A quale scopo una pena distruttiva e immutabile?

di Vincenzo Andraous

Come è possibile proporre di abrogare la legge Gozzini, una normativa che negli anni ha consentito di migliorare le persone in carcere, di fare davvero promozione umana, una prevenzione non fondata sulla vendetta, su quei sentimenti che non consentono giustizie sociali né pace per alcuno?
Perché è vero: la violenza regna dove l’ingiustizia ingrassa.
Conosco il sentire comune del “chi sbaglia paga” e la difficoltà a coniugare una giusta e doverosa esigenza di giustizia da parte della vittima di un reato, con una possibilità concreta di riscatto e riparazione in chi ha offeso l’altro.
Pagare il proprio debito alla società non può significare la creazione di una nuova dimensione di violenza, in una pena distruttiva e immutabile, che non consente di fare i conti con il peso delle proprie colpe, con le lacerazioni che hanno prodotto la rottura del vivere civile.
Quanto è difficile chiedere perdono in queste condizioni?
E quanto essere perdonati?
Ciascuno vive il suo presente in funzione delle scelte fatte nel passato, non per un sottile gioco delle maschere, ma perché le azioni del cuore, se non condivise, non consentono di essere scelte.
Allora ricostruirsi sottende capacità e forza per riparare al male fatto, richiama l’altro-gli altri ad accorciare le distanze, affinché l’uomo chieda perdono non con le parole, né con la pietistica abbinata alle più alte autorappresentazioni, bensì nei gesti ripetuti, nei comportamenti quotidiani.
Rimangono le responsabilità e gli abissi dell’anima, nulla è cancellato, niente è dimenticato, ma sentire dentro il bisogno di perdonarsi, di avere pietà di se stessi, indica la via maestra per l’altro bisogno: essere perdonati per ciò che si è nel presente, nella consapevolezza degli errori disegnati a ogni passo in avanti, condividendo quel bene comune che è intorno a noi.
Perdonarsi e chiedere perdono è voce che parla al cuore con note forti, per tentare di tramutare l’ansia e il dolore delle vittime in una riconciliazione che sia cambiamento fruibile per la collettività tutta.
Penso che una vendetta che ripara teatralmente non produca nulla di positivo, e neppure un carcere che mantenga inalterata la follia lucida di chi ha commesso un reato.
Accontentarsi di chiedere maggiore severità nelle pene da espiare, induce la persona detenuta a convincersi di aver pareggiato il conto, di aver pagato quanto dovuto.
Invece, riconoscere il bisogno di perdonarsi e perdonare, sottolinea l’urgenza di un percorso umano ( non solo cristiano ) nella condivisione e reciprocità, nell’accettazione di una possibile trasformazione e di un fattivo cambiamento di mentalità.
Cancellare la Riforma Penitenziaria o legge Gozzini?
A ognuno di noi spetta il compito di diventare un entronauta, un viaggiatore contempl-attivo, persino in carcere, in una pena finalmente accettata e vivibile.

1 commento su “A quale scopo una pena distruttiva e immutabile?”

  1. Il commento dell’Osservatorio sulla legalita’

    Crediamo nella funzione rieducativa della pena e siamo consapevoli che – tranne eccezioni – essa non si realizza nel nostro Paese, a causa del sovraffollamento delle carceri e dei modesti fondi destinati alla giustizia, pur esistendo invece progetti qualificati e qualificanti (cooperative agricole, teatro, biblioteche, apprendistato, etc) promossi da organizzazioni di volontariato o dall’amministrazione.
    Siamo anche consapevoli che per chi ha commesso piccoli reati – soprattutto per i minori – il carcere e’ spesso addirittura diseducativo e che per questi si dovrebbero trovare fin da subito pene alternative, come gia’ in parte viene fatto con l’affidamento in prova ai servizi sociali.
    Riteniamo peraltro che non si debba abolire la legge Gozzini e che il pdl mirante a tale scopo presentato dal senatore Berselli sia il veicolo per altre ingiustizie che rendono sempre piu’ la giustizia italiana forte con i deboli e debole con i forti (e con i furbi), anche grazie a sanzioni divenute assolutamente sproporzionate, a seguito di depenalizzazioni ed indulti per i reati dei ‘colletti bianchi’.
    Tuttavia, a nostro avviso, oltre ad una dimensione laica della questione ‘perdono’ (la nostra e’ un’associazione aconfessionale in ossequio al principio costituzionale della laicita’ dello Stato), va sottolineato che il perdono non puo’ essere unilaterale: “sono cambiato, mi perdono” e che da parte di chi ha “sbagliato” (ma spesso si tratta di scelte criminose pienamente consapevoli, premeditate e a volte reiterate) ci dovrebbe essere la volonta’ di espiare, non la pretesa di non farlo.
    La questione va invece vista come riconciliazione fra chi ha sbagliato e la societa’, passando in primis per le vittime e le loro famiglie, quando si tratta di reati gravi (stupri, omicidi, stragi, e simili). E’ il percorso fatto in Sudafrica e in Ruanda, percorso che passa per l’ammissione del malfatto, la richiesta di perdono e il risarcimento morale (e talora materiale).
    Metodo che non presuppone un automatismo (posso delinquere, tanto poi mi ‘pento’ e me la cavo con poco) e che riteniamo possa essere applicato anche da noi, ovviamente a tutti quelli che lo hanno meritato, non solo ad alcuni privilegiati.

    http://www.osservatoriosullalegalita.org/08/int/07/090gozzini.htm

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