povertà

Sicurezza per decreto: le nuove vie del diritto nel tempo del dispotismo europeo

La nobiltà, dicono i nobili
è l’intermediaria fra il re e il popolo.
Sì! Come il cane da caccia è l’intermediario
fra il cacciatore  e le lepri.

Chamfort

 (Prodotti della civiltà perfezionata, Boringhieri, 1961, pag.121)

di Gianni Giovannelli

Mancano dati precisi e censimenti puntuali, ma si calcola che in Italia gli immobili occupati siano circa 50.000, da suddividere in 30.000 pubblici e 20.000 privati. Questo almeno è il risultato di un sommario censimento di Federcasa e Nomisma, con una elaborazione dei rilievi disponibili nel 2021 e in qualche modo aggiornati per proiezione al 2024. Ovviamente non si possono appiattire in unico segmento realtà sociali molto diverse fra loro, ma, considerando i nuclei abitativi che di fatto si insediano in questi stabili riteniamo che oggi gli occupanti (italiani o stranieri, maggiorenni o minorenni, maschi o femmine) siano intorno a duecentomila unità. Bisogna aggiungere poi la vasta platea che, per vari motivi, ha ricevuto disdetta contrattuale, notifica di sfratto esecutivo, avviso di sloggio. Questa moltitudine di soggetti fragili, spesso privi di reddito e di risorse per sopravvivere dignitosamente, è destinataria di un provvedimento varato dal Governo Meloni ai sensi dell’art. 77 della Costituzione e dell’art. 15 L. 3.8.1988 n. 400: il requisito che consente il decreto consiste nella oggettiva necessità di intervenire senza approvazione delle due Camere per oggettiva e accertata urgenza, di carattere straordinario e improrogabile.
Stiamo parlando del c.d. decreto sicurezza (11 aprile 2025 n. 48), firmato dal Presidente Mattarella, pubblicato in Gazzetta Ufficiale e già esecutivo (in attesa di ratifica successiva blindata dalla fiducia, entro il 10 giugno, ad opera di deputati e senatori che certo non porranno ostacoli alla conferma del provvedimento, disponendo l’esecutivo di una solida maggioranza). Come noto la medesima materia era in discussione nei due rami del Parlamento sotto forma di un – governativo – disegno di legge ordinaria (S 1236 – C 1660); dopo l’approvazione della Camera già il 18 settembre 2024 il testo era al vaglio del Senato, ma in stato di fermo sostanziale per via di un evidente rischio di anticostituzionalità che caratterizzava numerosi passaggi del testo in esame. Si veda il commento al disegno di legge pubblicato da Effimera nel gennaio 2025, cui rimandiamo  per brevità, posto che il contenuto del disegno assai poco si discosta dal decreto. Ci preme ora sottolineare tre questioni che a nostro avviso rivestono particolare importanza, senza tuttavia nasconderci la gravità complessiva del provvedimento, articolato in più passaggi dispotico-repressivi che richiederebbero trattazione ampia per ogni capo introdotto. La prima questione è di metodo (la forma di decreto urgente), ma di un metodo che si concreta in sostanza apertamente eversiva dell’ordinamento vigente. Le altre due  questioni toccano la vita quotidiana e sociale, criminalizzando minoranze che pur essendo indubbiamente tali sono pur sempre numericamente piuttosto consistenti e soprattutto politicamente deboli, prive di rappresentanza, fragili. Le due questioni sono l’occupazione di case (cui abbiamo accennato in apertura) e la c.d. cannabis light.

Prima questione: l’uso consapevolmente abnorme del decreto legge in materia penale
In via eccezionale l’art. 77 della Costituzione consente al governo di emanare provvedimenti immediatamente esecutivi, senza approvazione del Parlamento, quando ci si trovi di fronte a casi davvero straordinari di necessità e di urgenza; l’art. 15 della legge 400/1988 regola (meglio: dovrebbe regolare e invece nessuno la prende in considerazione) l’istituto eccezionale del decreto. Il primo comma dell’art. 15 impone di indicare subito, già nel preambolo, e con chiarezza, quali siano esattamente le circostanze straordinarie di accertata necessità e urgenza che possano giustificare l’adozione del decreto. E, a seguire, la norma vuole che vi sia un contenuto specifico omogeneo corrispondente al titolo. L’arroganza del potere ha questa volta superato ogni limite di decenza: il preambolo, dopo un generico richiamo alla prevenzione del terrorismo (primo capo del decreto, senza che si comprenda dove stia l’urgenza contingente) propone (sinteticamente e senza spiegazioni) nuove disposizioni in materia di sicurezza urbana (articoli da 10 a 18, l’intero capo II che porta questo titolo)In questo capo secondo sono state inserite modifiche al codice penale, in particolare riferite alle sanzioni a carico di chi sia coinvolto nelle occupazioni di immobili (non solo case) e di chi faccia commercio o uso di prodotti c.d. cannabis light. Le pene, come vedremo più sotto, sono pesantemente aggravate (per gli occupanti) e perfino introdotte con previsione di un reato fino a poco prima inesistente: si prevedono anni di carcere! La Corte Costituzionale con la sentenza n. 364 del 1988 (estensore Renato Dell’Andro, un cattolico moderato allievo di Aldo Moro e in passato anche sindaco di Bari) ha dichiarato non conforme alla Carta l’art. 5 del codice penale, ovvero la norma (fascista, codice Rocco) che escludeva quale esimente la mancata conoscenza di un divieto penalmente sanzionato; quando, per circostanze di tempo o per modalità di comunicazione, sia impossibile avere consapevolezza di commettere un reato o quali possano essere le sanzioni, l’articolo 5 non deve trovare ingresso o quanto meno non può essere di ostacolo a forme attenuate. Ogni legge ordinaria contiene un periodo (chiamato vacatio legis) di 15 giorni, successivo alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, per rendere nota la disposizione; per questo l’uso del decreto (di immediata applicazione) in materia penale solo di rado è reperibile nel nostro ordinamento. Nel nostro caso poi, e questo davvero costituisce uno scandalo istituzionale, l’intero capo secondo era già contenuto, quasi identico, nel disegno di legge precedente. I deputati lo avevano approvato sei mesi or sono, il 18 settembre 2024; giaceva in Senato senza che nessuno (nessuno!) avesse sollevato questioni di urgenza improrogabile. In questi mesi non è accaduto nulla di nuovo: dunque la stessa maggioranza confessa con il proprio comportamento in aula che non c’erano i presupposti per la decretazione. Ma il governo, diviso in fazioni sul da farsi e timoroso di interventi imbarazzanti da parte della Consulta, ha rotto ogni indugio; con questo decreto sottrae a quel poco che resta del Parlamento l’esame e impone con azioni concludenti vie di fatto estranee al nostro normale funzionamento ordinamentale. Non solo mancano in concreto i necessari presupposti di urgenza improrogabile ma neppure si provvede a difendere la forma: il preambolo (in particolare quello del titolo secondo sulla sicurezza urbana) neppure sente il bisogno di inserire una qualunque giustificazione tecnica dello strumento, asfalta la norma costituzionale, avvisa i sudditi che il potere non intende accettare limiti e vara la transizione giuridica verso il dispotismo democratico, anche in Italia come già in Europa sul tema degli armamenti. La firma apposta dal Presidente Mattarella è di enorme gravità, è una coltellata inflitta alla schiena dello stato di diritto liberaldemocratico, non ancora mortale e tuttavia così profonda da lasciare certamente il segno. Colpisce, nella scelta di uno strumento apertamente in contrasto con l’art. 77 della Carta e con la legge attuativa, la evidente consapevolezza di porre in essere una violazione, insieme alla certezza di non incontrare ostacoli: sanno di colpire segmenti minoritari, di poter contare sulla complicità di buona parte dell’opposizione, di avere l’appoggio del rancore sociale e/o della rassegnazione. Hanno ben chiaro il nemico i funzionari del nuovo dispotismo occidentale: la solidarietà. E attaccano, per allargare la divisione fra gli oppressi, singoli segmenti da reprimere a titolo di esempio. Non dobbiamo nascondercelo: è un progetto in pieno percorso di attuazione. Solo riconquistando la solidarietà e l’unità, a qualsiasi costo, sarà possibile costruire forme di contrasto al regime.

 Seconda questione: l’occupazione di case
Duecentomila persone circa vivono in immobili occupati; non sono gli unici a vivere una vita abitativa nella precarietà. I dati forniti dal Ministero e quelli elaborati da ASPESI (l’associazione delle immobiliari) attestano nel 2023 ben 39.373 sfratti (ogni giorno 107), di cui 21.345 eseguiti dalla forza pubblica (59 ogni giorno), cioè gettando letteralmente gli inquilini in strada e portando le loro cose nei depositi comunali (il costo di recupero è tale che le masserizie sono quasi sempre perse in via definitiva). Nello stesso anno le richieste di sloggio cui viene riconosciuta esecuzione coatta sono state 73. 809; inoltre, riferisce ASPESI, il 62% degli inquilini paga la pigione in ritardo (dunque si espone al rischio di disdetta per morosità). In sintesi il problema della casa riguarda circa centomila abitazioni e non meno di 3 o 4centomila esseri umani.
Nella sola Milano ci sono circa 80.000 case vuote, i proprietari pubblici o privati non le usano per i più svariati motivi, di speculazione o di cattiva manutenzione. Sempre a Milano, dopo l’assegnazione a MM della gestione case popolari, le occupazioni abusive sono scese da 1760 (anno 2014) a 511 (nel 2024). Eppure MM lascia sfitti e vuoti 6.059 appartamenti, per ora non occupati e comunque già difesi militarmente. Non basta. La Regione Lombardia con ALER (Azienda Lombarda per l’Edilizia Residenziale) ha acquisito, con la legge nazionale 142/1990 e regionale 13.1.1996 il patrimonio edilizio popolare; le 19.534 abitazioni sfitte e inutilizzate di ALER nel 2022 sono divenute 22.496 nel 2023, con aumento di 2962 unità in 12 mesi. Non è certo un segreto: hanno intenzione di svenderle, non certo di assegnarle ai bisognosi. Sfratti e abbandoni convivono, creando una emergenza abitativa che richiede risoluzione. Urgente sarebbe rimuovere ogni ostacolo burocratico e assegnare le case di edilizia popolare ai bisognosi, magari con impegno ad abitarle e a ristrutturarle, previa naturalmente la detrazione dei costi di riparazione dal canone agevolato. Le casse pubbliche non avrebbero oneri aggiuntivi e anzi ci guadagnerebbero. Invece no. Come viene risolta dal decreto questa emergenza? Mandando in malora gli immobili vuoti, sfitti, abbandonati per poi predisporre svendite. Invece di aiutare i poveracci (occupanti o sfrattati per morosità) il progetto è di metterli in strada e/o incarcerarli: questo prevede l’impianto urgente di sicurezza urbana entrato in vigore il 12 aprile 2025.
La pena introdotta dall’art. 10 varia da 2 a 7 anni di galera. Destinatari delle sanzioni carcerarie sono tutti coloro che occupano un immobile altrui (pubblico o privato) o le pertinenze (prati, cortili, casolari, tettoie: tutto!) e impediscono il rientro del proprietario o di chi ne abbia ricevuto legittimo possesso (dunque anche un terzo con un qualsiasi titolo contrattuale ricevuto dalla proprietà). La legge chiede solo che vi sia un domicilio del proprietario (o da lui designato), ipotesi assai più ampia del concreto uso abitativo; molto spesso si prende domicilio in luogo diverso da quello in cui si vive realmente. Non basta. Si vuole abbattere ogni possibile rete di sostegno politico, sindacale, associativo, mutualistico; la stessa pena (da 2 a 7 anni) si applica pure a chi in qualunque modo si intromette o coopera per favorire o agevolare l’occupazione. I comitati di quartiere a sostegno degli occupanti sono diventati dal 12 aprile 2025 strutture criminali, e per i singoli soggetti partecipanti si aprono processi penali e concrete prospettive di non breve reclusione. Per chi collabora e ottempera al rilascio (si arrende, si dissocia, si pente, desiste, si consegna) è prevista tuttavia l’impunità. Il procedimento prevede la querela di parte: questo fornisce alla proprietà un formidabile strumento di pressione per piegare le resistenze (ma si procede invece d’ufficio per gli immobili pubblici). La norma punisce non solo l’occupante ma più in generale chiunque detenga l’immobile senza titolo; una simile previsione consente di estendere l’applicazione in forme imprevedibilmente ampie (si può avere un titolo e poi perderlo per svariate ragioni, rimanendo senza, esposto al rischio del carcere). Inoltre, per rimuovere gli ostacoli dovuti ai tempi lunghi della burocrazia, si introduce la possibilità di intervento rapidissimo con liberazione dell’immobile e cacciata dell’abusivo; la norma vale per piccoli proprietari e grandi immobiliari, la si applica indipendentemente dalle condizioni sociali del colpevole. Per il governo, e con urgenza improrogabile, la sicurezza urbana non la si ottiene usando le case pubbliche vuote per dare un tetto a chi si trova in stato di bisogno ma incarcerando il segmento minoritario dei bisognosi, senza predisporre alcuna misura di sostegno, in attesa di lucrare sulla successiva svendita delle case pubbliche abbandonate all’incuria.

Terza questione: cannabis light
L’art. 18 del titolo secondo (sempre relativo alla sicurezza urbana) modifica la legge 242/2016, pure quella firmata dall’ineffabile giurista-presidente Mattarella, che non solo consentiva, ma intendeva pure fornire sostegno e promozione alla coltivazione in Italia di cannabis sativa utile fra l’altro per contribuire alla riduzione di consumo dei suoli e della desertificazione. La legge del 2016 si conformava, tardivamente, alla normativa comunitaria (in particolare all’elenco di cui all’art. 17 direttiva 2002/53/CE: percentuale da 0,2 a 0.6%) e prevedeva perfino il finanziamento di imprese di coltivazione della canapa (la c.d. cannabis light) da utilizzare per la produzione di alimenti, cosmetici e altri derivati da inserire nelle filiere commerciali. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione (sentenza n. 30.475 del 10 luglio 2019), pur con una certa prudenza e con molta circospezione, avevano confermato la legittimità di una lavorazione dei prodotti accertati come effettivamente light. Senza preavviso e senza concedere termini di adeguamento (incompatibili con la decretazione urgente) il 12 aprile 2025 è scattata la tagliola. In quel momento i magazzini erano pieni. Il settore comprende 800 aziende agricole di coltivazione, 1500 imprese di trasformazione, 10.000 addetti. Certamente non è Stellantis o Amazon, ma sono pur sempre circa 12.000 famiglie che hanno perso il reddito di sussistenza, da un giorno all’altro.
La promozione e il sostegno che caratterizzavano la prima firma di Mattarella sono venuti meno per motivi di sicurezza urbana che nessuno ha voluto chiarire; dopo il 12 aprile i prodotti derivati dalla cannabis sativa in percentuale light sono illegali, corpo di reato. Venditori, possessori, magazzinieri, commercianti, e acquirenti che cedano magari in regalo questi prodotti rischiano fino a sei anni di carcere, fino a 77.000 euro di multa, sanzioni amministrative (per esempio la patente), conseguenze nell’impiego lavorativo. Difficile censire esattamente quanti fossero i consumatori-clienti della filiera al momento dell’entrata in vigore del decreto; certamente in Italia le persone che magari occasionalmente consumano canapa non sono pochissime. Anche in questo caso una minoranza, senza dubbio; ma una minoranza numericamente di rilievo. Le imprese colpite contesteranno certamente la costituzionalità della abrogazione a mezzo di un simile decreto, per via della palese carenza della necessaria urgenza e per via della violazione di una direttiva europea vincolante. Non sono poche le probabilità di successo in un giudizio davanti alla Corte Costituzionale; ma i tempi non possono essere brevi e dunque il governo ha preferito attaccare subito, incurante del dopo. I despoti agiscono sempre con atti di breve respiro; per rimediare, con nuovi espedienti, c’è sempre tempo. L’importante è vendere l’immagine di un esecutivo capace di aggredire i drogati e di sbatterli dentro senza rispetto e senza pietà. Il dispotismo non coltiva cannabis sativa ma ansia collettiva, disagio sociale, divisione, sottomissione rassegnazione; la stessa semplice felicità viene vista con sospetto.

Concludendo
Nei giorni 8 e 9 giugno 2025 ci sarà la votazione per i cinque referendum. La maggioranza tace e punta al mancato raggiungimento del quorum, in effetti elevato. Sono 5 referendum che toccano la materia del licenziamento  (due), del contratto a termine (uno), del risarcimento danni da infortuni o morti sul lavoro esteso ai committenti (uno), il termine per conseguire la cittadinanza (da 10 anni attuali a 5). Non sono la rivoluzione che emancipa gli schiavi, sono quesiti piuttosto prudenti nella formulazione e nelle conseguenze che deriverebbero dalla vittoria del “si”. Riguardano tutti e cinque minoranze; nessun quesito riguarda direttamente la maggioranza numerica di chi abita il territorio della Repubblica Italiana. Eppure la scadenza è importante, specie in questo nostro tempo di transizione, politica e istituzionale. Non è per nulla scontato il mancato raggiungimento del quorum. La manifestazione contro il decreto sicurezza è stata assai partecipata; e anche il decreto sicurezza riguardava solo minoranze.
Per sua natura ogni maggioranza (intesa come blocco sociale) si compone inevitabilmente di una pluralità di minoranze unite da un patto di alleanza, di mutuo soccorso, di unità contro il medesimo avversario che vuole invece la divisione per imporre il proprio dominio. Contro i cinque referendum si schiera un fronte trasversale, per difendere l’interesse delle imprese e del dispotismo diffonde l’idea che sia inutile partecipare, schierarsi, mettere una scheda nell’urna. Semina in un terreno reso fertile dagli errori commessi dentro il movimento antagonista e soprattutto dai complotti di palazzo. Ma esiste la sorpresa. Avvenne con il referendum sull’acqua pubblica, vinto contro ogni previsione. Non è vero che quella vittoria non abbia prodotto nulla: ha rallentato i progetti di privatizzazione, ha sabotato il programma nemico, rimane ancora oggi un ostacolo, proprio come i due referendum sull’energia atomica che ancora quelli al comando non riescono a digerire. Bisogna provarci, mettendo da parte polemiche e divisioni. Anche una percentuale insufficiente e tuttavia massiccia può essere un segnale, contribuire alla riapertura dei giochi. Non è fiducia messianica nello strumento elettorale. Si tratta solo di prendere atto che nella società dello spettacolo ogni simbolo comunicativo possiede anche una sua materialità. Una vasta affluenza, una partecipazione capace di mettere per una volta da parte le divisioni in segmenti pronti per la sconfitta: sappiamo che non è facile ma che è possibile. Provarci sicuramente non può creare danno; forse potrebbe contribuire ad una ripresa dell’antagonismo, unificando i segmenti, archiviando la paura ancestrale del meticciato e dello straniero. E l’antagonismo, più delle urne, è una potenza economica. Per questo spaventa il palazzo.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 5 maggio 2025

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Un colpo di genio

(Si fanno delegare e pagare dalle vittime)

di Gianni Giovannelli

O si deve , invece, accettare la scommessa straziante e meravigliosa dell’assurdo?

(Albert Camus, Il mito di Sisifo)

Il sostituto procuratore di Milano, dottor Paolo Storari, con provvedimento cautelare urgente, affidato per l’esecuzione alla Guardia di Finanza, ha disposto il commissariamento della società Mondialpol, fra le principali strutture d’impresa nel settore della vigilanza, con migliaia di dipendenti. L’iniziativa segue, a brevissima distanza, quella analoga nei confronti di un altro colosso che opera nel medesimo segmento, Servizi Fiduciari, del gruppo Sicuritalia.

L’indagine parte da un dato oggettivo, ovvero la ridottissima retribuzione corrisposta ai dipendenti, assunti per svolgere compiti di sorveglianza su committenza di importanti aziende, quali ad esempio Banca Intesa San Paolo o Poste Italiane, per citarne due che in questo periodo di declamata crisi economica si sono distinte sia per il notevolissimo incremento del profitto sia per la decisa ferma opposizione a qualsiasi aumento dell’imposizione fiscale a loro carico (la cosiddetta tassa sugli extra profitti qualunque sia il significato di questa espressione gergale, oggetto di molto sproloquio e di nessuna pratica applicazione). Il crimine contestato è lo sfruttamento di prestazione lavorative abusando di una posizione dominante, dunque con un sostanziale violento ricatto. L’indagine è a modo suo semplicissima, proprio perché fondata su fatti noti e documentali: orario e salario non sono per nulla occulti o occultati, ma costituiscono l’applicazione di patti stipulati fra imprese e sindacato.

Tre sono i contratti collettivi applicati al personale ingaggiato – non in nero o comunque di nascosto – in questa vasta area che è funzionale al controllo e alla tutela dell’attività terziaria, arretrata e/o avanzata, pubblica e/o privata. Il CCNL conosciuto come servizi fiduciari è quello caratterizzato dai minimi più bassi, 980 euro lordi mensili per la categoria più diffusa (la D), detratte le ritenute fiscali e previdenziali diventano 685 euro netti per 13 mensilità, a fronte di 173 ore mensili di lavoro (tempo pieno). Lo hanno firmato CGIL e CISL, senza la UIL. Come ben spiega la sentenza 21 febbraio 2023 del Tribunale di Milano anche gli altri due contratti collettivi di categoria (firmati da UIL e UGL), pur discostandosi sul quanto non lo fanno in misura significativa e comunque sono ben lontani dal quel minimo vitale che secondo l’articolo 36 della Costituzione italiana deve ritenersi assolutamente inderogabile. L’estensore della sentenza è un magistrato con una certa esperienza sul campo (il dottor Tullio Perillo) e soprattutto con una giurisprudenza personale assai prudente, attenta a non sconfinare in affermazioni troppo radicali, sempre misurata. Non siamo di fronte ad una iniziativa clamorosa di un Giudice comunista che strappa le regole in vigore con lo scopo di fornire le basi a una rivoluzione sociale; prevale anzi il richiamo di precedenti consolidati in tema, di principi costantemente recepiti anche dalla Corte di Casazione. La conclusione cui perviene il Giudice con questa sentenza non consente equivoci: tutti e tre i contratti collettivi prevedono compensi per il lavoro svolto inaccettabili e illeciti, dunque nulli e privi di effetto vincolante, perché non consentono al prestatore, in violazione della norma costituzionale, di vivere un’esistenza qualificabile (almeno economicamente) come dignitosa (per quanto modesta).

Tutte le organizzazione sindacali, sottoscrivendo le tre diverse stesure, hanno firmato – afferma il Tribunale – un patto illecito con le imprese: la quantificazione deve essere rimossa e sostituita con un parametro conforme a diritto, che la sentenza poi quantifica in un aumento di (circa) 300 euro lordi mensili, onde collocare più in alto l’assicella del corrispettivo, tenendo conto della soglia di povertà. A conferma del taglio prudente di esame fatto proprio dal Tribunale il minimo vitale individuato da ISTAT viene invece ritenuto troppo elevato, in ragione delle retribuzioni medie percepite dal precariato italiano, che sappiamo essere il peggio pagato e per giunta in costante peggioramento.

La procura di Milano, disponendo il commissariamento  di Mondialpol e Servizi Fiduciari mediante controllo giudiziario, ha preso in considerazione innanzitutto gli accordi economici che tutte le organizzazioni sindacali (escluse naturalmente quelle c.d. di base che non hanno accesso alla trattativa nazionale); sono dati oggettivi, sotto gli occhi di tutti, mai messi in discussione dai servizi ispettivi ministeriali, dalle istituzioni pubbliche in occasione delle gare d’appalto, dagli economisti e dai giuslavoristi di regime che offrono consulenza al governo e alle autorità territoriali. La prova del crimine è la stipula di un contratto collettivo firmato dalle organizzazioni dei lavoratori più rappresentative, quelle ammesse al CNEL. A fronte di paghe così basse, tali da non consentire neppure vitto e alloggio, i dipendenti – afferma la procura dopo averli sentiti e interrogati in una sorta di anomala conricerca – sono di fatto costretti con violenza ad accettare lo straordinario in misura esagerata, a starsene zitti per evitare ritorsioni, a piegarsi ad ogni richiesta datoriale. Il commissariamento dell’amministrazione d’impresa viene indicato quale unico strumento tecnico possibile per imporre l’adeguamento del percepito da molte migliaia di lavoratori, sottraendoli allo sfruttamento intensivo che i loro rappresentanti sindacali si ostinano a considerare giusto.

Ci troviamo di fronte ad un contrasto inusuale. La procura inquirente ritiene che i minimi salariali applicati nel settore della vigilanza siano un crimine da perseguire; i sindacati confederali (e con loro UGL) resistono sulle loro posizioni e hanno firmato, di recente, il 30 maggio 2023, il rinnovo, con l’adesione pure di Lega Coop, ottenendo nelle assemblee l’approvazione delle vittime del reato, con una larghissima maggioranza (80% dei votanti), come sempre avviene nelle dittature. Eppure l’aumento previsto nel rinnovo mantiene le retribuzioni molto al di sotto della quota ritenuta in giurisprudenza come limite possibile non valicabile in peggio. Si tratta nei segmenti più fortunati di circa 140 euro lordi (meno di 100 euro netti), spalmati in cinque tranche da oggi al 2026. Ma la prima tranche (50 euro lordi) mangia i 20 euro di copertura anticipata già in provvisorio vigore, mentre la più bassa categoria F vale come ingresso e dura 18 mesi. Ove prima di delitto effettivamente si trattasse (come sostiene la procura) il delitto anche oggi permane e le organizzazioni sindacali con l’accordo contribuiscono attivamente a perpetrarlo.

Abbiamo citato un precedente, significativo, della Sezione Lavoro del Tribunale di Milano, condiviso nei suoi presupposti dalla procura inquirente che agisce contro Mondialpol e Servizi Fiduciari. Non è l’unico. La Corte d’Appello milanese (riformando una precedente decisione negativa del Tribunale) con sentenza n. 580/2022 ha sancito i medesimi principi, ordinando anzi l’applicazione d’imperio del contratto c.d. multiservizi , ancora più oneroso per le imprese; e la Terza Sezione del TAR Campania con sentenza n. 1488 del 7 marzo 2023 ha stabilito che le gare d’appalto pubbliche debbano recepire questo indirizzo nei bandi. Ma, va detto, l’orientamento non è per nulla univoco, esistono decisioni di segno contrario, anche a Milano. Tre sentenze (1495/2023, 1924/2023, 1495/2023) hanno respinto le domande dei lavoratori sul presupposto che la firma sindacale legittimi in ogni caso il quanto previsto negli accordi, inteso come giusto per sua stessa natura, a prescindere dalla Costituzione. I lavoratori, intimoriti dalle conseguenze di un cammino giudiziario incerto costoso lungo e zeppo di pericoli, si tengono in disparte rinunziando ad ogni pretesa per non rischiare di perdere quel poco che hanno. In parlamento si preparano del resto al rigetto della proposta di salario minimo a 9 euro lordi orari, con larghi settori del PD apertamente contrari e un segmento di opposizione (Italia Viva) che sostiene la maggioranza meloniana. L’argomento più utilizzato per negare il varo di un salario minimo orario (fatto proprio pure da molti sindacalisti di parte lavoratrice) di cui usufruirebbero bel 4,5 milioni di dipendenti oggi sotto la soglia si articola in duplice aspetto: il salario minimo incoraggia il lavoro nero e sottrae forza alle organizzazioni dei lavoratori. Sono considerazioni non solo arroganti e infondate, ma anche segnale di un cinismo grottesco e disgustoso.

Le organizzazioni sindacali firmatarie del rinnovo (CGIL, CISL, UIL, UGL) ricevono dalle loro vittime una quota mensile per l’iscrizione e delega a rappresentarle; le aziende provvedono alla trattenuta in busta paga versando il prelievo nelle casse sociali. Non sono semplicemente degli sprovveduti, sono complici. Per uno strano gioco del destino il carnefice viene eletto e finanziato dai precari perseguitati, li rappresenta, si serve di loro per sedere alla tavola del potere; bisogna riconoscere che c’è del talento, forse anche del genio, in tanta spietata efferatezza.

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La povertà in Italia secondo i dati 2023 della Rete Caritas

di Giovanni Caprio

E’ stato appena approvato dal Senato della Repubblica grazie all’ennesimo voto di fiducia il cosiddetto decreto lavoro, che ora passa alla Camera dei deputati. Un provvedimento che rappresenta un vero e proprio attacco ai poveri e ai lavoratori, che introduce la precarietà permanente in cambio di qualche spicciolo per i redditi bassi, che smantella il reddito di cittadinanza e che aumenta la precarietà. Un provvedimento figlio di una visione della povertà- di thatcheriana memoria- che lega la condizione di miseria ad una responsabilità individuale: chi vive in povertà è causa del suo mal. Una visione della povertà semplicistica, fuorviante e grottesca, che anche oggi- per l’ennesima volta– è stata confutata. Ci ha pensato la Caritas con il suo Report statistico 2023 sulle povertà.

In termini assoluti si contano in Italia 5milioni 571mila persone in stato di povertà assoluta, erano 1,8 milioni solo tre lustri fa’. La povertà in Italia è ormai un fenomeno strutturale visto che tocca quasi un residente su dieci, il 9,4% della popolazione residente vive infatti, secondo l’Istat, in una condizione di povertà assoluta.

Ma che cosa ci dicono i centri d’ascolto Caritas? Nel 2022, nei 2855 centri di ascolto della Caritas, le persone incontrate e supportate sono state 255.957. Un aumento del 12,5% rispetto al 2021. E’ quanto emerge dal rapporto Caritas e dal bilancio sociale. Nel 2022 gli interventi della rete Caritas sono stati numerosi e differenziati: complessivamente sono stati erogati oltre 3,4 milioni di interventi, una media di 13,5 interventi per ciascun assistito (considerate anche le prestazioni di ascolto). In particolare: il 71,8% ha riguardato l’erogazione di beni e servizi materiali (distribuzione di viveri, accesso alle mense/empori, docce, ecc). Rispetto alla storia assistenziale, non si tratta sempre e soltanto di nuovi poveri: quasi il 30 per cento delle persone è infatti accompagnato da più di 5 anni. A chiedere aiuto sono donne (52,1%) e uomini (47,9%). L’età media dei beneficiari si attesta a 46 anni. Complessivamente le persone senza dimora incontrate sono state 27.877 (+ 16% rispetto al 2021), pari al 16,9% del totale.

Forte risulta essere la relazione tra povertà e bassa scolarità. Tra gli assistiti prevalgono infatti quelli con licenza media inferiore che pesano per il 44%; se a loro si aggiungono i possessori della sola licenza elementare (16,2%) e la quota di chi risulta senza alcun titolo di studio o analfabeta (6,3%) si comprende come i due terzi dell’utenza sia sbilanciato su livelli di istruzione bassi o molto bassi. Rispetto al 2021 cresce leggermente la percentuale di chi può contare su titoli di studio più elevati (diploma superiore o laurea), segnale di una povertà che diventa in qualche modo sempre più trasversale. Strettamente correlato al livello di istruzione è poi il dato sulla condizione professionale che racconta molto delle fragilità di questo tempo post pandemico. A chiedere aiuto sono per lo più persone che fanno fatica a trovare un lavoro, disoccupati o inoccupati (48,0%) ma anche tanti occupati, working poor o lavoratori poveri su base familiare, che sperimentano condizioni di indigenza (22,8%).

La Caritas suddivide i beneficiari della sua rete in 5 cluster o profili, ciascuno con dei tratti sociali specifici: “i vulnerabili soli”, ovvero uomini, tra i 35 e i 60 anni, che vivono soli, che per oltre la metà risulta celibe, a cui si aggiunge anche una quota importante di divorziati e dei quali più di uno su tre risulta senza dimora; “le famiglie povere”, gruppo che comprende soprattutto donne adulte, coniugate (i due terzi), con figli (82,7%), spesso minori conviventi; “i giovani stranieri in transito” fatto di giovani uomini stranieri, con un’età media di 25 anni, in maggioranza celibi e di cui uno su due è di nazionalità africana; “I genitori fragili”, gruppo che comprende in particolare genitori di età compresa tra i 35 e i 60 anni, per lo più di genere femminile, che quasi sempre hanno figli minori conviventi, vivono con i propri familiari o in convivenze di fatto, ma in nuclei mediamente più numerosi rispetto agli altri gruppi; “i poveri soli”, che sono soprattutto adulti di genere maschile, per lo più tra i 35 e i 65 anni, di età media più alta rispetto agli altri cluster, che vivono soli e presentano una elevata incidenza rispetto agli altri gruppi di celibi, separati/divorziati, vedovi e pensionati e sono quasi sempre senza figli.

Scrive don Marco Pagniello Direttore di Caritas Italiana nella presentazione del Report che “lo scenario economico e sociale negli ultimi anni, come sappiamo, oltre a moltiplicare la platea degli indigenti ha anche prodotto un acuirsi delle fragilità di chi era già in stato di vulnerabilità”. Aggiungendo la necessità, che è alla base della pubblicazione della Caritas“che il dato venga comunicato in modo tempestivo, così da poter cogliere sul nascere dinamiche e nuove tendenze, valutando in tempo quasi reale l’effetto sulla pelle dei poveri di alcune decisioni apparentemente neutre dei policy-makers”.

Qui il Report della Caritas completo.

L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 28 giugno 2023
La foto è di Frantisek_Krejci da Pixabay

La povertà in Italia secondo i dati 2023 della Rete Caritas Leggi tutto »

Crisi, transizione e accumulazione

(Il fantasma di Elisabeth Sutherland)

di Gianni Giovannelli

Fury, rage madness in a wind
sweet through America

(William Blake, America, X)

Dentro l’attuale transizione – durante il passaggio, cioè, dal vecchio modo di produzione fordista all’attuale struttura economica finanziarizzata – assistiamo, in sequenza, variegata ma continua,  all’attuazione di scelte istituzionali e di decisioni imprenditoriali che concretano un progetto di accumulazione originaria, naturalmente aggiornato e contestualizzato, così da poter essere lo strumento con il quale il nuovo assetto capitalistico intende ottenere un dominio pieno e incontrastato, piegando alle proprie esigenze di profitto gli abitanti di ogni territorio. Come nel passato anche questa nuova accumulazione deve caratterizzarsi necessariamente in una acquisizione coattiva e violenta delle risorse monetarie (ma non solo monetarie) da mettere in circolazione, per impiegarle e trasformarle in (plus)valore. L’evento eccezionale consente, direbbe Carl Schmitt, l’uso dello stato di eccezione da parte dell’istituzione politica; in effetti tutti i governi, compreso quello italiano, non esitano ad invocare come inevitabili misure qualificate straordinarie  nel momento della loro introduzione, ma concepite invece fin da subito come permanenti. La moderna forma stato, in tutte le sue concrete sedimentazioni e pur con indubbie differenze, vive in simbiosi con la crisi, di essa si nutre, tanto che, quando tarda a manifestarsi o si presenta troppo tenue, viene sollecitata, provocata, stimolata, accresciuta rimuovendo i freni. Per sottomettere la moltitudine precaria e meticcia, e vincere lo scontro aperto in questa transizione, la violenza assume un ruolo strategico, il capitale non può non usarla che a piene mani; il ricorso a metodi tipici dell’accumulazione originaria non è affatto un ritorno al passato o, tanto meno, una rievocazione del fascismo inteso come riproposizione di un sistema ormai consegnato alla storia del secolo scorso. Le suggestioni nostalgiche proposte da segmenti reazionari e/o razzisti nei parlamenti europei vengono usate, in congiunzione o in contrapposizione controllata, insieme alle istanze liberal(i) volte ad ottenere trattamenti paritari nelle società civili. È dunque l’invenzione di un moderno dispotismo, assai articolato nella sua formale veste giuridico-statuale, molto simile nei suoi interventi di gestione politico-economica a breve termine. Il vecchio fordismo era un sistema dotato di una sua stabilità, a patto che si salvaguardasse la permanenza dell’aumento di produttività, per consentire l’incremento contemporaneo del salario reale e del profitto. Tuttavia, a partire dagli Anni Ottanta, si è consolidato il capitalismo cognitivo e finanziarizzato, poi evoluto in un capitalismo delle piattaforme; ma ciò ha comportato anche una instabilità strutturale, non rimuovibile con i provvedimenti di tipo fordista. È la crisi che alimenta il capitalismo, non viceversa: per questo proprio durante l’insorgere di una crisi il capitalismo si rivitalizza, cresce e non soffre.

Questo spiega la mobilità contraddittoria delle alleanze, il continuo mutamento delle ideologie rivendicate (sovranismo, monarchia, parlamentarismo, presidenzialismo e così via), la coerenza nell’incrementare la spesa militare e nell’attaccare il sistema di diritti sociali, ogni forma di residuo welfare (per quanto attenuato). Neppure vi è contraddizione fra un alto livello di sviluppo scientifico-tecnologico e l’utilizzo, dentro la transizione, di meccanismi tipici dell’accumulazione originaria, per accelerare il processo di trasformazione e/o incrementare il profitto. Anzi. Per riuscire a mettere a valore l’intera esistenza della generalità degli abitanti di un territorio è utile togliere loro ogni risorsa, sottrarre qualsiasi diversa alternativa, perfino quella di autarchica autonomia mediante piccole collettività insediate in luoghi appartati. Il capitale del XXI secolo è più feroce di quello che lo ha preceduto, non concede tregua, non tollera diserzioni  e resistenze, in nessuna forma e di nessun genere.

La duchessa di Sutherland

Il 21 gennaio 1853 uscì sul diffuso quotidiano New York Daily Tribune, espressione della linea politica antischiavista, un articolo di Karl Marx, al solito irriverente e ironico, che poneva all’attenzione del pubblico la figura della (defunta) duchessa scozzese Elisabeth Sutherland (1765-1839) e, sia pure indirettamente, del marito George, esponente del movimento Whig in cui pure si riconosceva il foglio che ospitava il pezzo (nota 1). C’era clima di crisi in quei giorni; dopo le elezioni la maggioranza si reggeva per soli sei voti, il tasso di sconto era cresciuto, i cereali scarseggiavano per via del cattivo raccolto, montava la speculazione su ferro e ghisa scozzese con crescita esponenziale del prezzo di mercato, non si placava la polemica sulla schiavitù avvicinando il tempo della ormai inevitabile guerra civile americana. Il liberalismo inglese era schierato per l’abolizione, con molta foga, senza tuttavia concedere nulla ai “liberi operai” del Regno Unito, che, in patria, subivano una costante repressione e angherie di ogni sorta. Marx non perse una ghiotta occasione per mettere i democratici europei alla berlina, rievocando quanto era accaduto, fra il 1814 e il 1820, nelle Highlands grazie alla sua duchessa, Elisabeth. L’articolo spiega come funziona in concreto il meccanismo di accumulazione originaria, dalla teoria alla pratica; e per questo rimane utilissimo anche oggi.

Pecore al posto di umani

Nel 1814 la duchessa di Sutherland ereditò i vasti territori delle isole; ci vivevano 3.000 famiglie, per un totale di circa 15.000 anime, e la terra era in uso comune, non del singolo agricoltore ma della collettività che abitava il territorio, nel suo insieme. Nessuno pativa la fame, il costo dell’affitto era modesto, sostenibile. Un illuminista scozzese, Dugald Stewart (1753-1828), calcolò che un campo coltivato nelle Highlands forniva sostentamento a un numero di persone dieci volte superiore rispetto ad uno di grandezza identica situato nelle province più ricche del Regno Unito (opere, volume 1^, capitolo XVI).

Purtroppo per gli abitanti l’agricoltura rendeva meno del pascolo alla duchessa, che, fra il 1814 e il 1820, ordinò di bruciare e distruggere i villaggi scatenando l’esercito contro chi resisteva alla deportazione e non esitando a passare i ribelli per le armi. Quindicimila Gaeli furono sostituiti da 131.000 pecore, divise in 29 allevamenti affidati a 29 famiglie (per lo più inglesi) che sostituirono le tremila indigene. I superstiti si videro assegnare seimila acri (poco meno di 15.000 ettari) abbandonati e incolti, ma non più in gestione collettiva bensì dietro pagamento di un elevato compenso per uso solo singolo. Gli esseri umani erano impoveriti, ma i profitti invece risultavano assai cresciuti, con l’aggiunta anche di una rendita fondiaria. La duchessa Elisabeth era una convinta abolizionista, sosteneva le ragioni degli antischiavisti già nei primi anni del suo secolo; evidentemente la filantropia, come ai giorni nostri, cerca beneficiati il più possibile lontani da casa propria!

Dispotismo e accumulazione primitiva

In un arco di tempo ridotto (2020-2023) si sono susseguite e accavallate tre crisi diverse, tutte con effetti e conseguenze di notevole peso per i soggetti che le hanno subite e per l’economia nel suo complesso: pandemia/sindemia, guerra russo/ucraina, banche/moneta/inflazione. Il neo-capitalismo finanziarizzato ha colto l’occasione per forzare le tappe del processo di sussunzione già avviato, attaccando ogni resistenza, ogni possibile opposizione.

L’emergenza sanitaria ha consentito, nel biennio 2020-2021, di limitare il diritto di critica e di sciopero, di accelerare ulteriormente la compressione dei salari e la precarizzazione anche mediante provvedimenti per decreto, di introdurre la delazione (intesa quale dovere civico) nelle comunità territoriali, di aggredire la sanità pubblica consegnando a quella privata ingentissimi profitti con imposizione fiscale agevolata grazie agli accordi europei sul costo del vaccino e sulle modalità di pagamento (ma anche grazie alle convenzioni nazionali sulla cura e sul costo dei farmaci). L’ingerenza dell’autorità, imposta agitando il timore del contagio, si è consolidata in un accettato autoritarismo e questo va evolvendosi in un moderno dispotismo che non ammette forme di reale opposizione o resistenza. Il governo, dentro la pandemia, poteva decidere con totale discrezionalità quel che si era autorizzati a produrre e/o vendere; in quei giorni le imprese della logistica e delle armi non subirono alcun fermo o limitazione, benché depositi e fabbriche si trovassero in località epicentro del contagio, con incremento geometrico dei profitti di quei settori merceologici. Perfino i vaccini e gli autisti furono in qualche modo “militarizzati”.

A seguire, dal febbraio 2022, la guerra in Ucraina ha consentito (e giustificato ideologicamente nella comunicazione) un formidabile attacco alle condizioni di vita dei ceti popolari. L’aumento dei costi dell’energia elettrica è stato il pretesto per una crescita incontrollata del prezzo dei generi di prima necessità, quali pane, pasta e frutta; l’incremento del costo di gestione delle autovetture private e del riscaldamento domestico ha colpito soprattutto i redditi più bassi; in generale i maggiori oneri provocati dalle sanzioni antirusse hanno comportato, per naturale conseguenza, un prelievo a strascico di risorse, sottratte ai meno abbienti, che si è poi concretato in un rilevante allargamento della forbice ricchezza/povertà e, al tempo stesso, in profitti enormi sia per i monopolisti dell’energia sia per quelli dell’industria militare, che già godevano di posizioni privilegiate. Il costo del gas era pari ad Euro 0,084 nel terzo trimestre del 2020, poi era salito ad Euro 0,285 nel terzo trimestre del 2021 (ancora anteguerra), toccando il picco di 1,247 nel dicembre 2022 (dopo l’attentato alle condotte) per poi scendere ad Euro 0,608 nell’aprile 2023 (in regime di tutela). Al termine dell’operazione complessiva (che ha consentito guadagni immensi) il prezzo dell’erogazione rimane comunque almeno sette volte superiore a quello del 2020, ma non troppo dissimile da quello di inizio guerra, segno palese di una crisi fraudolenta. Il conflitto fra Russia e Stati Uniti, trasformato dalla propaganda dei due governi in guerra patriottica, si è risolto in una generalizzata riduzione del livello medio di vita, in un impoverimento complessivo che rende più debole la resistenza dei corpi messi a valore e più forte il dominio sulle esistenze dei subordinati.

Ed ora le conseguenze dei fallimenti bancari americani si vanno legando all’inflazione già in essere durante la guerra, al minor costo del lavoro, alle fluttuazioni monetarie, esaltando uno stato di crisi i cui costi sono risolti con il vistoso ulteriore calo della spesa pubblica, con il taglio di residue forme di Welfare, con sempre più diffuse forme di prelievo che invadono ormai l’area dei trattamenti previdenziali e perfino pensionistici.

Il susseguirsi delle crisi diviene, con sempre maggiore evidenza, lo strumento necessario per attuare il disegno neocapitalistico di finanziare il costo della transizione mediante forme moderne della storica accumulazione originaria. E poiché la violenza assume un ruolo strategico in ogni passaggio di accumulazione c.d. primitiva, non può stupire la scelta di usare la guerra su larga scala territoriale (non solo in Ucraina!) e la coazione come strumento di governo (il dispotismo: quello democratico, quello teocratico, quello liberista, quello del c.d. socialcomunismo reale). In veste nuova siamo di fronte alla formazione violenta del capitale nella transizione.

La questione del salario minimo

Il recente rapporto OIL (Organizzazione Internazionale Lavoro) presentato a Roma il 22 dicembre 2022 conferma il continuo processo di riduzione del salario in Italia; fra il 2019 e il 2022 la fascia di retribuzione più bassa è passata da 9,6% a 10,5%, certificando come anche all’interno degli occupati sia in aumento la povertà. Durante la doppia crisi pandemia-guerra, per la prima volta nel XXI secolo, nel corso del 2022 la diminuzione del salario reale è registrata su scala mondiale, sia pure in piccola percentuale; in Italia l’erosione del salario è stata di 6 punti percentuali (12 punti nel periodo 2008-2022). I dati forniti dall’OCSE nel 2021 (a pandemia in corso) confermano come l’Italia sia l’unico paese europeo in cui le retribuzioni di fatto siano diminuite nel trentennio 1990-2020 (2,9%); per contro la Lituania (che però partiva da una base assai contenuta) mostra una crescita del 276%, la Grecia del 30,5% e la Spagna del 6,2%. Sono in linea i dati ISTAT: fra il 2007 e il 2020 le entrate reali dei lavoratori sono scese almeno del 10%, mentre sono cresciute le imposte a loro carico del 2% e si è invece ridotto l’importo previdenziale a carico delle imprese (4%). Con poche eccezioni nel pianeta lavorare porta meno introiti e lo sciame precario -se si tiene conto del costo necessario per esistere- si avvia verso una povertà democratica (nel senso di ugualitaria) che pone all’ordine del giorno la questione del salario minimo come argine al peggio visibile osservando l’orizzonte.

Le organizzazioni sindacali, con sempre meno iscritti, mostrano segni di evidente debolezza e di propensione al cedimento inteso come male minore (a prescindere dai crescenti episodi di patrocinio infedele o di corruzione, che, per quanto ignobili, non spiegano tuttavia quanto sta avvenendo). La contrarietà del sindacato all’introduzione di una soglia di salvaguardia a tutela di chi vive lavorando viene motivata, in modo per la verità assai poco convincente, con la necessità di non rompere il fronte dei lavoratori uniti, difendendo l’istituto del contratto collettivo ed evitando l’atomizzazione delle retribuzioni. Ma sul campo un simile progetto è rimasto senza riscontro, è apparso senza gambe per camminare, mettendo solo a nudo l’incapacità di reagire al costante attacco del moderno capitale. Significativa appare la pronunzia della Corte d’Appello di Firenze (sentenza n. 68 del 28 marzo 2023) che ha dichiarato la nullità del CCNL sottoscritto da CGIL CISL e UIL per il settore dei Servizi Fiduciari, ravvisando nei minimi retributivi accettati dalle OO.SS. la violazione del precettivo articolo 36 della Costituzione in punto di un c.d. minimo vitale. Utilizzando quale parametro di adeguatezza la soglia di povertà individuata da ISTAT  e esigenze minime di un essere umano vivente in Toscana la Corte (una Corte peraltro tradizionalmente prudente nelle sue statuizioni) ha rilevato che il corrispettivo previsto dal contratto nazionale di settore si collocasse in una fascia inaccettabile secondo i principi della nostra Carta. E’ il segnale di una crisi operativa dell’istituzione-sindacato, di una abdicazione che lascia scoperta la casella di quel ruolo che nel secondo dopoguerra era stato tradizionalmente riconosciuto dai governi occidentali.

È ben vero che il limite dell’art. 36, almeno in astratto, dovrebbe garantire a tutti, senza bisogno di una norma specifica, il salario minimo; ma si tratta in realtà di pura ipocrisia, non è pensabile che per ottenere in concreto il risultato un lavoratore sottopagato debba ingaggiare un legale e rivolgersi, senza risultati certi, a un Tribunale! Dunque si pone come un obiettivo necessario e realistico quello di rivendicare una chiara legge, di poche righe, che imponga una soglia minima inderogabile a compenso dell’ora e della giornata di lavoro effettivo (in tempi di lavoro intermittente, di prestazione da remoto, di esecuzione spesso discontinua il riferimento non può essere solo orario, ma in alternativa anche giornaliero). Non è certamente un programma rivoluzionario, ma, in una situazione di debolezza e di trincea difensiva, pare oggi anche l’unico che può trovare gambe per camminare e conquistare vasta adesione.

La povertà in aumento è una scelta lucida del potere, non un incidente di percorso.

Le crisi che caratterizzano questo terzo decennio del secolo hanno accelerato sia l’allargamento della forbice fra ricchezza e miseria sia l’incremento al momento inarrestabile della quota di soggetti costretti ad un’esistenza indigente. La fascia di povertà assoluta (629,29 Euro mensili, ISTAT, 2021) toccava già 1,9 milioni di famiglie, 5,6 milioni di persone, il 7,5% degli abitanti in quella che Giorgia Meloni chiama nazione italiana (CENSIS, 2 dicembre 2022)La povertà relativa (qui il parametro varia, possiamo collocarla intorno a 826,7 Euro) comprende 2,9 milioni di famiglie, 8,8 milioni di persone, 11,1% del paese. Entrambe crescono senza sosta, l’ISTAT valuta in 18 milioni i soggetti a rischio; il CENSIS (ultimo rapporto sulla situazione sociale in Italia) ritiene, in ragione dei dati acquisiti, che gli individui soggetti al rischio di povertà o di esclusione sociale o in condizioni di grave deprivazione sono ormai il 25,4% della popolazione (uno su quattro), e il 32,4 fra gli stranieri (uno su tre).

Contribuisce all’impoverimento complessivo il costo di un bene necessario quale è la luce elettrica per uso domestico. Le fonti statistiche ARERA evidenziano un costo pari a 18,84 Euro per KW/H nel 2016, sceso a 16,08 nel 2020, poi impennato a 46,3 Euro e a 66,01 Euro nel 2022 (crisi di guerra) per poi assestarsi nel 2023, dopo il prelievo forzato, a 23,75 Euro. Dopo il referendum lo stato, per una sorta di vendicativa ritorsione, ha deliberatamente omesso di investire sulla manutenzione della rete idrica; per conseguenza le perdite aumentano e (in piena crisi di siccità) si collocano ora ben oltre la soglia del 40% (almeno 42% secondo ISTAT) e almeno 18 milioni di residenti non hanno collegamento con la rete. L’Istituto di Statistica segnala che il 28,4% della popolazione non beve acqua di rubinetto perché “non si fida” consentendo all’industria legata a quella minerale un aumento quasi geometrico del profitto, godendo di concessioni scandalosamente a buon prezzo, senza alcuna concorrenza del pubblico. L’impoverimento genera profitto, l’impoverimento crea valore.

Casa e risparmio: il cerchio si chiude

Il rapporto Federproprietari-Censis del 12 dicembre 2022 indica una percentuale di chi vive nella casa di proprietà pari al 70,8%, mentre il 20,5% abita in locazione (la parte residua in usufrutto o per diverse ragioni senza versare corrispettivo). Fra il 2010 e il 2019 il prezzo medio degli immobili è cresciuto del 19,4%, mentre in Italia, proprio per la maggior diffusione della proprietà, è salito meno, del 16,6%. Al tempo stesso, nelle metropoli italiane (e non solo nelle metropoli) cresce la propensione all’investimento immobiliare, attirando capitale estero. Con l’inflazione, e dentro la crisi degli istituti bancari privati americani, il capitalismo contemporaneo aggredisce il risparmio di famiglia (caratteristica molto italiana, per qualità e quantità); con l’aumento dei costi di gestione delle case in concreto abitate e il contemporaneo disegno europeo di ristrutturazione energetica coattiva si prepara l’aggressione a questa ulteriore sacca di resistenza popolare.

La spesa militare – cresciuta fino a 28,7 miliardi, ovvero 1,54% del PIL – assorbe ogni investimento e lo sottrae sia alla sanità, sia alla ricerca, sia ovviamente al c.d. sociale. La crisi di guerra viene evocata per legittimare come inevitabile una scelta che invece la precede, con una continuità incontestabile fra governo Draghi e governo Meloni. La soppressione di quel che residuava del modesto reddito di cittadinanza si colloca con assoluta coerenza nel piano generale in via di attuazione.

Sussunzione formale e sussunzione reale si intrecciano, in attesa che il mosaico del dispotismo che caratterizza questo susseguirsi di crisi dentro la transizione consenta alla seconda di inglobare la prima. La rimozione di ogni sicurezza e il costante incremento dell’area di povertà (relativa e assoluta) sono la via violenta per mettere l’esistenza a valore; ancora una volta la violenza si rivela una forza produttiva. Il fantasma della duchessa Elisabeth Sutherland si aggira in Europa, anzi nel pianeta.

NOTE
1. Marx Karl, “La duchessa di Sutherland e la schiavitù”, in Opere, 2021, volume 11, pag. 511, traduzione di Elsa Fubini.

L’articolo è stato pubblicato il 2 maggio 2023 su Effimera e in contemporanea su Machina-DeriveApprodi e su El Salto tradotto in spagnolo.

Foto di RMN da wikimedia

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Repressione economica e ortopedie della povertà

di Andrea Fumagalli e Cristina Morini

Strette e stretti nella morsa di un capitalismo «tutto intorno a noi», che colonizza immaginari oltre che spazi-tempi e forme di vita, non è strano sentirsi stanche e stanchi.
Ebbene, proprio per questo è più urgente che mai guardare da un lato ai meccanismi espropriativi che aggrediscono i campi propri del vivere nel sociale, della riproduzione sociale, dall’altro all’attacco organizzato contro gli strati sociali meno abbienti il cui scopo è facilitare, ancora e ancora, la separazione tra salvati e sommersi, facendo mancare, per questi ultimi, anche le forme minime di assistenza sociale.

La repressione economica

L’arretramento verso il quale si pretende di ricacciare «coloro che non ce la fanno» ricorda altre fasi della storia: saranno la carità, saranno i volontari e le parrocchie, sarà l’obolo offerto, la colletta, la raccolta di cibo o di libri per i bambini, a fornire aiuto ai «carichi residuali». La logica del merito cui fa da contraltare l’umiliazione sono stati posti a vessillo dall’attuale governo di destra che fomenta il rancore e il risentimento contro «gli assistiti», gli underserving poor che «meritano solo quello che hanno o neppure quello», per citare Eric Fassin[1].
La penalizzazione delle vite non essenziali è certo stata oggetto anche delle biopolitiche liberiste interpretate da un susseguirsi di governi di centro-sinistra, i quali, proprio attraverso i dispositivi di precarizzazione introdotti negli anni, hanno progressivamente assecondato un’interpretazione non universalistica del diritto e dello stato sociale. Ma sicuramente la destra, al governo in Italia da qualche mese, ha dimostrato, con la manovra economica presentata, quanto sia per lei basilare puntare sulla discriminazione per tenere insieme il consenso del proprio popolo.
Chiaramente il tema del Reddito non poteva rimanere estraneo a tale programma. All’interno della crisi economica infinita che stiamo vivendo, gli scenari dell’economia di guerra sono già in atto perché servono a snaturare profondamente i presupposti stessi del compromesso keynesiano tra Stato e cittadini, pur tra tutti i suoi limiti. La pacificazione ufficiale, la pace occidentale dei valori occidentali, è solo parvenza, poiché il campo di battaglia sono le condizioni di vita e l’espulsione di tutto ciò che viene ritenuto improduttivo per l’attuale capitalismo finanziarizzato. D’altro lato, come notato più volte in passato e come reso manifesto dall’epidemia Covid-19, è proprio l’immissione di una logica elitaria nel settore del welfare, attraverso forme di privatizzazione ovvero di selezione, a rappresentare un campo fondamentale per la generalizzazione della finanziarizzazione del «capitale umano».
Il riferimento all’«economia politica della promessa» rimane fondamentale dentro questo modello di finanziarizzazione della vita (la «messa a valore della vita», così tante volte da tutte/i noi citata). Si è diffusa l’assenza di retribuzione, resa trasparente dalla accumulazione consentita dalla riproduzione sociale e dall’estendersi di forme di lavoro non riconosciuto come tale. Si è indotta «la normalizzazione di aspettative costantemente decrescenti che finiscono per favorire l’accettazione di offerte al ribasso. […] Il soggetto, immerso nella condizione precaria, ulteriormente declassata dalla crisi, si consegna al lavoro che oggi può assumere lo “statuto” di lavoro gratuito»[2]. La depoliticizzazione di una frazione crescente del lavoro contemporaneo va connessa, poi, alla rilevanza assunta dalla nozione di «libertà di scelta» neoliberale. La quale agisce negativamente, in senso diametralmente opposto alla presa di coscienza politica e alla costruzione di reale autonomia. Va chiarito, dunque, al solo scopo di continuare fruttuosamente la discussione sul tema, il senso in cui viene intesa (e imposta) la promessa: sei libero di scegliere di essere schiavo. Apprendisti dell’obbedienza, li ha chiamati Marco Bascetta, «con raccapriccianti richiami alla virtù dell’umiltà»[3].
I poveri sono ostracizzati ma lo Stato fa di tutto per accrescerne il numero, così da poter mantenere una più ampia capacità di contenimento e di controllo delle classi subalterne. Nel dicembre scorso, Fabrizio Balassone, direttore del Servizio della struttura economica di Banca d’Italia, ha spiegato davanti alle commissioni di Bilancio di Camera e Senato che la possibilità di ricorrere agli aiuti previsti dal Reddito di Cittadinanza, tra pandemia e crescita inflazionistica, si è rivelata fondamentale per reggere il potere d’acquisto delle persone in difficoltà. Senza di essi, Banca d’Italia stima che ci sarà un milione di poveri in più[4].
Per tali motivi riteniamo che l’epoca di fronte alla quale ci troviamo si stia dotando di un apparato, non solo normativo e materiale ma anche culturale e simbolico, che di nuovo si articola intorno alla repressione politica della devianza dalle norme dell’apparato di potere ma sopra ogni cosa si centra sulla repressione economica rispetto al disadattamento dall’utilità capitalista.
Ricordiamo che mentre il lavoro è diventato oggettivamente merce scarsa, i termini dell’offerta di lavoro sono spesso miserabili: secondo l’Inps, sono 4,5 milioni i lavoratori (23%) che guadagnano una cifra inferiore a quanto assicurato dal reddito di cittadinanza (780 euro il mese)[5]. Nell’assenza totale di alternative, anche i lavori e le retribuzioni più indecenti non saranno rigettabili: ci troveremo ad affrontare il problema della diffusione capillare di situazioni sempre più schiavizzanti.
Anche il fenomeno delle «grandi dimissioni», spesso paragonato alla Great Resignation negli Usa, può essere analizzato in Italia tenendo conto della presenza del, pur manchevole, strumento del Reddito di Cittadinanza. Ci pare di poter sostenere, osservando i dati[6], che l’evoluzione del numero di coloro che nel 2021 hanno lasciato il lavoro (un aumento di 40.000 dimissioni rispetto a due anni prima) sia soprattutto legata alla prospettiva di un nuovo impiego, dunque a un desiderio di migliorare la propria condizione lavorativa. L’esistenza di ammortizzatori che sostengono possibilità diverse è presupposto determinante per la libera decisione delle persone e stimola a perseguire nuove opportunità, costringendo anche il mercato del lavoro a rendersi più attraente (con retribuzioni più alte e tempi più umani). Viceversa avremo solo coazione al lavoro, in una situazione paradossale di sempre più vistosa carenza di lavoro.
Tale circostanza, estremamente passivizzante per i soggetti, rende assai più complesse le possibilità di reazione poiché gioca sulle possibilità stesse della sopravvivenza. La repressione economica previene così, naturalmente, la repressione politica. Rischia infatti di far dilagare un senso d’impotenza e rassegnazione. Il processo viene innescato al fine di ostacolare il nostro desiderio e bisogno di riprenderci la vita e le possibilità di conflitto.

Così ti smonto il Reddito di Cittadinanza

Esplicitata sin dalle premesse la nostra tesi, va specificato che la legge che introduce il Reddito di Cittadinanza (RdC) del primo governo Conte, entrata in vigore nel gennaio 2020, non propone un vero Reddito di base. La proposta di Reddito di base, infatti, consta di alcuni parametri, che non possono essere elusi: la residenza (e non la cittadinanza), l’individualità (e non la famiglia), la maggior incondizionalità possibile (in termini di vincoli di spesa e di comportamento), l’erogazione di un livello di reddito non inferiore alla soglia di povertà relativa (e non assoluta), la creazione di un fondo di finanziamento ad hoc, separato dalla previdenza, gestito dall’autorità pubblica. Ciò che importa sottolineare, in termini molto stringati, è che la proposta del Reddito di base rientra nelle politiche di distribuzione del reddito primario. Quindi non ha nulla a che fare con le politiche meramente assistenziali (anche se tra i suoi effetti collaterali c’è la riduzione dell’esclusione sociale e della povertà), né con le politiche attive del lavoro.
La legge italiana sul RdC non risponde ad alcuno di questi parametri. A taluni si avvicina, ad esempio il livello di reddito erogato, ma non molto di più. E non è un caso che proprio questo aspetto sia stato al centro della funzionale propaganda mediatica estiva ed elettorale contro tale strumento, secondo la quale l’eccessivo livello di reddito sarebbe un disincentivo ad accettare posti di lavori (precari e sottopagati).
Bisogna cioè sottolineare che la legge RdC targata 5S assomigliava più a uno strumento condizionato di assistenza al reddito in linea con la filosofia tipica di un sistema di «workfare». Al punto che le critiche rivolte si rifacevano al fatto che non era un mezzo efficiente per l’inserimento nel mercato del lavoro. Non era, cioè, una politica attiva per il lavoro.
Tuttavia, pure con tutti i limiti, esso ha risposto a un problema diventato più che vistoso, non aggirabilel’assenza di lavoro e l’esplodere del lavoro povero, come segnalavamo poco sopra.
Il ridimensionamento di tale strumento, già di per sé fortemente depotenziato e claudicante, da parte del governo Meloni si muove su due fronti, il primo di tipo quantitativo (la durata), il secondo di tipo qualitativo (la condizionalità). Presupposto necessario per attuare questo disegno è l’introduzione nel dibattito politico del concetto di occupabilità, termine ambiguo e di difficile definizione. Che cosa significa essere occupabile? Dovrebbe essere la condizione di chi, per salute ed età, è teoricamente in grado di lavorare. Chi decide l’esistenza di tali caratteristiche non è il soggetto medesimo ma un’autorità terza, non meglio specificata, presumibilmente afferente ai centri dell’impiego ma anche al datore di lavoro che faccia richiesta di assunzione del beneficiario. Sicuramente non è il percipiente ad aver voce in capitolo. Si nega, in tal modo, alcuna possibilità di scelta e autodeterminazione personale.
La stessa Meloni ha più volte ribadito che occorre porre fine allo scandalo «della scelta del lavoro» o «del lavoro dei sogni»[7]. Evidentemente, chi è povero non è in grado di poter decidere. E, secondo una logica ortopedica (etimologicamente, «raddrizzare da piccoli», «aggiustare ciò che è storto») deve essere paternalisticamente «aggiustato» dall’autorità politica (il centro dell’impiego) oppure dall’autorità economica (il datore di lavoro, il «padrone»), che gli indicheranno anche come comportarsi e che cosa consumare.
Da questa visione, discendono i due principali cambiamenti che verranno introdotti con i decreti attuativi già annunciati ma ancora da deliberare. La durata del beneficio verrebbe ridotta, a partire dal primo gennaio 2023, a sette mesi, per chi viene ritenuto «occupabile». In una prima versione si era parlato di otto mesi, poi si è deciso per sette mesi. Con tale ulteriore riduzione temporale, non solo aumentano le risorse che possono essere recuperate ma gli «occupabili» diventeranno abili al lavoro a partire da agosto, non a caso il canonico mese della vacanza italiana. Si garantisce così, in modo forzoso, quella disponibilità al lavoro necessaria per far fronte alla richiesta stagionale di mano d’opera nelle località di villeggiatura per i settori del turismo e dei servizi tradizionali. Inoltre, nel decreto flussi per il 2023, varato dal Consiglio dei Ministri il 27 dicembre 2022[8] si afferma che chi intende assumere dall’estero un cittadino non comunitario dovrà in primo luogo verificare presso il centro per l’impiego competente la mancata disponibilità a ricoprire il ruolo richiesto da parte di altri lavoratori già presenti sul territorio nazionale. Non viene, nella confusione, fatto esplicito riferimento agli «occupabili» a cui andrebbe levato il RdC, ma si conferma la filosofia razzista «prima gli italiani».
Ma c’è dell’altro. Si invoca la necessità di collegare meglio la formazione della mano d’opera più dequalificata che ha maggiori difficoltà a trovare lavoro e quindi quella che maggiormente necessita di un RdC. Si propone così di introdurre una nuova condizionalità all’accesso del RdC legata alla frequentazione di corsi di studio con successo. Come afferma il ministro del Merito e – in subordine – dell’Istruzione, i bocciati non potranno usufruirne[9]. Tutto ciò, come rileva Chiara Saraceno[10], è impossibile se il tempo concesso è soli sette mesi e per di più a scuole già iniziate. Di fatto, una presa in giro, la cui sola certezza è la perdita del sussidio. Eppure il nesso tra povertà educativa e classe sociale di provenienza emerge chiaro da alcune ricerche relative ai corsi di studio[11]. Le condizioni economiche e culturali della famiglia di provenienza portano molti giovani a non riuscire più a rappresentarsi in un ruolo diverso da quello nel quale sembrano essere incastrati dal destino sociale, tra lavori precari, sfruttati e senza sbocco. Ancora una volta ci confrontiamo con la rinuncia a immaginare una vita diversa: con la repressione economica.
Un modo autoritario per risolvere il possibile collo di bottiglia di un’offerta di lavoro insufficiente a coprire una crescente domanda di lavoro stagionale sottopagato. È da notare, inoltre, che le risorse così risparmiate andranno a finanziare l’aumento a 600 euro delle pensioni minime per gli over 75, ma, sia chiaro, solo per il 2023. I giovani poveri finanziano pertanto gli anziani poveri. Manca solo l’introduzione delle working house per ritornare al quadro descritto da Marx nel cap. XXIV de Il Capitale su «La cosiddetta accumulazione originaria»[12]!

Verso il lavoro coatto

A tale situazione, tuttavia, ci si avvicina con il secondo cambiamento, di tipo qualitativo: l’abolizione dell’attributo congrua all’offerta di lavoro che dovrebbe, anzi deve, essere accettata dal beneficiario del RdC. La volontà è impedire il rifiuto della prima proposta di lavoro anche qualora essa non rispetti alcun parametro che la rendano accettabile per le aspettative della persona: distanza del luogo di lavoro dalla residenza, livello di reddito e tipo di mansione congruente con il percorso formativo del beneficiario stesso.
Poiché il concetto di congruità compare anche in altri provvedimenti (ad esempio, il Jobs Act di Renzi), la sua abolizione nella riscrittura della sola legge sul RdC non rende chiare le reali conseguenze di tale cambiamento. Ma siamo certi, come già dichiarato da vari esponenti del governo, che la volontà sia oggi finalmente quella di obbligare coercitivamente all’accettazione di una qualunque offerta di lavoro, anche la più indecente.
Di fatto, come anche dichiarato dalla neo-ministra del lavoro Calderone, l’intenzione è tornare a un Reddito di Inclusione[13], come già esisteva prima della legge sul RdC, opzione caldeggiata anche dal Pd e dal centro-sinistra, all’interno del sistema degli ammortizzatori sociali.
Si conferma, in senso peggiorativo, la logica fordista-workfarista che vede i diversi strumenti di sicurezza sociale dipendere dalla condizione professionale dei potenziali beneficiari, intervenendo ogni volta con un diverso strumento quando si aprono nuove falle nel sistema a causa dell’emergere di qualche nuova figura precaria e non protetta, sulla base delle trasformazioni del mercato del lavoro. Così, se negli anni del boom economico era in funzione il sussidio di disoccupazione, con riferimento alla figura dominante del lavoratore dipendente e stabile, con l’inizio della crisi fordista, comincia a prendere piede il dispositivo della cassa integrazione (che oggi ha assunto tre diverse forme: ordinaria, straordinaria, in deroga), a tutela di lavoratori e lavoratrici che smettono di lavorare ma formalmente non perdono il posto di lavoro, in presenza di ristrutturazioni aziendali. Negli anni Novanta, a seguito della prima fase della liberalizzazione dei licenziamenti collettivi, viene istituita l’indennità di mobilità, a cui seguono con l’esplosione della precarietà, l’Aspi, la Naspi, la Discoll e oggi il RdC per i cosiddetti «poveri».

La lunga storia del Reddito di base

Si tratta di un inseguimento (in eterno ritardo) delle nuove forme del lavoro, partendo sempre dal principio che è la condizione lavorativa che deve essere tutelata, non la persona. Il risultato è una giungla di provvedimenti, dove è inevitabile che qualche categoria finisca per essere esclusa[14].
Se la nozione di cittadinanza già stava stretta, poiché il cittadino ha determinate caratteristiche, è bianco, è residente con la nazionalità italiana, è un maschio lavoratore, figuriamoci in quale contraddizione ci troviamo oggi quando ci confrontiamo con l’inserimento nelle catene del valore di atti fino a ieri non catalogati sotto la nozione di lavoro e con lo sfruttamento di tutto il vivente.
Il lavoro, insomma, non ha una sostanza, un significato, un contenuto e un senso univoco, omogeneo, e identico, in tutti i tempi e in tutti i luoghi e dobbiamo finalmente considerare la possibile varietà dei lavori di donne e di uomini, che si è fatta esplicita. Le forme abbozzate (e del tutto inadeguate) di salarizzazione della riproduzione, si innestano sul tramonto di un modello di società occidentale basata sul lavoro produttivo salariato maschile.
Ed effettivamente da un punto di vista non solo politico ma anche etico dobbiamo interrogarci su questioni cruciali riguardanti la libertà di scelta e l’autodeterminazione di cui ciascuna persona dovrebbe realmente disporre, e il sistema di «giustizia» (di equità, di considerazione e di diritti) che dovrebbe essere adottato per rendere questa libertà concretamente fruibile.
La governance della povertà è, insomma, da un lato un business economico, dall’altro il terribile terreno privilegiato di una rinnovata forma di repressione e coercizione, quella economica, che disgraziatamente si allarga e si aggiunge a quella politica e sociale.
Riteniamo necessario essere crudamente consapevoli di questa situazione critica, non per lamentarci delle nostre sfortune ma per continuare, senza stancarci, a proporre, e a inventare, possibili percorsi alternativi di liberazione della vita.
Non si tratta di partire da zero. Basta continuare a sviluppare e approfondire il dibattito sulla riforma del welfare (verso un modello di Commonfare[15]) e la proposta di un Reddito di base incondizionato che ha una lunga storia, patrimonio inalienabile del pensiero autonomo e critico dei movimenti sociali.

NOTE

[1] E. Fassin, Contro il populismo di sinistra, Manifestolibri, Roma 2019, p. 72.
[2] Ricordiamo, su tale concetto e discussione, AA.VV., Economia politica della promessa, Manifestolibri, Roma 2015. Essa è stata aperta dall’accordo sindacale per Expo 2015 che «benediva il lavoro a salario zero» (Premessa, p. 7). La citazione è tratta dal testo di Cristina Morini, Pur di non sparire. Dalla condizione precaria al lavoro gratuito, p. 56.
[3] Marco Bascetta, Al mercato delle illusioni, in ivi, pp. 14-15.
[4] Commissioni V della Camera dei Deputati (Bilancio, Tesoro e Programmazione) e 5 del Senato della Repubblica (Programmazione economica e bilancio), Audizione preliminare all’esame della manovra economica per il triennio 2023-2025, testimonianza di Fabrizio Balassone, capo della Struttura economica della Banca d’Italia, Roma 5 dicembre 2022 https://www.bancaditalia.it/media/notizia/fabrizio-balassone-in-audizione-preliminare-all-esame-della-manovra-economica-per-il-triennio-2023-2025/.
[5] Cfr. Inps, Relazione annuale del presidente: XXI rapporto annuale, luglio 2022, p. 9: https://www.inps.it/docallegatiNP/Mig/Dati_analisi_bilanci/Rapporti_annuali/XXI_Rapporto_Annuale/Relazione_Presidente_XXI_Rapporto_annuale.pdf
[6] Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e Banca d’Italia, Il mercato del lavoro: dati e analisi. Le comunicazioni obbligatorie, n.6, novembre 2021 (su dati al 31 ottobre 2021), https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/comunicazioni-obbligatorie/comunicazioni-obbligatorie-2021/Comunicazioni-obbligatorie-2021.06.pdf
[7] «Il Sole 24 ore», Reddito di cittadinanza, Meloni: «Congruità? Non tutti trovano il lavoro dei sogni», https://www.youtube.com/watch?v=7mTr7eGegkM
[8] https://www.informazionefiscale.it/Decreto-flussi-2023-novita-datori-lavoro.
[9] «Il Sole 24 ore», Valditara: stop al reddito di cittadinanza per chi interrompe gli studi, https://www.ilsole24ore.com/art/valditara-stop-reddito-cittadinanza-chi-interrompe-studi-AE5knkJC.
[10] Chiara Saraceno, La povertà e i limiti del nuovo reddito, «La Stampa», https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2023/01/la-poverta-e-i-limiti-del-nuovo-reddito-c.-saraceno-alst.pdf/
[11] Report Istat, Livelli di istruzione e partecipazione alla formazione, anno 2020, https://www.istat.it/it/files/2021/10/REPORT-LIVELLI-DI-ISTRUZIONE-2020.pdf
[12] K. Marx, Il Capitale, Libro I, cap. XXIV, Editori Riuniti, Roma, 1977, pp. 777-826: http://www.criticamente.com/marxismo/capitale/ capitale_1/Marx_Karl – IlCapitale – Libro_I_-_24.htm
[13] M. Calderone: “Il Rdc diventerà reddito di inclusione. Cuneo fiscale al -5%”, Affari Italiani, 2 gennaio 2023: https://www.affaritaliani.it/politica/calderone-il-rdc-diventera-reddito-di-inclusione-cuneo-fiscale-al–5-833017.html
[14] Per approfondimenti, ci permettiamo di rinviare al nostro testo: A. Fumagalli, C. Morini, “Contro il lavoro coatto per una riforma degli ammortizzatori sociali”, 5 luglio 2022: http://effimera.org/contro-il-lavoro-coatto-per-una-riforma-degli-ammortizzatori-sociali-di-andrea-fumagalli-e-cristina-morini/
[15] A. Fumagalli – G. Giovannelli – C. Morini, a cura di, La rivolta della cooperazione. Sperimentazioni sociali e autonomia possibile, Mimesis, Milano 2018.

Articolo pubblicato su Effimera il 30 gennaio 2023
Articolo pubblicato in contemporanea su Machina

Articolo tradotto in spagnolo e pubblicato su il periodico El Salto

Foto di Amine M’siouri da Pexels

Repressione economica e ortopedie della povertà Leggi tutto »

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