Il silenzio dei vivi

Tra le macerie di Gaza qualcuno continua a vivere. Non è una notizia. Non lo è mai stata. Eppure, ogni giorno, famiglie tornano tra le rovine per raccogliere ciò che resta: un piatto, una fotografia, un giocattolo. Donne che spazzano via la polvere dalla tenda in cui dormono, bambini che attraversano le strade dissestate per raggiungere i centri d’apprendimento provvisori, giovani che vanno a prendere l’acqua lontano, a rischio di non tornare.
Piccoli gesti che non interessano a nessuno, perché non rientrano nella cronaca della guerra, non hanno il ritmo delle esplosioni né la lingua dei comunicati ufficiali.
Nel linguaggio freddo e crudele di chi domina la scena, tutto si riduce a “piccole schermaglie”. Così le ha chiamate il vicepresidente statunitense James David Vance, commentando i nuovi bombardamenti israeliani. Cento morti, venti bambini tra loro. Ma non i suoi bambini. E neppure i nostri, perché ormai li abbiamo esclusi dal cerchio del dolore che riconosciamo come umano.
È questa la vera vittoria della guerra: trasformare la sofferenza in statistica, l’ingiustizia in normalità, la distruzione in necessità.
In Cisgiordania, intanto, uomini e donne tentano di raccogliere le olive, come ogni anno, come sempre. È un rito antico, che lega alla terra e alla memoria. Ma oggi chi si avvicina agli alberi rischia di essere aggredito dai coloni. Gli ulivi vengono tagliati, incendiati, calpestati. Ogni frutto che cade è un atto di resistenza, ogni gesto di cura un pericolo.
E intorno, ancora silenzio. Le autorità politiche tacciono, o parlano un linguaggio neutro, burocratico, in cui la parola “pace” suona vuota, senza sangue né respiro (leggi anche questo articolo di Giorgio Agamben: La guerra è la pace).
La vita dei palestinesi continua dentro questo silenzio, con una tenacia che spaventa. Gaza è piena di mani che aggiustano, che ricostruiscono un angolo di casa, che accendono un fuoco per scaldare un pasto. La guerra li ha privati di tutto, ma non della volontà di restare. “Questo è il nostro paese”, dicono. “Lo amiamo, anche distrutto.”
È forse la più radicale delle ribellioni: voler vivere, quando tutto intorno grida morte.
Risuonano le parole di Dalia Taha (scrittrice, autrice di libri di poesie, romanzi, testi teatrali, vive e lavora a Ramallah), Entra, amore palestinese:
Noi palestinesi
amiamo ciò che amiamo
un po’ più di quanto dovremmo.
Guarda come amiamo le nostre università,
le nostre susine, l’aria nitida del nostro paese,
il nostro za’atar, i nostri poeti,
i nostri villaggi fatti a pezzi.
Siamo sempre pronti ad amare
un po’ più di quanto dovremmo;
sempre pronti a morire
un po’ più di quanto dovremmo.
Le parole di Dalia Taha non parlano di eroismo, ma di una fedeltà quotidiana: l’amore per la terra, per la lingua, per le piccole cose che resistono alla distruzione. È la stessa forza che si vede nei volti di chi ripulisce una tenda o riaccende una stufa tra le rovine. Un amore che non chiede applausi né compassione, ma solo di essere visto.
La scena mediatica è occupata dal linguaggio dei potenti, dalle giustificazioni e dalle statistiche. Ma sotto quel linguaggio continuano a muoversi i vivi, i dimenticati, coloro che amano “un po’ più di quanto dovrebbero”. Forse è da loro che dovremmo imparare cosa significa resistere.
L’articolo è stato pubblicato su Comune.info il 29 ottobre 2025
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