A proposito di una occupazione

di Ettore Masina

Quando in una piazza o in una sala si leva accanto a me il canto, così suggestivo, di “Bella ciao”, mi capita di pensare che soltanto noi vecchi siamo in grado di comprenderne sino in fondo il significato: perché una ragazza, destandosi da un profondissimo sonno e trovando che il suo paese è stato invaso da un esercito straniero, si “senta di morire”. E’ difficile – e forse impossibile – a chi non l’ha provata immaginare la ferocia di un regime di occupazione. Occupazione non significa soltanto guerra perduta ma anche perduta identità. Ti sembra di non avere più patria poiché i confini che la delimitavano sono stati violentemente abbattuti e i luoghi che ti sono cari sono diventati terra di conquista. I maschi del tuo popolo vinto (quelli che non sono morti o prigionieri in “campi” lontani) sono trasformati in lavoratori senza diritti,  o profughi miserabili; mogli sorelle o figlie non possono più sentirsi difese dalla possibile violenza dei vincitori; inermi si sentono i bambini davanti a padri di cui ogni giorno vedono umiliata la dignità. Le leggi che vengono emanate sono fatte per il benessere e la sicurezza degli occupanti, non dei cittadini. I raccolti e le produzioni industriali  sono bottino di guerra e i generali nemici decidono se e in quale quantità possono essere distribuiti agli sconfitti. Le piazze in  cui giocavano i bambini, i parchi in cui passeggiavano gli innamorati, i ristoranti delle allegre tavolate,  i teatri in cui si narravano le bellezze della vita o i suoi drammi, ogni luogo pubblico, insomma, è sfregiato dalla presenza di stranieri armati. Vi sono scuole (molte scuole) trasformate in bivacchi delle forze d’invasione; e case requisite e  vie sbarrate e zone interdette. Le rovine lasciate dai combattimenti non vengono riparate. Accade che intere popolazioni debbano lasciare i luoghi in cui vivevano, espulse dalla violenza armata o da una fonda paura. Che posti di blocco infestino le strade e impediscano ai vinti di svolgere  i propri commerci o, peggio ancora, di riunire le famiglie o di mantenere i collegamenti fra parenti o di accedere rapidamente a luoghi di cura. Che in alcune zone tutti gli alberi vengono abbattuti, “per ragioni di sicurezza”. Le notti sono anticipate e prolungate dai coprifuoco; in quell’eternità di buio si sentono i passi cadenzati delle ronde e di quando in quando vengono dalle strade rumore di spari, grida concitate, alti lamenti. Chiudendo la porta, la sera, sai che potrebbe essere abbattuta da qualche pattuglia venuta a prenderti per potarti chissà dove.
Occupazione vuol dire terrore. Non è soltanto che tutti i diritti sembrano cancellati, è che puoi da un momento all’altro essere punito per ciò che un altro ha fatto: la punizione collettiva, la rappresaglia devastano ogni logica, ogni innocenza, e ogni diritto. Sei immerso nell’arbitrio del dominante, che, se qualcuno osa ribellarsi,  non occhio per occhio pretende ma dieci occhi per ogni occhio dei suoi ferito o spento.

E’ in questo modo che da cinquant’anni vivono i palestinesi dei territori occupati.

Il terrorismo non ha mai giustificazioni: è una perversione mortifera. Come le punizioni collettive decise dagli occupanti, colpisce innocenti e dunque devasta ogni giustizia. E’ odio che genera odio. E’ delitto insensato, patologia criminale. Guardo una fotografia scattata sul cortile della scuola rabbinica di Gerusalemme. C’è un ragazzo morto, che mi pare identico a mio figlio quando aveva quindici anni. Provo un senso di lutto che mi sconvolge. Non  ci si può, non ci si deve, mai, abituare a queste gioie di vivere affogate nel sangue.

Penso, anche, che non si possa, non si debba, mai, dimenticare come vivono, da cinquant’anni, i palestinesi. Se si eccettua la tragedia irlandese, non c’è, nella storia contemporanea, esempio di occupazione  (= oppressione ) durata tanto a lungo e tanto a lungo tollerata dall’opinione pubblica internazionale. L’orrore della Shoah sembra nascondere con le sue tenebre la storia della nabka, la violenza perpetrata ai danni di questo popolo arabo, chiamato a pagare le colpe degli  europei. Migliaia di pagine sono state scritte dall’ONU a proposito della tragedia palestinese ma si direbbe che nessuno le abbia mai lette. Perché tacerlo? Il nostro razzismo non è soltanto un’infamia che ha massacrato per secoli il popolo ebraico, il nostro antisemitismo continua a stravolgere anche la nostra visuale di quell’altro popolo semitico che è il popolo arabo. Non dobbiamo dimenticarlo: noi italiani siamo stati colonialisti e del colonialismo abbiamo conservato la capacità di velenoso disprezzo per i non-europei.  Gli arabi come gente primordiale, insensata, feroce, ignorante, sporca: questi clichès appartengono alla cultura di noi vecchi ma sono passati anche ai nostri figli. E chi è riuscito a evadere dall’infamia dell’antiebraismo ha finito ben presto per pensare Israele come avamposto della civiltà occidentale nel Medio Oriente islamico.
Le capacità imprenditoriali e la finezza della cultura israelitica hanno fatto sì che una gran parte dei mass-media mondiali siano proprietà di ebrei, e perciò apertamente schierati “a favore di Israele”. Film come “Exodus”, tanto per fare un esempio, hanno immensamente giovato a Israele, illuminando di una luce sacrale, di epopea politica e religiosa la creazione di un nuovo stato, rifugio per un popolo ma dannazione per un altro.  Lo so bene perchè io stesso ho condiviso questa acritica esaltazione … fino a che sono andato in Israele.
E’ quasi incredibile la mancanza di informazioni sulla Palestina che connota il Nord della Terra e l’Italia in particolare. In buona parte si tratta di scelta consapevole: inutile sapere, i palestinesi sono un popolo di serie B. Posso –   e voglio – dare una testimonianza in proposito. Nel 1991 ero presidente del Comitato della Camera per i diritti umani e, su invito dell’agenzia dell’ONU, guidai una delegazione parlamentare a visitare i campi profughi dei territori occupati. Nella delegazione erano rappresentati il PCI il PSI, la DC, l’MSI e Democrazia Proletaria. Compiemmo la nostra missione con (oso dire) grande scrupolo, incontrammo le autorità israeliane e gli organismi non-governativi che si occupavano dei diritti umani, e visitammo uno ad uno tutti  i campi. Compilammo poi una relazione unitaria da distribuire ai mass-media. Il presidente della Commissione Esteri della Camera, Flaminio Piccoli, presiedette la conferenza stampa… Ho detto male: NON presiedette la conferenza stampa, la conferenza non ci fu: non uno (uno) delle decine di giornalisti parlamentari si fece vivo.

Peggio ancora: non solo mancanza di informazione ma propaganda di odio. In quell’epoca, Marco Pannella accusò l’Intifada di ogni crimine. Nei campi profughi i militari israeliani avevano ucciso alcuni bambini palestinesi: nella sua abituale esagitazione filoisraeliana, il leader radicale arrivò a gridare nell’aula di Montecitoro che c’era qualcuno che aveva spinto quei piccoli contro i soldati “per avere ogni sera un bollettino sanguinoso da esibire”. Quando, nel corso di una trasmissione da Costanzo, gli contestai quell’infamia, Pannella disse che “anche in Francia, se la polizia spara alle gambe dei dimostranti può colpire dei bambini”. Se e dove la polizia francese avesse ucciso dei bambini, Pannella non lo disse.

Sì, è difficile mantenersi freddi nel valutare la tragedia dell’occupazione dei territori palestinesi. La missione parlamentare da me presieduta firmò allora una relazione in cui si dichiarava che Israele violava costantemente i diritti umani della popolazione. Certamente, crimini venivano commessi anche dai palestinesi, soprattutto nei confronti dei “collaborazionisti”. Ma si poteva e si doveva dire che lo status dell’occupazione negava ogni stato di diritto.

Viaggiando allora per i Territori ci imbattemmo nei segni evidenti della repressione e della rappresaglia: case abbattute dai bull-dozers, scuole devastate, bambini incarcerati, uliveti espiantati per costruire strade riservate ai coloni, università chiuse a tempo indeterminato, devastazione dei viveri distribuiti dall’ONU, posti di blocco sbarrati per ore ed ore anche alle autoambulanze; e l’uso della tortura. Gli organismi non-governativi ci parlarono, a questo proposito, della nuova tecnica dello “scuotimento” : la vittima veniva afferrata per le braccia o per le spalle da un inquisitore particolarmente vigoroso e scrollata furiosamente avanti e indietro, in modo che il cervello “ballasse”, per così dire, nella scatola cranica. Ne conseguivano paralisi, tremori permanenti, distorsioni, gravi disturbi nervosi, quando non la morte.

Tutto ciò avveniva sedici anni fa. Da allora l’occupazione è rimasta e i tentativi di negoziato sono falliti, in parte per insipienza di alcuni capi palestinesi, ma prevalentemente per  volontà del governo di Israele di portare gli avversari all’estenuazione delle loro forze economiche e politiche prima di concedere loro uno stato, destinato così all’inermità, alla mendicità e all’insignificanza. E non è retorica dire che il proseguimento dell’occupazione e delle sue tecniche sta operando una vera e propria mutazione antropologica dei due popoli, in senso regressivo. I  razzi che Hamas lancia verso le città israeliane di Sderot e Ashqelon colpendo alla cieca la popolazione, macchiano la storia della resistenza palestinese. La rappresaglia israeliana (il  blocco dei confini della Striscia, con l’affamamento della popolazione e poi le stragi e le devastazioni compiute nelle scorse settimane a Gaza) infangano le bandiere dell’esercito israeliano.
Dall’una e dall’altra parte, gli amanti della dignità umana invecchiano quasi disperando.  Notavo qualche mese fa, recensendo “L’ultimo  comandante” di Abraham B. Yehoshua: “Una sorta di sfinimento psicologico e morale pervade questo bel libro di racconti. La perpetuazione della follia medio-orientale e della occupazione delle terre palestinesi genera ormai negli intellettuali  israeliani non soltanto un allarme che i politici non hanno raccolto, ma un’ accorata malinconia che pervade tutti i rapporti sociali, anche quelli più intimamente familiari”. Adesso Yehoshua è venuto in Italia e ha confermato questa desolazione.
Nel suo libro appena uscito in  italiano con il titolo “Fuoco amico” compare la figura di un israeliano fuggito in Africa perché non riesce più a sopportare le tensioni e le tragedie che derivano dall’occupazione. Dal canto loro, gli psicologi palestinesi parlano delle perversioni che le violenze generano nei bambini e negli adolescenti: di fronte all’inermità dei padri e alle umiliazioni  che essi  subiscono, gli adolescenti finiscono per introiettare come modello virile quello del soldato israeliano; o diventano facile preda dei fondamentalisti.

E’ possibile uscire da questa situazione che sembra un cancro della storia in cui viviamo? Certamente non con parvenza di accordi come quello di Annapolis, prontamente sabotato dal governo Olmert e comunque poco più che ovvio a una pace posticcia. Soltanto una profonda mutazione dell’opinione pubblica mondiale può portare i Grandi a gettare la maschera di una falsa diplomazia: a garantire insieme la sicurezza di Israele e il ristabilimento dei diritti dei palestinesi a vivere in piena libertà. Come dice John Dugard, Commissario speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani in Palestina,  “I territori occupati palestinesi hanno una speciale importanza per il futuro dei diritti umani nel mondo. Non ci sono altri casi di regimi occidentali che negano il diritto all’autodeterminazione ed ai diritti umani ad un popolo in via di sviluppo e che lo fanno per così tanto tempo. Questo spiega perché i Territori Occupati sono diventati un test per l’Occidente. Se l’Occidente, che è assurto a guida nella promozione dei diritti umani nel mondo, non dimostrerà un reale impegno per i diritti umani palestinesi, l’intero movimento internazionale per i diritti umani, che può rivendicare grandi successi nella comunità internazionale negli ultimi 60 anni, sarà messo in pericolo”.

Queste parole riguardano anche noi, perché il silenzio e l’inerzia sono complicità. E allora, io credo, è necessario che ciascuno di noi, nei modi che gli sono possibili (politici, culturali, economici) si impegni alla diffusione di una cultura della pace senza pregiudizi. In Israele e in Palestina sono al lavoro, spesso vincendo giorno dopo giorno difficoltà enormi, gruppi, più numerosi di quanto i media registrino, di israeliani  e di palestinesi che si muovono in fraternità sui sentieri del dolore e di una eroica speranza. Conoscere questi gruppi significa respirare onestà, tenerezza, forza morale, coraggio, creatività. Alcuni di essi sono palestinesi, altri israeliani, altri ancora non si definiscono con nomi di nazione. Dobbiamo  misurare anche sul rapporto con loro la nostra volontà di essere protagonisti della storia piuttosto che servi del cinismo di chi vuole decidere per tutti.

ettore masina

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Percorsi Interculturali

Tracce di riflessione tra teologia, filosofia, letteratura, arte, scienze

Il corpo sottratto. Le istanze del Sabato

dal 23 al 25 maggio 2008
Foresteria del Monastero di Camaldoli.

Essenza del percorso nel deserto. Un uomo che, condottiero del suo organismo, percorre questa vita con un resto (di più non è pensabile) della coscienza di ciò che accade, conserva per tutta la vita il fiuto di Canaan; e che debba vedere il pa-ese soltanto prima della morte, è inverosimile. Quest’ultima previsione può avere soltanto il significato di far capire qual momento imperfetto sia la vita umana, imperfetto perché questa specie di vita potrebbe durare all’infinito e tuttavia non sarebbe altro che un istante. Mosè non arrivò a Canaan, non perché la sua vita fosse troppo breve, ma perché era una vita umana.

F. Kafka, Confessioni e diari, Mondadori 1998; 598-599

Vivere dalla prospettiva dell’apostolo il tempo che intercorre tra la sepoltura del corpo di Cristo e la sua sottrazione dal sepolcro, equivale a calarsi in quel vuoto che, nell’assenza di liturgia del giorno di sabato, trova il suo correlativo. Per chi si disponga ad attraversare il sabato, aprirsi un sentiero nel deserto e trovare l’azione capace di colmare il vuoto, smettono di essere similitudini.
Ma se è vero quanto scrive Simon Weil, che tutti i peccati sono tentativi di colmare dei vuoti, il primo dubbio che impone il sabato non è in che modo agire, ma se sia opportuno farlo: in un tempo in cui niente più aderisce alla vita, il ri-schio infatti è che ogni nostra singola azione, an-ziché ridurre, aumenti lo scollamento.
Chi varca la porta del sabato può verdersi inibita l’azione per la paura del precipizio; oppure per vivere nella sua interezza, nelle potenzialità di progresso e di errore. Dove manca la certezza del dopo, sono le cicatrici, finché il sabato non le cancelli, a dirci da dove veniamo, dove sia la so-glia del dolore e quanto sia instabile. Quando ini-ziamo a perdere memoria di noi, è il corpo di Cri-sto, lacerato, deposto e sottratto che subentra a lo-ro nel marcare i confini tra tangibilità e assenza, tra passato prossimo e presente remoto, ponendo-si a sua volta, di volta in volta, quale limite.
Se il dolore disumanizza e attenta alla dignità della persona, la conoscenza del dolore attraversa l’esperienza, attraverso quindi il riconoscimento e la conoscenza dei nostri limiti, fornisce, se non un rimedio, almeno lo strumento per meglio governarsi nel confronto col dolore a venire. Il dubbio del sabato diviene così disponibilità a ripensarsi e a riposizionarsi ogniqualvolta mutino le condizioni, a interpretare il tempo presente rimettendosi ostinatamente in discussione, ad accettare che l’azione valida qui e ora, presto non lo sarà più, che la messa in atto del vuoto consuma nel suo farsi e non diventa mai canone.
Il fatto che la domenica (non ancora o forse mai) di resurrezione, cominici con la sot-trazione del corpo, ossia sotto il segno dell’assenza, indica che il tempo del sabato non finisce. In questa ottica, quella di chi è in un tunnel e non vede la luce, attraversare il sabato prende il significato di appropriarsi della ver-gogna, della sconfitta e dello smarrimento per dimenticarsene come fa l’attore col testo; col-marlo quello di ritualizzare il vuoto e il silenzio.  E’ Edond Jabès, attraverso la voce di una delle sue creature, a raccogliere in un verso il dubbio del sabato. Ti cerco dove non ti trovo dice Yukel a Sarah, ma mentre le confida queste parole, Sarah è prossima, ma non presente, perché Yukel la sta ancora cercando. Sarah si sottrae nello stesso istante in cui si offre, e lo fa perché Yukel la cerca e continui a cercarla. Temono entrambi che, colmata la distanza fra loro, ad attenderli in realtà sia la fine del dialogo.
(Sebastiano Gatto)

I relatori

Antonio Attisani
è critico teatrale, docente e responsabile scientifico del master interdipar-timentale in “Linguaggi non verbali e della performance” presso il Dipar-timento di Filosofia di Ca’ Foscari di Venezia
Giorgio Bonaccorso
specializzato in teologia liturgica, si occupa dei riti religiosi e cristiani con particolare attenzione all’aspetto antropologico. Docente dell’Istituto di Liturgia Pastorale di S. Giustina di Padova. Ha pubblicato diversi libri

Edoardo Boncinelli
è un degli scienziati italiani di maggiore importanza. Le sue ricerche in biologia molecolare lo hanno portato a dirigere prestigiosi laboratori. E’ noto al grande pubblico per essere uno dei più importanti divulgatori scientifici del nostro paese

Claudio Cortoni
monaco camaldolese

Milo De Angelis
è tra i più importanti poeti contemporanei italiani. Numerose le sue pub-blicazioni con le maggiori case editrici. Ha tradotto Pindaro, Lucrezio e pubblicato l’opera narrativa “La corsa dei martelli”

Andrea Grillo
insegna Introduzione alla Teologia Litrugica alla Facoltà Teologica S. An-selmo di Roma e all’Istituto di Liturgia Pastorale di Padova. Tra le varie sue pubblicazioni: “Tempo e Preghiera”

Gian Ruggero Manzoni
è poeta, scrittore, teorico d’arte e pittore. Ha pubblicato numerosi libri con Feltrinelli, Il Saggiatore e Scheiwiller. Insieme a V. Magrelli nel 1984 ha curato la sezione poesia della Biennale di Venezia. Ha fondato diverse riviste di letterature e arti figurative
Alberto Mesirca
chitarrista dal vasto repertorio classico. E’ passato attraverso varie espe-rienze musicali incidendo ed esibendosi in Italia e all’estero

Andrea Ponso
è una delle voci emergenti della nuova generazione di poeti, è anche redat-tore della rivista Trikster del Master di Studi Interculturali dell’Università di Padova. “La Casa”, curato da Maurizio Cucchi, è il suo primo libro di poesie

Salvatore Scafiti
pittore ed incisore, espone dal 1990 in Italia e all’estero. Ha pubblicato diversi scritti e al monastero saranno presenti alcune opere pittoriche

Foresteria Monastero
52010 Camaldoli (AR)
Tel. 0575 556013 – Fax 0575 556001

e-mail: foresteria@camaldoli.it
sito web: www.camaldoli.it
Sito web del corso

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All’aperto e al chiuso

Redazione del paese delle donne

La prostituzione si è spostata dalla strada alle “case al chiuso”

Sarà in libreria il prossimo 14 marzo il volume “All’aperto e al chiuso Prostituzione e tratta. I nuovi dati del fenomeno, i servizi sociali, le normative di riferimento”. Il libro raccoglie i risultati di una ricerca condotta da Parsec Consortium nel biennio 2005-2006 che ha studiato le trasformazioni del fenomeno prostituzione a livello nazionale.

Il traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale, assieme al traffico di armi e di droga, è diventato uno dei principali mercati illegali su scala mondiale.
Il fenomeno ha subito in questi ultimi anni una trasformazione strutturale che ha prodotto un cambiamento radicale del rapporto tra i diversi attori sociali coinvolti e ha determinato una maggiore segmentazione interna al fenomeno.
Le modalità di esercizio della prostituzione si sono estese determinando cambiamenti dei luoghi dove viene praticata, dei rapporti sociali e delle forme di contrattualizzazione tra le vittime e gli sfruttatori.

Le organizzazioni criminali hanno sviluppato un modus vivendi accettabile per le donne coinvolte nei meccanismi di sfruttamento con l’obiettivo di “umanizzare” lo sfruttamento sessuale ed evitare conflitti incontrollabili che possono mettere in crisi la stabilità delle stesse organizzazioni. Una vera e propria “ricerca del consenso” che è diventata fattore costitutivo del rapporto di prostituzione.

Nel frattempo la prostituzione si è spostata dalla strada alle “case al chiuso”, in risposta alla repressione giudiziaria innescata dalla legge Bossi-Fini mirata contro le donne straniere che esercitano la prostituzione in strada, perché più visibili.
La prostituzione allora si mimetizza ma estende il proprio raggio di influenza su nuovi gruppi nazionali, primi tra tutti quello delle donne maghrebine e quello delle donne cinesi.

Il libro raccoglie i risultati di una ricerca condotta da Parsec Consortium nel biennio 2005-2006 che ha studiato le trasformazioni del fenomeno a livello nazionale, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, e ha costruito una vera e propria “mappa sociale” del mercato romano della prostituzione che rappresenta, da solo, quasi un quinto dell’intero fenomeno nazionale.
La ricerca presenta anche le esperienze realizzate a sostegno delle vittime della tratta sessuale e le metodologie di lavoro sperimentate proprio al fine di attivare percorsi per la loro fuoriuscita dai circuiti della prostituzione.
In particolare, il Progetto Roxanne del Comune di Roma, programma di intervento che ha coinvolto le istituzioni locali, le forze dell’ordine, gli operatori della sanità, gli operatori sociali e i mediatori culturali, finalizzato al reinserimento sociale e lavorativo delle vittime della prostituzione.

Francesco Carchedi, Vittoria Tola (a cura di)

All’aperto e al chiuso
Prostituzione e tratta
I nuovi dati del fenomeno, i servizi sociali, le normative di riferimento
Ediesse, 2008

il pese delle donne, 11 marzo 2008

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Vogliamo anche le rose

di Ines Valanzuolo

I diari di tre donne vissute tra gli anni sessanta/settanta nell’ultimo film di Alina Marazzi

L’anteprima dell’ ultimo film di Alina Marazzi, presentato a Roma il tre marzo, è stata accolta come un evento da ricordare e valutare in rapporto alla “miseria”del presente ma aggiungerei, soprattutto, da godere.

Sono infatti “rose” quelle che ci offre la produzione filmica sapiente ed ironica di Alina Marazzi, proprio quelle “rose” che l’abitudine alla rinuncia spesso oggi ci impedisce di chiedere.

Ci consente di ripercorrere anni di ricerca faticosa e felice, di emozioni e cambiamenti, finalmente liberati dalla retorica didattica, ideologica, religiosa, partitica, patriarcale, matriarcale, fraterna e sororale. Ci rassicura dell’esistenza di donne che si sono informate e formate, e informano e formano, su una produzione culturale di donne o su donne, considerate per il loro esistere e significare.

Con leggerezza. Italo Calvino in “Lezioni americane” a proposito della leggerezza nel linguaggio letterario dice “…nel momento in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio , devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica”.

Questo ha fatto Alina col linguaggio filmico. E’ difficile parlare di quanto è accaduto tra gli anni sessanta/settanta nella vita delle donne senza rischiare di deformarlo sotto il peso dell’attualità di volta in volta osannante, revisionista, negazionista.
Servono altri metodi di conoscenza e di verifica. I diari di tre donne vissute tra gli anni sessanta /settanta, Anita, Teresa Valentina, presi dall’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, vengono letti con l’ausilio di materiali di repertorio dell’epoca: inchieste e dibattiti televisivi, spezzoni di film, di filmini familiari, riprese di manifestazioni, fotografie, fotoromanzi, pubblicità, musiche.

Si riesce a sorridere quando la deliziosa ragazza con sottogonne inamidate e vitino di vespa si chiede fiduciosa e trepidante quale sarà il suo futuro di sposa, amata e amante e nella magica sfera di cristallo compare il corpo nudo di una ragazza che balla su un prato circondata da ragazzi; si ride delle presuntuose e disarmanti risposte, durante inchieste e dibattiti, di uomini/patriarchi ma quando l’indicibile, l’irrapresentabile si impongono, il colore, le linee, le immagini, la musica sostituiscono efficacemente le parole ed ecco ancora la leggerezza, originale e graffiante: la sofferenza fisica, la paura, di Teresa, ragazza del sud costretta ad abortire, si racconta con piedi nudi femminili che camminano su lastre di ghiaccio.

Il Paese delle donne, 5 marzo 2008

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