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Fai la cosa giusta

di Fabio Mongardi

Erano gli anni settanta e nell’aria si respirava voglia di libertà e ribellione. Insieme ad un amico che chiamerò soltanto D decidemmo un giorno di partire per Milano. A far cosa? niente di particolare, eravamo giovani e si voleva solo “vivere” ovviamente. Andammo in treno e da veri alternativi, come si diceva a quei tempi, senza fare nessun biglietto. All’andata non ci furono problemi, ma al ritorno in piena notte un controllore ci scaricò malamente alla stazione di Parma. Ci avviammo rassegnati lungo i binari quando, verso la fine del convoglio, un altro controllore, che aveva visto tutta la scena, ci invitò a risalire sul treno.
Mentendo, ci giustificammo dicendo che non avevamo i soldi per il biglietto e con nostra grande sorpresa lui disse che da padre di famiglia non se la sentiva di lasciare due giovani a piedi così lontani da casa. Ci fece due biglietti a sue spese e ci consegnò un biglietto con il suo indirizzo.
“Se volete mandatemi i soldi, ma se non li avete è lo stesso, io ho fatto la cosa che mi sembra giusta” ci disse. Era una brava persona e di sinistra e rimase con noi diverso tempo a parlare di lavoro e diritti sociali.
Rimasti soli chiesi a D se pensava di rimborsare i soldi. “Chissenefrega” rispose lui.
Sarà che quel gesto di generosità mi aveva particolarmente colpito, o sarà stato che da bambino mia madre mi aveva fatto leggere il famoso libro Cuore, ma io il giorno dopo comprai una busta e vi misi dentro i soldi dei due biglietti e in quel momento ho sentito anch’io di aver fatto la cosa giusta… 😉

Roberto Gianinetti

Per una trilogia estetica

di Aldo Gerbino

Una minuscola quanto intensa trilogia estetica ci raggiunge; essa assume le forme di un’operativa creatività opportunamente confezionata e offerta da Mario Lo Coco, Roberto Gianinetti e da Gianni Maria Tessari. L’incipit è segnato dal vigore espressivo nell’insistito cammino del monrealese Mario Lo Coco, alimentato dalle sue decennali esperienze generosamente allacciate al valore armonioso del raku, vincolate alla molteplicità della succosa presenza delle argille, alle policromie degli smalti. Un’esperienza connotata per la strenua fedeltà all’azione plastica esercitata nell’indirizzo della mano, in quel suo voler contagiare la materia fondante del nostro pianeta con quella della persona. Una tensione spirituale esposta al nodo dell’esistente che, proprio nell’oggetto, trasfonde e incarna l’ideale modello d’origine sempre più facente corpo con la scena naturalistica, con il fiato umano, con il catturare ogni accenno di parola, con il comprendere ogni percezione di forma. Un’espansione creativa, quella di Mario, la quale ha sempre posto attenzione ai saperi, alla fermentazione delle culture, a un’inseminazione del privato con quella sensibile attenzione ai problemi sociali, al dinamismo delle morfologie, al suono, e, in particolare, alla considerazione della poesia, così al pensiero filosofico il quale contiene in nuce ogni possibile sviluppo dell’agire. Un contribuire con la personale funzione modellatrice non soltanto con l’inerte mediazione di oggetti, ma facendo in modo che tali manufatti siano il terminale di una cultura percepita come energia vitalizzante. Un navigatore della conoscenza, – così lo abbiamo caratterizzato nella recente personale all’Accademia delle Scienze presso l’Ateneo palermitano, – in cui la téchne, segna l’identità di un paesaggio dove altri possono immergere lo sguardo interagendo in chiara libertà, sospinti nella sorprendente sapienza delle mani, accogliendo quel ‘fare’ necessario già inteso dal mondo greco, per cui nella téchne si trovano, diluite e distillate, disparate esperienze. Ora, le sue Sfere cellulari si animano con movimenti circolari nel taglio di un blu sprigionato in lame, in losanghe, oppure nel cobalto steso sulla crudezza argillosa di un corpo felino, mentre altri azzurri più metallici si dispongono su panciuti cuscini, stoviglie, trucioli, su merletti, oppure, come quelli esposti in ambito veneziano (a complemento visivo nel tempo della Biennale), si accendono, quali folgoranti mappamondi, del grido gioioso del giallo, disegnando orbite, o volteggiando nel cupo manto di una notte inchiodata da stelle.
Il compatto lavoro inciso di Roberto Gianinetti possiede una matrice arcaica, una suggestione intima, nata da un rammemorare e da un vivere a rebours. Urgenze intellettuali atte a comprendere meglio ciò che ci sorregge e in che modo tali monoliti si siano evoluti all’oggi, senza dilavare sulla griglia di una civiltà legata alla velocità del consumo d’immagini bensì, attraverso xilografia e linoleumgrafia, rilievi e calcografie, un comprendere la necessità di studiare ogni possibile emergenza della materia, delle tracce, del loro descensus. In altri termini il fuoco del problema visivo in Gianinetti sembra connotarsi come un’opera di riflessione, d’indagine, di convinta progettualità: una ricerca ponderata sulla tracciabilità e consistenza stessa del segno, dell’orma, del codice. Ciò anche in virtù di una formazione in cui la fiamma umanistica si associa alla ragione scientifica, sostenute da procedimenti tecnici essenziali alla significatività del suo linguaggio. Un identificarsi nella pienezza immersiva di complesse tramagli di segni, o nelle ampie e popolose crittografie, nelle interpretazioni di movimenti nastici apparsi sulle sabbie, polveri, per camminamenti labirintici, nella mitografia dell’animo, per gemmazioni di ambienti naturalistici riconducibili per emozionalità ai versi di Giuseppe Bongi di Amo l’estate, versi accompagnati da ornitologici acquerelli e disegni al caffè di Eugenio Montale il quale tanto aveva apprezzato parole e dipinti di questo mite e malinconico artista fiorentino. In Roberto ritroviamo la necessità di certe campiture che agitano ambienti naturalistici, in cui l’ornitologia, i prodotti cellulari, gli esiti arborei, tracciano echi con quei segni incisi che appartennero alla maestria di Maccari e, in particolare, a quelle esegesi illustrative a rafforzare e decrittare il narrato delle ‘bestie’ di Aldo Palazzeschi. In Gianinetti, si attua di continuo la volontà di stilizzare quella cultura incisoria esposta (a sua formazione) tra primo e secondo Novecento, stabilizzando rarefazioni delle immagini, scompaginando e ricostruendo l’endoscheletro delle sue materie visuali: una sorta di calligrafia che si enuncia dai suoi reticoli posti in paesaggi, risaie, tra onde silenziose di floreali petali e gambi, in una moltiplicazione dei segni. In questo tessuto ecco uno scorrere, un travasare ora la densità di un totem animale rivolto verso una sintesi che sempre più si accosta al gusto del design, altre volte accetta modanature di cromatismi come si presentano in certe rilievografie: da Estasi al sole (nel titolo un ricordo verbale, pur nella ovvia distanza estetica e storica, dei Conquistatori del sole del vercellese Giuseppe Cominetti), al ‘volto’ elaborato nel sincretismo operativo con la ceramica di Lo Coco (La chioma di Berenice e il Cigno). Il discorso di Gianinetti va, dunque, per intrichi, per maglie, per linee concise, per assorte e laminari profondità.
Allo spazio, Gianni Maria Tessari dedica, o meglio offre, la sua presenza corporea nel modo in cui recitano la serie di acrilici di Vie oscure, Oltre le stelle, Fuori del corpo. Un gesto interiore, quello di Gianni, votato alla lettura di un multiverso ampliato fin oltre le stringhe dell’immaginazione, corroborandolo ora con toni densi, quasi a voler catturare materia allo scopo di incrementare il valore ponderale del cosmo e dell’uomo, altre volte divaricando la luminosità con azzurrine aperture e librando il corpo in una mutevole distesa per celesti abitazioni. Eppure sul linguaggio del veneto-torinese Tessari, trovano incubazione diversi elementi stilistici – dalla surrealtà, al tachisme alla nuova figurazione, in quell’atmosfera già segnalata (2007) nella ricognizione milanese alla ‘Fabbrica Borroni’ citando esperienze che vanno da “Palermo Blues” a “Sculturama”, dalla “ Nuova palestra artistica milanese” alla “linea dolce della Nuova Figurazione”, da “Italian Factory” a “RefreshProject” alla “Street art”, – configurando, per Tessari, quella sincretica volontà di allacciare icone diverse al fine di ottenere un plot narrativo rinnovato, multireagente, in sintonia con la spazialità urbana e animata dalla metafisica tensione verso quell’oltre rinvenibile nella pedana siderale. Allora dalle crittografie naviganti nelle oscure nebulosità di Notturno, Gianni Maria Tessari si proietta nella corposa magmatica espressione dal gusto informale delle sue Antropologie con un aspetto di solitaria cupezza in cui bagliori e fiammate accendono la pagina pittorica; altre volte tale densità si squarcia, e tra le consistenze maggiori di fuochi ecco riemergere sagome umane, tralicci, criptiche scritture in forma di calligrammi, il tutto, in attesa di rasserenanti lucentezze, nel gelido silenzio del proprio sguardo.

[a.g. Palermo, maggio del 2022]

Export di armamenti: la Relazione corretta rivela un record storico

di Giorgio Beretta

Un semplice “Errata corrige”. Di quelli che si appiccicano nei libri per segnalare qualche piccolo refuso. E’ il metodo adottato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri per correggere una serie di dati, tra cui il maggiore per la modica cifra di oltre 4,5 miliardi di euro relativi alle esportazioni di sistemi militari, nella “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”Relazione che era stata inviata al parlamento lo scorso 5 aprile e pubblicata alcuni giorni dopo sui siti di Camera e Senato. Relazione che i funzionari dell’ufficio di Presidenza del Consiglio avevano letto considerato che, come sempre, ne avevano fatto una presentazione riportando i dati recepiti dai vari ministeri. Ma che evidentemente non avevano compreso. Perché chiunque avesse avuto un minimo di dimestichezza con le precedenti Relazioni o avesse posto anche solo po’ di attenzione alle cifre non poteva non notare che quei 225 milioni di euro di esportazioni di materiali d’armamento riportati dall’Agenzia delle Dogane per l’anno 2021 cozzavano con gli oltre 4,6 miliardi di euro di autorizzazioni all’esportazione concesse dall’Autorità Nazionale UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) e ancor più con gli oltre 5 miliardi di euro di operazioni, relativi soprattutto ad incassi dall’estero, segnalate dal Ministero dell’Economia e della Finanze. Un po’ come se una ditta nello stesso anno registrasse 4,6 miliardi di ordinativi, oltre 5 miliardi di incassi e vendite per soli 250 milioni di euro: l’Agenzia delle Entrate invierebbe i funzionari per ispezionare i libri contabili e del magazzino.

Il macroscopico errore dell’Agenzia delle Dogane

Invece niente di tutto questo, nessuna ispezione e via libera alla pubblicazione della Relazione governativa che – come dicevo – è avvenuta ai primi di aprile. L’Agenzia delle Dogane riportava operazioni doganali relative a “Esportazioni definitive”, cioè per spedizioni all’estero di materiali militari, per un valore complessivo pari a 225.151.624,16 euro e per tutti andava bene. Ma non a me che da oltre vent’anni leggo queste Relazioni e un minimo di conoscenza in materia credo di essermela fatta. Così, lo scorso 20 aprile in un articolo per “Il Manifesto” segnalavo le numerose incongruenze nei dati contenuti nella relazione evidenziando che “l’Agenzia delle Dogane, che è tenuta a certificare le esportazioni di armamenti italiani, non le sta riportando tutte: e questo è grave perché inficia radicalmente la possibilità di controllo parlamentare e della società civile sulle esportazioni effettive di armamenti italiani”. Tra i miei quattro lettori, evidentemente c’è qualche funzionario governativo ed è stato così che, il 13 maggio scorso sui siti di Camera e Senato (qui i due volumi) è apparsa una nuova versione dei due volumi della Relazione governativa. Nuova versione (denominata nei file in pdf: vers.2) che, nel primo volume, riporta alla prima pagina un “Errata Corrige” e che invece è stata completamente rifatta nel secondo volume in cui la relazione dell’Agenzia delle Dogane è stata integrata introducendo di soppiatto 271 pagine relative soprattutto alle “Esportazioni definitive” il cui valore adesso è di 4.794.025.000,65 euro: una bella differenza rispetto ai 225.151.624,16 euro riportati nella prima versione.

Record storico nel 2021 di esportazioni effettive

Si scopre così che nel 2021, anno ampiamente segnato dalla pandemia per Covid-19, le aziende militari italiane hanno lavorato a pieno ritmo esportando nel mondo armamenti per un record storico di quasi 4,8 miliardi di euro. Tra i maggiori destinatari di sistemi militari “made in Italy” figurano Qatar (958.849.653 euro), Kuwait (875.393.504 euro), Egitto (773.289.163 euro), Turkmenistan (378.470.352 euro) tutti paesi che, come noto, non primeggiano certo per livelli di democrazia e di rispetto dei diritti umani. Scorrendo il lungo elenco, dopo Regno Unito (233.466.565 euro), Stati Uniti (223.451.692 euro), Francia (148.001.753 euro) troviamo l’Arabia Saudita (135.844.327 euro) e Emirati Arabi Uniti (122.460.394 euro) di poco preceduti dalla Germania (128.755.982 euro) e subito seguiti dal Pakistan (87.774.972 euro).

Ripresa anche delle nuove autorizzazioni

La nuove autorizzazioni individuali mostrano un leggero calo passando dai 3.927.988.408 euro del 2020 ai 3.648.843.633 euro dell’anno scorso,calo che è compensato dalle “licenze globali” che riguardano soprattutto progetti militari i cui destinatari sono i paesi dell’Unione europea e della Nato: ai 3.648.843.633 di euro di “autorizzazioni individuali” (cioè per singole licenze di esportazione) vanno infatti sommati i 1.012.348.699 euro di “licenze globali” e “licenze generali” e “intermediazioni” che rappresentano per le aziende uno strumento di semplificazione delle procedure: il totale definitivo delle autorizzazioni rilasciate nel 2021 è dunque di 4.661.192.334 euro, in leggero aumento rispetto all’anno precedente (4.647.446.532 euro).

Sul calo delle licenze individuali ha influito anche la diminuzione degli ordinativi soprattutto dei Paesi extra-UE che, con limitate risorse, hanno dovuto fronteggiare la pandemia da Covid-19. Anche per questo, per la prima volta negli ultimi sei anni, il valore delle autorizzazioni individuali all’esportazione verso i Paesi Ue e Nato supera quello dei Paesi esterni alle due alleanze politiche e militari dell’Italia: si tratta di 1,9 miliardi di euro (pari al 52,1%) a fronte di 1,7 miliardi (il 47,9%) rilasciati ai Paesi extra Ue-Nato.

Sempre più armi nelle zone di tensione

Ma anche quest’anno il primo destinatario delle nuove licenze per armamenti italiani è un paese del Medio Oriente, il Qatar, che con oltre 813 milioni di euro supera ampiamente Stati Uniti (763 milioni), Francia (306 milioni) e Germania (263 milioni). Tra i principali acquirenti figurano anche Pakistan (204 milioni), Filippine (99 milioni), Brasile (73 milioni), India (60 milioni), Emirati Arabi Uniti (56 milioni), Malaysia (48 milioni), Arabia Saudita (47 milioni) e l’immancabile Egitto (35 milioni) – che era stato il primo destinatario nei due anni precedenti – i cui corpi di polizia e enti governativi continuano ad essere riforniti dall’Italia di “armi leggere” tra cui pistole e fucili automatici. Più di 970 milioni di euro di licenze di esportazione (pari al 26,6%) riguarda l’Africa settentrionale e Medio oriente: un dato preoccupante considerato che quest’area costituisce una delle zone di maggior tensione del mondo. Una zona in cui il governo Draghi, come i suoi predecessori, ha dunque continuato a inviare armamenti. Mentre – come hanno rivelato vari sondaggi d’opinione – i cittadini italiani da anni chiedono ai vari governi di rispettare rigorosamente le norme della legge 185/1990 che vieta espressamente di esportare armamenti a paesi in guerra e i cui governi sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.

Pubblicato il 17 maggio 2022 in Unimondo

giorgio.beretta@unimondo.org

Gli scrittori di dizionari

di Paolo Albani

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