La pena di morte nel mondo

di Emi Del Bene

Non sono solo triste, sono deluso dal fatto che un sistema che si suppone debba proteggere e proclamare quello che è giusto in realtà sia così simile a me, e stia facendo lo stesso vergognoso errore che commisi io. […] Stanotte diciamo al mondo che non esiste una seconda possibilità agli occhi della giustizia. Stanotte diciamo ai nostri bambini che certe volte, in qualche caso, uccidere è giusto. Nessuno vince stanotte. Nessuno starà meglio. Nessuno uscirà di qui vittorioso.
(Ultima dichiarazione di Napoleon Beazley, messo a morte il 28 maggio 2002 per un omicidio commesso quando era minorenne. Qui la dichiarazione completa in lingua originale e la sua scheda dove è addirittura specificato che è “nero”).

La pena di morte è una violazione dei Diritti Umani che, purtroppo, e’ ancora legale in molti paesi, anche cosiddetti “civilizzati” e moderni (come gli Stati Uniti e il Giappone).

Molto spesso, chi vuole mantenere la pena di morte è piuttosto ignorante al riguardo, ed è spinto solo dalla scarsa ammissibilità morale di alcuni crimini: i sondaggi che dimostrano la tendenza ad appoggiare la pena di morte da parte dell’opinione pubblica sono spesso condotti in corrispondenza a processi legati a omicidi violenti ed eclatanti, e una vasta percentuale dei favorevoli si dichiara contraria in seguito alla lettura di un breve saggio informativo.
Molti credono che la pena di morte sia un deterrente ai crimini più efferati. In realtà numerosi studi provano che questo non e’ vero, infatti, per dare un esempio pratico, il Texas è lo stato americano con il maggiore numero di condanne a morte, ma nonostante ciò non è quello con meno uccisioni. Questo è dovuto anche al fatto che molto raramente chi commette un omicidio è lucido al momento dell’azione, e quindi così come non si rende pienamente conto del gesto che sta per compiere, non si porrà certamente il problema delle conseguenze legali e giuridiche del suo atto.
Quale tipo di omicida, infatti, potrà essere scoraggiato nel suo proposito dalla minaccia della pena di morte?
L’omicida che ha motivazioni ideologiche, religiose o sociali non teme la morte che anzi lo consacrerebbe a “martire”; un sicario o un serial killer considererà più vicina a sé la prospettiva di un guadagno; l’omicida sessuale o passionale, sia che sia spinto da una malattia mentale, sia che agisca in un momento di scarsa lucidità, non può essere fermato dal timore della pena capitale.

Ma al di là di queste considerazioni, è necessario porsi la domanda: la pena di morte e’ giusta?
Se anche avesse dei poteri deterrenti (che comunque non ha), come si può ritenere giusto e equo che uno stato uccida i propri cittadini in nome della giustizia? Si tratta quindi a tutti gli effetti di una violazione dei Diritti Umani (in particolare gli articoli 3, diritto alla vita, e 5, liberazione da tortura e punizioni inumane, crudeli e degradanti).

Alcuni sostengono che la pena di morte sia una sorta di “risarcimento” per la perdita di un proprio caro. Ma nella pratica invece sono la maggioranza i parenti delle vittime che sono perfettamente coscienti del fatto che aggiungendo altra violenza ad un fatto già così doloroso, non stanno meglio né possono riavere il loro caro indietro. Una prova di questa posizione è l’associazione “Journey of Hope“: è stata fondata da un familiare stretto di una vittima di omicidio che lotta contro la pena di morte ed ha salvato la ragazza colpevole dell’atto, che era stata condannata a morte.

Un altro luogo comune è che l’ergastolo o comunque la detenzione dei carcerati sia più dispendiosa della pena capitale: in realtà il processo legale legato alle esecuzioni ha altissimi costi, proprio per la complessità di questi casi. Uno studio condotto in Texas ha dimostrato che un caso di pena capitale costa circa 2,3 milioni di dollari, una cifra tre volte maggiore a quella che si spenderebbe con una detenzione in un carcere di massima sicurezza. Abolendo questa pena assurda e crudele, quindi, oltre al guadagno morale ed umano, ci sarebbe anche una maggiore disponibilità finanziaria Innocenti(che potrebbe magari favorire i progetti di prevenzione del crimine, a cui attualmente negli Stati Uniti vengono destinati meno soldi).

Inoltre, un tristissimo caso legato alla pena capitale: la messa a morte di innocenti. Non è infatti possibile che un sistema sia perfetto e che eviti qualsiasi tipo di errore.
Solo negli USA, nell’ultimo ventennio, si calcola che almeno 23 dei condannati avessero a loro favore seri dubbi sulla loro colpevolezza.
Uno studio della Columbia University School of Law rileva che in 7 condanne a morte su 10 sono stati trovati errori gravi tali da annullare le sentenze, negli anni che vanno dal 1973 al 1995.

-I casi-
In Russia nel 1994 è stato fucilato Alexander Kravchenko, poi risultato completamente innocente, a seguito di un processo influenzato dalla pressione pubblica che richiedeva un colpevole per una serie di omicidi particolarmente impressionanti. Nello stesso anno è stato giustiziato anche il vero colpevole, Andrei Chikatilo, mentre un sospettato si è tolto la vita per la pressione esasperante a cui era sottoposto.
Nel febbraio 1998 una corte d’appello del Regno Unito ha dichiarato che Mahmood Hussein Mattan, giustiziato nel 1952, subì un processo influenzato da pregiudizi razziali, dove l’accusa non aveva reso nota l’esistenza di un altro uomo simile a Mattan che poteva essere il vero colpevole.
Kenneth Richey è stato condannato nonostante evidenti prove della sua innocenza, negli Stati Uniti. La sua condanna è stata annullata nel 2005, dopo 20 anni passati nel braccio della morte.
In Giappone, un altro stato che conserva la pena di morte, Sakae Menda a 23 anni venne arrestato per rapina e omicidio plurimo. Arrestato nel 1949, fu messo a morte l’anno successivo.
Nel 1983, quando ormai di anni ne aveva 58, fu rimesso in libertà e dichiarato completamente estraneo ai fatti di cui era imputato.
Intanto aveva perso la famiglia e, di fatto, una gran parte della sua vita, passata a vedere 70 prigionieri mandati al patibolo (in Giappone viene ancora utilizzato il metodo dell’impiccagione), di cui 20 con condanna incerta e 5 innocenti.

Non c’è nulla che faccia pensare che la pena di morte sia dichiarata in seguito a processi equi: essi sono spesso irregolari.

In Cina i processi sono sbrigaCinativi (durano pochi minuti, a volte hanno luogo dentro a dei furgoni appositi per velocizzare ulteriormente il procedimento) e i verdetti sono composti da frasi prefabbricate, assemblate per aderire il più possibile al caso in questione; ciò succede anche in Uzbekistan.
In Palestina esistono solo avvocati d’ufficio e non c’è la possibilità di appello.
Le condanne a morte si basano sulle “confessioni” estorte sotto tortura in alcuni paesi come l’Arabia Saudita.
Negli Stati Uniti i condannati che provengono da ceti sociali disagiati e poveri non possono quasi mai accedere ad un’adeguata difesa, con il risultato che accade che gli avvocati assegnati d’ufficio siano giovani e troppo inesperti, che non siano in grado di svolgere le adeguate ricerche ed indagini per mancanza di fondi o che addirittura si addormentino durante gli appelli. Un altra terribile conseguenza della povertà di un imputato è che, oltre a non poter pagare un’adeguata difesa non è in grado di corrispondere le richieste di denaro di giudici e ufficiali di polizia corrotti.

Un altro fattore che influenza i verdetti in modo iniquo è la discriminazione.
Negli Stati Uniti l’intero iter giudiziario è influenzato dal colore della pelle sia dell’imputato che, soprattutto, della vittima.
Infatti, bianchi e neri vengono assassinati in maniera uguale, ma l’80% dei condannati a morte ha ucciso un bianco (a riprova di questo Dormirecondizionamento razziale, le schede dei condannati contengono i campi da riempire “razza”, sia dell’imputato che della vittima).

Sempre inaccettabile è la condanna a morte di persone affette da ritardo mentale.
La Corte Suprema del USA nel 1989 ha stabilito che l’esecuzione di un minorato mentale non costituisce una violazione della Costituzione; infatti in questo stato negli ultimi 25 anni ben 36 prigionieri affetti da ritardo mentale sono stati condannati a morte. Nel 2002 invece ciò è stato finalmente dichiarato anticostituzionale. Per i malati di mente, invece, è obbligatorio un periodo in un reparto di psichiatria che ripristini la competenza mentale necessaria per procedere all’esecuzione.

Nemmeno i minorenni sono risparmiati dal sistema, nonostante l’articolo 37.a della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, il Patto Internazionale sui diritti civili e politici, la Convenzione americana sui diritti umani e la Carta Africana sui diritti e il benessere del fanciullo proibiscano l’ergastolo senza possibilità di rilascio e la pena di morte nei confronti di minorenni.
Infatti, purtroppo, negli anni ’80 e ’90 in Iraq sono stati giustiziati dei bambini curdi per la loro etnia o per le azioni dei loro genitori. Tra il 1990 e il 2005 sono 39 le esecuzioni documentate di minorenni in Arabia Saudita, Cina, Iran, Nigeria, Pakistan, Repubblica Democratica del Congo, Yemen e USA (questo stato conta ben 19 di queste condanne). Molti di questi ragazzi hanno alle spalle una storia personale composta di abusi, carenze, abbandoni, violenze e povertà, con spesso un avvio precoce verso alcol e droga. Nonostante ciò, molto spesso gli avvocati difensori non hanno presentato queste caratteristiche e la minore età dell’imputato come attenuanti.

Fortunatamente negli Stai Uniti nel 2005 è stata dichiarata dalla Corte Suprema l’incostituzionalità della messa a morte di minorenni all’epoca del reato.

-I casi-
In Iran, una ragazza sedicenne (Ateqeh Rajabi) è stata impiccata nel 2004 per “atti incompatibili con la castità”, senza poter usufruire di una qualsiasi forma di assistenza legale.
Un altro caso è quello di Napoleon Beazley, diciassettenne all’epoca dell’omicidio, messo a morte in Texas il 28 maggio 2002. Egli aveva tenuto una condotta ideale in prigione e si era dimostrato profondamente pentito e consapevole del suo atto, ma il suo processo, oltre ad ignorare la sua minore età all’epoca del crimine, fu influenzato da pregiudizi razziali. La giuria era composta da soli bianchi (un giurato di colore era stato estromesso con una falsa accusa, rimpiazzato da un giudice bianco condannato per guida in stato di ubriachezza), tanto che Beazley venne definito “un animale” e un giurato, alla fine del caso, esclamò: “Il negro ha avuto quello che si meritava!”.

In molti stati, la pena di morte è uno strumento di repressione: mentre in molti paesi solo i reati più gravi, e che implicano l’uso di comportamenti violenti, sono imputabili, in altri le condotte illegali possono (a volte arbitrariamente) essere punite con la pena capitale anche quando non implicano la violenza.
Ancori in molti stati infatti la pena capitale è uno strumento di repressione politica, di “pulizia sociale”, di “rimedio genetico”.
In Cina si può essere giustiziati per emissione di fatture false, corruzione, speculazione e frode, furto di cavi elettrici, attrezzi agricoli, bestiami, veicoli.
In Iran si può essere uccisi per adulterio, nello Yemen per atti omosessuali, per apostasia in Sudan, Arabia Saudita e Iran, per blasfemia in Pakistan, per possesso di droga anche in minime quantità in buona parte dei paesi medio-orientali e del Sud-Est asiatico.

-I casi-
Ken Saro Wiwa era un ambientalista nigeriano che, oppostosi pacificamente allo sfruttamento petrolifero del suo territorio, senza nessun ricorso a mezzi violenti, è stato impiccato nel 1995.

Infine, la pena di diamorte è anche un trattamento crudele: provoca angoscia sia ai condannati che alle persone che li circondano, nell’attesa che il momento dell’uccisione legalizzata arrivi, e molto spesso è dolorosa in quanto non si è ancora arrivati alla “via umana alla pena di morte”.
Fino allo scorso decennio negli USA era usata con regolarità la sedia elettrica, anche se esecuzioni sempre più cruente ne hanno abolito l’uso. Il funzionamento di questo strumento di morte è il seguente: le scariche provocano la morte per arresto cardiaco e paralisi respiratoria, ma questo non significa che lo stato di incoscienza subentri dopo la prima scossa, quindi il condannato può rimanere cosciente mentre gli vengono applicate scariche da 2000 volt da 2 minuti a brevi intervalli.
Recentemente il metodo usato è quello della iniezione letale (questa soluzione vige negli USA, in Cina, in Guatemala ed è prevista nelle Filippine, in Thailandia e in Taiwan, così come in India, Indonesia e Viet Nam, dove è ancora in fase di studio).
L’agonia del condannato può protrarsi per molti minuti (per difficoltà o malfunzionamenti tecnici), il che può anche portare alla necessità di accedere per via chirurgica ad una vena più profonda. Le sostanze, se penetrano nel muscolo provocano infinito dolore e se si combinano troppo velocemente ostruiscono le vene del condannato rallentandone l’effetto. In caso che il barbiturico anestetico non agisca in modo sufficientemente rapido, il prigioniero può soffocare per paralisi ai polmoni rimanendo cosciente durante il processo.

-I casi-
In Texas viene usata una combinazione di queste sostanze: thiopental di sodio (come anestetizzante), bromuro di pancuronio (rilassamento muscolare e paralisi del diaframma e dei polmoni), e cloruro di potassio (arresto cardiaco). Nello stesso stato è stato vietato l’uso del bromuro di pancuronio per l’eutanasia degli animali, in quanto la sostanza non sarebbe idonea ad assicurar loro una morte serena, mentre centinaia di persone sono state uccise dallo stato con la stessa sostanza.Manuel Martìnez Coronado, agricoltore del Guatemala, nel 1988 è stato il primo ucciso con l’iniezione letale nel suo stato. La data di esecuzione fu decisa in modo improvviso per non dar spazio a ricorsi ed ulteriori appelli, nonostante non fosse ancora certa l’adeguatezza dell’assistenza legale ottenuta dall’uomo. L’esecuzione fu trasmessa in diretta sulla televisione nazionale, la sua agonia durò 18 minuti e il suo braccio non smise mai di sanguinare abbondantemente durante l’intera esecuzione, mentre i familiari stretti assistevano, singhiozzando e lamentandosi, dalla stanza accanto.
Nel 1994 un uomo pakistano rimase mezz’ora col cappio al collo mentre la famiglia si accordava su come spartirsi l’eredità coi parenti della vittima, e nonostante le due parti non avessero trovato un’intesa venne impiccato.
Nel 1997 una donna accusata di adulterio fu lapidata e dichiarata morta, salvo poi riprendere i sensi all’obitorio, in Iran.
In Arabia Saudita i condannati a morte vengono decapitati pubblicamente dopo la preghiera del venerdì.

Ma ad aggiungersi al dolore fisico c’è la pesantissima componente psicologica: la pressione esercitata da questa componente è così insopportabile che il 15% dei condannati, negli Stati Uniti, rinuncia a qualsiasi appello per arrivare più velocemente possibile al momento della morte.
In Giappone, invece, la data dell’esecuzione non è comunicata se non la mattina stessa, quindi ogni prigioniero vive la propria vita consapevole che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo (questa scelta di non comunicare la data della morte né al condannato né ai familiari, che vengono a saperlo solo dopo che la messa a morte si è compiuta, peraltro, è una pratica estremamente crudele e disumana in quanto non è “utile” ai fini della giustizia, della sicurezza o della trasparenza del processo).
Mediamente, il tempo trascorso da un imputato nel braccio della morte ammonta a 11 anni; questa detenzione può, alla luce dei Diritti Umani, essere considerata una violazione dell’art. 5 in quanto corrispondente a tortura (psicologica e fisica).

Una protesta davanti alla Corte Suprema, negli Stati Uniti. Foto di Jay Tamboli)

Fortunatamente, il movimento internazionale per l’abolizione di questa pena disumana è in crescita.
I dati, aggiornati al 15 aprile 2008, mettono in evidenza che sono 92 i paesi hanno completamente abolito la pena di morte, 10 la mantengono solo Protesteper reati particolari (quali quelli commessi in periodo di guerra) e 33 hanno abolito la pena “de facto”, non eseguono dunque una condanna da più di 10 anni o si stanno impegnando a livello internazionale a non fare ricorso a questa pena.
Quindi, sono 135 i paesi dove la pena capitale è stata abolita (de jure, per legge, o de facto, nella pratica), contro i 62 paesi ancora mantenitori (molti di questi, comunque, non applicano quasi mai la pena di morte).
Si può dire che il l’opinione pubblica mondiale spinge per una totale abolizione di questa pena, nonostante molti paesi medio-orientali, del sud asiatico, e anche due superpotenze economiche come gli USA e il Giappone siano dei mantenitori.

Perché questa pena degradante e crudele abbia fine, è importante che l’opinione a pubblica abbia i mezzi necessari ad elaborare una propria opinione, e che i paesi abolizionisti non demordano nel fare pressione verso gli stati mantenitori affinché si adeguino agli standard internazionali.
Il 10 ottobre è stato dichiarato la giornata mondiale contro la pena di morte, e ognuno di noi può fare in modo che diventi un momento di incontro e di insegnamento!

Per chi vuole saperne di più, è possibile contattarci all’indirizzo dirittiumani@taccuinoverde.eu e approfondire consultando le fonti di questo articolo:

“La pena di morte nel mondo”, briefing di Amnesty International, a cura di Roberta Aiello e Gabriella “Ela” Rotoli, 2005;
“La pena di morte nel mondo”, un rapporto di Amnesty International, a cura dei Coordinamenti Pena di Morte e Pubblicazioni della Sezione Italiana di Amnesty International, 1999;

Texas Department of Criminal Justice (sito del dipartimento di giustizia del Texas, completo di schede e ultime dichiarazioni dei condannati)
Save Nazanin (pagina per la diffusione di informazioni sulle detenzioni e le condanne a morte delle donne iraniane)
Amnesty Internationa contro la pena di morte (pagina sul sito di Amnesty International che tratta le campagne per abolire la pena di morte, con molti documenti e dati)
Journey of Hope (sito dell’organizzazione “Journey of Hope”, che riunisce parenti delle vittime e dei condannati, per un’alternativa alla pena capitale)

Inoltre, per la realizzazione di questo articolo, sono state preziose le informazioni divulgate durante la conferenza tenutasi il 30 novembre 2007 “Giornata Internazionale delle Città per la vita – Città contro la pena di morte – No justice without life”, con Bill Pelke, Claudio Giusti e Arianna Ballotta.

Taccuino verde, 26 agosto 2008

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