Le ragioni ignorate del pacifismo

di Giorgio Beretta

Ad oltre cinquanta giorni dall’invasione militare russa in Ucraina non accennano a placarsi le accuse nei confronti dei pacifisti. Una lunga lunga serie di epiteti è stata impiegata per etichettarli. Da quelli più volgari (“putiniani”, “filo-russi”, “pacifisti in poltrona”), a quelli più raffinati (“equidistanti”, “non interventisti”, “pacifisti passivi”) fino a quelli apparentemente più cordiali e, proprio per questo, più insidiosi (“utopisti”, “anime belle”, “pacifisti integrali”). Nonostante siano costantemente chiamati in causa nel “dibattito pubblico”, raramente sono stati invitati a presentare le proprie posizioni tanto che sorge spontanea una domanda: cosa hanno davvero detto i pacifisti? Proverò a rispondere richiamando alcuni interventi delle principali associazioni nazionali e di alcuni esponenti del pacifismo, tra cui alcuni dei miei.

Prevenire la guerra con la neutralità attiva

Un mese prima dell’aggressione militare della Russia all’Ucraina, con un comunicato stampa la Rete italiana pace e disarmo ha chiesto all’Italia e all’Europa di promuovere un’iniziativa di neutralità attiva per ridurre la tensione e favorire un accordo politico negoziato nel rispetto della sicurezza e dei diritti di tutte le popolazioni coinvolte, chiarendo la propria indisponibilità a sostenere avventure militari. In un successivo ampio documento, Rete italiana pace e disarmo ha spiegato cosa intende con “neutralità attiva” – che non è equidistanza – ma è ancorata al diritto internazionale con un effettivo impegno per una reale de-escalation militare, sostenendo la neutralità dell’Ucraina come parte del processo di distensione regionale e attivando un dialogo diretto tra le istituzioni europee, a partire dal Consiglio d’Europa, e la Federazione Russa, in una logica di sicurezza condivisa, di cooperazione e di promozione dei diritti umani e della democrazia. A partire da queste proposte, Rete italiana pace e disarmo insieme a numerose altre associazioni ha promosso la manifestazione del 3 marzo a Roma che ha preso il via esprimendo la chiara condanna dell’azione militare in Ucraina da parte della Federazione Russa, manifestando massima solidarietà alle popolazioni coinvolte e sostenendo tutti gli sforzi della società civile pacifista e dei lavoratori e lavoratrici in Ucraina e Russia che si oppongono alla guerra con la nonviolenza.

Le forniture militari italiane alla Russia

A chi accusa i pacifisti di essere “putiniani”, le associazioni pacifiste hanno ricordato che, a differenza di diversi rappresentanti politici italiani, hanno sempre denunciato le violazioni dei diritti umani e civili nella Russia di Putin. E che sono stati i primi – quando l’Italia nel 2011 con il governo Berlusconi ha cominciato a vendere armamenti alla Russia – a chiedere di revocare quelle vendite perché erano in palese contrasto con le norme della legge nazionale 185/1990 che vieta di esportare sistemi militari a regimi repressivi e che sono coinvolti in conflitti armati. Esportazioni che sono continuate anche dopo l’invasione russa in Crimea nonostante l’embargo di armi decretato nel luglio del 2014 dall’Unione Europea nei confronti della Russia. Con un’appendice che rivela la spregiudicatezza negli affari da parte del comparto militare-industriale: il tentativo di esportare in Ucraina i 94 blindati Lince che erano stati inizialmente destinati alla Russia ed erano bloccati per via dell’embargo. Un’iniziativa che fu prontamente denunciata da parte di Rete Disarmo e che portò il ministero della Difesa a smentire pubblicamente le notizie già diffuse dal governo ucraino.

No alle forniture di armi all’Ucraina

Rispondendo agli interventi di Luigi Manconi e di Gad Lerner, il presidente del Movimento Nonviolento, Mao Valpiana, ha esplicitato le motivazioni che hanno portato le associazioni pacifiste a contrastare la decisione del governo di inviare armi all’Ucraina. “L’invio delle armi non sposta nulla sul piano militare, ed è ipocrita perché configura una delega senza assunzione di responsabilità”, rispondeva Valpiana a Manconi. Valpiana, rispondendo a Gad Lerner, metteva in luce una serie di ragioni relative ai problemi della sicurezza e della possibile escalation del conflitto e concludeva: “Condannare l’aggressione e sostenere le giuste ragioni dell’Ucraina non significa automaticamente che si debba intervenire militarmente in quel contesto. Se così fosse, si dovrebbe fornire armi a tutti i popoli che lottano per la propria sovranità, come i palestinesi i cui territori sono illegalmente occupati da decenni da Israele. Non viene fatto perché inviare armi configura sempre una situazione di belligeranza”.

Etica della responsabilità e nonviolenza

Tutto questo va collocato nel contesto dell’etica della responsabilità e della nonviolenza che il filosofo del Movimento Nonviolento, Pasquale Pugliese spiegava in un ampio articolo per “Il Fatto Quotidiano” a cui ho dato il mio modesto contributo. Ricordando la regola aurea della nonviolenza (“Tra il mezzo e il fine c’è lo stesso inviolabile nesso che c’è tra il seme e l’albero”, Moandhas K. Gandhi) il principio responsabilità prescrive: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza di un’autentica vita umana sulla terra”. La quale, da Hiroshima in avanti, è sotto la spada di Damocle della minaccia atomica, colpevolmente rimossa dalla coscienza collettiva dopo l’abbattimento del muro di Berlino, seppur oggi presente più che mai. Dunque qualunque azione politica, soprattutto all’interno di una dimensione di conflitto internazionale, non può non tenere conto della situazione atomica così come definita dal filosofo Günther Anders: “La tesi apparentemente plausibile che nell’attuale situazione politica ci sarebbero (fra l’altro) anche armi atomiche è un inganno. Poiché la situazione attuale è determinata esclusivamente dall’esistenza di armi atomiche, è vero il contrario: che le cosiddette azioni politiche hanno luogo entro la situazione atomica”. E’ responsabile e realistico tenerne conto ed agire di conseguenza a cominciare dalla gestione dei conflitti internazionali.

Le vie della pace dentro il conflitto

Alle critiche al movimento pacifista ha riposto anche Francesco Vignarca, coordinatore campagne di Rete italiana pace e disarmo. In un saggio per la rivista “Il Mulino”, Vignarca evidenziava che “l’avvento di una guerra porta sempre a una estremizzazione e a una polarizzazione nel pensiero e nelle azioni, anche in coloro che ne sono distanti. La reazione emotiva rischia però di essere pericolosa e controproducente”. “I percorsi di nonviolenza – aggiunge Vignarca – richiedono tempo, pazienza, passi concreti, mentre ora in poche settimane i riferimenti costruiti in interi decenni di lavoro sono stati spazzati via. Un punto di partenza però rimane: quando c’è la guerra non si può preparare la pace. La pace può solo essere costruita preventivamente, e con “pace” indichiamo non solo l’assenza di conflitto, ma soprattutto la presenza di diritti per tutti: una pace positiva, come ci ha insegnato Johan Galtung”. Per questo il movimento pacifista ha scelto chiaramente, e non da oggi, di schierarsi a fianco delle popolazioni civili, che rappresentano le vittime principali in ogni conflitto armato. Persone da entrambi i lati del fronte: in questo caso, dunque, sia gli ucraini sia i russi. “In tal senso – spiega Vignarca – riteniamo che non ci sia alternativa praticabile ai negoziati e al dialogo, anche con i governi che sono visti come nemici”.

La Carovana della Pace

A dimostrare che quelle del movimento pacifista non sono affatto chiacchiere da salotto, ma solidarietà attiva ed operante va ricordata l’iniziativa promossa da numerose associazioni che ai primi di aprile hanno dato vita alla “Carovana della Pace” a cui hanno partecipato oltre 200 persone che hanno portato aiuti umanitari a Leopoli, in Ucraina, e hanno portato in Italia le persone più fragili e bisognose. “Crediamo fermamente in un’alternativa agli schieramenti bellici e nella possibilità di andare oltre la violenza” – ha spiegato Francesca Farruggia di Archivio Disarmo. “Essere lì, con i nostri corpi oltre che con le nostre voci, ha voluto essere una testimonianza concreta». Partecipare alla Carovana della pace, ha proseguito Farruggia, “è stata un’esperienza unica che ha risposto alla forte esigenza di non rimanere spettatori della tragedia immane che si sta consumando sotto i nostri occhi. La guerra è molto più drammatica di quello che possiamo percepire attraverso le immagini e le testimonianze raccolte dai media”.

Per chi non ha ancora capito

Se c’è qualcuno che non ha ancora capito che il movimento pacifista e le sue associazioni fanno tutt’altro che chiacchiere, ma avanzano da anni proposte concrete e sono promotori di istanze che mettono in pratica di persona, possono essere utili le parole di Mao Valpiana. “A tutti quelli che ci dicono che il nostro è un pacifismo da divano, ricordo che dal 1948 come obiettori di coscienza siamo andati in carcere con Pietro Pinna e che da allora in poi non abbiamo perso un giorno di lavoro per il disarmo, per la riduzione delle spese militari, per la smilitarizzazione della Nato, per la smilitarizzazione prima dell’Unione Sovietica (siamo andati anche lì a manifestare e farci arrestare) e poi della Russia chiedendo che l’Italia non gli vendesse le armi, e abbiamo lavorato quotidianamente per far crescere il movimento dei resistenti alla guerra. E in tutto questo siamo stati isolati e ignorati dalla gran parte delle forze politiche e dei giornali che oggi si scoprono bellicisti e vogliono più armi e più fondi per aumentare ancora i bilanci militari di tutti i paesi d’Europa, felici di correre verso il baratro. A tutti questi bellicisti da divano, chiedo: dove eravate fino a ieri?”.

Giorgio Beretta
giorgio.beretta@unimondo.org

P.S.: Come ha evidenziato Mao Valpiana in un articolo per Aggiornamenti Sociali. “in Ucraina non c’è una sola voce. Il Governo chiede “armi, armi, armi”; invece altre voci, come la Croce Rossa ucraina, chiedono “cibo, cibo, cibo”, e altre ancora, come i pacifisti di Kiev, chiedono “verità, verità, verità”. Dunque le richieste sono molte e non è vero che c’è identità totale tra il popolo ucraino e la sue forze armate, così come non c’è solo una resistenza armata, ma anche una resistenza civile che non vuole partecipare alla guerra, ma vuole difendersi ugualmente”.

L’articolo è stato pubblicato su Unimondo il 17 aprile 2022

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