Fac-simile d’amore

di Ghismunda

Carissimo/a

sei la persona a me più vicina, più intima.

Di me, tutto, o quasi, sai; di me, tutto, o quasi, hai condiviso.
Scusa per il “quasi”. Ma per quanto uniti due possano essere, resta sempre un margine di impenetrabilità, di mistero, che ci rende altri dall’altro, pure così caro, pure così amato. Che ci fa restare due. Nessun amore (e nessun potere) arriva a possedere tutto dell’altro e disporne totalmente. In ciò che resta “fuori” e non si lascia raggiungere, sta, in fondo, la possibilità della libertà. E l’unicità, l’irriducibilità di ogni essere umano. Nel rispetto di ciò che resta “fuori” e non si lascia raggiungere, sta, in fondo, la cifra dell’amore vero.
Non so quello che la vita possa ancora riservarci, di bello e di brutto, di buono e di cattivo.
Ma bisogna prepararsi. Al male, soprattutto. Al bene, si presuppone, si è sempre pronti, ammesso che lo si sappia riconoscere ed apprezzare. Al male è più difficile, si preferisce non pensare. Tutt’al più sperare. Nella fortuna. Ma oggi non basta. Oggi sono intervenuti cambiamenti importanti, sociali e scientifici, che impongono, a ognuno di noi, di non abbandonarci passivamente a quello che verrà.
E’ per questo che ti scrivo.
Non credo che al momento esistano moduli ufficiali da riempire. Forse ci saranno, ma ci vorrà tempo e non posso aspettare che un Papa ci ripensi perché la legge, come succede da noi, si adegui. E poi, consegnare le ultime volontà al linguaggio freddo e spersonalizzante della burocrazia non mi piace.
Potrei, come tutti, ammalarmi. Potrei, come tutti, morire.


Già vedo all’opera tutto il repertorio di gesti ed oggetti scaramantici che la fantasia umana ha escogitato nel tempo come superstiziosa rassicurazione. Repertorio, purtroppo, non solo umoristico, ma sottilmente pericoloso nel suo invito a scongiurare e rimuovere dalla realtà e dal pensiero, soprattutto, eventualità che invece bisogna guardare in faccia per saperle poi affrontare.
Io amo la vita. Ma la vita, per me, non è solo un muscolo che pulsa.
Per me la vita è coscienza, relazione, ri-flessione.
E’ parola, com-unicazione, amore dato e ricambiato.
E’ lettura, è scrittura. Creazione.
E’ esser-ci, non solo essere. E’ vivere, non mero esistere.
Se un giorno, per me, la vita non fosse più tutto questo, non sarebbe più vita.
Anche se una macchina mi tiene in vita.
Sarebbe la sua negazione, peggiore della morte stessa, che almeno porta con sé il rispetto e il silenzio della sua inevitabilità naturale e livellatrice.
Se non potessi esprimere in qualche modo la mia volontà; se mi trovassi nell’impossibilità di dire basta alla mia non-vita prolungata indefinitamente e inutilmente:
ti chiedo, ti prego, di farlo tu per me;
ti chiedo, ti prego, di lasciarmi andare, di rispettare quel margine intoccabile di libertà di cui ti parlavo all’inizio;
ti chiedo, ti prego, di spegnere quella macchina, di tagliare quei fili, di togliere quei tubi, di staccare quelle spine;
ti chiedo, ti prego, di darmi la dolce morte, di accompagnarmi con tenerezza e amore nell’ultimo viaggio.
La mia mano chiusa nella tua.
Altro non chiedo, altro non prego.
Forse dovrai lottare per questo. E cercare le persone o la persona giusta.
Avrai contro coloro che si ergono a padroni della vita altrui, in nome dell’invenzione religiosa. Sono forti, costoro. Hanno imparato, nei secoli, dall’alto delle loro cattedre e avvolti nei loro paramenti da satrapi, a dominare le coscienze. Con la paura e il ricatto dell’aldilà.
Ma tu sai che per me non c’è aldilà; che per me anche dopo la morte resta solo un aldiqua: quello che andiamo ad occupare nel ricordo di chi ci ha amati e continua ad amarci, nella continuità di una corrispondenza più viva dopo la morte di quanto consenta una sopravvivenza meramente vegetale.
Se c’è da lottare, dunque, lotta per me e rifiuta per me l’ipocrisia di quei conforti religiosi che sono così pronti, del resto, a negare a chi non si adegua e non si piega. Fa’ che il mio rifiuto preceda il loro rifiuto. E che al posto di sconosciuti dalle vesti tristi e solenni, ci siano solo i nostri cari ed i nostri amici; e che al posto del rito e delle formule di rito, ci siano solo parole liberamente dette e ricordi spontaneamente sorti.
Forse una lettera così oggi si chiama “testamento biologico”. Forse dovrei fare in modo, nella società della forma che determina la sostanza, che essa sia riconosciuta “dopo” come indubitabilmente mia, espressione della mia libera volontà e non di una qualche forma di raggiro o di estorsione che i padroni della vita altrui si affanneranno a sospettare o a dimostrare.
Ma trovo ridicolo certificare che io sono io e che le mie parole sono le mie parole.
Non basta che tu lo sappia?
E’ per questo che non credo di dover aggiungere o fare altro.
Solo riprendere con te la mia vita di tutti i giorni; solo vivere vivere vivere e non pensare più ad una lettera come questa. Che però c’è.

Con amore

Tuo/a

Premio Letterario “Antonio Cardinali” di Ellera Umbra. VIII edizione

La voce di Ghismunda, 5 novembre 2007

2 commenti su “Fac-simile d’amore”

  1. Mirella Monesi

    Cercavo e ho trovato.
    Grazie.
    Scusatemi se le giudicherete fuori luogo: parole che di seguito ho fermato e intitolato:
    “Addormentare l’ultimo buio”.
    Morire é solitudine,
    letto di fiume
    abbandonato,

    crepa deserta della terra,
    breccia richiusa,
    nel muro infinito.

    Tomba é l’assenza
    di arabeschi,

    nascosti e rivelati,
    dello sguardo e della voce.

    Morire é una danza finita.

    E’ l’ora invisibile

    della traiettoria
    imparata dai gabbiani,

    in un giorno di vento.

    Tace la culla del mare.

    Ma ecco, é il tempo
    questo,
    nero e dolente,

    di addormentare anche
    l’ultimo buio:

    ninna nanna.

    “Sulla tua bocca amara,
    socchiudi il silenzio,
    ascolta ancora:

    Con gli occhi ho tagliato la luce del giorno
    come un disegno bambino o
    o un’ala dimenticata dall’ angelo.

    E il foglio di questa ora,
    ha lassù
    un ritaglio di luce,

    abitato ancora dal giorno,

    e sotto il rettangolo,
    nell’umido buio
    che sempre avanza,

    due montagne si abbracciano,
    come balene stanche.

    Come noi,
    Qui.

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