso vita il dibattito. Preliminare l’intervento della sociologa Monica Massari, dell’Università della Calabria. La sua è stata una dettagliata analisi storico-antropologica del crimine organizzato, dagli anni 80 ad oggi, e, soprattutto, dell’evoluzione del ruolo della donna al suo interno. La visione del film aveva punto l’uditorio a questo proposito.

Le detenute scelte per il video, con volti duri, mimica serrata e convincente, avevano lamentato una errata percezione del loro ruolo all’interno delle associazioni criminose da parte della magistratura, e il pubblico in sala aveva cominciato a chiedersi che donne fossero quelle: vittime o attrici consapevoli, protagoniste forti o fragili comparse? Normalizzatrici involontarie di contesti famigliari deviati o sostitute determinate ed essenziali?

Che legge è quella che le condanna? Quello che la sociologa ha voluto evidenziare partendo dal dato numerico (la statistica ci parla di un più ridotto numero di crimini femminili, trend mai posto in discussione) è stata proprio la differenza di genere, sia fuori che dentro il carcere, e la graduale evoluzione delle forme del crimine stesso nel tempo. L’alta sicurezza, in particolare, è una minoranza nella minoranza, ma una minoranza in evoluzione.
Non è mai facile per lo Stato gestire le minoranze, eppure oggi il legislatore ne sta prendendo contezza. Comincia a guardare al futuro.

Studia la natura del crimine, le sua particolarità, quanto le sanzioni dovute. La capacità di delinquere delle donne non ha più nulla da invidiare a quella degli uomini.
Sarebbe opportuno che le donne stesse lo riconoscessero, anche all’interno di un’esperienza come quella del carcere, per acquistare maggiore coscienza di sé, delle proprie capacità, per ripartire proprio da quelle, trasformando i propri errori in punti di forza, i propri vizi in qualità. Capacità relazionali, inventiva, creatività imprenditoriale, forza di carattere, verve emotiva.
Condizioni da usare non contro la società civile, ma per la società civile. È questo l’unico incipit possibile per un percorso di rieducazione autentica, per il vero reinserimento sociale dei detenuti. La società deve usare la materia di cui dispone al meglio. Deve farlo nel suo interesse.

Con questo tipo di consapevolezza personale e con la solidale volontà di istituzioni e della collettività tutta, forse si potrebbe davvero cominciare a parlare di futuro.
Perché il carcere dovrebbe poter costruire il futuro.

Tra i presenti alla giornata di studio, in molti hanno affermato che il carcere, così come è oggi, non è però una istituzione adatta alle donne. Perché non tiene conto delle differenze. Della maggior sofferenza femminile, del tessuto connettivo che si muove intorno ad ogni donna, del suo corpo, della sua natura, dei suoi sensi di colpa. Questa differenza non è discutibile. Dal punto di vista strettamente estetico, le celle delle donne sono diverse da quelle degli uomini.

Come ha rilevato con forza anche la rappresentate dell’associazione Antigone, Paola Bonatelli, che da sempre si occupa degli spazi carcerari e della vita al loro interno, il caffé delle donne è sempre sul fornello, i pavimenti sono lisi ma sorprendentemente lindi.
Odore di bucato nell’aria, punti di colore sparso, qualche risata. Dal punto di vista comportamentale le donne sono sempre indaffarate in qualcosa, cercano di impegnare fisico e anima, sanno intessere relazioni stabili, creare piccoli gruppi, pur senza sentirsi parte di una categoria in senso ampio, non sono preda di codici fissi, parlano, parlano, parlano, dicono di sé e degli altri, esprimono il disagio, non si adattano, reagiscono e di conseguenza sono indotte a far un uso più massiccio di psicofarmaci.

Esiste un surplus di sofferenza per loro? Sembrerebbe proprio di sì. Perché le donne sono bachi da seta. Lavorano fili, creano legami, costruiscono connessioni e ne sono quindi responsabili. Sempre. In contesti deviati, disgregati, marginali, come nella normalità o nella piena integrazione.
È dato storico e culturale incontrovertibile: le donne si curano del mondo, pensano al futuro e in qualche maniera lo partoriscono, anche quando non mettono al mondo figli.
Un’esperienza d’interruzione e sosta dolorosa come è il carcere recide dunque tutti quei fili. Punisce e cancella. Priva le donne del loro ruolo, le isola e viola, molto di più di quanto non faccia per gli uomini, scatenando sensi di colpa profondissimi nei confronti dei figli, della famiglia, della casa, dei luoghi abbandonati.

E quando parliamo di donne parliamo inevitabilmente di bambini. Di queste appendici. Debito e credito fondante le loro esistenze. Cosicché l’idea di carcere si intreccia con infinite variabili forme d’amore e sofferenza.
Sarebbe dunque giusto pensare ad un carcere femminile diverso? Che sia retributivo, ma anche umano? O forse ad un carcere diverso per tutti, più in generale? Ecco il punto dolens dell’intera giornata di studio. Ecco la necessità di approfondimento filologico intorno ai discorsi sulla vita carceraria. A chi giova il carcere? Cosa è il carcere? Come lo si può rappresentare?

Tra le relatrici Silvia Baraldini mi è parsa la più sicura di sé. _ L’esperienza pregressa e prolungata, presso diversi carceri nazionali e non, ha fatto di lei una donna diversa: lucida, determinata, disinvolta, ed ha reso il suo intervento ancor più pungente, carico di pathos, in qualche modo più spettacolare degli altri, ricco di spunti esotici e internazionali. Miratissimo come un tiro di fonda dritto al bersaglio.

Il cambiamento delle carceri in Italia e nel mondo, ha detto Silvia, non può che coincidere con il cambiamento degli stessi detenuti, deve essere opera loro, passare per le loro mani, la loro volontà, senza che questo significhi, ovviamente, rinunciare alla sicurezza sociale che ogni società civile pretende. Nessun paternalismo, quindi, ma riconoscimento di diritti, doveri e potenzialità diversificate. Mai fare delle detenute dei mostri o peggio delle martiri, madri demoniache o inette e addolorate, ma donne. Donne consapevoli. Donne capaci di scelte.

Aldilà delle serena maturità della Baraldini, la giornata di studio del 12 giugno è stata comunque segnata da una giusta inquietudine. Conoscere il carcere, discernere nel carcere, cambiare il senso del carcere. Bilanciare gli interessi giuridici che girano intorno all’istituzione carceraria, oggi più che mai al centro di cronaca e approfondimento. Farlo subito.

Ecco “bilanciare” è il verbo chiave quando si parla di giustizia.

Il magistrato di sorveglianza di Lecce, Silvia Dominioni, con il suo intervento finale ha saputo mettere in evidenza, in via di necessaria sintesi conclusiva, proprio questo sforzo estremo e primario.
Il carcere è senza dubbio ultima ratio.
È l’ultimo passo di un primo percorso articolato e il primo di uno successivo, ancor più complesso. Il legislatore è attentissimo a questo e di recente sono state compiute molte scelte politiche e giudiziarie del tutto innovative.

Forse un maggior coraggio legislativo e l’attribuzione di una maggiore discrezionalità alla magistratura di sorveglianza, così da consentire alla stessa di distinguere caso da caso e decidere di conseguenza (perché la vera democrazia si cela sempre nel rispetto delle differenze) avrebbe giovato, ma gli anni in corso hanno comunque evidenziato una particolare sensibilità pubblica nei confronti delle diverse realtà carcerarie.

Eppure il carcere c’è. C’è ancora. Ed è sempre conseguenza di una responsabilità penale personale. Come ogni altro atto giudiziario, è figlio di un equilibrio tra contrapposti interessi di pari dignità. Diritti, giustizia e legge. Il diritto delle vittime e quello del reo. I figli del reo e quelli delle vittime. Il bisogno sociale di sicurezza e quello del recupero di chi ha sbagliato. Il giudice è chiamato a servirsi della legge per mediare e far giustizia. Un compito difficile, che delegittimare o sminuire è un errore, le cui conseguenze potrebbero essere incalcolabili. A ciascuno quindi la sua parte. Donne e uomini. È necessario che ciascuno recuperi il senso del proprio ruolo: che la famiglia educhi, che l’insegnante insegni, che le donne crescano, che l’uomo edifichi, che il magistrato costruisca giustizia ed equilibrio, che la società accolga chi vuole essere fattivamente riaccolto.

Possiamo confermarlo: la proiezione cinematografica del 12 giugno scorso ha funzionato. Ha partorito sogni e incubi. E domande. Molte domande. Il cinema funziona così. In una società ideale in cui ogni ruolo sia inteso come fondamentale, ogni differenza rispettata, ogni bisogno riconosciuto e bilanciato, ogni competenza sviluppata, il carcere potrebbe divenire una scatola inutile. Potrebbe. Ma potrebbe anche non accadere mai.
Magari al contrario, senza saperlo, ci muoviamo verso case di costrizione sempre più affollate, odiose, disumane, inevitabili; magari stiamo costruendo con le nostre stesse mani orride sbarre di metallo intorno al nostro universo libero. Magari è così. Sogni e incubi e l’impegno che ne deriva.
Sì, per quel che mi riguarda posso dirlo, il film ha davvero funzionato.

il paese delle donne, 19 giugno 2008

Donne nel dopoguerra

Un catalogo fotografico per la storia del Centro italiano femminile
di Gianna Proia

Un volume per dare una memoria storica visiva al Centro Italiano Femminile. A cura di Fiorenza Taricone è stato pubblicato di recente il catalogo fotografico dal titolo Donne nel dopoguerra. Il Centro Italiano Femminile 1945-2005: una storia per immagini.

Fiorenza Taricone, è studiosa da tempo dell’associazionismo in Italia tra l’Ottocento e Novecento e dell’evoluzione dei diritti civili e politici. Tra i tanti volumi di cui è stata autrice, Teresa Labriola: biografia politica di un’intellettuale fra Ottocento e Novecento, Ausonio Franchi: democrazia e libero pensiero nel XIX secolo, Isabella Grassi (diari 1920-21). Associazionismo e modernismo, Teoria e prassi dell’associazionismo italiano nel XIX e XX secolo; l’ultimo in ordine di tempo ha riguardato la figura di un appartenente al pensiero sansimoniano che svolse un ruolo cruciale nel movimento di liberazione femminile nella Francia del primo Ottocento: Il sansimoniano Michel Chevalier: industrialismo e liberalismo, pubblicato lo scorso anno.

In quest’ultimo volume, la curatrice ha ripercorso, come rivela il titolo, la storia, le tappe fondamentali del CIF attraverso le immagini, tanto da costruire un excursus storico per immagini dell’associazione dalle origini alla contemporaneità. “In primo luogo – ha precisato – si vuol far parlare le immagini. In secondo luogo, visualizzare l’intreccio teorico e operativo della sua azione. In terzo luogo, evidenziare i rapporti collaborativi con quegli uomini e quelle donne che tanta parte hanno avuto nella storia della Repubblica”.

F. Taricone con molta precisione ha illustrato le nove sezioni in cui è stato diviso il catalogo, dando la possibilità alle lettrici e ai lettori di rivivere avvenimenti, rivedere volti di persone che hanno segnato le tappe più significative del cammino: Angela Cingolati Guidi, Maria Unterrichter Jervolino, Tina Anselmi, Maria Federici solo per fare qualche nome, donne della Costituente quindi, della Repubblica, dell’associazionismo.

La prima sezione è dedicata alle linee direttive del Centro Italiano Femminile, esplicitate nello statuto elaborato nel settembre 1944, la seconda mette in evidenza l’impegno sociale e politico, come si configura attraverso l’elaborazione dei primi statuti e l’azione in merito alla condizione femminile.

I compiti a cui le donne erano chiamate a impegnarsi erano contenuti in un opuscolo “sorto dalla necessità di raggruppare e coordinare le forze femminili di attiva e franca professione cattolica, in vista dei grandi compiti morali, sociali e civili che la pace affiderà alla responsabilità della donna italiana”. La donna doveva, quindi, essere pronta a sostenere principi morali e sociali, a difendere la famiglia, e a contribuire alla ricostruzione del Paese.

Dedicata al lavoro è la terza sezione che illustra le tante attività lavorative che impegnavano quotidianamente le donne. “Il Cif ha avuto il merito di sapersi distaccare da una visione originaria cara agli ambienti cattolici non progressisti della donna lavoratrice che, in quanto tale, sarebbe stata di disgregazione dell’unità familiare. Pur dando la precedenza a quest’ultima, erano riconosciuti alle donne i meriti del doppio lavoro, svolto in casa e fuori, e il valore economico di uno stipendio aggiuntivo, anche se quello del capofamiglia restava la fonte di reddito primaria”. Il volume contiene foto che mostrano le diverse attività che impegnavano le donne: i lavori sartoriali, le donne al telaio, le tipografe, le donne che svolgevano lavori in muratura, le venditrici di agrumi e di vino, le impagliatrici, le donne che lavorano in miniera, fino ad illustrare le prime due donne commissari di polizia: Anna Maria Jannuzzi Coniglio e Francesca Milillo Taldone.

“Con il progredire della scolarità femminile – ha sottolineato F. Taricone – si riconoscono via via anche le ambizioni professionali e intellettuali delle giovani generazioni, che cercano di farsi spazio in un mondo lavorativo a totale dimensione maschile. Il Cif affianca le iniziative di numerose associazioni femminili e soprattutto azioni legislative tendenti a capovolgere le discriminazioni cui erano fatte oggetto anche donne provviste di curriculum e titolo di studio adeguato”. Il Cif cambiò anche la visione della famiglia “vista non solo come luogo di conservazione e riproduzione di valori, ma anche e soprattutto come luogo di solidarietà e di apertura alla società”, con una modificazione dei ruoli maschili e femminili, genitoriali e affettivi. L’idea di indissolubilità della famiglia portò comunque il Cif a schierarsi contro i progetti di legge divorzisti a partire dagli anni Sessanta.

“Dell’attenzione all’istituzione familiare è testimonianza sia il lavoro assiduo di studio che il Cif dedica alla riforma del diritto di famiglia, sia l’interesse per i consultori come strutture di sostegno; infine, il Centro incontra nelle sue riflessioni sulla famiglia anche quelle legate alle politiche sulle pari opportunità, attinenti alla conciliazione dei ruoli e dei tempi all’interno delle famiglie, con il coinvolgimento inevitabile della partnership maschile, operando negli organismi preposti quali la Commissione Nazionale per le Pari Opportunità fin dal suo nascere con la presenza di Alba Dini, presidente del Cif dal 1997 al 2003, e di Maria Chiaia, presidente dal 1988 al 1997. (15) A chiudere la sezione sono due foto che ritraggono rispettivamente una manifestazione di uomini e donne medico e un corteo di lavoratori e lavoratrici a Roma negli anni Settanta.

La quarta sezione è dedicata al settore dell’educazione, la quinta illustra l’impegno profuso nella società civile e politica, la sesta pone l’attenzione alle generazioni del futuro e il cammino dell’idea d’Europa, la settima delinea i momenti più significativi delle udienze papali, l’ottava è dedicata alla cura della memoria storica e la nona al materiale tratto dal periodico del Centro Italiano Femminile.

L’attenzione del Cif andava, quindi, dall’educazione, al lavoro, dai giovani alla famiglia fino all’idea di Europa. Nel V Congresso nazionale dedicato all’Educazione della donna, alla conoscenza dei suoi doveri e diritti del 1953 il catalogo mostra l’on Maria Federici. In una foto compare lo stendardo del Cif con il motto che era stato di Santa caterina da Siena, patrona del dell’associazione: “Non si dorma più che noi siamo chiamati e invitati a levarci dal sonno. Dormiremo noi nel tempo che i nemici nostri vegliano?”.

Il Cif promuoveva incontri, dibattiti, cicli di conferenze per informare e sensibilizzare l’opinione pubblica su questioni rilevanti e il catalogo ha ripercorso attraverso le immagini le tappe dell’evoluzione di un pensiero e di un impegno che ha sviluppato il Centro in modo originale, ispirandosi con lungimiranza all’idea di una democrazia solidale e paritaria.

“Le immagini – ha sottolineato F. Taricone – riflettono ciò che era realmente nelle intenzioni del Centro: l’agire come un segnalatore delle conquiste, ma anche dei nodi della modernità e della contemporaneità, dell’importanza del quotidiano in cui erano tollerate eccessive disparità sociali a danno dei deboli e dei non protetti; ciò restituisce a noi oggi, attraverso una testimonianza tangibile come la fotografia, una ulteriore possibilità di conoscenza e di riflessione su un passato che in termini di realtà è prossimo, ma appare più remoto e meno afferrabile di quanto la vicinanza del tempo faccia credere” .

Taricone Fiorenza (a cura di), Donne nel dopoguerra. Il Centro Italiano Femminile 1945-2005: una storia per immagini. – Roma: Edizioni Studium, 2005.

il paese delle donne, 23 marzo 2008

Protestantesimo e differenza sessuale: storia di un incontro

Maria Paola Fiorensoli
Luce Irigaray la definì “forse l’unica grande rivoluzione riuscita del Novecento”. Parlava del percorso di movimenti femministi che avevano introdotto il pensiero della differenza e allargato lo sguardo a tutte le componenti e le variabili dei vissuti, ripensando il mondo.

Che cosa succede quando il pensiero della differenza incontra un percorso di fede, si è chiesto un gruppo di donne diverse per età, lavoro, formazione professionale e inserimento nelle chiese, gravitante intorno alle Valle Valdesi? Dopo un lungo confronto e scavo, nel partire da sé, Sabina Baral, Ines Pontet, Giovanna Ribet, Toti Rochat, Francesca Spano, Federica Tourn e Graziella Tron, hanno pubblicato La parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi, aggiungendovi le riflessioni di Franca Long “sull’altra metà del cielo”, di Daniela Di Carlo sul pastorato femminile, di Bruna Peyrot sui linguaggi di confine (memoria e identità tra storia e letteratura) e altre. Nelle sue tre parti (Da dove veniamo; pensiero della differenza sessuale e ricerca teologica; storia e genealogia), e nella postfazione dedicata alla nascita del libro, le curatrici “esplorano il territorio dei padri per incontrare l’ombra delle madri”, recuperando “la complessità delle vite umane”, “le parole della riscossa del movimento delle donne” ed esperienze di un passato vicino e lontano.

Il rimando al Museo della donna del Serre (Val d’Angrogna, Torino), aperto, nel 1990, dall’Unione femminile valdese locale dopo una significativa ricerca sulla propria genealogia femminile valdese e protestante, fa emergere maestre, balie, diaconesse, istitutrici, emigrate, missionarie, operaie, contadine attraverso oggetti, diari, lettere, fotografie. Più lontano l’incontro con le valdesi medievali; più recente quello con le suffragiste.

L’ampio spazio dedicato “alle portatrici del femminismo dell’uguaglianza e del pensiero della differenza”, nel secondo dopoguerra, offre un percorso critico e autocritico, che nomina le contiguità e le divergenze con le donne della Libreria di Milano e della Comunità filosofica di Diotima, di Verona, cui è tributato “un debito di pensiero” per il forte senso di liberazione per le donne; la distinzione tra autorità e potere; il carattere politico fondamentale della relazione tra donne che permette di superare l’amicalità selettiva e appartenere al genere che annulla le differenze.

Forti della ricchezza ermeneutica del partire da sé, le curatrici analizzano, con “riconoscenza critica” le “resistenze interiori” all’origine delle divergenze con il pensiero della differenza, attraversando la tradizione protestante per rintracciarne le cause: diversità delle rispettive formazioni teologiche; diffidenza verso l’affidamento in generale per la fortissima valorizzazione della libertà di coscienza individuale; polemica antiritualistica; difficoltà, di chi è portatrice di una lunga tradizione, d’accettare le scoperte del discorso sull’ordine simbolico; timore di confondere la dimensione simbolica con quella dell’immaginario; esperienza storica di comunità perseguitata e poi tollerata che spinge a privilegiare il concetto di responsabilità e osteggiare l’estraniazione.

Ribet G., Rochat T., Spano F., Tourn F, Tron G.
La parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi.
Torino: Claudiana, 2007; Isbn 978-88-7016-705-4.

Il paese delle donne, 13 febbraio 2008